Uri Aran (Gerusalemme, 1977), artista americano di base a New York la cui ricerca ha trovato spazio in alcune delle istituzioni più rilevanti del panorama internazionale, dalla Biennale di Venezia del 2013 curata da Massimiliano Gioni alla Whitney Biennial del 2014, è al centro della sua prima retrospettiva istituzionale in Italia. La mostra, Untitled (I love you), allestita al terzo piano del Museo Madre di Napoli e curata dalla direttrice uscente Eva Fabbris, riunisce oltre 170 opere realizzate a partire dai primi anni Duemila ad oggi, distribuite su circa ottocento metri quadrati in un percorso concepito dall’artista come un complesso ecosistema in cui ogni opera richiama le altre, talvolta per impercettibili dettagli, invitando il visitatore a costruire il proprio itinerario interpretativo.

Uri Aran, “Untitled (I Love You)” curated by Eva Fabbris (12 February – 18 May 2026), installation view at museo Madre, Napoli, © Uri Aran. Courtesy the Artist and and Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Photo: Amedeo Benestante
Al cuore della pratica di Aran c’è il linguaggio, non inteso come strumento trasparente di comunicazione, ma come sistema che accumula, archivia e confonde il senso. Parole, oggetti, immagini e gesti vengono trattati come materiali instabili, soggetti a slittamenti e ritardi di significato che l’artista, cresciuto in Israele con l’ebraico come lingua madre prima di trasferirsi negli Stati Uniti, descrive come un’esperienza biografica prima che estetica: «Vedo un ritardo di significato. Vedo le cose come mediate, quasi tutto è citato». Da questa condizione di marginalità rispetto al linguaggio dominante nasce una pratica che lavora precisamente in quella intercapedine in cui le parole appaiono credibili prima ancora di essere comprese, rivelando la loro intrinseca fragilità. Istruzioni, elenchi e classificazioni promettono chiarezza ma producono ambiguità, trasformando il linguaggio in uno strumento a cui viene sottratta l’autorevolezza che l’abitudine tende a conferirgli. Nel video Untitled (Baryshnikov) (2008), ad esempio, Aran pronuncia la stessa affermazione con leggere variazioni ed enfasi crescente, fino al punto in cui il senso si svuota e rimane solo il gesto: lo spettatore non è chiamato a decifrare un messaggio, ma a confrontarsi con i limiti stessi del linguaggio, accettando che il senso non sia un dato stabile bensì una condizione temporanea e mutevole.

Uri Aran, “Untitled (I Love You)” curated by Eva Fabbris (12 February – 18 May 2026), installation view at museo Madre, Napoli, © Uri Aran. Courtesy the Artist and and Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Photo: Amedeo Benestante
Il percorso espositivo è suddiviso in cinque nuclei tematici — animali, linguaggio, studio, emozione e recitazione — che attraversano l’intera produzione dell’artista senza sovrapporsi né escludersi, generando una rete di rimandi e risonanze tra opere di periodi e media diversi. Gli animali occupano un posto privilegiato in questa costellazione: esclusi dal linguaggio funzionale, sono per Aran uno strumento attraverso cui analizzare i meccanismi dell’affezione e della proiezione che regolano i rapporti umani. Nel video Untitled (2006) — uno dei primi e più commoventi lavori dell’artista, in cui Aran abbraccia il suo cane in una scena di tre minuti e ventiquattro secondi — la relazione con l’animale mette in scena una forma di legame che rende visibile il limite del dire senza sostituirlo con nessun’altra certezza. Il video Untitled (I love you) (2012), da cui la mostra prende il titolo, propone variazioni su questa stessa domanda: cosa significa amare, e in che misura il linguaggio riesce a contenere quell’esperienza senza ridurla?

Uri Aran, “Untitled (I Love You)” curated by Eva Fabbris (12 February – 18 May 2026), installation view at museo Madre, Napoli, © Uri Aran. Courtesy the Artist and and Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Photo: Amedeo Benestante
I lavori più recenti Teachers (2025) e Tenants (2025), che classificano animali in composizioni bidimensionali, proseguono questa riflessione: la sistematizzazione tassonomica vi appare come un gesto carico di implicazioni culturali, in cui ordinare e nominare significa attribuire un valore, stabilire una gerarchia, trasformare ciò che è vivo in una categoria compartimentata e gestibile. La presenza ricorrente dei biscotti è collegata in questo contesto a una riflessione sull’educazione come sistema repressivo, in cui il merito viene consacrato attraverso gesti non dichiarati di addestramento.

Uri Aran, “Untitled (I Love You)” curated by Eva Fabbris (12 February – 18 May 2026), installation view at museo Madre, Napoli, © Uri Aran. Courtesy the Artist and and Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Photo: Amedeo Benestante
Il tavolo è un supporto formale ricorrente nelle installazioni di Aran, molte delle quali si presentano come aggregazioni di oggetti trovati, appunti, disegni, materiali scultorei e tecnologie obsolete disposti su superfici di lavoro. Quello che l’artista chiama «formalismo burocratico» si concretizza in composizioni in cui oggetti di natura eterogenea convivono secondo una «democrazia dei materiali» che mette in discussione i processi di organizzazione e classificazione. Nella scultura Close (2020-2025), in metallo, legno, cera e pelle, e nelle composizioni su carta come Two Studios (2024), la superficie di lavoro diventa un luogo in cui tempo, disciplina e immaginazione si incontrano. L’accumulo di questi oggetti, a prima vista caotico, non è mai casuale: «Metto due cose insieme nello studio, le lascio invecchiare. Le sposto ogni giorno, le rivisito. In questo senso la pratica riguarda come risolvere la giornata nello studio, come dare un senso alle cose».

Uri Aran, “Untitled (I Love You)” curated by Eva Fabbris (12 February – 18 May 2026), installation view at museo Madre, Napoli, © Uri Aran. Courtesy the Artist and and Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Photo: Amedeo Benestante
Tra i lavori in mostra spicca per respiro ambientale Untitled (Bread Library) (2025), una libreria composta da pagnotte a forma di lettere dell’alfabeto che trasforma il linguaggio in schedario fisico e olfattivo, alludendo al contempo alla fragilità e alla deperibilità di ogni archivio. Opere pittoriche come Mine, mine, all mine (2025) e Yours and Mine (2025 possono sorprendere chi conosce prevalentemente il suo lavoro installativo e video: le superfici dense e stratificate producono scenari in cui il familiare e l’inatteso convivono senza risolversi, e in cui il gesto conserva una qualità provvisoria, quasi di abbozzo, coerente con l’idea di un processo sempre aperto. Time From Memory (2020-2025), dispiegato in un formato verticale di quasi due metri e mezzo, è uno dei dipinti più imponenti della mostra e sintetizza molti dei temi ricorrenti nella ricerca dell’artista: la stratificazione del tempo, la memoria come archivio instabile, la forma come risultato di una negoziazione continua tra intenzione e caso.

Uri Aran, “Untitled (I Love You)” curated by Eva Fabbris (12 February – 18 May 2026), installation view at museo Madre, Napoli, © Uri Aran. Courtesy the Artist and and Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Photo: Amedeo Benestante
Le emozioni, in queste opere, non vengono mai rappresentate direttamente né nominate come contenuto esplicito. Emergono invece come effetti collaterali di situazioni, gesti e materiali capaci di attivare ricordi e sensazioni spesso ambigui e non riconducibili a qualcosa di preciso. Gli oggetti che nelle installazioni tornano con la costanza di un’ossessione funzionano come catalizzatori di accumulo affettivo, poiché portano addosso il peso specifico di ciò che è stato toccato molte volte, desiderato, consumato, dimenticato. Appartengono tutti a quella categoria di cose che nell’infanzia hanno una gravità sproporzionata rispetto alla loro scala fisica, e che nell’età adulta continuano a esercitare una trazione emotiva di cui spesso non sappiamo rendere conto. Aran li dispone nello spazio con la stessa logica provvisoria con cui un bambino organizza i propri giochi sul pavimento, secondo un ordine che ha senso solo per chi lo ha costruito, e che tuttavia comunica qualcosa di riconoscibile a chiunque. Opere come la ceramica smaltata Affection (2023) e disegni come Keeper (2024) condividono questa stessa qualità, nascondendo nella loro piccola scala una densità emotiva disposta a rivelarsi solo se lo spettatore accetta di affidarsi alle proprie libere associazioni, contribuendo a mantenerle in uno stato di apertura in cui ciò che viene percepito resta parziale, instabile e per questo profondamente umano.
Claudia Perrone
Info:
Uri Aran, Untitled (I love you)
a cura di Eva Fabbris
Museo Madre — Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee
via Settembrini 79, Napoli
www.madrenapoli.it

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