Paesaggi personali

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Data / Ora
Date(s) - 05/12/2021
10:00 am - 8:00 pm

Luogo
Galleria Vannucci

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Paesaggi personali è un paesaggio plurale in cui il personale – privato e intimo – si apre alla rivelazione e alla condivisione. Un panorama composto da singole storie, quelle degli artisti Antonello Ghezzi, Sergia AvvedutiMohsen Baghernejad Moghanjooghi, Luca Caccioni, Fabrizio Corneli, Marco Degl’Innocenti, Lori Lako, Erika Pellicci, Sandra Tomboloni, che si esplica in una pluralità di punti di vista e inquadrature, di riflessioni e stati d’animo, nella mostra a cura di Serena Becagli alla Galleria ME Vannucci di Pistoia. Ogni opera è un posto dove non siamo mai stati, un sentimento che non abbiamo ancora provato.

La notte del primo ottobre 2021 è caduto un meteorite tra Pistoia e Prato. Una roccia di colore nero intenso di pochi centimetri di diametro e che pesa fra i 30 e i 100 grammi ha attraversato il cielo ed è stata avvistata da ben otto telecamere. Il meteorite non è stato ancora recuperato e gli scienziati si sono appellati agli abitanti della zona, che si sono organizzati per le ricerche. Una parte di universo sconosciuta è caduta sulla Terra proprio in questo periodo, qui vicino, suscitando inevitabilmente attenzione, sogno, curiosità e interesse scientifico.

In un momento in cui siamo iper-connessi e tutto sembra a portata di mano, inscatolato e catalogato, un piccolo frammento di roccia extraterrestre ci richiama al mistero e alla distanza. Nicolas Bourriaud nel suo recente saggio Inclusioni. Estetica del capitalocene ci ricorda la preoccupazione di Aby Warburg quando nel 1896 nel suo scritto Il rituale del serpente dice: “Il telegrafo e il telefono distruggono il cosmo. Il pensiero mitico e il pensiero simbolico, lottando per attribuire una dimensione spirituale alla relazione dell’uomo con il suo ambiente, hanno fatto dello spazio una zona di contemplazione o di pensiero, spazio che la comunicazione elettrica istantanea annienta”.

Il tema del paesaggio è un tema infinito, che ci parla dell’incontro di natura e cultura, dello stratificarsi di gesti, scelte, tradizione e innovazione. L’opera d’arte può diventare quel dispositivo trasformatore che ci fa compiere un passo indietro e che ci fa introdurre volontariamente una distanza con il mondo esterno, per vederlo e sentirlo in modo nuovo. Un percorso tra video, sculture, installazioni, interventi site-specific, carte, disegni, fotografie, luci, proiezioni e apparizioni, in cui i termini più ricorrenti sono: stratificazione, memoria, terra, trasparenza, architettura, cielo, origine, limite, destinazione. La mostra Paesaggi personali osserva alcuni aspetti della rappresentazione, del sogno, della ricostruzione del paesaggio, della riflessione sul cosmo e su quello che ci sta intorno, in cui alcuni artisti di diverse generazioni e di diversa provenienza geografica si confrontano in una convivialità delle differenze.

Gli artisti e le opere

Antonello Ghezzi (Nadia Antonello e Paolo Ghezzi, duo formatosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2009) in occasione di Paesaggi personali presentano delle opere legate al progetto di land art Cielo stellato su prato, a cui lavorano dal 2019. Gli artisti hanno pensato di realizzare una grande installazione composta da corpi brillanti che di notte si illuminano nel paesaggio agricolo dei colli bolognesi. È stata prodotta una serie di reti per fasciare le balle di fieno (in collaborazione con l’azienda Novatex Italia) con un materiale luminescente, in modo da creare idealmente un cielo stellato appoggiato sulla terra. La distesa di rotoballe diventa così opera d’arte ambientale, un segno, un paesaggio notturno, ma anche un rovesciamento del cielo sulla terra, come uno specchio, elemento con cui il duo bolognese lavora spesso.  Dopo la mostra del 2013-2014 dal titolo Il cielo sopra Pistoia, nella vecchia sede della Galleria Vannucci, di nuovo un lavoro legato al tema del cielo e della sua relazione con la terra. Ignari dell’evento astronomico del primo ottobre 2021 sui cieli tra Pistoia e Prato, una volta saputa la notizia avrebbero voluto mettersi alla ricerca dell’ambito pezzo di universo.

Paesaggio e architettura sono da sempre al centro della ricerca di Sergia Avveduti (Lugo, Ravenna, 1965): “Mi sorprende la capacità del paesaggio di contenerne un altro al suo interno, quello presente che osservo e quello assente, immateriale, fatto di informazioni visive, di memorie, quasi una strategia di adattamento culturale, somma di tutti i paesaggi possibili.” Nell’opera Ciglio di sole, 2020, una piccola stampa su zinco è quasi occultata da una scultura in ceramica posta di fronte. C’è un foro al centro della scultura, e da lì partono dei raggi scolpiti. Sono le lunghe ciglia del sole? Il ciglio è un limite, un bordo, un confine, ma anche l’inizio di qualcosa. Lo spettatore è invitato a piegarsi leggermente e guardare attraverso il foro: l’occhio si appoggia al paesaggio, a quel punto di vista, a quell’apertura su un’altra dimensione, sul sole. Tra le opere in mostra, Tifone, 2021. Un meccanismo d’orologio antico emerge come radice a due paesaggi. Si tratta di un piano ottenuto rielaborando la forma di un meccanismo di orologio ingrandito, il corpo poggia su tre gambe una delle quali risulta flessa e innestata a una lancia, la quarta in acciaio configura un disegno sospeso che termina prima di raggiungere il suolo. Tifone suggerisce un percorso fisico e temporale attraverso la rivisitazione della forma di un tavolino curvilineo sulla cui sommità è presente l’immagine di un paesaggio e di una costellazione sul retro della stessa, quasi dei rifugi immaginari per chi si avventurasse in quei territori misteriosi. Attraverso la stratificazione di elementi contrastanti cerco quello che si nasconde oltre la realtà delle cose, oltre il visibile. Sono appunti e segni di un paesaggio del tempo come sedimentazione e come dispersione. Come deposito e come congerie di una frantumazione che abbina, al tempo stesso, una progettualità ‘geologica’ primordiale e comunque riservata alla natura, con quella più propriamente artificiale e architettonica.” Architettura spontanea #5 è invece un collage in cui una figura umana, intenta a compiere un movimento, è coperta da un elemento in pietra, forse un pilastro, una colonna, un menhir. Questa semplice immagine ci ricorda che l’uomo ha iniziato a costruire il paesaggio intorno camminando. Nella ricerca di Sergia Avveduti l’opera diventa una metafora di movimento e di trasfigurazione di tutti gli elementi, sia materiali che concettuali.

Negli spazi della Galleria Vannucci l’artista iraniano Mohsen Baghernejad Moghanjooghi (Tehran, Iran,1988) interviene con i materiali che fanno parte della sua ricerca e produzione, che hanno sempre a che fare con l’architettura e la costruzione. I suoi interventi possono andare dalla leggerezza di un foglio alla pesantezza di un pilastro di cemento. Sta lavorando da un po’ di tempo a una serie di piante che ricrea con malta in cemento, opere che fanno riflettere su temi che riguardano l’intervento dell’uomo sull’ambiente e la progettazione dello spazio intorno. La sua indagine sul segno unisce il gesto istintivo alla costruzione e all’immaginazione. Questa apparente dicotomia tra gesto e progettualità si concilia nelle scritte che l’artista esegue scavando con scalpello e altri strumenti da cantiere, andando a scoprire l’anima di ciascuna costruzione. Le frasi, scritte in diverse lingue, non sono che l’ingrandimento della sua propria calligrafia: un segno che viene fermato, ingrandito e riportato a parete. Un intervento che non resta superficiale ma va a scalfire, scavare, scoprire, e ripulire. Un gesto istintivo che si compie con le tempistiche dilatate di un cantiere da costruzione. Una calligrafia impressa con flessibile e scalpello, una firma e un segno che restano nella memoria della parete anche una volta che questa è stata coperta, pensando anche a coloro che potranno un giorno ritrovare le tracce di questo intervento e di questo passaggio.

Le Lothophagie di Luca Caccioni (Bologna, 1962) hanno un chiaro rapporto con gli elementi naturali, ma più che a un semplice riferimento naturalistico assistiamo alla rievocazione di forme di vita. La serie – composta da più di cento opere che l’artista bolognese sta archiviando mentre continua a produrre – prende ispirazione dai Lotofagi dell’Odissea, il popolo che mangia i fiori di loto per dimenticare. Un paesaggio lisergico, verrebbe da dire, composto da carte e tele provenienti da fondali di teatro antichi; tagliate, asportate, manomesse. Sono elementi già carichi di memoria, che hanno ascoltato, visto e vissuto. Su di esse l’artista interviene con colori a olio (spesso puro olio di papavero) e pigmenti, lavorando sulla trasparenza e sulla memoria dei materiali. Nelle Lothophagie di Caccioni siamo di fronte a frammenti di paesaggio interiore, paesaggi nuovi, dai quali affiorano – dal vento, dall’acqua, dal cielo – nuovi segni e nuovi nomi: “due petali di ghisa muovono ugualmente al vento”; “good news from specola2; “a place of nymphs”; “del fiore e delle fauci”; “landscape (a place of nymphs)”. Queste opere potrebbero essere la parte finale del nostro viaggio tra i paesaggi personali, per scordarsi tutto e ripartire daccapo, oppure potremmo disseminarle nel percorso della mostra, come a farci di volta in volta scordare tutto e ricominciare il viaggio. Che poi scordarsi tutto e ricominciare è un po’ come rinascere. Un ipotetico fondersi uomo-fiore, questo mangiare, interiorizzare, far scaturire un processo, prima chimico e poi percettivo, mnemonico e ipnotico. Ecco che da questi brandelli di tela appare la forma di un’ellisse, un’orbita, un UFO, un segnale che ci dice che siamo pronti a ricominciare.

Come un’apparizione che ci trasporta avanti e indietro nel tempo, e che materializza l’immagine di un luogo lontano, l’opera Metropoli di Fabrizio Corneli (Firenze, 1958) si inserisce in questo nostro ipotetico percorso tra paesaggi visti, sognati, ricomposti, evocati o semplicemente inventati. Metropoli, proveniente dalla serie QI del 2018, è una città costruita di luci e ombre, intangibile, che si forma sulla parete. Un gioco di percezioni quello che ogni volta ci chiama a fare Fabrizio Corneli, una rivelazione della quale l’artista cela il progetto e il trucco, lasciando a chi guarda la possibilità di fermarsi a contemplare o provare a ricostruire l’inganno. La proiezione proviene da una sfera di cristallo sulla quale è incisa una piccola miniatura che incontra i raggi della luce artificiale. La sfera di cristallo è di per sé un oggetto legato alla magia e alla bellezza grazie alla purezza della forma, ma può diventare anche un sistema ottico. L’opera restituisce allo spettatore una grande responsabilità, quella di custodire e ricostruire dentro al suo occhio quello che ha di fronte, che nella realtà non esiste, non lo si può toccare. Se attualmente mi chiedo il perché della scelta nel mio lavoro di un medium in parte atipico come la luce, posso trovare molte ragioni razionali o teoriche, ma alla base rimane un’istintiva fascinazione che va al di là di qualsiasi teoria.” La luce è, d’altra parte, scrive Silvia Evangelisti – una delle più potenti dimostrazioni della grandezza della creazione umana: l’appropriazione della conoscenza, non più pensata come divina, è la nascita della città, degli orizzonti artificiali e dell’invenzione della sua riproducibilità: è la fine della notte della ragione per essere l’inizio dell’acquisizione e del disvelamento. È la condizione di un desiderio che attraverso il buio diviene frammento di apparizione.”

Marco Degl’Innocenti (Firenze, 1972) porta avanti una ricerca che indaga tutti quegli aspetti riguardanti la manualità, la creazione e il rapporto tra l’artista e le sue opere, tra la mano e i suoi strumenti. Il tema del lavoro, con i suoi attrezzi e i suoi tempi, si traduce in curiosi collegamenti di materiali e oggetti, che coesistono in perfetta armonia con gli elementi naturali. L’opera Terra perduta rende esplicito questo concetto. Innestando il calco in bronzo delle sue mani su due strumenti da lavoro – sul manico di una zappa e di una vanga – l’artista crea una sorta di autoritratto che però non è un busto da collocare su un piedistallo, ma una protesi, uno strumento che idealmente estende le capacità, senza la presunzione di elevarsi, ma restando appoggiato a terra, toccando letteralmente il suolo. La mano tocca, plasma e crea, la mano accarezza, la mano è lavoro e riposo, è creazione e piacere.  Questa simbiosi tra l’uomo, i suoi strumenti, la natura e il paesaggio, è ben percepibile nella serie di disegni Accordo. Qui l’artista cerca, e trova, armonia tra elementi apparentemente inconciliabili e lontani, ma in realtà estensione e propaggine della terra. Sul disegno a grafite di un ramo si sovrappone la riproduzione di una chiave inglese, una replica in gesso, un materiale che si confonde con il foglio bianco da disegno, riportando a una consonanza naturale tra elementi. Una sintonia che avviene attraverso un processo artistico e di visione.

Nella serie fotografica Possibly maybe, 2017, di Lori Lako (Pogradec, Albania, 1991) le immagini del cielo con le scie bianche disegnate dagli aerei sono accompagnate dai dettagli dei voli effettuati, presi dal sito web dell’aeroporto. In contrasto con la dimensione poetica e astratta del cielo, le informazioni riportate incoraggiano la riflessione sulla circolazione delle persone e sulle difficoltà che essa comporta. Il tentativo di identificare l’origine e la destinazione degli aerei al di là delle scie bianche rimane uno sforzo dichiarato dal titolo dell’opera. Un semplice scorcio di cielo in cui avvengono incroci ci porta a riflettere sulla possibilità reale di tutti di poter viaggiare e varcare i confini, come di poter realizzare i propri sogni. Un paesaggio esotico è invece quello raccontato nei collage di Exotic Memories / Kujtime ekzotike, 2019, un lavoro che nasce da una serie di fotografie dell’infanzia dell’artista, scattate negli anni Novanta in uno studio fotografico di Pogradec. Quasi tutti i suoi conoscenti hanno fotografie in posa su questo fondale con palme esotiche, che era molto di moda in quegli anni. In ciascuna delle foto, in contrasto con il paesaggio artificiale ed esotico, si percepisce una rigidità e una serietà negli atteggiamenti, tipiche delle immagini dei primi anni dopo la caduta del regime dittatoriale in Albania. Lako ricostruisce un paesaggio di ricordi scansionando le foto ricevute dai suoi conoscenti e familiari, rimuovendo però digitalmente le persone. Realizza con questi elementi dei collage che conservano le piccole dimensioni e l’intimità delle fotografie originali.

Erika Pellicci (Barga, Lucca, 1992) nel suo video Il luogo di origine del 2020 ci parla di fughe e ritorni. Su uno schermo installato nella campagna dietro la sua casa in Toscana è proiettato un video ambientato in una città caotica, piena di luci e insegne pubblicitarie. Una porta spazio-temporale ci conduce direttamente a New York, in Times Square. Siamo catapultati in un altro posto nel mondo, come se potessimo viaggiare restando allo stesso momento seduti sull’erba, lasciandoci accarezzare dal vento che ogni tanto muove il telo di proiezione. Ecco che la voce dell’artista inizia a raccontare, sussurrandoci e confessandoci la relazione con la sua terra di origine, la necessità di scappare, di viaggiare per conoscere e vedere cose nuove: “Il paesaggio può essere definito dal suo stesso confine, puoi provare a prenderlo tra le mani, tenerlo vicino all’orecchio per ascoltare ciò che ha da dirti e ti dirà che non c’è luogo d’origine se non quello in cui vivi da cui dovrai scappare”. Con questa opera Erika Pellicci ha vinto il premio ART TRACKER come miglior artista under 35 del Combat Prize2021.

Di stratificazione e convivenze parlano i lavori di Sandra Tomboloni (Firenze, 1961), protagonista lo scorso anno di una mostra personale negli spazi della galleria, con una serie di opere nelle quali l’artista fiorentina aveva ricreato un bestiario in pongo e altri materiali sui temi dell’antispecismo e della difesa delle diversità. Un nuovo lavoro che parte proprio da quei temi, La stratificazione della terra, 2021, è un altorilievo in paraffina dal quale emergono tante figure zoomorfe, come a ribadire il concetto che la Terra siamo tutti noi, animali e esseri umani. L’interesse e la conoscenza della scultura classica emergono chiaramente in questo lavoro, in un concatenarsi di corpi umani con testa di maiale, animale a lei caro e già protagonista di altre opere, come il grande bassorilievo in pongo Purezza del 2020. Era già chiara nel dittico in pongo Irina e Irene del 2007 questa idea di identificazione dell’essere umano con ogni creatura vivente. Questi due bassorilievi composti da tanti fiorellini bianchi in pongo hanno nomi di donna. Forse le due donne sono la stessa persona, forse sono due gemelle (come Sandra e la sua gemella Paola) o forse l’artista vuole ricordarci che siamo tutti uguali in ogni parte del mondo, e figli e parte essenziale della terra che calpestiamo. Un prendersi cura quello di Sandra Tomboloni che suona come urgenza: l’idea di preservare questo pezzo di giardino che porta il nome di Pace, che è appunto il significato del nome Irene, che ha il suo corrispettivo slavo in Irina.


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