La 17. Biennale di Architettura: “How will we live together?”

Sabato 29 agosto, a Venezia, ai Giardini e all’Arsenale, si apre “How will we live together?”, la 17. Mostra Internazionale di Architettura, a cura di Hashim Sarkis.

Il punto interrogativo del titolo coglie in uno sguardo a ventaglio i molteplici problemi strutturali della società contemporanea, sottolineando che in tutte le aree del mondo sono in corso fenomeni di intenso cambiamento, assai diversi tra loro ma accomunati dalla necessità di importanti modifiche nelle condizioni dell’abitare. L’architettura, vista secondo questa ottica che possiamo definire “impegnata”, diviene di fatto il riferimento di un vasto lavoro interdisciplinare, culturale e politico.

In un’epoca in cui è molto diffusa la sensazione (soprattutto tra le popolazioni più inermi ed economicamente più deboli) di non essere sull’onda di un progresso positivo, ma di subire i cambiamenti che esso comporta, diviene di grande utilità una Biennale che sottolinea l’identità di una società o di una comunità che sa guardare al suo futuro, per correggere storture, valorizzare risorse, e senza pretendere di poter chiudere gli occhi per interesse o egoismo. E come dimostrano numerosi fenomeni che interessano il mondo contemporaneo, i progetti non possono essere che il frutto di una estesa consapevolezza e diffusa collaborazione.

“Abbiamo bisogno di un nuovo contratto spaziale – dichiara Hashim Sarkis. In un contesto caratterizzato da divergenze politiche sempre più ampie e da disuguaglianze economiche sempre maggiori, chiediamo agli architetti di immaginare degli spazi nei quali vivere generosamente insieme. Gli architetti invitati a partecipare alla Biennale Architettura 2020 sono stati incoraggiati a coinvolgere nella loro ricerca altre figure professionali e gruppi di lavoro: artisti, costruttori, artigiani, ma anche politici, giornalisti, sociologi e cittadini comuni. La Biennale Architettura 2020 vuole così affermare il ruolo essenziale dell’architetto, che è quello di affabile convener e custode del contratto spaziale”.

Così prosegue il curatore: “Oltre ai nuovi problemi che il mondo pone all’architettura, l’edizione di quest’anno si ispira anche all’attivismo emergente di giovani architetti e alle revisioni radicali proposte dalla pratica dell’architettura per affrontare queste sfide. Ma più che mai, gli architetti sono chiamati a proporre alternative. Come cittadini, impegniamo la nostra capacità di sintesi per riunire le persone attorno alla risoluzione di problemi complessi. La convergenza di ruoli in questi tempi nebulosi non può che rendere più forte la nostra missione e, speriamo, più bella la nostra architettura”.

A questa edizione partecipano 63 paesi, mentre alla mostra centrale (suddivisa in 6 sezioni: Among Diverse Beings, As New Households, As Emerging Communities, Across Borders, As One Planet, How will we play together?) sono stati invitati 114 architetti (con uguale presenza di uomini e donne, provenienti da 46 paesi e con una rappresentanza crescente da Africa, America Latina e Asia). Segnaliamo infine il progetto speciale British Mosques, realizzato in collaborazione con il Victoria & Albert Museum di Londra, dove si presenteranno le soluzioni “architettoniche” di tre spazi adibiti a moschee nella città di Londra.

Info:

17. Mostra Internazionale di Architettura
How will we live together?
a cura di Hashim Sarkis
Giardini e all’Arsenale, Venezia
29 agosto – 29 novembre 2020
www.labiennale.org
infoarchitettura@labiennale.org

K63.STUDIO (Nairobi, Kenya; Vancouver, Canada) Osborne Macharia; sezione As New Households (Arsenale), ph courtesy La Biennale di Venezia

Hashim Sarkis, direttore artistico 17. Mostra Internazionale di Architettura, ph Jacopo Salvi, courtesy La Biennale di Venezia

TUMO Center for Creative Technologies (Erevan, Armenia) Marie Lou Papazian, Pegor Papazian; sezione As Emerging Communities (Arsenale), ph courtesy La Biennale di Venezia

Arquitectura Expandida (Bogotá, Colombia)
Ana López Ortego, Harold Guyaux, Felipe González González, Viviana Parada Camargo; sezione As Emerging Communities (Arsenale), ph courtesy La Biennale di Venezia

Olalekan Jeyifous (Brooklyn, USA) and Mpho Matsipa (Johannesburg, Sudafrica e New York, USA); sezione Across Borders (Giardini, Padiglione Centrale), ph courtesy La Biennale di Venezia




Le metamorfosi architettoniche nel lavoro di Matteo Galvano

È stata inaugurata a Milano e sarà visitabile fino al prossimo 8 settembre presso lo spazio espositivo Interface HUB/ART la mostra architAMORfosi di Matteo Galvano, patrocinata dall’Ordine degli Architetti della provincia di Milano e sostenuta da Interface Facility Management e Sharebot Monza.

La mostra, curata da Roberta Macchia e Greta Zuccali, pone i riflettori sull’opera di Galvano e sulla sua ricerca artistica caratterizzata dall’uso della penna biro, tecnica che richiede tempo e precisione per tracciare a mano libera innumerevoli segni e tratti, ora più intensi e ora più leggeri, ma che offre la possibilità di cogliere l’essenza dei soggetti rappresentati.

La tua ricerca parte nel 2002 e si evolve assieme all’abilità ad utilizzare la biro. Il tuo lavoro ora approda a Milano, città che pur mantenendo intatta un’anima borghese rappresentata dai meravigliosi edifici liberty degli inizi del 900, negli ultimi vent’anni non solo ha cambiato skyline ma anche immaginario architettonico. Ci racconti come è nato il tuo lavoro e quale città lo ha ispirato?
Il mio lavoro è nato da un viaggio a New York nel 2010 dove ho maturato l’idea di evolvere la mia ricerca artistica incentrandola sul tema architettonico. Inizialmente la visione racchiudeva anche elementi del paesaggio urbano da me chiamato “giungla urbana” ed andavo alla continua ricerca di dettagli prospettici utili a valorizzare l’architettura di mio interesse, come fossero a corredo di essa.

Dallo studio delle architetture incontrate durante i tuoi viaggi nasce nel 2014 la serie architAMORfosi (presentata ufficialmente presso il Padiglione Italia durante l’EXPO 2015) in cui, attraverso disegni realizzati in bianco e nero, riscrivi con il segno della “biro” la tua personale visione dell’architettura urbanistica, suggerendoci nuove coordinate spazio-temporali. Il tema della metamorfosi, terreno che evoca molteplici riferimenti e rimandi letterari, come si inserisce nel tuo lavoro?
Dal 2015 nasce architAMORfosi, termine inedito e da me stesso coniato, come mio forte bisogno di unire il cuore di città differenti creandone un unico corpo. Con questa mia nuova ricerca evolvo così come ogni crisalide diventa farfalla dando il via a una nuova vita. Così come Ovidio in “Le metamorfosi” ricorda che il creatore delle cose impose all’essere umano di contemplare il cielo ed innalzare lo sguardo dritto alle stelle, il mio sguardo si dirige, dunque, da terra a cielo immaginando l’amalgamarsi degli elementi architettonici miei preferiti. ARCHITETTURA – AMORE – METAMORFOSI questo è alla base della mia nuova corrente.

A Milano, come in altre città europee, le disuguaglianze sociali sono spesso associate a disuguaglianze spaziali. Credi che il tuo lavoro possa essere la base di una sperimentazione che porti alla nascita di progetti lungimiranti e innovativi per quei luoghi che identifichiamo come periferie?
Sono molto aperto all’utilizzo di nuove unità abitative in contesti inimmaginabili. Con l’evento in corso ho avuto la conferma che ogni progetto può avere un fine. Le stampe in formato 3D, realizzate in collaborazione con Sharebot Monza, hanno confermato che il mio futuro è costituito da ingressi ed uscite proprio come ogni edificio in cui ognuno può trovare riparo. Tutto ciò senza alcuna distinzione sociale: sogno un mondo accessibile ai più e sono certo che la mia “casa” potrà divenire “casa per tutti”.

In mostra presso Interface HUB/ART è stata esposta un’opera inedita dal titolo Land Time. 18 architetture fuse tra loro che danno vita a quella che definisci la tua “città ideale”. In essa si incontrano simboli come Il Cristo Redentore che dalla baia di Rio de Janeiro raggiunge la Statua della Libertà di New York o la Basilica di Santa Sofia di Istanbul che con il suo imponente profilo si fonde con le geometrie fluide dell’Harbin Opera House, in Cina. Hai mai pensato al tuo lavoro come ad un invito a superare i confini culturali e a giocare con te, l’autore, nella ricerca delle combinazioni nascoste nell’opera?
Con questa domanda mi torna alla mente un noto gioco passato tra le mani di diverse generazioni: il cubo di Rubik non a caso descritto già in passato come un puzzle in 3D e inventato da un professore di architettura ungherese. Attraverso i tentativi volti a trovare la soluzione finale, il cubo di Rubik e l’opera che hai citato dal titolo Land-Time, sintetizzano in un unico elemento il concetto del raggiungimento della perfezione passando da uno stato iniziale di sconvolgimento. Lo stesso Platone fece riferimento al concetto qui sopra spiegato, con la definizione del CAOS PRIMORDIALE a cui attinge il Demiurgo per la formazione di un mondo ordinato: IL COSMO.
Oltre a Land Time e alla serie di bozzetti e disegni, in mostra sono presenti 3 opere che trovano anche una realizzazione in 3D. Parliamo della fusione tra l’Arena di Verona e il Tietgenkollegiet di Copenaghen, del monumentale Makedonium di Kruševo che si fonde con il Fiore di Pietra di Mario Botta e di Interface HUB (edificio che ospita architAMORfosi), realizzato da Attilio Terragni nel 2012, che incontra il Novocomum di Como, progettato da Giuseppe Terragni alla fine degli anni 20 del ‘900. Ci racconti la genesi di questi progetti?
Il progetto 3D nasce dal mio non volermi più accontentare di un’opera d’arte da guardare con gli occhi, bensì dal forte desiderio di realizzare un’opera capace di farsi accarezzare fino ad offrire la possibilità ‘di immergersi all’interno di essa per poterla vivere a 360°. L’idea è nata tra diversi discorsi trattati con la curatrice Roberta Macchia, mia collaboratrice e compagna di vita.  Ogni giorno maturiamo idee in cui poter credere, le archiviamo e ne teniamo memoria per andare alla costante ricerca del posto e del momento giusto per poterle realizzare. È così che presso Interface HUB a Milano siamo riusciti a piantare il primo seme per un raccolto che speriamo essere rigoglioso, grazie all’impegno del Team che fino ad oggi ci ha supportato. La speranza è quella di poterlo veder crescere in altre città in Italia e all’estero.

Un lavoro che è allo stesso tempo un invito al viaggio.

Un processo che attraversando tutta la storia dell’architettura guarda ad essa come ad un organismo vivente in continua trasformazione, un puzzle tridimensionale che fa da sfondo alle nostre vite e le accoglie ogni giorno, incessantemente, in ogni città del mondo.

Info:

Interface HUB/ART

Matteo Galvano, Chichén Itza, 2018, bozzetto di studio, 30×21 cm

Matteo Galvano, architAMORfosi, installation view at Interface HUB/ART

Matteo Galvano, architAMORfosi, installation view at Interface HUB/ART

Mattao Galvano, particolare di Makedonium e Fiore di Pietra in 3D

cover image: Matteo Galvano, Land Time, 2019, penna biro nera su carta cotone, 160x50cm




Dongdaemun Design Plaza

La Regina delle Curve è il soprannome dato a Zaha Hadid, architetto e designer di origine irachena, nata a Baghdad e poi naturalizzata britannica, dal prestigioso Guardian di Londra.

Mai epiteto fu più consono: lei, l’Archistar che liberated architectural geometry, giving it a whole new expressive identity (M.Kimmelman,  “Zaha Hadid, Groundbreaking Architect, Dies at 65”, The New York Times, 31 March 2016). Un genio, uno fra i massimi esponenti della corrente decostruttivista.

Una grande personalità, puro talento, purtroppo venuta a mancare nel marzo del 2016, a soli 65 anni.

Dongdaemun Design Plaza (DDP), a Seoul,  è uno dei suoi lavori più iconici e stupefacenti, incastonato, in perfetto equilibrio, pur nel contrasto fra antico e moderno e nonostante le immancabili critiche pre e post realizzazione, nella piazza  antistante l’Heunginjimun, la Porta Orientale, grande tesoro culturale della Corea, uno dei quattro ingressi  che permettevano l’accesso alla parte fortificata della città.

Il progetto (costato complessivamente circa 450 milioni di dollari USA e realizzato in collaborazione con lo Studio Coreano Samoo Architects & Engineers), iniziato nel 2009 e inaugurato nel 2015, occupa lo spazio che era, fino al 2007, dello Stadio Polifunzionale Dongdaemun. Durante i lavori di costruzione sono venuti alla luce i resti, ben conservati, di una Piazza d’Armi risalente al XVI secolo. Resti spostati e ricollocati poi all’interno del Parco Dongdaemun.

Il complesso, sin da subito, è diventato una delle grandi attrattive turistiche della capitale. Già nel primo anno oltre 8,5 milioni di visitatori e un flusso costante negli anni successivi di circa 6 milioni, attirati dalle forme futuristiche del complesso e dalla qualità degli eventi che, periodicamente, vi si tengono.

Il DDP si sviluppa su otto piani (di cui quattro interrati) per una superficie di quasi 87.000 mq: un susseguirsi di gallerie espositive, sale convegni, un Museo del Design, un centro educativo, una biblioteca, un “mercato del Design” aperto 24 ore su 24, che ne fanno l’ottimale catalizzatore della vita culturale e sociale della capitale (non mancano bar e ristoranti) e un perfetto incubatore per la creatività e lo scambio di idee.

Zaha Hadid ha lavorato focalizzandosi sul concetto di “paesaggio metonimico” (ossia nel creare un qualcosa che descriva, in maniera indiretta, l’essenza del luogo per il mezzo di un paesaggio dedotto, creato attraverso l’integrazione concettuale dei suoi aspetti storici, culturali, urbani, sociali ed economici).

In altre parole, il Simbolo invece che la cosa designata, il Contenente al posto del contenuto, l’Astratto per il concreto.

Il Parco, di oltre 30.000 mq, che occupa anche il tetto della struttura, reinterpreta i motivi del tradizionale giardino coreano.

La struttura dalle superfici ondulate e fluide, lunga ben 280 metri, sembra galleggiare sul suolo, come se cemento, alluminio, acciaio e pietra, pur nella loro solidità evidente, non avessero più peso. Sensazione che, col far della sera, diviene ancora più evidente allorquando i circa 40.000 pannelli microforati che la rivestono, la cui texture richiama antiche decorazioni tipiche del posto, fanno trasparire la luce dall’interno, creando una magistrale, per non dire miracolosa, completa dematerializzazione dell’insieme.

Gli interni (resina acrilica, piastrelle acustiche, fibra sintetica, acciao lucidato e pietra), dal canto loro, acuiscono viepiù questa sensazione. Leggerezza e astrazione, in un vapore metallico che delicatamente ti avviluppa: quasi un totale estraniamento. Quasi un’esperienza mistica.

La Costruzione è per tener su: l’Architettura è per commuovere, diceva Le Corbusier. Come dargli torto?

Ci si perde, facilmente e volentieri, nel bianco dominante e pulito di queste curve e spirali, ampie e morbide, che incessantemente si susseguono come in un magico racconto. Una favola per sempre, dai tanti inizi e da nessuna fine.

Zaha Hadid

Per tutte le immagini: Zaha Hadid, Dongdaeum Design Plaza, Seoul, Corea, foto di Angelo Andriuolo




PoliArte (L’Arte delle Arti)

La mostra PoliArte (L’Arte delle Arti) a cura di Giacinto Di Pietrantonio presenta nella Galleria Enrico Astuni di Bologna i lavori di cinque grandi maestri accomunati dal fatto di aver studiato Architettura al Politecnico di Milano con l’intento di dedicarsi solo marginalmente a questa professione o di svolgerla in maniera eterodossa. La collettiva riunisce un gruppo di amici legati da rapporti di frequentazione e di stima reciproca che per anni hanno indagato l’architettura pensando che fosse anche e soprattutto arte e assumendo in tutti i loro progetti una posizione programmaticamente trasversale nei confronti delle varie discipline creative. Gabriele Basilico, Alberto Garutti, Ugo La Pietra, Corrado Levi e Alessandro Mendini sono autori poliedrici affetti dalla “Sindrome di Leonardo”, specificità prettamente italiana che trova le sue premesse nella grande tradizione del passato, quando ancora non esisteva una suddivisione specialistica tra le arti. Gli artisti del Rinascimento, al servizio di papi, principi e signori, sviluppavano la loro progettualità all’insegna dell’intersezione tra competenze e della configurazione a tutto campo dello spazio. Il progetto curatoriale della mostra rilegge la vicenda creativa di questi cinque esponenti della nostra cultura visiva nazionale predisponendo uno spazio mentale di conversazione tra le loro opere che, realizzate in periodi e con metodologie differenti, testimoniano un forte legame con l’ambiente urbano inteso come materia viva da plasmare e non come condizione da subire passivamente. In linea con una folta schiera di artisti-architetti che si sono avvicendati a Milano a partire dalla prima metà del ‘900 (tra cui citiamo ad esempio Balla, Sottsass, Alviani e Nivola) i loro lavori raccontano di una continua messa in opera dello spazio per esplorarne le valenze plastiche, semantiche, estetiche e politiche.

Gabriele Basilico (Milano 1944–2013) si è dedicato con continuità alla documentazione delle città e delle trasformazioni del paesaggio urbano, raccontando storie per immagini che preparava prima di ogni viaggio cercando degli itinerari tematici sulle mappe e documentandosi sui libri. Il suo ampio corpus di lavori, che spazia da Milano a Rio de Janeiro, Gerusalemme, Mosca, Istanbul, New York, Shanghai e San Francisco per arrivare al commovente reportage su Beirut devastata dalla guerra civile, testimonia il suo approccio all’arte (sarebbe riduttivo dire alla fotografia documentaria) inteso come missione etica. Il suo sguardo penetrava ogni luogo con passione, captando atmosfere e misurando spazi, luci, linee ed equilibri per tradurre le sue impressioni in composizioni perfette che solo un architetto avrebbe potuto progettare con tale coerenza. Il forte impatto emozionale che contraddistingue i suoi scatti deriva dal profondo dialogo che riusciva a instaurare con gli oggetti della propria visione, frutto di una capillare comprensione dell’ambiente urbano a livello strutturale, epidermico ed empatico.

Ugo La Pietra (Bussi sul Tirino, Pescara, 1938. Vive e lavora a Milano) da sempre incentra il proprio lavoro sulla relazione tra architettura e arte. Laureatosi nel ’63 con una tesi intitolata “Sinestesia tra le Arti”, sceglie di non appartenere a nessun ambito disciplinare per attraversare liberamente architettura, design e pratica artistica. Appartiene alla generazione che intorno agli anni ’60 credeva che l’artista avesse la responsabilità intellettuale di contribuire alla società elaborando nuovi strumenti per comprendere, decodificare e ampliare la consapevolezza del pubblico. Dalla formazione universitaria mutua una pungente capacità di attenzione nella lettura dell’ambiente esterno, che sfocia in una sistematica produzione di fotomontaggi che interpretano in modo ironico e poetico le incongruenze e le aporie delle città in crescita all’apice del boom economico italiano. In mostra troviamo anche una serie recente di case-vaso modellate a mano che richiamano con sorridente leggerezza le visionarie suggestioni di quel periodo e alcuni dipinti del ciclo Città senza morale in cui il disegno scalfisce la materia densa dello sfondo con una scrittura continua al limite tra la pianificazione e l’ossessione.

Corrado Levi (nato a Torino, vive e lavora a Milano), artista, architetto, scrittore, poeta, critico e docente al Politecnico (dove Basilico fu suo allievo) è una figura trasversale e poliedrica della cultura italiana. Le sue opere multiformi non conoscono restrizioni né distinzioni tra discipline e sono il risultato di un’unica metodologia operativa radicata in un disegno rabdomantico che abbozza idee sospese tra la potenza e l’attuazione. Il suo approccio istintivo, assieme alla valenza politica dell’attività artistica, nasce come conseguenza e sviluppo della rivoluzione intellettuale degli anni ’70, quando si pensava che l’arte avesse il compito di cambiare la società. I suoi lavori partono da “lui stesso attento agli altri e al mondo”, sono opere autentiche, oggetti attivi, usufruibili e vitali che trasmettono al pubblico la felicità dell’artista nel realizzarle. In mostra troviamo una serie di tele che testimoniano la sua giocosa rielaborazione di elementi consumistici, il piacere dell’improvvisazione, la ricerca spaziale e il coinvolgimento fisico con la superficie della tela da campire, graffiare e colare.

Alberto Garutti (Galbiate, Lecco, 1948. Vive e lavora a Milano) ha studiato architettura perché voleva fare l’artista, ma l’Accademia in quel periodo non era in grado di offrire il respiro internazionale di cui aveva bisogno. Il suo lavoro si evolve da una rielaborazione autonoma della matrice concettuale e figurativa della generazione precedente (come è evidente nella serie di moduli intitolata Orizzonte) verso la produzione di oggetti che si relazionano nello spazio sociale. Obiettivo primario della sua ricerca è l’aderenza alla realtà, come si evince dal progetto Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero, commissionatogli dalla Fondazione Zegna. L’opera consiste in una serie di panchine distribuite in vari luoghi della cittadina piemontese, sede della fabbrica di abbigliamento, sulle quali sono collocate alcune sculture che ritraggono i cani appartenenti alle famiglie del paese. L’artista ha accolto l’invito della committenza a ragionare sul territorio scegliendo come proprio alter-ego il cane, interfaccia tra l’uomo e la natura in grado di percepire e mappare spontaneamente il territorio con l’olfatto.

Alessandro Mendini (Milano 1931-2019) è un personaggio difficile da inquadrare e classificare: tra i principali progettisti, designer e critici del panorama internazionale, la sua attività ha spaziato dalla realizzazione di oggetti, mobili, ambienti, pitture, installazioni e architetture. Nato da una famiglia di politecnici in una vera e propria casa-museo, in cui si trovavano tra gli altri, capolavori di Morandi, Fontana e Savinio che per tutta la vita hanno rappresentato per l’artista un punto di riferimento ideale, considerava il suo lavoro come elaborazione di un sistema di segni che si sviluppavano all’infinito su oggetti, case, arredi e superfici. In mostra troviamo una serie di pitture concepite come iconici cataloghi di possibili alfabeti visivi e otto vasi in ceramica dipinta con i colori usati da Le Corbusier nell’Unité d’Habitation di Marsiglia, in cui il materiale sembra fingere una natura diversa per stimolare nell’osservatore un’indagine approfondita della sua superficie.

Questa mostra a carattere museale, che consegna al futuro l’eredità di cinque esponenti dell’eccellenza creativa italiana, sfida la capacità interpretativa del visitatore suggerendo percorsi alternativi di approccio all’arte e alla realtà attraverso le molteplici letture suggerite dai suoi percorsi visivi.

Info:

PoliArte (L’Arte delle Arti)
Gabriele Basilico, Alberto Garutti, Ugo La Pietra, Corrado Levi, Alessandro Mendini
a cura di Giacinto Di Pietrantonio
2 febbraio – 27 aprile 2019
Galleria Enrico Astuni
Via Jacopo Barozzi 3 Bologna

Veduta parziale della mostra PoliArte (L’Arte delle Arti), Galleria Enrico Astuni, Bologna. Ph. Renato Ghiazza

PoliArteGabriele Basilico, Milano, Porta Nuova, 2012. Pure pigment print, 100 x 130 cm, edizione 1/10

Veduta parziale della mostra PoliArte (L’Arte delle Arti), Ugo La Pietra, Galleria Enrico Astuni, Bologna. Ph. Renato Ghiazza

PoliArteVeduta parziale della mostra PoliArte (L’Arte delle Arti), Alberto Garutti, Orizzonti, 1987-2018, Galleria Enrico Astuni, Bologna. Ph. Renato Ghiazza

PoliArteVeduta parziale della mostra PoliArte (L’Arte delle Arti), Corrrado Levi, Galleria Enrico Astuni, Bologna. Ph. Renato Ghiazza

PoliArteVeduta parziale della mostra PoliArte (L’Arte delle Arti), Alessandro Mendini, Corbu, 2016. 8 vasi in ceramica dipinta, 59,5 x 27 x 20 cm cad. Collezione dell’Artista.




Krzysztof Wodiczko e Jarosław Kozakiewicz. Disarmare la cultura

Il progetto intitolato Disarmare la cultura nasce nell’Est Europa come continuazione dell’idea di trasformazione dell’Arco di Trionfo di Parigi all’Istituto Mondiale per l’Abolizione delle Guerre, presentato per la prima volta sulle pagine di Harvard Design Magazine nel 2010. Gli autori, Krzysztof Wodiczko con Jarosław Kozakiewicz pongono l’attenzione su lotte armate, conflitti e battaglie che hanno da sempre rovinato i sistemi economici, devastato città e paesaggi urbani. Sembra che non siamo capaci di rinunciare alle guerre e rimuovere le loro caratteristiche dominanti nella nostra vita. La concezione della guerra come strumento risolutivo sollecita da sempre il nostro immaginario collettivo. I grandi monumenti dedicati alle guerre con la loro simbologia glorificante ci illudono alla partecipazione nei prossimi conflitti militari. Ci ingannano e non fanno pensare alla guerra in maniera analitica e soprattutto critica.

Il progetto Disarmare la Cultura è stato esposto nella galleria SKALA a Poznań (Polonia). L’esposizione era costituita dalla descrizione dell’idea insieme alle piante, schizzi, modelli architettonici e proiezioni video. L’istituto è stato intitolato in onore di un fisico polacco, Józef Rotblat, uno dei fondatori della Pugwash Conferences on Science and World Affairs. Un’organizzazione non governativa il cui scopo principale è quello di sostenere la compatibilità dello sviluppo scientifico con l’equilibrio geopolitico e pacifico internazionale. L’associazione ricevette il Premio Nobel per la pace nel 1995. Rotblat fu anche l’unico scienziato che rinunciò alla partecipazione nel Progetto Manhattan (1942 – 1946) per i motivi etici.

Krzysztof Wodiczko (polacco, vive e lavora dagli anni ’80 a New York) è un protagonista dell’arte pubblica. La sua creazione artistica che si svolge nell’ambito cittadino si impone nella sua dimensione simbolica e nello stesso tempo rianima lo spazio pubblico. Perché allo spazio urbano circostante non si può rinunciare né eliminare dalla nostra percezione. Bisogna trarne ed interagire, creare un continuo gioco tra lo spazio architettonico delle città e quello imposto dai concetti artistici. Wodiczko precedentemente fu un autore di vari progetti architettonici sempre in una visione utopica come il Monumento a Nantes del 2012 sulla abolizione della schiavitù.

Wodiczko e il progettista Jarosław Kozakiewicz propongono un nuovo tipo di istituzione, concentrata sulla creazione pacifica e sull’approfondimento analitico dei fattori culturali, economici e sociopolitici che provocano da secoli le guerre. L’Istituto Mondiale per Abolizione delle Guerre originariamente fu proposto nelle vicinanze dell’Arco di Trionfo di Parigi, giustamente, uno dei più noti monumenti bellici. Secondo l’artista, l’impatto ideologico dell’Arco di Trionfo accostato all’Istituto e la sua forza curativa e pacifica, si trasformerebbe, dando l’inizio del processo di cambiamento del nostro pensiero che fino ad oggi è focalizzato verso la cultura del conflitto.

Alla fine, come sede dell’Istituto del Disarmo della Cultura e Abolizione delle Gerre fu scelta la Piazza di Józef Piłsudski a Varsavia, nelle strette vicinanze di Zachęta (Museo Nazionale di Arte Contemporanea), dove il progetto fu esposto per la prima volta nel 2016. La Piazza rappresenta il centro simbolico della città di Varsavia e nello stesso tempo di tutta la Polonia. Un luogo cruciale per la memoria collettiva dei polacchi. La storia della piazza è complicata e lunga, sottoposta  a bruschi cambiamenti politici. Durante Seconda Guerra Mondiale portò il nome di Adolf Hitler. Adesso ospita la tomba del Milite Ignoto, dedicato a tutti soldati decaduti nella lotta per l’indipendenza. Un luogo di importanti manifestazioni e celebrazioni commemorative delle guerre polacche. Wodiczko insieme a Kozakiewicz propongono un’idea per valorizzare il luogo da sempre un po’ severo ed inospitale.

Non è stato progettato un nuovo edificio per l’Istituto, ma un passaggio sotterraneo che porta alla tomba del Milite Ignoto, che diventa parte integrante del nuovo stabilimento. In tal modo il paesaggio urbano rimane non inquinato dalle nuove costruzioni. Gli spazi sotto la piazza saranno dedicati alle ricerche scientifiche ed artistiche che esamineranno le dinamiche dei conflitti militari in tutto il mondo. Spazio aperto, centro culturale, che inviterà tutti quelli che vogliono partecipare al dibattito pubblico ed accademico con l’intento di disarmare la cultura contemporanea, sempre più affascinata dalla violenza onnipresente.

Julia Korzycka

Krzysztof Wodiczko e Jarosław Kozakiewicz. Disarmare la cultura. Progetto dell’Istituto del Disarmo della Cultura e Abolizione delle Guerre di Józef Rotblat
Galeria: SKALA
Curatore: Marek Wasilewski
Poznań, Polonia




Arte e Architettura dell’ascolto con Mario Cucinella

Dell’indagine da me condotta sull’Arte Urbana, che vado pubblicando a puntate nel bimestrale a stampa “Juliet” art magazine, viene qui riportata la parte dell’intervista con l’archistar bolognese Mario Cucinella – professionista innovativo e civilmente impegnato – sul rapporto architettura-arte contemporanea e sul Padiglione Italia della prossima Biennale Internazionale di Architettura di Venezia da lui curato. Già nel febbraio 2017, in una conversazione incentrata sul suo progetto per il nuovo Centro Arti e Scienze Golinelli di Bologna, egli mi aveva dichiarato: «Il ruolo dell’architetto si divide tra il mondo delle arti visive e quello delle scienze. Il costruire è un’arte che nello stesso tempo implica conoscenze di natura scientifica. L’artista ha una forza liberatoria perché ha la capacità di esprimersi senza regole, senza intralci. Io faccio un mestiere un po’ diverso: attraverso un pensiero artistico affronto il materiale, la trasformazione dell’idea. La scommessa dell’architettura è tutta qui: essere progressista per divenire un grande mezzo di comunicazione. L’avevano capito molto bene, per esempio, i dittatori che la usavano, e la usano ancora, come strumento di convinzione. L’architettura, nel rapporto con il mondo sociale, è potente. Deve migliorare la vita delle persone; non affermare il potere, ma l’apertura del nostro tempo. In Francia è ritenuta la prima manifestazione della cultura. In questa valutazione si nasconde l’insidia della cultura nel nostro Paese. Io cerco di utilizzare l’architettura come forma di espressione non solo artistica, ma letteraria, di natura più sociale, ecc. Mi piace il bello della parola “cultura”, quella che usava Pasolini».
E in merito al suo interesse per l’arte contemporanea Cucinella precisava: «Seguo gli artisti che si esprimono con modalità diverse e che io chiamo “sensori sensibili”. Penso a Joseph Beuys, fondatore in Germania del movimento dei Verdi. Ecco allora che dalla sensibilità artistica può nascere la politica. L’arte contemporanea non è solo fine a sé stessa e ci aiuta a superare pure l’alienazione quotidiana. È l’unico ambito di vera libertà in una vita che non è sempre quella che avremmo voluto. Dovrebbe rinascere un legame stretto tra architettura e arte, perché entrambe siano espressione della società. Non a caso nei paesi in cui si coltiva la creatività, architettura e arte si manifestano al meglio e si registra la più grande crescita del PIL. Purtroppo, con la logica basata solo sul profitto abbiamo prodotto il disastro sociale delle disuguaglianze; invece di crescere in una società più unita, ci troviamo sempre più divisi. Forse l’arte può generare fenomeni che possono aiutarci a risolvere certe problematiche».
Questo il testo del dialogo telefonico del 9 aprile:

Luciano Marucci: In genere c’è una relazione strutturale o concettuale tra i progetti del suo Studio e l’arte contemporanea? Penso, in particolare, agli aspetti interattivi della fruizione e della funzione.
Mario Cucinella: Sarebbe interessante fare più progetti che mettano in relazione il mondo dell’arte e l’architettura, perché quest’ultima, in fondo, ha un contenuto artistico. Nel suo insieme è un tipo di educazione sostanziale che nella storia ha avuto spesso una connessione con il mondo dell’arte. Pensi a quanta architettura del Cinquecento e del Seicento è relazionata a sculture e affreschi. L’arte è sempre stata una pratica che in qualche modo ha arricchito il lavoro degli architetti. Oggi scopriamo che, senza la legge del 2% degli investimenti sulle opere pubbliche, si fa troppo poco; mentre sarebbe necessario che il collegamento architettura-mondo dell’arte fosse più consistente, perché ci accorgiamo che manca l’essenziale quota parte dell’educazione artistica. Problema questo riscontrabile un po’ in tutto il mondo.

Nei progetti architettonici dei centri urbani, oltre agli interventi di riqualificazione delle zone periferiche, sarebbe logico e possibile prevedere spazi da destinare ai giovani per incrementare la creatività?
Credo di sì. In questo momento le realizzazioni artistiche all’esterno sono l’inizio di un problema, invece è mia convinzione che bisogna investire molte risorse per aiutare i giovani artisti a formarsi, a trovare nuove strade. L’artista, nel senso più ampio della parola, è una persona che può raccontare delle cose, che può lasciare un segno anche nella vita quotidiana. Aver pensato troppo a un mondo razionale ci ha portato a dimenticare che l’arte ha una funzione fondamentale; che nella città contemporanea si devono riservare degli spazi ai giovani. Penso alle aree abbandonate che potrebbero diventare luoghi straordinari in cui sviluppare le condizioni per farli esprimere al meglio. La creatività è uno strumento che va valorizzato, il tasto più importante dei prossimi anni anche sul tema della rigenerazione urbana della quale si parla troppo in termini funzionali, quando avremmo bisogno di atteggiamenti tranquilli.

Certi luoghi, forse, farebbero diminuire gli interventi selvaggi ai danni degli edifici storici o di pregio e potrebbero rappresentare anche un’attrazione turistica.
Assolutamente. Le zone industriali abbandonate, prossime alla città, si potrebbero riqualificare in modo che diventino delle concentrazioni di creatività. Penso a una grande fabbrica dismessa vicino Pechino, in un’area di un chilometro per un chilometro, dove gli artisti che usano diversi linguaggi hanno i loro atelier, dove si possono visitare mostre, e c’è anche una factory. Il luogo è divenuto un punto di attrazione turistica. Noi dovremmo fare quel passo per offrire alle nuove generazioni la possibilità di costruire anche una rete di relazioni con il mondo dell’arte.

Qual è la sua idea di architettura relazionale?
Per me questo tema è legato alle politiche di ascolto. Bisogna ascoltare di più la gente che abita nelle città, nei quartieri periferici, perché – come dicevo – l’architettura è uno strumento molto, molto potente e, se operiamo male, facciamo grandi danni. Se invece ascoltiamo la gente, gli architetti potrebbero trovare le giuste soluzioni ai problemi della quotidianità e realizzare delle costruzioni che abbiano un senso civile. Ciò farebbe la differenza.

Ha espresso questo concept nel progetto per il Padiglione Italia della 16. Biennale Internazionale di Architettura di Venezia?
Sì, per ARCIPELAGO ITALIA. Progetti per il futuro dei territori interni del Paese è stato costituito un collettivo con sei team di giovani architetti assieme con degli esperti progettisti, tra cui il famoso gruppo “Ascolto Attivo”. I progetti proposti, infatti, sono nati da un dialogo con le comunità. Gli architetti hanno ascoltato i bisogni, le necessità degli abitanti e hanno ideato lavori che corrispondono ai loro desideri. Io credo che alla Biennale raccontiamo una storia non romantica, non patetica, in cui il ruolo dell’architetto risulta determinante. Visto che la politica è lontana dall’ascolto, gli architetti possono rappresentare una grande opportunità anche per la politica stessa.

In quali luoghi sono avvenuti gli ascolti?
Abbiamo scelto di fare cinque “Progetti sperimentali”: in Sicilia, a Gibellina, nella Valle del Belice, con l’intervento nel teatro incompiuto di Pietro Consagra; in Sardegna per la piana di Ottana; nelle Marche, a Camerino, all’interno della zona colpita dal terremoto del 2016-2017; poi è stato prodotto anche un lavoro con le scuole di Matera per gli scali ferroviari di Ferrandina e Grassano. Concluderemo andando nelle Foreste Casentinesi fino a Cesena.

9 aprile 2018
a cura di Luciano Marucci

The architect Mario Cucinella (courtesy MC A, Bologna)

Studio MC Architects, Bologna (courtesy MC A, Bologna; ph Giovanni De Sandre)

Mario Cucinella Architects, 3M Italia Headquartiers (new location, front view), Pioltello (MI), 2008-2010 (courtesy MC A, Bologna; ph Daniele Domenicali)

Mario Cucinella Architects, Centre for sustainable Energy Technologies (veduta generale), 2008-2016, Ningbo, Cina (courtesy MC A, Bologna; ph Daniele Domenicali)

Tesa 2, Sala dell’Arcipelago, Italian Pavilion International Architectural Biennial, Venice 2018, Render staff Mario Cucinella (courtesy MC A, Bologna)




Hacking Gomorra Advanced Furniture. In conversazione con Paolo Cascone

Fantasmagoria nell’immaginario comune, l’incurante urbanistica e gli effetti cancerogeni di un architettura statica, i cui processi peccano di pleonastiche e caratteristiche conseguenze aleatorie e progettazione mistificata, risiedono come soggetti presi in analisi dal progetto realizzato dall’architetto e designer Paolo Cascone e dal COdesignLab, installazione del quale, esposta presso la Galleria Davide Gallo.

L’azione pre-figurante effettuata, vede come fuoco generante il quesito per il quale gli avveniristici interventi debbano inclinarsi ad una scelta di tipo ‘terminale’ tramite la negazione e la fisica cancellazione di ‘errori’ storici od al contrario l’intento di ri-generare quella funzionale progettazione destinataria. Il progetto, sin dalla denominazione ‘Hacking Gomorra // Advanced Furniture’, efficacemente riconduce all’intento progettuale nato da una amara reminiscenza di ciò che culturalmente risiede nelle storia dell’urbanistica italiana, la quale aleggia e si esemplifica nella impalpabili, eppure radicali Vele di Scampia, le triangolari infrastrutture residenziali, parusia del degrado, emblema del malessere periferico napoletano.

Nate dalla gestazione di una visione dell’urbanistica come una necessità massiva, trasfigurate dalla mancata previsione della relazione che si instaura inequivocabilmente fra la presenza attiva dell’uomo nello spazio, come ambiente fisico perennemente assoggettato, come in questo caso dalle cancerogene conseguenza dettate e prodotte da processi interni di sottoculture, le quali inacetiate da una macro-società alla quale già appartengono, vanno, dunque, a creare la propria struttura gerarchica di potere cullata aspramente dagli esiti della povertà, macchina generatrice di malcontento, criminalità, violenza, degrado, la cui dialettica si conclude come problematica sociale nel distacco.

Dunque il progetto, suggerisce nella sua stessa manifestazione una predisposizione positiva a risanare quella ‘dermatite sociale’, proponendo tramite innovative o trattative metodologie di quelli elementi che rendono tale la manifestazione essenziale di un prospetto urbanistico, quali proposte di azioni di auto-costruzione tramite processi partecipativi o tramite la dislocazione e l’innesto di funzionali servizi, per una negazione della chiusura della periferia, ma in contrapposizione come nuova necessità sociale di ridefinizione dell’idea di ‘arterie della città’ come parte integrante del fulcro centrale.

Inoltre, di rilevante importanza diviene l’impiego delle nuove tecnologie, corroborante benigno; un ‘hackeraggio’ tramite l’implicazione della stampa 3D per la realizzazione di un design interno e per la modificazione e ri-modellamento della struttura imperante, ma depravata, tramite prolungamenti di moduli che avvengono in estensione di profondità e non di altezza, per i quali lo scheletro della struttura possa acquisire una nuova configurazione per un’espansione di respiro.

Alcune domande con l’architetto Paolo Cascone per una visione più fisica del progetto.

Quale grado di utopia o realizzabilità possiede il progetto ‘Hacking Gomorra’, seconda la sua visione?
Il progetto si pone come processo paradigmatico per una possibile trasformazione dal basso della situazione estremamente critica in cui versano determinate aree periferiche delle nostre città. Parliamo di megastrutture che spesso sono state frutto delle utopie urbane elaborate dalle migliori ‘elite’ culturali europee e non solo a partire dagli anni 60. Penso alle visioni utopiche di Constant, al metabolismo giapponese e alla loro influenza su altre esperienze assai controverse che sono state realizzate in Francia ed in altri paesi europei. Non credo quindi che sostituire quelle utopie con delle altre utopie possa rappresentare una possibile soluzione. Piuttosto credo fermamente che ci sia bisogno di un ottimo impianto teorico per rendere sostenibile un processo di auto-rigenerazione di quelle esperienze e di quegli spazi. Nessuno più di quelli che li vivono ne conoscono le insidie e le contraddizioni ma è anche vero che nessuno più di quelli come me, che conoscono i processi di collaborative design e auto-produzione, devono cercare di riconciliare teoria e (buona) pratica. In tal senso la realizzabilità di iniziative come Hacking Gomorra dipende dalla capacità di mettere a sistema piccoli micro-progetti tecnologicamente avanzati coinvolgendo più possibile la comunità locale con l’obbiettivo molto concreto di hackerare l’esistente ottimizzando risorse.

Nel progetto, l’intento sociale di ricreare un ambiente comune, anti-repressivo, di unione e condivisione, prevede una trasfigurazione che inevitabilmente va a scontrarsi con le dinamiche interne sviluppatesi naturalmente in una micro-società: dunque, seconde lei, quali potrebbero essere le reazione nei riguardi di questa azione riqualificatrice?
Premesso che il fenomeno delle Vele di Scampia da solo varrebbe un trattato di antropologia urbana, per la complessità dei fenomeni di degrado urbano e sociale che si sono sovrapposti nel tempo, è davvero molto difficile bypassare la retorica che ha caratterizzato il dibattito su questi pezzi di città. Le cronache più attente ed il lavoro di fotografi come Mario Spada, Tobias Zylinder etc. raccontano di due dinamiche contrapposte. Da una parte una logica di sopraffazione tesa al controllo del quartiere privatizzando e occupando indebitamente spazi potenzialmente collettivi ponendo cancelli, sbarramenti e barriere fisiche di ogni genere. Dall’altra un sentimento crescente di volere uscire da questa gabbia dentro la quale gran parte degli abitanti si sente imprigionato. La sfida è quella di intercettare e compattare le esigenze di questi ultimi, facilitando un processo di auto-determinazione dall’interno. Mi piace ricordare che il junior researcher di COdesignLab che con ho coinvolto in questo progetto si chiama Flavio Galdi ha 25 anni ed è nato e cresciuto a Scampia. Ovviamente questo lavoro per essere realizzato e condiviso in una dimensione più ampia dovrà essere supportato da un team di esperti in materia di gestione dei conflitti sociali. Noi abbiamo una visione abbastanza precisa dei processi ma in fondo siamo “solo” dei designer.

Azioni di ‘rammendo’ ed ‘innesto’, molto care alle attenzioni dell’architetto Renzo Piano, il quale stesso definisce le periferie come le ‘città del futuro’, in quanto fulcro di energie, potrebbero trovare delle linee di corrispondenza con la vostra visione e l’intenzionalità di riqualificazione della periferia di Napoli?
Per la verità conosco poco il lavoro che Renzo Piano sta portando avanti sulle periferie. Ma trovo lodevole che un intellettuale, ancora prima che professionista, come lui si stia impegnando su questi temi. Per questo motivo colgo l’occasione per invitarlo a incontrarci al più presto per scambiare idee e opinioni in merito

Quali vorrebbero che siano, più nello specifico, le implicazioni conseguenti all’impiego della stampa 3D?
Per anni questi progetti di riqualificazione delle periferie hanno rifiutato ideologicamente qualsiasi output fisico e qualsiasi implicazione con le nuove tecnologie. Oggi una nuova generazione di designer come me ha il dovere, culturalmente, di esplorare il rapporto tra il mondo digitale e quello reale analizzando in modo critico tutte le possibili ricadute sulla collettività. Il concetto di hackeraggio, che potrebbe essere applicato a qualsiasi edificio o infrastruttura esistente, consiste nel ricostruire e modificare i codici genetici di un sistema architettonico attraverso un approccio computazionale mirato alla soluzione di problemi complessi. In tal senso la fabbricazione digitale e la stampa 3D se usate con consapevolezza possono rappresentare un opportunità per supportare processi di “architectural fabrication” ovvero di auto-produzione fisica di manufatti che derivano da questo approccio computazionale. Basti pensare che in Hacking Gomorra il 90% dei manufatti architettonici è pensato per essere realizzato stampando miscele di materiali da demolizione e materiali naturali reperibili in loco. Questo che sembra un discorso meramente tecnologico è in realtà un “manifesto” politico che potrebbe sovvertire il mondo delle costruzioni afflitto dagli interessi della criminalità organizzata. Sono convinto che l’auto-costruzione possa diventare il medium per nuovi processi identitari, responsabilizzando chi vive quegli spazi e generando nuove micro-economie.

Da un punto di vista spaziale la fabbricazione digitale ci consente di realizzare componenti su misura che connettono, ampliano o generano spazi collettivi e spesso produttivi. Questi elementi di connessione si inspirano a una serie di concetti sulla “fonction du plan oblique” espressi nel lavoro di Paul Virilio e Claude Parent.

In quale misura e relazione sussistono, nel suo progetto, elementi di previsione e probabilità degli effetti ai quali il suo intervento può andare in contro e quale identità esso può assumere nel futuro?
Ripeto Hacking Gomorra vuole essere ancora prima che un progetto di urban design un processo generativo oltre che operativo, un tentativo di trasporre fisicamente alcuni dei concetti citati nel libro “trois ecologies” di Felix Guattari. In questo processo usiamo software di simulazione ambientale e strutturale per mappare il contesto oltre che analizzare e prevedere le performance del sistema. Ovviamente ci nutriamo costantemente del lavoro di altri (documentari, fotogiornalismo, arte contemporanea etc.) che attraverso discipline diverse dalla nostra bene hanno narrato le dinamiche sociali in atto. Nel nostro caso la forte propensione a connettere il processo digitale a quello di prototipazione fisica dei componenti architettonici ci aiuta a capire meglio la dimensione spaziale del nostro lavoro. E con questo spirito che abbiamo realizzato l’installazione presso la Galleria Davide Gallo e abbiamo realizzato la serie limitata di oggetti di uso comune “advanced furniture”. Allo stesso tempo appena avremo l’opportunità e le risorse per farlo vorremmo sperimentare un passaggio di scala per confrontarci in modo ancora più specifico con il contesto e realizzare una serie di esperimenti nello spazio pubblico a Scampia, cosi come faccio da anni in altri contesti critici tra Europa e Africa. In tal senso i continui scambi con critici, urbanisti e designer come Maria Giovanna Mancini, Lorenza Baroncelli e Ugo La Pietra, che nel suo libro ”Abitare la città” ha anticipato molti dei temi di cui sopra, sono per noi estremamente preziosi.




Omaggi a Zaha Hadid

Zaha Hadid, scomparsa il 31 marzo di quest’anno, è stata tra i più innovativi architetti del nostro tempo. L’8 dicembre alla Serpentine Sackler Gallery di Londra – da lei ampliata nel 2013 con una struttura permanente polifunzionale ed esteticamente originale – sarà inaugurata una sua personale. Comprende disegni e dipinti, nonché schizzi eseguiti dal 1970 all’inizio degli anni Novanta, cioè anteriormente alla realizzazione del primo edificio, il Vitra Fire Station, eretto a Weil Am Rhein (Germania) nel 1993. I lavori selezionati, fondamentali per la sua attività, visualizzano le idee, il metodo progettuale e il rapporto con il mondo. Sono caratterizzati da forme e segni dinamici dalla marcata leggerezza, la stessa delle costruzioni. Esplorano possibili relazioni tra entità utopiche e reali con grande libertà e costante senso dello spazio. La Hadid, ripartendo dalle esperienze dei più famosi costruttivisti russi, è giunta all’impiego di software avanzati. Nei suoi elaborati, non descrittivi, si nota un mix di razionalità de-costruttiva e di astrazione geometrica con vaghe allusioni paesaggistiche; una performativa dialettica tra visioni architettoniche e linguaggio pittorico-grafico.

Quando nel 2000 la Serpentine, con la direttrice Julia Peyton-Jones, ha iniziato a dare particolare importanza all’architettura dalle soluzioni audaci – coinvolgendo archistars per l’installazione in Hyde Park di avvincenti padiglioni temporanei nel periodo estivo, anche per offrire “spazi di socializzazione” – non a caso per la prima committenza fu prescelta la Hadid.

Ancora una volta Hans Ulrich Obrist (art director dell’Istituzione), dedicandole questa esposizione dimostra i suoi forti interessi per l’architettura d’avanguardia, per l’interazione delle discipline più evolutive e per i format alternativi, tanto da essere considerato il “curazionista d’assalto” più influente e ambìto da organismi culturali e da prestigiose gallerie private. Ma chi è precisamente HUO? Un critico non limitato alla teoria, un ostinato intervistatore globale senza confini geografici e culturali, un protagonista nei principali talk. Avendolo frequentato da oltre sei anni, posso aggiungere, con buona approssimazione, che è un esemplare unico e ibrido di Homo sapiens-technologicus e di “Digital immigrant”, appartenente alla generazione della rete e di internet. Lo provano anche “89plus Marathon” del 2013 e le derivate connessioni. Inoltre, per farne conoscere l’insolita identità e non per mitizzarlo ulteriormente, a integrazione di quanto da me scritto in altre occasioni, va ricordato che è un grande lettore e prolifico autore di pubblicazioni dove espone idee progressiste e le ragioni delle sue singolari operazioni. È una sorta di performer delle promozioni artistiche, capace di andare al di là delle consuetudini, traendo stimoli dai saperi altrui che rigenera in progetti inediti. Lo è anche nelle discussioni pubbliche in cui, con istintiva gestualità, esibisce il linguaggio del corpo. Mentre ascolta o parla, con immediatezza, annota riflessioni e traccia schemi su fogli che fa cadere sul pavimento. È sempre in fermento e in viaggio; in lotta con il sonno che gli ruba le ore produttive. Per tenersi sveglio, beve caffè e utilizza pure un assistente notturno che lo aiuta a finalizzare i lavori. Il cellulare è il suo inseparabile compagno. Ad Art Basel l’ho visto addirittura con uno ascoltare e con un altro chiamare. Tutto questo per seguire in tempo reale le dinamiche del mondo dell’arte legate a quelle della vita e dei social network. Anche la sua calligrafia è rapida, gestuale, più intuibile che leggibile. Con chi cerca di contattarlo è gentile e disponibile ma, per non perdere gli appuntamenti e affrontare le “emergenze” – come lui dice nel giustificare i rinvii – talvolta deve s-fuggire. Quando rilascia interviste risponde a ogni domanda con raffiche di parole e, contemporaneamente, si sdoppia scrutando lo schermo dello smartphone. Si esprime in tedesco, inglese, francese e italiano e, se gli manca qualche termine, lo inventa foneticamente riuscendo a farsi capire. Nelle comunicazioni via email è molto sintetico, come quando scrive sui post-it, che usa anche per raccogliere i “pensieri autografi” dei personaggi che incontra salvando dall’oblio la scrittura manuale nell’era del web. In fondo è un creativo tra i creativi di ‘mestiere’, non nel senso tradizionale come avviene nelle specificità linguistiche. Assume atteggiamenti autoreferenziali in quanto è orgoglioso di essere uno scopritore di talenti, di trattare tematiche atipiche e di praticare formule propositive. Per raggiungere ambiziosi obiettivi promuove sinergie fra organismi pubblici e addetti ai lavori. Con l’attendibilità delle proposte che invogliano i mecenati, riesce a concretizzare anche i programmi più arditi. Agisce con passione giovanile, la curiosità e l’umiltà di chi rispetta le opinioni degli altri desideroso di apprendere novità. E si serve di uno staff che non trascura di gratificare.

L’8 di ottobre a “Miracle Marathon”, da lui curata con il consueto impegno attivistico e organizzativo, era presente anche Giovanna Melandri – presidente della Fondazione MAXXI – la quale mi ha accennato di essere lì per un’altra collaborazione che il Museo romano avrà con la Serpentine. Il giorno dopo, al termine dell’intervista incentrata su tale manifestazione (riportata in altra pagina di questa edizione), Obrist, a una mia domanda che tendeva a conoscere i loro piani, rispondeva:

“…Chiaramente ci sono sempre dialoghi con altre istituzioni. Faccio parte del Comitato Scientifico del MAXXI e da lungo tempo ho rapporti di amicizia con il direttore Hou Hanru, con la stessa Melandri e con Yana Peel [attuale amministratore delegato della Serpentine]. Abbiamo avuto anche legami per Zaha Adid, che – come sai – ha progettato il nostro primo padiglione temporaneo, l’ampliamento della nostra Serpentine Sackler e anche il MAXXI.

Nel febbraio scorso sono stato all’ultima conferenza di Zaha, pochi giorni prima della sua tragica, improvvisa scomparsa, e ho visto i suoi disegni magici, che mi hanno fortemente colpito. Da essi si capisce come tutta la sua architettura sia uscita da questo mondo disegnato. Il giorno successivo l’ho chiamata e le ho detto che dovevamo fare qualcosa con quei disegni. Lei ha accettato e ha promesso che mi avrebbe fatto visitare il suo archivio di Miami. Avevamo programmato la mostra e si inaugurerà a dicembre. Zaha era un’artista visionaria, una pittrice calligrafica; i suoi disegni saranno una grande scoperta, perché sono conosciuti pochissimo. Il MAXXI ha avuto la stessa intuizione e la Melandri, l’architetto Pippo Ciorra e Hanru stanno preparando un’esposizione di Zaha, diversa dalla nostra, certamente più ampia, che dovrebbe aprirsi nel prossimo anno.

Noi faremo un focus sul tema dei disegni, ancora non so bene cosa faranno loro, ma collaboreremo per le conferenze e il catalogo. Di questo siamo molto felici, perché abbiamo la stessa urgenza di celebrare la Hadid. Contemporaneamente anche altre istituzioni internazionali le renderanno omaggio”.

Luciano Marucci

Zaha Hadid in un ritratto fotografico di Mary McCartney (courtesy Serpentine Galleries, Londra)

Padiglione temporaneo 2000 progettato dalla Hadid per la Serpentine Gallery di Londra (courtesy Serpentine Galleries, Londra; ph © 2000 Hélène Binet)

Estensione della Serpentine Sackler Gallery realizzata da Zaha Hadid nel 2013 (ph L. Marucci)

Hans Ulrich Obrist intervista la Hadid nell’ambito di “89plus Marathon”, Serpentine Sackler Gallery, Londra 2013 (ph L. Marucci)