Si sente molto parlare dell’incapacità delle nuove generazioni di combattere per i propri interessi, per la difesa dei pochi diritti raggiunti e la conquista di leggi soddisfacenti e rivoluzionarie. Poi succede che i titoli di giornale raccontano la violenza rivoluzionaria della Gen Z nepalese, del Madagascar e del Marocco che mette a ferro e fuoco il palazzo del governo, con le fiamme che danzano negli schermi dei selfie di ragazzi sorridenti. Fanno sentire la loro voce e la usano per dire no alla censura, alla corruzione e alle ingiustizie di chi governa. Per anni la Gen Z è stata liquidata come apatica nei confronti dell’attualità perché lontana dai partiti tradizionali, dalla classica retorica politica. È un errore di prospettiva. Questa generazione semplicemente cambia i canali, i tempi, le forme.

Dr Abu-Sittah recounts his experience of the night of the blast while a researcher navigates the 3D reconstruction of the al-Ahli Hospital compound, 2024, courtesy Forensic Architecture
Queste proteste attirano l’attenzione perché accadono ora e sotto gli occhi di tutti: salta la mediazione dei partiti, della televisione, degli articoli giornalistici. Questa energia può sfociare in scontri e repressione, ma rivela una generazione che ha capito come forzare l’agenda pubblica, come e dove colpire, e che sa andare al punto. Alcuni casi altrettanto recenti mostrano, invece, l’altro volto di questa violenza politica, che al contrario si manifesta in azioni individualiste. L’omicidio di Charlie Kirk – ucciso da un colpo di fucile il 10 settembre 2025 durante un evento all’aperto alla Utah Valley University – ha generato un insieme di narrazioni, elaborate tra l’indagine penale sul presunto tiratore ventiduenne Tyler Robinson e ondate di disinformazione e mitologie digitali (fino alla santificazione mediatica postuma). È stato un delitto mirato con forte risonanza politica, e il suo dopo racconta quanto sia porosa oggi la frontiera fra cronaca e propaganda. Questi due piani hanno in comune la violenza, ma è un tipo di aggressione molto diverso. La protesta collettiva, anche quando sconfina nel confronto fisico, è un atto pubblico, riconoscibile e negoziabile: produce rivendicazioni verificabili, chiama lo Stato a rispondere, apre spazi di rappresentanza. È politica perché mira a redistribuire risorse e potere in nome di molti. L’omicidio del singolo è un atto unilaterale che si autoproclama o viene proclamato politico, ma sostituisce il processo con l’esecuzione, la prova con la punizione, la comunità con l’ego. In mezzo c’è l’ecosistema dei media digitali, che oggi può convertire entrambi i registri in spettacolo e proselitismo.

A still image from video of the aftermath of the blast recorded by Dr Ghassan Abu-Sittah, placed within our 3D reconstruction of al-Ahli Hospital, 2024, courtesy Forensic Architecture
Ma come reagisce l’arte a tutto questo? Che tipo di rappresentazioni risultano essere le più emblematiche rispetto a questo contesto e quali sono le modalità che più attingono dalle nuove generazioni? Gli artisti contemporanei sono senza dubbio chiamati a decodificare, a trasformare il trauma in conoscenza e coscienza condivisa. È questo il terreno su cui si muove Forensic Architecture, il collettivo londinese fondato da Eyal Weizman e basato alla Goldsmiths University. Si tratta di un laboratorio di professionisti multidisciplinari che unisce architettura, diritto, giornalismo, ecologia e attivismo per trasformare lo spazio in testimone e le tracce della violenza in prove visive. Il lavoro del gruppo è quello di ricostruisce, misurare, verificare. Un esempio specifico è quello dell’ospedale Al-Ahli di Gaza, esploso il 17 ottobre 2023. Dopo il fatto, il collettivo ha collaborato con il chirurgo palestinese Ghassan Abu-Sittah per ricostruire la scena tramite strumenti di modellazione 3D, fotogrammetria, analisi acustica, geolocalizzazione satellitare. L’obiettivo è ricostruire lo spazio e il tempo di un evento violento con la precisione di una perizia scientifica, restituendo alla materia la sua memoria. Ogni elemento visivo – un’ombra, una scheggia, la direzione del fumo – diventa una traccia capace di raccontare ciò che i governi e i media tendono a occultare. Mentre Abu-Sittah raccontava, le sue parole venivano collocate nello spazio digitale, ancorate ai punti esatti in cui aveva operato o soccorso i feriti. In questo modo, la memoria si tramuta in una narrazione sia verbale sia spaziale: le sue descrizioni coincidono esattamente con le prove fisiche dell’attacco. Analizzando i vari indizi, Forensic Architecture ha dimostrato che l’esplosione non era dovuta a un razzo palestinese malfunzionante, come sostenevano le autorità israeliane, ma all’impiego di un ordigno a frammentazione.

Markings left by the blast on a tree in the central courtyard, 2024, courtesy Forensic Architecture
Lo stesso metodo ha guidato il progetto “The Architecture of Genocidal Starvation in Gaza”, pubblicato nel 2025. Qui l’oggetto dell’indagine è la fame stessa, utilizzata come strumento di guerra. Servendosi di mappe interattive, tracciati GPS, immagini satellitari e testimonianze civili, Forensic Architecture ha ricostruito la rete di magazzini, convogli e punti di distribuzione degli aiuti, mostrando come il sistema civile di assistenza sia stato progressivamente smantellato e sostituito da un modello militare di controllo. Qui la forma artistica è il metodo forense stesso. Lo spettatore può in autonomia giudicare, collegare, riconoscere i pattern dei vari avvenimenti direttamente dal sito ufficiale del collettivo. L’arte quindi funge da tribunale virtuale, luogo in cui si cerca una verità libera e non manipolata o negata dai media ufficiali, che può essere riformulata e osservata attraverso le immagini. Eppure, questa estetica chirurgica non è affatto fredda, neutra e asettica. Bisogna ricordare che dietro ogni rendering, ogni calcolo computazionale ci sono vite, corpi, ferite. Forensic Architecture riconosce che anche la materia possiede una memoria – il cemento, le foglie, il fumo – e che la giustizia nasce dal rigore dell’empatia. È un modo di guardare che oppone alla frenesia voyeuristica dei social – dove la violenza è spettacolo, consumo, materiale pregiato per gli algoritmi – una lente graduale, analitica, che chiede attenzione e responsabilità. È un tipo di arte che osserva attentamente per far aprire gli occhi sulla realtà e che distrugge quel fare capitalistico che rende l’orrore un prodotto consumistico.

A digital reconstruction of the blast, created by tracing lines from the crater to the locations of shrapnel markings on buildings around the hospital courtyard, 2024, courtesy Forensic Architecture
È questo invece il caso dei tour guidati organizzati da aziende israeliane che permettono una vista privilegiata, dalla collina di Sderot, sulla Striscia di Gaza, su quello che vi accade nei suoi confini, sulle morti di innocenti che ricoprono quel territorio recensite come qualsiasi esperienza turistica su famose piattaforme online apposite. Invece di rispondere con altra violenza, Forensic Architecture propone un contro-modello politico della visione: la ricostruzione e la dimostrazione visiva. Si muove come un detective della visione, alla ricerca di indizi dispersi nella bulimia di immagini della contemporaneità. Raccoglie i reperti dell’orrore, ma anche i tasselli di un mosaico che costituisce senso. In questo lavoro di comparazione, il collettivo agisce come un erede di Aby Warburg e del suo Atlante Mnemosyne: se Warburg cercava nelle immagini del passato i sintomi della civiltà europea, Forensic Architecture individua nelle forme del presente le tracce materiali del potere e della violenza. È una configurazione dell’arte che riporta la politica alla sua dimensione originaria: quella della responsabilità e dell’attenzione collettiva. La violenza è sempre protagonista ma viene utilizzata come spunto di riflessione, di ripensamento e di azione.
Francesco Bevilacqua
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is a contemporary art magazine since 1980



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