Le opere dell’artista canadese Zachari Logan suggeriscono un nuovo senso di classicismo, giustapponendo paesaggio e figurazione a sostegno di una rappresentazione queer. Attingendo alle sue esperienze e residenze internazionali, l’artista discute qui i fondamenti della sua pratica pittorica e scultorea.

Zachari Logan, “Vignette”, graphite on paper, 110 x 208 inches, 2011, courtesy the artist
Sara Buoso: Vorresti parlarci del tuo background, dei tuoi interessi e del percorso che stai seguendo nella tua pratica artistica?
Zachari Logan: Fin dalla Laurea e dal Master presso l’Università del Saskatchewan, nel Canada centrale, ho nutrito un profondo interesse nei confronti delle fonti storico-artistiche. La mia ricerca principale è da tempo legata all’uso del corpo maschile e del corpo queer. Cresciuto come cattolico romano, sono stato profondamente influenzato dall’immaginario religioso e in particolare dalla raffigurazione sensuale dei corpi allo scopo di rafforzare e rafforzare il dogmatismo religioso. Durante il Master, mi sono concentrato sulla pittura Neoclassica, con particolare attenzione alle opere di artisti francesi incentrate sulle narrazioni e sulle politiche dell’espansionismo coloniale, iniziando a mettere in discussione questo linguaggio allo scopo di affrontare con uno sguardo queer il corpo maschile nella società moderna: è stato allora che ho iniziato a usare il mio corpo facendo riferimento a questi linguaggi storici. Subito dopo il Master, nella primavera del 2008, alcuni dei miei lavori (una serie di autoritratti monumentali e composizioni di multipli del mio corpo) pubblicati su una rivista di disegno a Parigi, sono stati notati da Jean Roch Dard, che mi ha invitato a esporre nella sua galleria. Durante la mia prima visita a Parigi, ho visto molte opere di David, Géricault e altri artisti francesi e ne sono rimasto molto colpito, a livello fisico ed emotivo. È stata questa esperienza di fisicità a rendere fondamentale la mia comprensione delle residenze come estensione della mia pratica in studio. Nel mio lavoro mi interesso alla figurazione queer e al linguaggio che ruota attorno alla sessualità di genere, sviluppando idee sociali sulla rappresentazione del corpo in linea con questi termini.

Zachari Logan, “Eunuch Tapestry No. 5”, detail, pastel on black paper, 84 x 288 inches, 2015. Collection of the National Gallery of Canada, courtesy the artist
Questi aspetti si congiungono con l’interesse per il genere del paesaggio che connota il tuo lavoro.
È stato mentre facevo ricerche su immagini provocatorie del mio corpo più grandi del reale, che ho iniziato a pensarlo inserito nello spazio pittorico. In quel periodo, fui invitato per una residenza nel Tennessee rurale, dove stavo lavorando a un’opera influenzata dalla mostra Domestic Queens, Montreal, 2011. Fu in quel momento che mi resi conto dell’importanza del paesaggio: pensavo al paesaggio del Tennessee, ma anche alla mia casa e al paesaggio del Saskatchewan da cui mancavo, interrogandomi su come il mio corpo potesse inserirsi in questa narrazione. Lì ho realizzato un disegno monumentale, un’opera in grafite di sette metri e mezzo, Vignette, 2001: un ritratto di me stesso, di mio marito e dei nostri due gatti, un ritratto di famiglia. Gran parte della composizione di questo disegno è piena di riferimenti paesaggistici, come un Eden ideale, uno spazio sospeso e immaginato. Il paesaggio è diventato uno spazio interiorizzato, generato da immagini di specie botaniche distanti e differenti che possono coesistere unicamente nello spazio della finzione. Quest’opera è importante perché ha dato inizio alle mie idee di corpo come paesaggio: non esiste separazione tra i due e questo è il fondamento filosofico della mia ricerca. Ho iniziato a pensare al paesaggio delle praterie del Saskatchewan, le sue piante – le erbacce, tra tutte – e al loro rapporto con il linguaggio. Il linguaggio che connota la botanica e la flora ha una correlazione intrinseca con quello impiegato dalla società moderna per discutere di differenza di genere e sessualità. Il paesaggio è diventato uno spazio di resilienza, una sfida alla monocultura, una metafora di uno spazio queer e liminale. Durante una residenza a Brooklyn presso l’ISCP, osservavo la serie di arazzi fiamminghi sul tema dell’unicorno, tra i quali spicca quello de La dama e l’unicorno (1495-1505), in cui lo spazio compositivo è appiattito ma al tempo stesso profondo, costruito attraverso pattern floreali, lo stile Millefiori. Pensavo anche al vuoto pittorico nero della pittura barocca – Caravaggio, ad esempio, il mio preferito – dove lo spettatore può spesso vedere bellissime e delicate rappresentazioni di flora e fauna che scompaiono in uno spazio infinito. Nella serie di arazzi Eunuch Tapestry, dal 2012 a oggi, ho sviluppato la mia riflessione su corpi, piante, animali e sulla terra stessa, per creare uno spazio in cui vi sia una democrazia visiva e, in ultima analisi, questo informa la mia poetica dello sfondo pittorico. Tutto si fonde: sfondo e primo piano hanno pari importanza visiva e narrativa.

Zachari Logan, “Esta Selva Selvaggia No 1”, pastel on black paper, 2019, courtesy the artist
Vorresti parlarci dell’opera Esta Selva Selvaggia (2019) presentata per la mostra “Human Landscape” alla Fondazione Marchesani di Venezia (03/09/2025 – 05/10/2025)?
Quest’opera è molto diversa nella sua rappresentazione pittorica dello spazio e della figurazione. Nel 2018 ho realizzato il primo disegno di questa serie: Nel mezzo del cammin di nostra vita, ispirandomi ai Canti della Divina Commedia di Dante Alighieri, e in particolare all’Inferno. Contemporaneamente, stavo lavorando a un progetto per una mostra allo Studio Museo Francesco Messina di Milano, ed ero interessato a relazionarmi con il sito, in particolare con la volta di questa chiesa sconsacrata e bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale. L’opera consisteva in un disegno lungo circa dieci metri, un lavoro importante per la mia esplorazione del disegno come scultura e installazione. Quello è stato l’inizio della serie Canto. Il disegno successivo è Esta Selva Salvaggia, del 2019, per il quale ho assunto un’idea più concettualizzata di paesaggio e figurazione attraverso il fenomeno delle aure che mi capita di sperimentare personalmente. Le aure possono assumere forme incredibili, che provvedo a registrare con il disegno. Ne parlava già Ildegarda di Bingen, una monaca e mistica tedesca del XIV secolo con i suoi disegni. Ho iniziato a pensare a come avrei potuto usare queste interruzioni oculari per creare spazio per la figurazione e paesaggio – la densità del fogliame, ad esempio. Sapevo anche che il progetto Canto sarebbe stato esposto a Venezia, città che mi impressiona per la sua fauna e paesaggio. Tra invenzione, memoria e osservazione, la fonte cromatica scelta per Esta Selva Selvaggia è una citazione al dipinto Madonna dei Cherubini Rossi, 1485, di Giovanni Bellini, un dipinto che mi ha colpito per la sua singolare e surreale composizione. Questo mi ha ricordato anche il pittore manierista Arcimboldo, le cui immagini sono ancora così contemporanee. In conclusione, per quest’opera, mi sono impegnato a tradurre la mia filosofia sull’ecologia in oggetti fisici in relazione al corpo e alla figura, pensando anche al corpo dell’osservatore.

Zachari Logan, “Ex Libris, Flora 1_6, (Shakespeare, Nietzsche, Mann)”, coloured pencil on vintage soft cover books, 2025, courtesy the artist
Hai accennato a immagini storiche e suggestive – l’Eden, l’Inferno – che evocano un senso di bellezza e fragilità. Come definiresti l’estetica che persegui nel tuo lavoro?
A differenza della tecno-estetica, mi interessa l’incanto. Per me, ogni singola immagine rallenta il tempo: l’Arazzo dell’unicorno, ad esempio, è un’immagine complessa e richiede un tempo lento di osservazione. Questo porta a un senso di incanto sia in termini di bellezza sia di fragilità. Il fondamento filosofico del mio lavoro consiste nel pensare gli esseri umani come paesaggio, senza distinzione e questo è un modo di pensare metaforico e poetico, ma anche molto concreto e materiale. Presupposti scientifici lo confermano: nel mondo non esiste nulla di innaturale. Stiamo facendo le scelte giuste? Cosa stiamo causando, come esseri umani, alle nostre co-specie sul pianeta? Queste domande, credo, siano connesse a un’idea di incanto. In conclusione, la mia visione del paesaggio intende suggerire un luogo in cui si possa tornare per percepire un senso di incanto, e questo sentimento appartiene a tutti noi.
Info:

È interessata agli aspetti Visivi, Verbali e Testuali che intercorrono nelle Arti Moderne Contemporanee. Da studi storico-artistici presso l’Università Cà Foscari, Venezia, si è specializzata nella didattica e pratica curatoriale, presso lo IED, Roma, e Christie’s Londra. L’ambito della sua attività di ricerca si concentra sul tema della Luce dagli anni ’50 alle manifestazioni emergenti, considerando ontologicamente aspetti artistici, fenomenologici e d’innovazione visuale.



NO COMMENT