Che le tecnologie digitali stiano riconfigurando il campo dell’arte contemporanea è ormai un dato acquisito. Meno scontato è capire in che direzione si stia muovendo questa trasformazione e quali siano gli snodi critici che meritano attenzione. È a questa necessità di orientamento che risponde Transforming Arts, l’evento organizzato dall’Accademia di Belle Arti di Catania per il 15 e 16 gennaio 2026, nell’ambito del più ampio progetto ART.IT – Art in Transition, finanziato dal PNRR e coordinato dall’Accademia di Belle Arti di Bologna in collaborazione con altri enti accademici. Non si tratta di una semplice rassegna di novità tecnologiche applicate all’arte, ma di un tentativo più ambizioso: costruire un vocabolario condiviso che permetta di discutere con rigore le mutazioni in corso, dalle pratiche di progettazione ai modelli curatoriali, fino alle forme di autorialità che si stanno affermando in questo scenario ibrido.

Laboratorio con l’artista Jorge Orta presso lo Studio Orta Les Moulins di Lucy+Jorge Orta (Francia) © ABA Catania
Il titolo dell’evento – Transforming Arts – suggerisce un’attenzione rivolta alle dinamiche di cambiamento che attraversano il sistema dell’arte piuttosto che alla celebrazione acritica dell’innovazione tecnologica. La prima giornata, affidata alla cura di Ambra Stazzone, coordinatrice del progetto ART.IT e docente presso l’Accademia di Catania, si concentra sul rapporto tra pratiche artistiche e strumenti digitali, interrogandosi su come questi ultimi stiano modificando non solo le modalità di produzione delle opere, ma anche i dispositivi di fruizione e le tipologie di pubblico che si affacciano al mondo dell’arte. Il titolo Arti e digitale. Nuovi strumenti, nuovi tipi di fruizione, nuovi pubblici individua gli ambiti di indagine: si va dalla dimensione tecnica e processuale della creazione digitale alle ricadute istituzionali e pedagogiche di queste trasformazioni.

Talks internazionali su arte e sostenibilità all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Incontro con Tomás Saraceno. Ph. Claudia Gentile
Tra gli interventi in programma segnaliamo: quello di Ernesto Voltaggio dello Studio Arduino, che si occupa di un aspetto cruciale spesso trascurato nelle discussioni sull’arte digitale: il problema della manutenzione. Sviluppare un’installazione interattiva basata su microcontrollori, sensori e intelligenza artificiale è una cosa; garantirne la tenuta nel tempo espositivo, sottoporla agli stress d’uso quotidiano, assicurarsi che continui a funzionare correttamente è tutt’altra questione. Voltaggio promette di svelare i retroscena tecnici di questo passaggio dal prototipo allo spazio pubblico, toccando un nervo scoperto del rapporto tra arte e tecnologia: la fragilità materiale dei dispositivi elettronici e la necessità di pensare fin dall’origine la sostenibilità tecnica dell’opera. L’intervento di Federica Mandelli dello studio dotdotdot introduce invece il concetto di Narrative Environments per ripensare l’esperienza museale contemporanea riprogettando radicalmente i flussi, le interfacce e i ritmi attraverso cui il pubblico entra in relazione con le opere per ibridare dimensione fisica e digitale in un’esperienza che aspira alla continuità piuttosto che alla giustapposizione. Sul versante della memoria storica si colloca poi l’intervento di Gino Gianuizzi, fondatore dello spazio indipendente Neon a Bologna, che ricostruisce le origini del digitale nell’arte italiana, ricordando che molte delle questioni oggi al centro del dibattito erano già state anticipate da pratiche sperimentali e spazi autogestiti attivi negli anni passati, offrendo così una genealogia necessaria per non cadere nell’amnesia del perpetuo presente tecnologico.

A Ravenna, l’apertura dell’evento “Sensibile materia. Dialoghi sull’arte e la sostenibilità” © ABA Catania
La seconda giornata, curata da Marco Lo Curzio – responsabile scientifico di ART.IT per l’Accademia di Catania – assume un taglio più speculativo e si spinge verso territori meno consolidati. Il titolo The Coming Wave of Art riprende l’espressione utilizzata nel dibattito tecnologico per indicare l’arrivo imminente di trasformazioni radicali, applicandola al campo artistico. Lo Curzio ha scelto di concentrarsi su tre fenomeni che stanno emergendo con forza crescente: l’arte generativa basata su algoritmi e intelligenza artificiale, le pratiche phygital che cercano di superare la dicotomia tra fisico e digitale, e le comunità artistiche decentralizzate organizzate secondo logiche DAO (Decentralized Autonomous Organization). Quest’ultimo aspetto è particolarmente intrigante perché solleva interrogativi profondi sulla nozione stessa di autorialità. Quando un’opera d’arte viene prodotta da una DAO, chi ne è l’autore? Come si distribuiscono le responsabilità creative, le decisioni estetiche, i diritti di proprietà intellettuale?

Una veduta interna dello spazio espositivo di Galleria Continua presso Moulin Saint Marie (Francia) © ABA Catania
A questo proposito risulta emblematico l’intervento di Mario Klingemann, artista tedesco attivo nel campo dell’intelligenza artificiale, che presenterà il caso di Botto, un progetto di cui è co-ideatore e portavoce. Botto è un’entità decentralizzata che opera all’interno di una DAO: produce opere utilizzando sistemi di AI generativa, ma le decisioni su quali opere realizzare, come orientare la produzione, come gestire la vendita sono prese collettivamente dalla comunità che governa il progetto. L’esperimento radicale mette in crisi i tradizionali parametri attraverso cui valutiamo e legittimimiamo la creazione artistica, aprendo scenari in cui l’autorialità diventa distribuita, processuale, negoziata. Altrettanto stimolante è l’intervento di Francesco D’Isa, filosofo, scrittore e artista digitale, che riflette sul ruolo dell’artista nell’epoca dei modelli generativi, proponendo una ridefinizione dell’autore come “curatore di processi”. Non si tratta più di produrre un’opera finita attraverso il dominio tecnico di un medium, ma di orchestrare sistemi, definire parametri, selezionare output, governare una catena di operazioni in cui la macchina ha un ruolo attivo. Questo slittamento dalla produzione alla curatela solleva interrogativi che investono il gusto, la responsabilità estetica, il rapporto tra intenzionalità e casualità. Citiamo, infine, l’intervento di Francesco Spampinato, docente dell’Università di Bologna e storico dell’arte, che introduce il concetto di Seamless Condition per descrivere la continuità crescente tra schermi, spazi espositivi e pratiche artistiche nell’era post-pandemica. La pandemia ha accelerato processi già in atto, rendendo sempre più porosa la membrana che separa l’esperienza fisica dell’arte da quella mediata digitalmente. Spampinato propone di leggere questa condizione come una nuova configurazione del campo percettivo e cognitivo in cui ci muoviamo, che richiede categorie interpretative aggiornate.

Attività di ricerca e formazione al Louisiana Museum of Modern Art (Danimarca)
Interessante anche la scelta di aprire entrambe le giornate con contributi video concepiti come esperimenti di cinema espanso, un gesto che fin dall’inizio posiziona l’evento come dispositivo ibrido, in cui la distinzione tra momento formativo, esperienza estetica e riflessione critica tende a sfumare. Transforming Arts si configura così come un laboratorio di pensiero, un tentativo di elaborare collettivamente gli strumenti concettuali necessari per orientarsi in un paesaggio artistico in rapida mutazione.
Info:
www.abacatania.it/art-it-art-in-transition

is a contemporary art magazine since 1980



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