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Tra arte e cronaca: Gianluigi Colin in mostra a Parma

Il lavoro di un artista può avere molte sfaccettature; una fra queste è quella di insistere su di un qualche limite: operando sull’orlo dei concetti acquisiti dalla cultura del proprio tempo, ne demolisce (o forse ridefinisce) i confini, generando quella tensione che è la spinta creativa tipica di ogni forma d’arte. Gianluigi Colin opera in questa direzione e lo fa su più fronti. Nato a Pordenone nel 1956, oltre ad essere un artista visivo, da anni ricopre il ruolo di Art Director per il Corriere della Sera; lo svolgimento di questa professione gli ha permesso di avere uno sguardo altro sia sui media che sui loro contenuti, avallando forse con la pratica la celebre tesi di Marshall McLuhan secondo cui, in fondo, il medium è il messaggio.

A lui è dedicata la mostra, curata da Arturo Carlo Quintavalle e allestita negli ambienti di Palazzo del Governatore a Parma, Gianluigi Colin. Costellazioni familiari, dialoghi sulla libertà. Una personale che rilegge la carriera dell’artista in una chiave interessante: le “costellazioni familiari” richiamate nel titolo sono generate dalle opere dei 24 artisti presenti in mostra, scelti non per mere affinità stilistiche o tematiche, ma perché, a vario titolo, incontrati lungo il percorso artistico o di vita di Colin; a testimonianza di questi legami non didascalie descrittive accompagnano le opere, bensì narrazioni, frammenti di vita, che raccontano il suo legame con gli artisti e il motivo della scelta di accostare le loro opere alla sua.

Quattro sono i nuclei tematici dell’esposizione. In Presente storico, i fotomontaggi di Colin in cui opera accostamenti tra fotografe di attualità e celebri dipinti creano nuovi universi di significato, generati dalla giustapposizione di due immagini lontane ma in qualche modo vicine. E così La zattera della medusa di Géricault dialoga con la foto di un barcone di migranti; La grande torre di Babele di Peter Brugel con le torri gemelle in fiamme; Il Cristo morto di Mantegna con l’immagine di Che Guevara morto. In queste opere l’artista gioca con diversi piani non solo temporali ma anche mediali, eppure il risultato, restituito visivamente come una “interferenza”, non causa lo shock di un eretico accostamento, ma evidenzia con naturalezza un collegamento fra passato e presente. Anche quando la violenza oscena esplode negli accostamenti tra le incisioni degli Orrori della guerra di Goya e le foto di Abu Ghraib, Colin riesce a tornare su queste terribili vicende senza mai cedere alla pornografia del dolore. Laddove sarebbe stato facile, per chiunque altro, cadere nella trappola di facili pietismi, egli fa al contrario della sua arte una lucida denuncia. Artisti molto differenti dialogano con le opere di questa sezione: tra questi un militante Jannis Kounellis, che con il suo W la libertà, W Gericault asserisce, con il gesto ieratico di un’unica pennellata nera che ricopre la scritta del titolo, il suo amore per la libertà; e Mimmo Paladino, artista della Transavanguardia, la cui opera Laboratorio, citando Piero della Francesca, vuole essere omaggio alla storia dell’arte in toto.

Nella sezione Impronte del presente sono esposti i Sudari di Colin. In queste opere astratte, realizzate appropriandosi di grandi tessuti utilizzati per pulire le rotative dei quotidiani, si presenta una tematica fondamentale per le arti visive, quella della traccia. Esse sono la testimonianza silenziosa di qualcosa che è stato, anonimi negativi generati dalla macchina tipografica, ma non per questo meno “significanti”.

Tante sono le opere degli artisti in mostra incentrate su questo affascinante tema: da quella di Antonio Recalcati, che usa il suo corpo come “matrice” per realizzare i suoi dipinti, all’opera di Martino Gamper e Brigitte Niedermair, i quali, riflettendo sul tema della “bassa risoluzione”, trasformano un dipinto di Matisse in un’opera dal sapore costruttivista; fino alla splendida opera-testimonianza di Claudio Parmiggiani, realizzata in situ per Palazzo del Governatore: la Scultura d’ombra, traccia di fuliggine e fumo lasciata da una biblioteca sulle pareti della stanza. La potenza evocativa di questi lavori ci impone di trovarci faccia a faccia con i fantasmi di una presenza-assenza, di cui solo l’opera resta come imperitura testimonianza.

La sezione Sacche di resistenza è forse una delle più complesse e interessanti. Nei manifesti strappati o accartocciati si palesa appieno la capacità di Colin di modificare i media a suo piacimento, giocando al contempo col supporto e con l’immagine. Nella serie Liturgie le facce dei politici, rese deformi dalla manipolazione dei manifesti elettorali, ci scrutano sofferenti e, perso ogni residuo della solita tracotanza con cui guardano fieri dalle strade, assomigliano ora più ai ritratti di Francis Bacon o della Nuova Oggettività; qui non poteva essere che Mimmo Rotella uno fra gli artisti “chiamati in causa”, lui che con i suoi décollages ha saputo ribaltare il linguaggio standardizzato della pubblicità per crearne uno nuovo, personalissimo.

Infine, la sezione Wor(l)ds presenta opere che riflettono sul rapporto col tempo: un tempo che in The ruined ruins si presenta sospeso, immobile, immortalato nell’infinito istante fotografico, similmente alle sculture piene di echi antichi di Nino Longobardi o alle fotografie d’arte di Aurelio Amendola. Un’altra forma di ripensamento del medium torna in Relics: mattoni di carta pressata che, disposti in maniera disordinata nello spazio, assumono un aspetto totemico, a metà tra monumenti e pietre d’inciampo poste sul cammino del visitatore, reclamando la loro presenza nel mare magnum dell’informazione contemporanea. Accade similmente nell’opera di Emilio Isgrò, il quale, attraverso le sue cancellature, giunge a rivelarci significati nascosti che, distratti dall’eccessiva eloquenza del linguaggio, avremmo finito per ignorare.

L’opera posta in apertura della mostra, Il mare di Alan, avrebbe potuto essere collocata anche alla fine del percorso espositivo: è un lavoro trasversale a tutte le sezioni, che riassume in sé gran parte delle tematiche trattate dall’artista. Colin, manipolando la celebre foto del piccolo Alan Kurdi scattata sulle spiagge di Bodrum, sceglie di spostare il focus dell’immagine su un ingrandimento del mare sullo sfondo. L’elisione apportata è un’operazione molto lontana dalla censura, anzi diametralmente opposta: è un tentativo di farci guardare oltre, più che al manifestarsi stesso degli eventi, alle loro cause e alle loro motivazioni. Perché, se la selezione delle informazioni è un atto tipico del giornalismo, diversa è la pratica artistica: essa non mira a mostrare una parte di mondo, ma fornisce gli elementi per cambiare punto di vista, dando la possibilità di rileggere gli eventi sotto una nuova luce e di immaginare un futuro migliore.

Stefano D’Alessandro

Gianluigi Colin. Costellazioni familiariLe due opere di Gianluigi Colin da Andrea Mantegna, Il Cristo morto; Freddy Alborta, Che Guevara morto, e da Peter Brugel, La grande torre di Babele; Marty Lederhandler, Le torri gemelle in fiamme

Una delle sale dei Sudari, opere ricavate dai tessuti utilizzati per pulire le rotative dei quotidiani, esposti nella sezione Impronte del presente

I Sudari di Gianluigi Colin messi in relazione con l’opera in situ di Pier Paolo Calzolari realizzata per Palazzo del Governatore, dal titolo Scultura d’ombra

L’opera Relics, mattoni di carta pressata che invadono con la loro presenza l’intero spazio di una sala

Gianluigi Colin, Il mare di Alan, opera posta in apertura della mostra

Ph credits: Città di Parma https://www.flickr.com/photos/comuneparma

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