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Insieme a te non ci sto più. Narcisa Monni in most...

Insieme a te non ci sto più. Narcisa Monni in mostra alla Stazione dell’Arte

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Data / Ora
Date(s) - 13/08/2020 - 11/10/2020
7:00 pm - 9:00 pm

Luogo
Museo Stazione dell'Arte

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La Fondazione Stazione dell’Arte di Ulassai è lieta di presentare la mostra “Insieme a te non ci sto più” di Narcisa Monni che sarà inaugurata, giovedì 13 agosto alle 19:00, nel museo dedicato a Maria Lai.

La rassegna, curata dal direttore Davide Mariani, con il supporto del Comune di Ulassai, della Fondazione di Sardegna e della Regione Autonoma della Sardegna, si compone di oltre quaranta opere inedite realizzate da Narcisa Monni durante il periodo del lockdown ed esposte per la prima volta al pubblico.

Dopo il progetto Cuore Mio di Marcello Maloberti, realizzato l’anno scorso in occasione del centenario della nascita dell’artista, in concomitanza con la retrospettiva Tenendo per mano il sole al MAXXI di Roma, e dopo il riallestimento della collezione permanente “Fame d’infinito”, la Stazione dell’Arte dedica ora una mostra personale alla produzione recente di Narcisa Monni, classe 1981, percorso formativo maturato all’Accademia di Belle Arti “M. Sironi” di Sassari, dove oggi insegna Pittura.

L’artista, durante i due mesi di isolamento dovuto alla pandemia, ha dato vita a una nuova serie di opere di grande intensità, che restituisce uno spaccato privato di uno dei momenti più bui della storia contemporanea, una delle tante frane che minacciano il mondo, come direbbe Maria Lai.

Insieme a te non ci sto più. Il celebre classico della musica leggera italiana, portato al successo negli anni Settanta da Caterina Caselli, appare oggi come l’espressione emblematica tanto della condizione di isolamento forzato che miliardi di persone si sono trovate a sperimentare per la prima volta, quanto delle perdite umane che il nuovo coronavirus ha causato nel mondo.

Perdita e abbandono costituiscono la chiave interpretativa per entrare in relazione con i nuovi lavori di Narcisa Monni. L’artista propone la sua intima riflessione maturata durante la quarantena trascorsa interamente a Ittiri, nella sua casa d’infanzia. È qui che si è trasferita lo scorso marzo, in compagnia della madre e circondata dai ricordi di una vita, alcuni felici e spensierati, altri più tristi e malinconici.

In quell’ambiente domestico, così raccolto e apparentemente lontano dal caos della città, Monni ha sperimentato una dimensione espressiva inedita, un equilibrio precario ma comunque duraturo, che l’ha portata a realizzare oltre un centinaio di nuove opere su carta che compongono la serie “In tempo di guerra”.

Come un soldato in trincea, l’artista, barricata in casa, ha voluto dare la sua personale visione di questo periodo, attraverso una produzione giornaliera avviata in seguito alla riscoperta di vecchie tempere “Giotto”, rimaste lì dai tempi del Liceo, e di alcune riviste di “costume e società”, altrettanto datate.

Iniziate come un divertissement e postate quotidianamente sui social, le opere ben presto hanno iniziato a prendere autonomia espressiva, dal punto di vista formale e concettuale. Le immagini pubblicate sulle pagine di famosi rotocalchi sono state selezionate e inglobate all’interno dei lavori in nome di un’operazione di appropriazione pittorica messa in atto da Monni con l’obiettivo di rendere individuale un immaginario collettivo. 

Fino al momento prima che scoppiasse l’emergenza sanitaria, la sua ricerca artistica appariva come un processo di vivisezione esistenziale che non risparmiava neppure la sfera emotiva e sentimentale. Ogni opera, infatti, nasceva con l’intento di comunicare una visione intima del vissuto quotidiano.

Adesso, invece, i nuovi lavori provengono da un’immagine fotografica riprodotta e stampata su carta in centinaia di migliaia di copie, e per questo motivo, vista e “consumata” dallo sguardo di altrettante persone. Queste immagini costituiscono la base di partenza del lavoro dell’artista, che le assume e le trasforma in una sorta di diario di ricordi inesistenti.

D’altra parte, il “carattere tendenzioso” della memoria era già stato messo in luce da Freud, secondo il quale, la memoria, più che una restituzione fedele di quanto realmente accaduto, prendeva il ruolo di una lente deformante al servizio dei meccanismi difensivi (Zamagni, 2002). Allo stesso modo, è sempre più condivisa, anche in ambito accademico, l’idea di una memoria intesa come illusione o pregiudizio culturale. Non è un caso, quindi, che nel primo capitolo del volume “L’invenzione della memoria” (1989), Rosenfield scelga di citare un brano di Thomas Hobbes nel quale, il filosofo britannico sostiene che “Immaginazione e memoria sono una cosa sola che, in conseguenza di condizioni differenti, prende nomi diversi”.

Tutto ciò appare tanto più vero se applicato alle opere di Narcisa Monni, in cui tale meccanismo risulta una costante della serie: finzione e autenticità si alternano, si mescolano, anche al fine di eliminare ogni sovrastruttura etica o morale, con l’intento di rappresentare le cose per quello che sono, o meglio per quello che lei crede che siano.

Ci troviamo davanti a una narrazione dai toni biografici che, in verità, di biografico ha ben poco, in cui al silenzio raggelante dell’impianto visivo, reso tramite una pittura gestuale che lascia spazio ad alcuni dettagli fisionomici dei soggetti ripresi nella fotografia preesistente, fa da contraltare, di volta in volta, un titolo vagamente beffardo, amaro, ma anche ironico, che sembra suggerire più lo stato emotivo dell’autrice nel momento della creazione dell’opera che una reale aderenza al contenuto proposto. Una sorta di nota a commento, dunque, un appunto per ricordare l’accaduto mai accaduto. Chissà, magari non direttamente a lei, ma forse a noi.

È in questo momento che si compie quel passaggio di restituzione dell’opera al pubblico e di chiusura dell’atto creativo: quell’immagine rubata è ora riconsegnata modificata, nella forma e nel contenuto, e racconta una storia tra le tante di questo tempo, una storia forse immaginata ma proprio per questo indispensabile alla realtà quotidiana, alle nostre frequentazioni, alle nostre delusioni, alle nostre angosce e ai nostri dolori, perché in fondo – per citare le parole dell’artista interrogata sul reale motivo che l’ha spinta a dare vita a queste opere – “ognuno si salva come può”. 

NARCISA MONNI.

INSIEME A TE NON CI STO PIU’

a cura di Davide Mariani

Museo Stazione dell’Arte

Ex Stazione ferroviaria, Ulassai (Nu)

Inaugurazione: 13 agosto 2020, ore 18:30

Dal 13 agosto all’11 ottobre 2020

Orari: dal martedì alla domenica, dalle 9:30 alle 19:30 (orario continuato)

Chiusura settimanale: lunedì

Visite guidate: sospese

Per informazioni: Tel. 0782787055; e-mail: stazionedellarte@tiscali.it

Sito: www.stazionedellartexperience.com

Facebook: https://www.facebook.com/MuseoMariaLai/

Instagram: https://www.instagram.com/stazionedellarte/


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