W. Eugene Smith. Pittsburg / Ritratto di una città industriale

All’inizio degli anni ’30 la stampa illustrata aveva raggiunto un momento culminante, con la diffusione di riviste che proponevano reportage fotografici da ogni angolo del mondo attraverso i quali i lettori potevano viaggiare con la mente e sentirsi testimoni di ciò che accadeva in luoghi che non sarebbero mai riusciti a vedere in prima persona. La moltiplicazione delle immagini sulla carta stampata aveva creato il fotogiornalismo, un nuovo modo di documentare la realtà con immagini iconiche in cui convergevano la sintesi dell’attimo, l’estetica e il punto di vista dell’autore e un episodio esemplare che condensava una più ampia congiuntura socio-epocale. Per alcuni decenni due generazioni di fotografi eticamente e socialmente impegnati, come Lewis Hine, Henri Cartier–Bresson e Robert Capa, scandagliarono nei loro scatti l’anima di un’epoca, rilevandone conflitti, contraddizioni ed entusiasmi. In questa schiera di grandi firme della fotografia troviamo anche l’americano W.Eugene Smith (1918-1978), al quale la Fondazione MAST dedica una grande retrospettiva nel centenario della sua nascita, presentando il suo progetto più ambizioso e sofferto, un monumentale ritratto per immagini di Pittsburgh, (Pennsylvania, USA), la città industriale più famosa del primo Novecento.

Smith iniziò la sua carriera giovanissimo, trasferendosi a New York un anno dopo il suicidio del padre per lavorare come freelance per la Black Star Agency, tramite la quale i suoi scatti venivano pubblicati sulle più importanti riviste del periodo. Dal 1944 cominciò a viaggiare come corrispondente di guerra per LIFE, documentando gli orrori di Okinawa e di Iwo Jima; tornò in patria quando venne gravemente ferito al volto da una granata e dopo due anni di riabilitazione e dolorosi interventi, nel 1947 riprese a collaborare a tempo pieno con la rivista. Risalgono a quel periodo alcuni tra i suoi servizi più famosi, come Il medico di campagna, che racconta la vita quotidiana del medico condotto Robert Ceriani, La levatrice dedicato al lavoro di una donna di colore del profondo sud o Il Villaggio spagnolo realizzato a Deleitosa in Estremadura che descrive la vita degli strati sociali più emarginati durante la dittatura franchista.

Smith, ossessivo nella sua ricerca di perfezione e profondamente idealista, considerava il reportage una missione, il cui scopo doveva essere risvegliare le coscienze sulle criticità mondiali per innescare un reale cambiamento politico e sociale. Per questo tutti i suoi lavori sono progettati per suscitare emozioni intense, evocano atmosfere cupe e drammatiche giocate su forti chiaroscuri e presentano le vite di anonimi protagonisti come avvenimenti memorabili che costruiranno la storia. Ciò che interessava all’artista era scandagliare e rendere visibile l’essenza dell’esistenza umana tramite frammenti di realtà che attraverso il filtro del suo sguardo e del suo obiettivo diventavano immagini simboliche, archetipi universali delle incoerenze e degli aneliti della modernità. Severo con se stesso e intransigente con gli altri, entrò presto in rotta di collisione con la rivista per il suo cronico ritardo nel consegnare il lavoro e per la sua costante insoddisfazione per il layout di stampa e per i testi che accompagnavano i suoi servizi.

Così a trentasei anni, all’apice del successo e della notorietà, dopo l’ennesimo diverbio decise di lasciare LIFE per unirsi all’agenzia Magnum, nella speranza che il lavoro indipendente gli avrebbe dato l’opportunità di esprimersi con maggiore libertà e di concretizzare il suo sogno di autenticità e di perfetta sintonia tra immagini e parole. L’occasione sembrò arrivare con la prima commissione da parte dell’agenzia francese, la richiesta di realizzare nel giro di un paio di mesi un centinaio di fotografie dei grattacieli e delle industrie di Pittsburgh per una pubblicazione celebrativa sul bicentenario della sua fondazione con un testo di Stefan Lorant. Ma fin da subito gli intenti dei committenti e quelli del fotografo si rivelarono differenti e quest’ultimo si trovò intrappolato dal suo soggetto nell’utopica ambizione di creare un ritratto definitivo e assoluto di una tentacolare città-organismo di cui voleva cogliere tutti gli aspetti senza tralasciare nulla. Dopo due anni di accanita dedizione che provocò il tracollo delle sue finanze e dissapori insanabili con la moglie e i figli che lo lasciarono solo, fu costretto a dichiararsi sconfitto, ad arrendersi all’impossibilità di cogliere una totalità sempre sfuggente in un’inesauribile sequenza di specificità esemplari.

I prodotti del suo monumentale impegno (quasi 20000 negativi e 2000 masterprints) sono attualmente conservati nella collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh e ora parte di quel progetto – 170 stampe vintage accompagnate da stralci autografi che raccontano il suo rovello artistico e le sue osservazioni e scoperte nel suo “corpo a corpo” fotografico con la città – è visibile per la prima volta in Italia nella Gallery del MAST. Le immagini descrivono con ritmo sincopato la complessità di Pittsburgh, si addentrano nelle strade e nelle fabbriche per offrire un distillato dell’esperienza del fotografo che rimase inguaribilmente affascinato dall’anima nera della città dell’acciaio, dai volti dei lavoratori, dai sistemi produttivi, dall’urbanistica e dalle contraddizioni del tessuto sociale.

In Smith tutto è spettacolare e drammaticamente enfatizzato: la bellezza epica degli altiforni che si stagliano su cieli arroventati in bianco e nero memori di Turner, le luci artificiali della sera che si riflettono nelle acque dell’Ohio, i tralicci elettrici che scompaiono tra i fumi delle ciminiere perdendosi in densi sfumati leonardeschi, le insegne sui grandi palazzi che sembrano disorientare piuttosto che indicare la direzione, la solidità borghese degli edifici istituzionali. E ancora gli operai, creature impersonali quando indossano le maschere e le visiere protettive durante il turno, deboli ombre in controluce negli spazi incommensurabilmente grandi delle fabbriche, tipi provenienti dai bassifondi di ogni nazione accomunati dai salari da fame, dagli scioperi e dallo sfruttamento. E i loro figli che giocano in strada e osservano incuriositi le attività degli adulti, le donne madri e lavoratrici, la biblioteca come luogo di ristoro e forse di riscatto sociale, la durezza di un paesaggio che assorbe l’individuo trasformandolo in un suo ingranaggio interno.

Da queste immagini emerge la profonda empatia con cui il fotografo si accostava ai suoi soggetti, la caparbia volontà di capire per offrire il proprio contributo in termini di impegno civile, l’eccessivo coinvolgimento emotivo che forse fu la ragione del fallimento dell’esaustività di un’impresa che oggi, a distanza di più di mezzo secolo, riesce ad aprire uno scorcio potente sull’America degli anni ’50 tra luci, ombre e promesse di felicità e progresso dimostrandoci come, a sua insaputa, l’obiettivo di arrivare all’essenziale era stato raggiunto.

Info:

Eugene Smith: Pittsburg. Ritratto di una città industriale
17 maggio – 16 settembre 2018
a cura di Urs Stahel
MAST
Via Speranza 42, Bologna

W.Eugene Smith, USA, 1918-1978 Forgiatore, 1955-1957 Stampa ai sali d’argento 23.49 x 33.34 cm Carnegie              Museum of Art, Pittsburgh Gift of Vira I. Heinz Fund of the Pittsburgh Foundation © W. Eugene Smith /   Magnum Photos

W. Eugene Smith, USA, 1918-1978 Operaio di un’acciaieria che prepara le bobine, 1955-1957 Stampa ai sali d’argento 22.86 x 34.61 cm Carnegie Museum of Art, Pittsburgh Gift of the Carnegie Library of Pittsburgh, Lorant Collection. © W. Eugene Smith / Magnum Photos

W.Eugene Smith, USA, 1918-1978 Acciaieria, 1955-1957 Stampa ai sali d’argento 34.29 x 22.86 cm Carnegie Museum of Art, Pittsburgh Gift of the Carnegie Library of Pittsburgh, Lorant Collection, © W. Eugene Smith / Magnum Photos

W. Eugene Smith, USA, 1918-1978 Ragazza accanto a un parchimetro, Carnevale della Camera di commercio di
Shadyside, Walnut Street, 1955-1957 Stampa ai sali d’argento 33.66 x 22.22 cm Carnegie Museum of Art, Pittsburgh Gift of the Carnegie Library of Pittsburgh, Lorant Collection. © W. Eugene Smith / Magnum Photos




Dayanita Singh. Museum of Machines

La Fondazione MAST presenta la prima personale italiana di Dayanita Singh, fotografa indiana protagonista della scena artistica internazionale che dagli anni Novanta esplora le potenzialità relazionali e allusive dell’immagine e le nuove modalità di fruizione visiva che scaturiscono dalla composizione di sequenze espositive o editoriali. Dopo gli esordi improntati ai canoni del fotogiornalismo e della saggistica, l’artista si è progressivamente allontanata dall’intento di documentare e descrivere tradizionalmente attribuito alla fotografia di impronta realistica per dissolverne le convenzionali certezze in un intreccio di poetiche suggestioni che rivelano come il suo campo d’azione possa essere aperto e sconfinato. Disdegnando il significante e la preminenza del momento decisivo per esaltare gli indizi latenti e l’intrinseca polisemia della realtà, Singh costruisce i suoi scatti come enigmi introversi che eludono ogni precisa coordinata di tempo e luogo per sollecitare l’intima adesione dello spettatore e le sue sovrapposizioni logiche ed emozionali.

L’intero corpus fotografico originale dell’artista, inesauribile matrice a cui attinge per la creazione di libri tematici realizzati in collaborazione con l’editore Steidl,  è custodito ed esposto in strutture lignee modulari composte da tavoli, panche, paraventi e contenitori segreti liberamente combinabili che nel loro insieme costituiscono il Museum Bhavan, una collezione di immagini-oggetto che si accresce con il progredire del lavoro. L’impaginazione cartacea e scultorea diventa quindi un’interfaccia strutturale e concettuale che materializza il valore del montaggio come operazione artistica  in cui la giustapposizione/collisione di rappresentazioni apparentemente oggettive crea un infinito flusso narrativo ed emozionale. Proprio i livelli impliciti in ciascuno scatto, enfatizzati e svelati dalle sequenze di volta in volta proposte, fanno emergere insospettabili legami tra fotografie realizzate in tempi e luoghi differenti dando origine ad un’ulteriore proliferazione di “musei” che individuano particolari tematiche e assonanze formali all’interno del macroinsieme che le accoglie. Nascono a questo modo anche le serie Museum of Machines (recente acquisizione della Collezione MAST), Museum of Industrial Kitchen, Office Museum, Museum of Printing Machines, Museum of Men e File Museum presenti in mostra che raccontano i luoghi della vita e della produzione cogliendone l’essenza evocativa e onirica come organica costellazione di ossessioni silenziose.

Il percorso espositivo inizia con gli scatti di Blue Book, una raccolta di fotografie virate al blu a causa di un iniziale errore di sviluppo della pellicola diventato poi cifra distintiva della serie che ritrae i grandi complessi industriali dell’India moderna in un’atmosfera soffusa e irreale. L’assenza di riferimenti precisi nonostante il rigore dei dettagli e l’evocazione della presenza umana solo attraverso le tracce dell’utilizzo dei vari oggetti stempera l’ostilità del paesaggio in una lussureggiante elegia dell’abbandono e della solitudine. Gli impianti tecnici e funzionali all’interno degli stessi capannoni sono analizzati singolarmente in Museum of Machines e Museum of Industrial Kitchen, serie composte da scatti di piccolo formato che l’artista presenta in griglie modulari eredi della fotografia tipologica di Bernd e Hilla Becher. Se i coniugi tedeschi scansionavano e classificavano il reale epurandolo dalle contingenze per restituirlo in una forma esatta e definitiva, Singh sembra voler fingere un analogo approccio impersonale per poi esplicitare nella ripetizione differente dei suoi modelli le intriganti variazioni di tono, luce e texture che rivelano la coinvolgente fisicità dei macchinari. Attraverso il suo sguardo anonime apparecchiature diventano sculture ed entità dotate di personalità autonome, possono essere i presupposti di misteriose storie sepolte nella memoria o ancora racchiuse in potenza nell’ingombrante laboriosità dei loro ingranaggi, sono in grado di instaurare rapporti simbiotici ed empatici con gli operai che ne presiedono il funzionamento. Le sequenze verticali e orizzontali di lettura suggerite dalle strutture espositive predisposte dall’artista accorpano le immagini per temperamento e carattere in un’esponenziale proliferazione di analogie e contrasti che giocano con l’inarrestabile dispiegarsi di possibilità che increspano la superficie delle cose rendendo uniche anche le sue emergenze più banali.

Il presupposto concettuale e poetico su cui si fonda il lavoro di Dayanita Singh è ancora più evidente nella serie File Museum dedicata alla documentazione degli archivi indiani dove armadi, sacchi e scaffali pieni di libri e cartelle saturano lo spazio con il peso e la permanenza di segreti che il tempo renderà sempre più indecifrabili. Cresciuti su se stessi come creature organiche non troppo dissimili dalla muffa che talvolta si scorge sulle pareti come silenziosa minaccia all’integrità dei documenti, questi labirinti organizzati secondo le logiche soggettive di ciascun custode materializzano la lotta tra ordine e caos che il fotografo deve affrontare per individuare un’immagine in una porzione di realtà e la casualità che in fondo presiede la sua attribuzione di senso. Celebrazione della carta nell’età dell’informazione digitale, File Museum è forse la serie più rappresentativa della fascinazione dell’artista per la vita intesa come inestricabile agglomerato di esperienze e per le inspiegabili ricorrenze che assimilano storie e destini originariamente a se stanti.

Dayanita Singh. Museum of Machines.
a cura di Urs Stahel
12 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017
MAST, Via Speranza 42, Bologna

Blue Book 18, dalla serie “Blue Book”, 2008. C-print, 62 x 65 cm. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London ©Dayanita Singh

Senza titolo, dalla serie “Museum of Industrial Kitchen”, 2016. Archival pigment print, 30 x 30 cm. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London ©Dayanita Singh

Senza titolo, dalla serie “Museum of Men – Recent”, 2013. Archival pigment print, 30 x 30 cm. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London ©Dayanita Singh

Senza titolo, dalla serie “Museum of Printing Press”, 2015. Archival pigment print, 38 x 38 cm. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London. ©Dayanita Singh




Ceramica, latte, macchine e logistica. Fotografie dell’Emilia Romagna al lavoro.

In sinergia con il Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia, incentrato quest’anno su una rappresentazione del paesaggio che trova nella strada il proprio filo conduttore, la Fondazione MAST rende omaggio alla via Emilia con una collettiva di fotografi internazionali che con i loro scatti analizzano e interpretano la principale arteria viaria della regione e il territorio che si snoda lungo il suo percorso. Fulcro di un’area metropolitana densamente popolata che si estende da Bologna a Parma, si è sviluppata  sulla scia delle radicali modifiche nel modo di lavorare e di vivere che il dinamismo economico del dopoguerra ha apportato. Le unità abitative e gli stabilimenti industriali sorti in quel periodo si sono amalgamati con un panorama che ha il suo tratto distintivo principale nella continuità della linea che separa la pianura dal cielo, a volte offuscata dalla nebbia esalata dalla fitta rete di fiumi e canali che attraversano la campagna. La rivoluzione industriale del XXI secolo, che ha sostituito le vecchie  strutture produttive con impianti altamente tecnologici funzionali  alle nuove esigenze del terziario avanzato, dei commerci, della tecnica e dell’accelerazione, ha recentemente messo in crisi un sistema socio economico che aveva trovato il proprio equilibrio nella collaborazione, nella piccola impresa e nella proprietà cooperativa. Teatro e testimonianza di questi cambiamenti epocali è proprio il paesaggio in cui oggi convivono i retaggi della tradizione, i reperti dell’abbandono e le infrastrutture di un progresso che sembra sempre più refrattario alla presenza umana.  I fotografi coinvolti in questa mostra esplorano i nuovi valori visivi generati da questa trasformazione componendo una sorta di inventario di immagini contrapposte che analizzano la situazione attuale nella sua doppia valenza di intermezzo d’attesa delle ulteriori trasmutazioni annunciate dall’era digitale e di bilancio dell’esistente.

La rassegna si apre con il Ritratto d’operaio del neorealista Enrico Pasquali: il suo sguardo fiero rivolto verso l’alto esprime la fiducia nella dignità nobilitante del lavoro e nelle promesse di prosperità che animavano il boom economico degli anni ’50. Quest’immagine emblematica è accompagnata da una serie di foto anonime tratte dal catalogo delle Officine Minganti che illustra alcune delle macchine utensili prodotte dall’azienda. L’impostazione classica della fotografia in bianco e nero che non concede nulla al superfluo risulta oggi nostalgica attestazione di un’affidabilità che si poteva fisicamente valutare in termini di solidità e durata e che non aveva bisogno di espedienti comunicativi improntati alla seduzione per essere convincente. Fu un periodo di breve durata, come dimostrano gli scatti di Gabriele Basilico che documentano le macchine confezionatrici dismesse di uno stabilimento in fase di smantellamento e riconversione a Bologna accentuandone l’immobilità e l’ingombrante obsolescenza.

Nell’immaginario contemporaneo una struttura resistente e solida è forse più associata a idee di lentezza e fatica più che di efficienza e versatilità; per questo motivo gli scatti con cui Carlo Valsecchi monumentalizza i più tecnologici stabilimenti industriali di tutto il mondo ne accentuano la componente futuristica con un’elaborazione formale e cromatica  che tende all’astrazione del dato reale. Anche Paola de Pietri fotografa i modernissimi impianti di produzione ceramica di Sassuolo come immacolati congegni in cui l’antica alchimia della trasformazione delle polveri nella preziosa pasta invetriata sembra avvenire in modo autosufficiente. Se le fabbriche e le campagne appaiono deserte perché la manodopera umana è stata sostituita da instancabili macchinari automatici oppure decentrata nei Paesi in via di sviluppo a scapito dei diritti dei lavoratori, negli scatti di Olivo Barbieri gli esseri umani che affollano i centri commerciali diventano anonimi ingranaggi indispensabili al funzionamento della grande distribuzione organizzata.

Walter Niedermayr e Bas Princen documentano la costruzione delle infrastrutture della TAV come violenta cancellazione di un paesaggio che non potrà più recuperare la propria integrità: il collegamento veloce elimina ogni tappa intermedia che non sia strettamente funzionale all’ottimizzazione delle risorse e diventa irreparabile interruzione dei ritmi naturali di un territorio dove una cadenzata lentezza assicurava la qualità della produzione e il benessere degli abitanti. Questo sistema sociale non sembra oggi più praticabile, come dimostrano i reportage di William Guerrieri che indagano l’identità storica del villaggio artigiano di Modena ovest attraverso scatti personali e d’archivio da cui emerge come l’abbandono dei luoghi sia conseguenza e presupposto della loro perdita di senso.  A volte l’immagine può essere delicato tentativo di riconciliazione tra le sedimentazioni culturali del passato e la problematicità del presente: le immagini di Marco Zanta descrivono il Delta del Po con scorci di paesaggi minimali e ritratti di compaesani che sussurrano tra loro sospendendo il tempo in un limbo in cui convivono la sotterranea vitalità della tradizione e l’eco dell’inesorabile cambiamento.

A ideale raccordo di tutti questi differenti punti di vista fotografici, estetici e concettuali il video di Franco Vaccari La via Emilia è un aeroporto (2000) racconta il transito di persone, mezzi e merci lungo la grande arteria stradale soffermandosi anche sul suo aspetto notturno. Il continuo scorrere di veicoli  che lambisce la monotonia di capannoni industriali, hotel a poco prezzo e abitazioni popolari trova il suo inaspettato contrappunto umano nel dialogo che l’artista instaura con alcune famiglie extracomunitarie residenti in zona o con le prostitute che lì esercitano la loro antica professione.

Ceramica, latte, macchine e logistica. Fotografie dell’Emilia Romagna al lavoro.
a cura di Urs Stahel
4 maggio – 11 settembre 2016
MAST
Via Speranza 42, Bologna
martedì – domenica 10.00 – 19.00
Ingresso gratuito

Olivo Barbieri, Centri Commerciali sulla via Emilia, 1999, © Olivo Barbieri, Courtesy Yancey Richardson Gallery New York

Gabriele Basilico, British American Tobacco, Bologna, 2008, Collezione MAST, © Gabriele Basilico

Paola De Pietri, Seccoumidofuoco, 2013, Collezione MAST, © Paola De Pietri

Walter Niedermayr, Senza titolo, dalla serie TAV, viadotto Modena, 2004, Collezione Linea di Confine, Rubiera, © Walter Niedermayr

Franco Vaccari, fermo immagine tratto dal video La via Emilia è un aeroporto, 2000, Collezione Linea di Confine, Rubiera © Franco Vaccari




Il contemporaneo dell’industria: finalisti al concorso GD4PHOTOART.

Fino al 10 gennaio sarà visitabile nella Photogallery del MAST la collettiva GD4PHOTOART, che riunisce i lavori di giovani fotografi selezionati tramite concorso biennale e invitati ad esplorare il volto contemporaneo dell’industria e del lavoro documentando le trasformazioni ambientali, sociali e produttive generate dai differenti modelli dello sviluppo economico globalizzato. I candidati, di età non superiore ai quarant’anni, vengono proposti da segnalatori internazionali del settore ad una giuria che sceglie quattro finalisti, ognuno dei quali riceve una borsa di studio per realizzare un progetto che concorre all’assegnazione del premio finale. Protagonisti della quarta edizione del concorso e della mostra inaugurata il 3 ottobre sono: Marc Roig Blesa, Raphaël Dallaporta, il duo Madhuban Mitra-Manas Bhattacharya e il vincitore Oscar Monzon, i cui lavori andranno ad arricchire la collezione permanente della Fondazione.

Il progetto di Marc Roig Blesa si interroga sulle possibilità di un attivismo visivo contemporaneo con la creazione di Werker Magazine, rivista a gestione collettiva che si occupa di fotografia e mondo del lavoro. Ispirandosi alle pratiche di auto-rappresentazione e critica dell’immagine del Worker Photography Movement, un gruppo di associazioni di fotografi dilettanti che comparve in Germania negli anni Venti, l’artista intende l’immagine come potente strumento educativo al pensiero indipendente. Ogni numero della rivista è integrato da un laboratorio che trasforma la sede espositiva in uno spazio di apprendimento collettivo, sollecitando l’analisi attiva di un tema specifico, che a Bologna è il “lavoro invisibile”, come potrebbero essere le faccende domestiche, un’attività di volontariato o di cura. Con l’allestimento di una biblioteca liberamente consultabile e la creazione di una community darkroom dove esporre foto dilettantesche realizzate durante il workshop, il progetto intende promuovere la produzione dal basso di immagini efficaci che rivendicano le reali condizioni di vita e di lavoro delle persone coinvolte. Raphaël Dallaporta affronta con sguardo imperturbabile e rigoroso le conseguenze dell’agire umano nell’ambiente e nella società, analizzando il rapporto tra progresso e memoria in immagini che esaltano la potenzialità simbolica del mezzo fotografico. In mostra presenta una serie di scatti dedicati al programma Symphony, il primo sistema di comunicazione satellitare in Europa avviato negli anni Sessanta grazie ad un accordo franco-tedesco. Le gigantesche e ormai desuete antenne satellitari appaiono come  frammentari reperti di archeologia industriale, fragile monumento ai limiti e alla parzialità dei provvisori accordi umani. La discontinuità delle immagini, che crea eleganti composizioni in bianco e nero, sottolinea come il tempo abbia cominciato a smantellare le rovine di questa gigantesca impresa e suggerisce che anche una tecnologia apparentemente democratica può nascondere anfratti ambigui pronti a generare pericolose perdite di controllo.

Madhuban Mitra e Manas Bhattacharya, originari di Calcutta, appartengono alla generazione per la quale la fotocopia di libri presi in prestito in biblioteca era quasi l’unico veicolo economico di accesso alla conoscenza. La conseguente diffusione di fotocopisterie con macchine Xerox d’importazione ha generato una micro economia sommersa ma indispensabile all’industria culturale. In scatti colorati e ironici gli artisti ritraggono la banalità esistenziale degli angusti negozi dove si svolge questa attività, documentando la ripetitività dei gesti degli addetti ai lavori e la loro sottomissione all’inesorabile ritmo delle macchine. Presentando inoltre riproduzioni fotografiche di fogli fotocopiati mal riusciti raccolti nel corso delle loro visite, indagano il limite ontologico e linguistico del procedimento fotografico, che condivide con la fotocopia la finalità di creare una riproduzione generata dalla luce ma ambisce allo statuto di immagine. Il lavoro di Oscar Monzon, intitolato Maya, riflette sull’innata vocazione illusoria della fotografia che, cristallizzando in forma visibile ciò che si muove di fronte all’obiettivo, suggerisce un’implicita messa in scena della realtà. Confrontando note immagini pubblicitarie che oggi fanno parte di qualsiasi panorama urbano con riprese di strada che catturano gli atteggiamenti spontanei delle persone, l’artista fa emergere l’omologazione di mode e atteggiamenti irrimediabilmente condizionati dal potere dell’industria della persuasione. In un inquietante corto circuito percettivo che alterna colorati cartelloni promozionali alla street photography in bianco e nero, Monzon sembra insinuare che la nostra quotidianità è controllata da codici comportamentali inconsci ancora più coercitivi di quelli che regolano la comunicazione massmediatica creativa. In uno scenario globale sempre più alienato e spersonalizzato ciò che sembra resistere è l’insopprimibile desiderio di felicità che infonde calore all’artificialità delle immagini  pubblicitarie e che, strumentalizzato dalla mitologia capitalista, finisce per irrigidire e frustrare la vita reale.

GD4PHOTOART COMPETITION FINALISTS
3 ottobre 2015-10 gennaio 2016
MAST
Via Speranza, 42 Bologna

Raphael Dallaporta, ReliqueAvantGarde

Marc Roig Blesa




Industria, oggi

Fino agli anni Settanta nei grandi stabilimenti industriali l’immagine ufficiale dell’azienda era affidata a un gruppo di fotografi, ritoccatori e litografi interni che documentavano minuziosamente i processi produttivi e il lavoro coordinato degli operai. Questi autoritratti di fabbriche celebravano orgogliosamente la rivoluzione industriale e l’inarrestabilità di un progresso che sembrava aver sostituito ai ritmi lenti della natura il passo accelerato della macchina e la sua instancabile efficienza.L’uomo, ingranaggio subordinato ma ancora indispensabile, pagava con il sudore della fronte il proprio tributo alla modernità, soggiogato da una concezione piramidale del lavoro che si rispecchiava nella verticalità delle ciminiere fumose alla conquista del cielo. La rivoluzione high-tech del terzo millennio e le nuove tecnologie dell’informazione hanno ancora una volta mutato la civiltà occidentale riformandone ulteriormente i parametri di spazio e di tempo: in un’economia basata su servizi sempre più immateriali, la fabbrica tradizionale –buia, sporca, inquinante- sembra essere stata sostituita da una nuova tipologia di stabilimento, lo showroom, concepito come spazio espositivo fortemente teatralizzato. Nell’era post-industriale le aziende tendono a decentrare e nascondere la catena produttiva a migliaia di chilometri di distanza, rimuovendo in remoti entroterra del mondo le sue antiestetiche conseguenze, come l’inquinamento e lo sfruttamento intensivo di risorse naturali e umane.

Pressoché scomparsi i fotografi interni alle imprese, oggi la documentazione dei vari aspetti del colossale universo della produzione è affidata sempre più spesso agli artisti, che con le loro immagini affrontano i temi della tecnologia, del paesaggio urbano e della società globalizzata testimoniando le conseguenze dei più recenti cambiamenti epocali. Con la mostra Industria, oggi visitabile fino al 6 settembre nella Photogallery del MAST, il curatore Urs Stahel mette a confronto i punti di vista di 24 artisti-fotografi che negli ultimi anni si sono interessati ai processi produttivi e al loro legame con la società, componendo un affresco sfaccettato e critico delle complesse dinamiche che li governano.

L’utopia del lavoro automatizzato e “chirurgico” appare ad esempio negli scatti che Olivo Barbieri ha realizzato all’interno degli stabilimenti Ferrari a Maranello, ambienti chiari a luminosità diffusa ravvivati da piante assimilabili a una città ideale avulsa dal tempo e protetta dagli incidenti del caso da un invisibile principio ordinatore. Carlo Valsecchi e Vincent Fournier fotografano gli impianti produttivi contemporanei come artificiali paradisi fantascientifici dove la perfetta coreografia di macchine e robot autosufficienti sembra aver definitivamente liberato l’uomo dalla fatica rendendo superflua la sua stessa presenza. Diametralmente antitetiche a queste immagini d’immacolati deserti sincronizzati in un eterno presente automatizzato, le testimonianze fotografiche del cosiddetti “Paesi in via di sviluppo” dove si sono trasferiti gli imbarazzanti retrobottega delle fabbriche-vetrina occidentali. Ad van Denderen, Sebastião Salgado e Jim Goldberg documentano le condizioni di lavoro spesso disumane della manodopera a buon mercato che si accalca nei fatiscenti capannoni delle zone povere del mondo, permettendo al sistema post-industriale occidentale di sussistere ostentando la propria innaturale correttezza formale.

Il collegamento tra questi due mondi avviene grazie a una complessa organizzazione logistica che garantisce il flusso ininterrotto di merci e materie prime con ogni tipo di mezzi di trasporto: Henrik Spohler materializza i non-luoghi di provvisorio approdo dei beni in transito come surreale sospensione della vita in suggestivi paesaggi post-human. I destini del nostro presente si decidono in lussuose e asettiche sale riunioni dove i consigli d’amministrazione prendono le decisioni che contano attorno a emblematici tavoli del potere: Jacqueline Hassink ritrae queste stanze vuote, enfatizzando la fredda autorità che irradiano. Brian Griffin invece nei suoi ritratti di manager e dirigenti analizza gestualità e forme esteriori dell’autorevolezza in una galleria di effigi intense, carismatiche e profondamente ironiche.

Ogni cambiamento epocale lascia dietro di sé vuoto e rovine, come i grandi stabilimenti dismessi che ingombrano le ex aree industriali del pianeta: Vera Lutter ne descrive alcuni con gigantesche immagini stenoscopiche che sembrano catturare la lenta progressione del disfacimento e l’oscura imponenza della maestosità trascorsa. Jim Goldberg si concentra invece sul degrado di popolazioni ridotte in ginocchio dal disastro economico, mentre Edward Burtynsky orchestra atmosfere rarefatte da fine dei tempi documentando la riconversione delle petroliere e delle navi da carico come nebbiosi cimiteri a cielo aperto.

Ancora abbandono e macerie nel filmato di Simon Faithfull con cui si conclude il percorso espositivo: la videocamera esplora il villaggio fantasma di Stromness, stazione per la lavorazione del grasso di balena nella Georgia Australe in disuso da decenni. Macchinari, edifici e attrezzature inutilizzate tentano di resistere alle condizioni climatiche avverse come per rallentare l’inesorabile cancellazione della presenza umana, mentre una colonia di elefanti marini è tornata ad abitare disinvoltamente questi spazi sottratti alla natura suggerendo una poetica ipotesi di redenzione.

Info: Industria, oggi. Fotografie contemporanee dalla collezione MAST
14 maggio- 6 settembre 2015
MAST gallery // Bologna, via Speranza, 42

Brian Griffin, Jonnie Turpie, Digital Director, Società di produzione Maverick Television, Birmingham, Inghilterra. Pigment print © Brian Griffin

Vera Lutter, Centrale elettrica di Battersea, II, 3 luglio, 2004. Unique silver gelatin print © Vera Lutter, Courtesy of the artist, New York

Trevor Paglen, COSMOS 2084 in Draco (Oko [“Occhio”] russo, Satellite per gli avvistamenti a distanza), C-print © Trevor Paglen, Courtesy Galerie Thomas Zander, Cologne

Jacqueline Hassink, The meeting table of the Board of Directors of Assicurazioni Generali, Venice, Italy, 9 September 2010, from the series The Table of Power 2, 2010/2013. C-print © Jacqueline Hassink

Carlo Valsecchi, #0078 Dalmine, Bergamo, 2008/2013. C-print © Carlo Valsecchi

Jim Goldberg, Vlad #1 (silo boy), Ucraina, dalla serie Open See. Dye diffusion transfer print and ink © Jim Goldberg, Courtesy of the artist and Pace/MacGill Gallery, New York

Vincent Fournier, Robot Kobian #1 (Laboratorio di Takanishi), Università Waseda, Tokyo, Giappone. C-print © Vincent Fournier