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Sin necesidad de título. Pablo Dávila alla Galleri...

Sin necesidad de título. Pablo Dávila alla Galleria José García di Mérida

Il suono si fa spazio, il silenzio lo accoglie. E lo spazio è condizione primaria affinché il suono possa propagarsi, essere percepito e interiorizzato. La musica necessita anche di una struttura spaziale e temporale, ha bisogno di una certa distanza tra i suoni, ha bisogno di silenzi o pause. Un po’ come accade nei processi visuali, occorre spazio tra gli oggetti che entrano a far parte nel nostro campo per distinguere le delimitazioni tra le forme circostanti, occorre spazio tra le parole per comprenderle in profondità.

La musica intreccia da sempre razionalità e istinto, mentre, la percezione dell’armonia può essere intesa come un fenomeno culturale così come la codifica estetica dell’ascolto, accanto ai criteri di dissonanza e consonanza, mostrando la relatività di ogni giudizio formulabile in maniera assoluta e onnicomprensiva sull’esperienza musicale.

Metallo, specchio, amplificatori, parole interagiscono con gli spazi della Galleria José García nella sua sede di Mérida (Yucatán) in una riflessione ben organizzata, o meglio, ben temperata. È Pablo Dávila (Mexico City, 1983), artista messicano, che orchestra, dispone, compone fonemi estetici e concettuali, purché l’interlocutore possa accostarsi alla sua partitura codificandone linguaggio e stile. Una partitura di segni che riflette il cielo, le parole, qualche angolo di vegetazione, ponendosi in contatto con dati visivi e suoni simbiotici, restituendo alla superficie stati d’animo e memorie con una sola indicazione di tempo a inizio battuta: quello soggettivo e biografico, dunque personale e relativo.

Si tratta di una esperienza sensoriale. L’installazione di Dávila ci ricorda che l’arte è prima di tutto una esperienza interattiva con una dimensione spaziale specifica, interna ed esterna, a cui partecipiamo, ognuno col proprio peculiare “timbro esistenziale”. Più precisamente, la riflessione dell’artista si sviluppa questa volta a partire da un’opera fondamentale per la storia della musica occidentale, Das wohltemperierte Clavier, oder Praeludia, und Fugen durch alle Tone und Semitonia meglio conosciuto come Il clavicémbalo ben temperato, una raccolta composta nel XVIII secolo con intenti pedagogici, considerata oggi una codifica del cosiddetto temperamento equabile o “buon temperamento”, un sistema innovativo per l’epoca. Il suo autore è Johann Sebastian Bach.

Ecco che nell’armonia del materiale riflettente, nel binomio degli specchi messo in scena da Dávila, come Preludio e Fuga della stessa tonalità, si riflette e si traduce la relatività di ogni pensiero e della nostra stessa esistenza come res cogitans.

È come se voci differenti fossero in grado di interagire all’interno di una installazione in cui lo spazio esterno è la cassa di risonanza in cui la coscienza, o spazio interno, si amplifica. La sensazione di spazialità, di organizzazione formale e concettuale, si esprime attraverso la reiterazione del modulo che si fa così modello di interpretazione. Tutto è coordinata all’interno di un sistema musicale e visuale, o architettura, che mostra le infinite variazioni possibili della percezione, della nostra esperienza della realtà e dei processi cognitivi. E lo comprendiamo, questa volta, non floating in space ma scegliendo come punto di osservazione, la terraferma di una calda, assolata, imprevedibile città yucateca.

Il progetto di Pablo Dávila è stato realizzato in collaborazione il Centro de Investigación y Estudios de la Música (CIEM). Sarà visitabile sino a settembre negli spazi della Galleria José García di Mérida.

www.josegarcía.mx

Giuliana Schiavone

Pablo Dávila, Sin necesidad de título, installation view at Galleria José García

Pablo Dávila, Sin necesidad de título, installation view at Galleria José García

Pablo Dávila, Sin necesidad de título, installation view at Galleria José García

Pablo Dávila, Sin necesidad de título, installation view at Galleria José García

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