Samuele Pigliapochi. Superfluido

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Data / Ora
Date(s) - 08/09/2021 - 24/09/2021
6:00 pm - 9:00 pm

Luogo
Spazio E_EMME

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L’8 settembre a partire dalle 18,00 Spazio E_EMME ospiterà Superfluido, primo appuntamento in Sardegna di Samuele Pigliapochi.

In mostra saranno presentate le opere pittoriche su legno e carta realizzate tra il 2018 e il 2021. La mostra si svolgerà a porte chiuse, e sarà visitabile solo su appuntamento.

Samuele Pigliapochi – SUPERFLUIDO

dal 8 al 24 settembre 2021

da mercoledì a venerdì ore 18.00/20.30

Spazio E_EMME, via Mameli 187 Cagliari

www.spazioeemme.com

Nel mezzo. Sugli ultimi lavori di Samuele Pigliapochi

Vedendo e rivedendo queste ultime opere che Samuele Pigliapochi ci ha donato e che sono in mostra qui nell’accogliente spazio E_EMME di Anna Oggiano, forse la prima cosa a cui rimandano e che ci viene in mente attraverso gli occhi verso il cuore, risiede in quegli spazi che si creano tra una pagina e l’altra delle esperienze della nostra vita. “Tu chiamale se vuoi” pause, ma perché no rotture, sospensioni, inversioni di marcia. Questi lavori di Pigliapochi intendono insinuarsi, in punta di piedi, lì “nel mezzo”, come cantava Luciano Ligabue ripensando alle gesta calcistiche di Gabriele Oriali, appunto “una vita da mediano”. In fondo, così facendo l’ autore felicemente recupera anche l’operosità tanto cara alla sua terra d’origine, le Marche, fatta di secolari saperi pratici, e la esalta silenziosamente portandosela con sé nei suoi segreti. Forse lasciamo andare troppo in fretta quel tempo che potremmo definire bianco perché tipicamente neutro per noi oppure non ci soffermiamo mai abbastanza (quanto sarebbe invece più opportuno, probabilmente) su quegli inviti con ospitalità, che la nostra vita ci riserva per sospendere un attimo i nostri giudizi come le valutazioni. E infatti quei vuoti meriterebbero di “perderci un secolo in  più” per non riempirli immediatamente di ciò su cui poi, in fondo, neanche noi interessati siamo del tutto convinti. Eppure, noi temiamo quel bianco, pietrifichiamo al solo pensiero di dover confrontarci con quegli stalli. Perché accade ciò? Semplicemente forse perché dovremmo ridiscutere in toto la nostra persona e i nostri fini, ripensare a cosa veramente desideriamo e soprattutto come lo vogliamo. Qui, se si vuole, è possibile rintracciare una sorta di  sana persuasione in queste opere (sempre  se  Samuele  non  se  ne voglia e ce lo permetta) che ci può condurre a rivolgere magari più attenzione alle sollecitazioni che ci vengono dal concreto esperire, a mettere in campo mirato qualche  sforzo in più con meno distrazione che ci sparge invece di tenerci composti. Il blu e il rosso che Pigliapochi pone in relazione lasciando che i due colori vadano alla  ricerca  di  naturali effetti di simbiosi nel bel mezzo della tela, la mancata continuità voluta in cui si presenta un’opera in particolare, l’allestire in un angolo un lavoro dove lato sinistro e lato destro vanno a confluire al centro insieme: tutto questo ci viene addosso ricordandoci che nessuno si salverà da solo, benché si abbia saputo -e potuto- mettere da parte quel che si crede portar fortuna. Poveri illusi che siamo.  “E il  giorno della fine non ti servirà l’inglese”, cantava Battiato in una sua nota canzone. Se non in una sempre nuova e rinnovata metamorfosi che si presenta sotto forma di continua trasformazione, in che cosa e come consistiamo? Sembra che anche in questi nostri tempi contemporanei il fantasma della falsa eternità non smette di prenderci in giro e noi cadiamo come vinti ai suoi piedi. Basta restare fedeli alla nostra propria natura, capace di adattarsi sempre e comunque, senza rinnovare fiducia a ennesimi “falsi miti di progresso” sempre più stolti e infecondi. E torniamo così al punto di partenza. Lo stato d’animo che queste opere di Pigliapochi esprimono è crederci sempre, nel fare liberamente nonostante tutto, operare con costanza ancora una volta. E per far questo bisogna accettare i fallimenti, le cadute, gli imprevisti come le probabilità. Fa parte del gioco che è la vita. Non guardarli in faccia, non affrontarli di petto si risolve in pochissima cosa. Di recente, qualcuno  è tornato a far circolare un’intervista  a  Lucio Dalla che ripercorreva gli inizi della sua carriera. “Delizioso sapore dell’insuccesso”, così definiva ciò che il suo palato gustava durante i primi passi creativi condivisi col pubblico. Quanta è bella e sana quest’espressione di Dalla! Ecco, lo si può chiamare anche in altro modo, tipo non voluto, inaspettato, non desiderato, poco gradevole, etc.:  ebbene, tutto questo, da ognuno, va solo accolto e digerito per riandare alla volta di nuove avventure. Magari con qualche carta in più da giocare.

Domenico Spinosa

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