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Aboriginalities | Royal Museum of Fine Arts of Bel...

Aboriginalities | Royal Museum of Fine Arts of Belgium

“Aboriginality” è una parola inventata negli anni ’50 dai popoli indigeni dell’Australia per sottolineare la lotta per il riconoscimento dei diritti territoriali e della propria unicità culturale. Dall’inizio della colonizzazione – avvenuta alla fine del XVIII secolo – l’Australia è stata definita come “Terra nullius”, terra disabitata, non appartenente a nessuno. Questa visione portò alla negazione dello status umano degli indigeni australiani e quindi all’impossibilità di rivendicare la proprietà della terra, che verrà concessa solo nel 1967.

La mostra Aboriginalities presso il Royal Museums of Fine Arts of Belgium espone circa 150 opere di artisti aborigeni raccolte nell’arco di vent’anni dalla collezionista Marie Philippson. Con arte aborigena intendiamo sia l’arte pre colonialista degli aborigeni d’Australia, sia quella del tempo presente influenzata dalla cultura tradizionale. Questa racconta la creazione del mondo – ovvero “l’epoca del sogno” (Dreamtime) – e il rapporto tra gli uomini e la Terra. Concepita originariamente per essere realizzata ed esperita in luoghi occulti, l’espressione artistica aborigena diventa all’inizio degli anni ’70 veicolo per diffondere e portare alla luce le proprie battaglie politiche, sociali ed economiche. I primi a utilizzare l’arte come mezzo di comunicazione e liberazione sono stati gli artisti della comunità dei Papunya Tula che impiegarono per la prima volta i colori acrilici e la tela. Questo sapere viene tramandato di generazione in generazione dai membri della comunità.

I fratelli Thomas (1964) e Walala (1972) vissero fino all’età di vent’anni senza entrare mai in contatto con l’Occidente, spostandosi nudi da una sorgente d’acqua all’altra e portando con sé lance e boomerang. Nel 1984 furono trasferiti a Kiwirrkurrat e qui impararono la pittura secondo i nuovi canoni. In “Tingari” (2010) Thomas Tjapaltjarri rappresenta gli antenati Tingari, un popolo nomade che secondo la tradizione intraprendeva viaggi attraverso l’Australia. Le popolazioni aborigene credono infatti che il mondo sia stato creato dagli Antenati, esseri spirituali e mitici che diffondono la vita durante le loro peregrinazioni.

L’importanza della dimensione topografica è evidenziata dal fatto che gli artisti dipingono le aree da cui provengono, in cui sono nati o che hanno caratterizzato particolarmente la loro vita. In “Grand Mother Country” Gabriella Possum Nungarrayi – figlia maggiore di Clifford Possum Tjapaltjarri, uno degli artisti aborigeni più conosciuti e acclamati d’Australia – raffigura Gold Country, la patria di sua nonna dove ha trascorso parte della sua infanzia. Il dipinto sembra ritrarre il paesaggio dall’alto: pozze d’acqua, rocce, foreste e figure femminili (rappresentate con una lettera “u”) si trasformano in segni che rimandano a qualcosa di primordiale.

L’arte aborigena è sia ancestrale e sia contemporanea. La spiritualità al centro di questa pratica esalta il rapporto dell’uomo con la Terra e l’universo. Maisie Campbell Napaltjarri per i suoi dipinti trae ispirazione dai luoghi adibiti alle cerimonie come in “Myyma Immaku” (2011), dove racconta il “sogno dell’acqua” e ne evoca i siti degli antenati attraverso forme concentriche. L’acqua infatti è la più preziosa fonte di vita ed è protetta dalla figura del “serpente arcobaleno” (“The Rainbow Serpent”), raffigurato da Timothy Wulanjbir su una foglia di eucalipto tramite la tecnica del rarrk, un tratteggio incrociato policromo.

In “Broad Shield Design” (1996) di Jonathan Kumintjarra Brown viene sottolineata l’origine rituale della pittura attraverso una linea tracciata simbolicamente per terra con l’estremità di un bastone e destinata a essere cancellata al termine della cerimonia. Sono riconoscibili alcuni cerchi concentrici ripetuti sulla superficie, tipici delle decorazioni di Pitjantjatjara che, quando riprodotti sugli scudi, diventano simboli protettivi.

Gli aborigeni australiani vivono e hanno vissuto in mezzo alla natura in una totale comunione spirituale con essa. Il termine “aboriginality” è l’insieme delle parole “aborigine” e “originality” e non vuole indicare una nuova forma di primitivismo, ma un possibile futuro diverso dal concetto di modernità che conosciamo. I segni semplici e ripetitivi dell’arte aborigena danno vita a un linguaggio allo stesso tempo ancestrale e universale, in grado di comunicare a tutti e di permettere così a questa cultura di autoconservarsi. È un’arte emozionale, ricca di colori e forme che catturano e rimandano a nuove e continue interpretazioni.

Martina Matteucci

Info:

Aboriginalities
01.04 – 01.08.2021
Royal Museums of Fine Arts of Belgium
Rue de la Régence / Regentschapsstraat 3
1000 Brussels

Emily Kame Kngwarreye (1910-1996), Anooralya Yam Dreaming, 1994, acrylic on canvas, 70 x 90 cm. Collection Philippson © Courtesy of the artist, photo: Vincent Everarts

Sally Gabori (1924-2015), Big Crocodile, 2005, acrylic on canvas, 91 x 211 cm. Collection Philippson © Courtesy of the artist, photo: Vincent Everarts

Johnny Warangkula Tjupurrula (1925-2001), Dingo Camp at Tinki, 1973, acrylic on canvas, 61 x 79 cm. Collection Philippson © Courtesy of the artist, photo: Vincent Everarts


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