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Yto Barrada da Goodman Gallery, a Johannesburg

Yto Barrada da Goodman Gallery, a Johannesburg

Yto Barrada, di origini marocchine, è nata a Parigi nel 1971, ed è riconosciuta per le sue indagini multidisciplinari incentrate su fenomeni culturali e narrazioni storiche, tanto da non dover ritenere impropria l’etichetta di “artista impegnata”. Per mezzo di performance e indagini archivistiche, le installazioni di Barrada reinterpretano le relazioni sociali, svelano storie subalterne e ci fanno vedere come nelle narrazioni istituzionalizzate (sempre farina del sacco di conquistatori o vincitori) a prevalere non sia mai la verità, ma sempre l’elducorazione se non la falsità. Nel 2006 Barrada ha fondato la Cinémathèque de Tanger, con l’intento di far conoscere, con modalità reciproca e pari dignità, il cinema locale assieme a quello internazionale. A livello istituzionale, il lavoro di Barrada è stato esposto alla Tate Modern, al MoMA, al Met, alla Renaissance Society, al Walker Art Center, alla Whitechapel Gallery e alla Biennale di Venezia, nel 2007 e nel 2011. L’autrice ha inoltre ricevuto numerosi premi, tra cui, nel 2019, il Premio Roy R. Neuberger.

Dal 29 gennaio al 17 marzo, Yto Barrada espone da Goodman Gallery, a Johannesburg; la mostra s’intitola She Could Talk a Flood Tide Down. Si tratta della prima presenza dell’artista a Johannesburg e in assoluto della sua prima collaborazione con questa galleria. La mostra a Johannesburg coincide con la personale che l’autrice ha in corso al Massachusetts Museum of Contemporary Art, Ways to Baffle the Wind.

All’interno della mostra She Could Talk a Flood Tide Down, la narrazione si sviluppa  ripercorrendo tappe della memoria: troviamo una riflessione sull’acqua e sulla terra rimodellata dall’acqua, con isole e città che affondano o rischiano di scomparire. Si tratta di un problema sociale e storico allo stesso tempo: basti pensare al cosiddetto problema dell’acqua alta a Venezia o alle isole Kiribati (nell’Oceano Pacifico), che sono destinate a essere sommerse nell’arco dei prossimi sessant’anni, per comprendere la gravità del problema. Il tutto è analizzato attraverso la partecipazione di una comunità di bambini chiamati alla costruzione di un mondo ideale. Lo spunto di questo coinvolgimento proviene dal saggio dell’architetto Simon Nicholson, “How NOT to Cheat Children: The Theory of Loose Parts”, del 1971. In quel testo, peraltro riferibile anche ai progetti di architettura e animazione di Riccardo Dalisi, venne formulata la teoria secondo la quale la ricchezza di un ambiente dipende dall’opportunità con cui esso lascia spazio alle persone di interagirvi e di fare collegamenti. In questo senso la sfrenata immaginazione e la creatività dei bambini vengono stimolate attraverso la ricerca di materiali naturali o destrutturati. In questo modo il gioco e l’apprendimento diventano un nodo inscindibile, secondo la pratica didattica della pedagogista Maria Montessori che ancora nel secolo scorso aveva messo al centro del sistema educativo il rispetto per la spontaneità e l’interazione.

Per esempio, Land and Water Forms è una serie di dipinti ispirati proprio alle pratiche scolastiche Montessori, utilizzate per insegnare ai bambini la geografia attraverso l’inversione visiva. Nelle opere, le forme del suolo sono accoppiate e trasposte (isola/lago, arcipelago/sistema lacustre, istmo/canale), richiamando l’attenzione sulle interconnessioni tra le strutture fisiche e le sostanze della terra. Attraverso guizzi di umorismo, opere come Mnemonic Phrases (2019) esplorano dispositivi mnemonici al di là della loro funzione linguistica, collocandoli all’interno del ritmo della storia in cui le frasi trovate, proprio come gli oggetti trovati, si esibiscono da sole. Per questo motivo, frammenti di materiali riescono a interagire tra loro al pari degli strumenti autoprodotti che possono ispirare nuove tecniche, così come i ritagli di cartone dei  collage (in Grinding Teeth, 2020) sono spesso usati come pennelli per realizzare altri dipinti, suggerendo la possibile sincronicità tra i mezzi impiegati e la liceità dello scambio creativo.

Salienti nella pratica di Barrada sono i concetti di piacere, scoperta e analisi, che sono formulati attraverso opere chiave che sperimentano materiali inusuali (come ruggine, cotone, coloranti naturali) assieme a processi di tipo tradizionale. Utilizzando “reliquie” visive, testuali e scultoree, la mostra trova punti di ancoraggio nella narrativa storica e nell’immaginazione estetica, ma in parallelo condensa e allunga la cornice del tempo nella quale il tutto viene compresso e rielaborato, per rappresentare simbolicamente qualcosa d’altro: un mondo sognato o vagheggiato, una speranza o una semplice presa di coscienza.

Bruno Sain

Info:

Yto Barrada, She Could Talk a Flood Tide Down
29/01/ – 17/03/2022
Goodman Gallery
163 Jan Smuts Ave
Johannesburg, 2193
jhb@goodman-gallery.com

For all the images: Yto Barrada, Continental Drift, 2021, film stills, courtesy Goodman Gallery, Johannesburg


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