Arte e Food, un’annosa questione

Arte e Food

Da sempre filosofi, artisti e scienziati si confrontano sul tema del potere conoscitivo dei cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto), privilegiando la vista e l’udito, cosiddetti sensi cognitivi, a discapito dei sensi minori – olfatto, tatto e gusto – considerati più compromessi con l’esperienza corporea, le esigenze nutrizionali e i desideri fisici.

Tale impostazione trova terreno più fertile nella tradizione filosofica occidentale tutta incentrata sulla dicotomia mente-corpo, ragione-sensi, laddove la vista e l’udito costituiscono il medium accreditato per la conoscenza della realtà, a differenza degli altri sensi, più associati all’animalità, agli appetiti, capaci di scatenare passioni primarie a volte senza alcun controllo, e le cui sensazioni sono marchiate da un’elevata soggettività, difficilmente descrivibili attraverso il linguaggio.

Il gusto in particolare è definito senso prossimale, si attiva con il contatto con l’oggetto, che, grazie al processo di assimilazione alimentare, “si confonde” con il soggetto percipiente, diventando un’unica entità, rendendo più arduo il processo analitico nei confronti della cosa gustata da parte di chi la gusta.

La vista e l’udito sono definiti sensi di distanza, operano a distanza dai loro oggetti, non “si confondono” con essi, da un punto di vista epistemologico sono superiori agli altri sensi.

Tale impostazione contamina l’arte, in quanto modalità di conoscenza affidata ai sensi, al punto che Hegel, nella sua Estetica, si esprime in questi termini: «Il sensibile dell’arte si riferisce solo ai due sensi teoretici della vista e dell’udito, mentre rimangono esclusi dal godimento artistico olfatto, gusto e tatto. Infatti, questi tre sensi hanno da fare con la materialità come tale e con le sue qualità immediatamente sensibili, l’olfatto con il volatilizzarsi materiale dell’aria, il gusto con la dissoluzione materiale degli oggetti, il tatto con il caldo, il freddo, la levigatezza».

La querelle sull’estetica dell’esperienza gustativa assume poi una declinazione particolare con Alexander Gottlieb Baumgarten, allorché definisce l’estetica come «la scienza della conoscenza sensibile», e il suo fine «la perfezione della conoscenza sensibile in quanto tale. E questa è la bellezza».

Le più recenti teorizzazioni, per lo più d’oltreoceano, sugli aspetti estetici connessi al senso del gusto, perorano la possibilità di un’arte del food. Utilizzando le parole del filosofo americano Nelson Goodman, qualunque output creativo va analizzato sulla base dei “sintomi dell’estetico”, operando una sorta di inversione di campo, che supera la suddetta impostazione metodologica plurimillenaria focalizzata invece sulle modalità di trasmissione della Bellezza e quindi sui riflessi cognitivi di alcuni sensi (vista e udito), a discapito di altri, i cosiddetti sensi inferiori (tatto, olfatto e gusto), considerati troppo corporali per permettere apprensione estetica.

In tale contesto, la pizza, cibo principe di diffusione planetaria soprattutto negli ultimi duecento anni, che tuttavia ha origini antichissime e che trova nella realtà campana e in particolare napoletana, già a partire dal settecento, una sua dimensione e consapevolezza culinaria, può essere considerata un’opera d’arte? Il pizzaiolo può essere un artista a tutti gli effetti al pari di un pittore o uno scultore?

Evidentemente le risposte a tali domande non sono univoche, anche se il caso di Giuseppe Maglione, pizzaiolo di origine napoletana che opera nell’avellinese, rappresenta un interessante case history (cfr. Marco Eugenio Di Giandomenico, L’ESTRO DEL GUSTO. GIUSEPPE MAGLIONE, ARTISTA DELLA PIZZA SOSTENIBILE, Edizioni Apeiron, Napoli, 2019).

Le sue pizze sono ottime al palato, curate esteticamente e portatrici di messaggi sociali come la difesa dei diritti delle donne e la pace nel mondo, e inoltre utilizzano ingredienti dell’Irpinia, diventando un prezioso strumento di valorizzazione territoriale.

Pertanto, le sue creazioni culinarie hanno in sé stesse tutti quei “sintomi dell’estetico” che possono qualificarle opere d’arte?

E poi il pizzaiolo in questione è un artista “sostenibile”, secondo i più attuali canoni dell’arte contemporanea, dal momento che utilizza un mix di linguaggi creativi e le sue pizze hanno un evidente ricaduta di edificazione sociale?

Sul tema l’ARD&NT Institute (Accademia di Belle Arti di Brera e Politecnico di Milano), il 7 novembre 2019, ha organizzato presso l’ex Chiesa di San Carpoforo dell’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano un evento ad hoc, con l’intervento di accademici e personalità della cultura e dell’arte, dal cui confronto sono emerse nuove consapevolezze, tutte orientate a riconoscere il food come ottava arte, secondo la classificazione di Ricciotto Canudo del 1923.

Cover image: Marco Eugenio Di Giandomenico, Giuseppe Maglione e il Prof. Roberto Favaro (vice direttore generale dell’Accademia di Brera) durante l’evento di presentazione in Accademia di Brera del libro L’ESTRO DEL GUSTO. GIUSEPPE MAGLIONE, ARTISTA DELLA PIZZA SOSTENIBILE

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