C’è qualcosa di inevitabile nel modo in cui un corpo cade. Nel modo in cui una caviglia cede, devia, costringe l’intero sistema a riorganizzarsi. È da questa immagine semplice, fisica, quasi banale che Carlos Antonio Castro Lobato costruisce la sua prima personale italiana, Tobillo Torcido (Caviglia storta), ospitata fino al 29 aprile 2026 negli spazi di terzospazio a cura di Giulia Mariachiara Galiano. L’artista messicano, classe 2003, in residenza presso la Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, porta in mostra tre opere che insieme compongono un discorso in cui narrazione autobiografica e riflessione collettiva non si escludono ma si alimentano a vicenda. Non un percorso, non un sistema, ma un campo di tensione in cui il corpo – in primis quello dell’artista, ma con esso quello di ciascuno di noi – si trova a negoziare continuamente la propria forma, il proprio posizionamento nel mondo.

Carlos Antonio Castro Lobato, “Solo”, film, 2024, courtesy the artist and terzospazio zolforosso, Venezia
La mostra si inserisce nella rassegna Farsi Nebula, un ciclo che interroga i dispositivi istituzionali e le loro gerarchie invisibili, aprendo zone di opacità in cui la forma si fa incerta e la trasformazione diventa possibile. Castro Lobato abita questa zona con piena consapevolezza. La sua pratica, radicata nell’esperienza corporea maturata dopo il trasferimento da Città del Messico alla Spagna, poi a Venezia, non cerca di risolvere le tensioni che mette in campo: le evidenzia, le conserva, le abita. Solo (2024) è il punto d’ingresso più immediato, e forse il più intimo. Il film deriva dall’archivio privato dell’artista: il soggetto apparente è lui da bambino, poiché quello reale è il movimento della madre che filma: dolce, morbido, partecipe. La telecamera si sposta dal figlio ai medici per poi tornare al volto del bambino, con un gesto di sorveglianza amorevole in cui emerge tutta l’emotività di chi guarda dall’esterno una scena in cui non può intervenire. Dall’altra parte, il medico: il suo modo di muovere il corpo del paziente è quello di chi ha davanti un pezzo di argilla, non un’esistenza. La voce fuori campo ripete la stessa frase come una cantilena, un’ingiunzione che non viene mai accolta – alzati, rialzati da solo – finché lo schermo rimane nero e la voce continua, sola, nel buio. La domanda che l’opera lascia aperta risuona ben oltre il video: e tu riesci ad alzarti da solo?

Carlos Antonio Castro Lobato, “Estudios de un Almacén”, 2026, courtesy the artist and terzospazio zolforosso, Venezia
È Estudio de un Almacén (2026) l’opera che più compiutamente incarna la tensione generativa al cuore della mostra. Teli di plastica, disposti sul muro secondo un diagramma in continuo mutamento, sono imbevuti di caffè e china, che lasciati essiccare formano quello che si può solo descrivere come un corpo abbandonato, dimenticato, lesionato, che ha smesso di essere toccato. La metafora della ferita è esplicita ma non didascalica: la carne che si stratifica, che si chiude su sé stessa, che si scuoia e si riforma. C’è una dimensione che richiama la macelleria in questa installazione: il corpo come materia, come superficie lavorata, come oggetto, ma è una lettura che l’opera eccede di continuo. Perché quei teli portano anche luce: la trasparenza della plastica, il marrone caldo del caffè, il nero della china che cola e si deposita creano qualcosa di ambiguamente organico e prezioso, come pergamene antiche o pelli conciate. Come reliquie di un corpo che ha attraversato qualcosa e ne porta i segni non come vergogna, ma come mappa.

Carlos Antonio Castro Lobato, “Memorias Ferales”, 2024, courtesy the artist and terzospazio zolforosso, Venezia
Castro Lobato lavora con la nozione di domesticazione: quel complesso di pratiche discrete e coercitive che modellano corpi e memorie attraverso classificazione, archiviazione, controllo. Ma non da una posizione di denuncia frontale. Piuttosto da quella di chi sa che il corpo non è mai del tutto addomesticabile, che sfugge sempre ai sistemi che tentano di fissarlo. Le sue opere sono fissazioni momentanee: il film, la mano di terra coperta da un guanto semi-strappato, i teli di plastica sono anche gesti di restituzione al corpo della sua opacità, resistenza e capacità di trasformarsi. La caviglia storta del titolo non è una sconfitta. È un invito a trovare un altro appoggio. A riposizionarsi, a riappropriarsi lentamente, con la cautela di chi ha imparato che ogni equilibrio è temporaneo, di un corpo che è sempre anche un archivio, una cicatrice, una promessa.
Info:
Carlos Antonio Castro Lobato. Torbillo Torcido
01.04 – 29.04.2026
terzospazio zolforosso
Santa Croce, 1996, Venezia
zolforosso.weebly.com

Elena Barison è storica dell’arte contemporanea e si occupa delle relazioni tra arte, ecologia e studi di genere. Ha approfondito le pratiche verbo-visuali delle neoavanguardie con una tesi su Tomaso Binga, di cui oggi cura l’archivio a Roma. Collabora con la Fondazione Querini Stampalia di Venezia e con diverse realtà e riviste indipendenti.



NO COMMENT