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Arsenale: Padiglioni in crisi in Tempi Interessanti

In questi tempi sfidanti e minacciosi gli artisti che rappresentano la loro Nazione alla 58° edizione della Biennale di Venezia, sono ancora più stimolati ad “autoritrarsi” facendo emergere una visione ed una funzione sociale più profonde, aprendo un dialogo con il concetto curatoriale di questa edizione 2019. Come valutiamo le nostre azioni e le connessioni che stabiliamo tra il mondo naturale, il tempo geologico, le scelte morali e le aspirazioni di redenzione?

L’ordine sociale e geopolitico delle cose è in una fase di cambiamento e sapersi posizionare sullo scacchiere globale dell’arte è un gioco lucido e soprattutto politico.

È la prima volta per il Madagascar con la partecipazione dell’artista Jöel Andrianomearisoa, un evento storico, un segno di dinamismo e di modernità, un messaggio di speranza e di volontà di iscrivere le forze creatrici del Madagascar nei grandi movimenti mondiali. Il progetto s’intitola “I have forgotten the night”, l’artista rende omaggio non ad un paese ma alla maestosità dell’oltrenero ed alle sue erranze tristi che si piegano, si spiegano, si ritagliano, si cantano e si ridono quando viene la malinconia. L’artista materializza il suo viaggio tradotto dalla notte attraverso carte strappate d’amore e di morte, svela l’immateriale del mondo invisibile, girando il mondo altrove. Pensando alla sua terra lontana, l’artista scompone il palazzo d’Ilafy, residenza reale del Madagascar, separando le tavole di palissandro nere, per riunirle in nove cieli organici che cadono come cascate oscure di borse, corde e ceneri. Un’emozione estetica che parla da sé. L’opera si sviluppa intorno ad una narrazione non esplicita, spesso astratta, il suo mondo di forme intreccia la sua opera in sequenze, spesso nella profonda tristezza di un’assenza impossibile da colmare.

Il Padiglione del Messico è rappresentato da Pablo Vargas Lugo, artista che ha esordito a Torino nel 1997 con una mostra personale alla galleria Maze, ne ha percorsa di strada… oggi è alla Biennale con un progetto intitolato “Acts of God”, che rimane sulla soglia tra sceneggiatura e scrittura, performance e (dis)credenza, esplora la relazione tra l’inaspettato e il profetico. Si basa su vari episodi raccontati dai Vangeli, si compone di due film di 20 minuti, che come due ingranaggi, si incastrano grazie ad alcuni elementi iconici condivisi e facilmente identificabili, ma che si riorganizzano in ciascun nastro in una sequenza narrativa differente, dove sono presenti discrepanze, dettagli off-key. L’artista ha dichiarato che: “il punto non è fare una biografia su Gesù, ma prendere alcune scene chiave ed alcune delle figure che incarnano simboli e metafore che usiamo nelle nostre vite private e pubbliche, e poi ti chiedi: cosa succederebbe se le cose non fossero state nel posto giusto?”. Il film è stato prodotto a Cuatrociénegas, un’area naturale protetta nello Stato di Coahuila. La scelta di questo luogo enfatizza la biodiversità messicana e l’importanza della sua conservazione.

Il progetto “Island Weather” del Padiglione delle Filippine, presentato dall’artista Mark Justiniani, è un’esplorazione, dei molti modi con cui le Filippine, nazione-isola, possono essere capite ed immaginate attraverso le loro caratteristiche geofisiche che riflettono il modo in cui i filippini considerano i loro spazi, sia come luogo di origine, di rifugio, di tregua o paese nel suo insieme. “Island Weather” conta tre approcci tematici: “Viaggio sull’Isola”, allude ai viaggi ed ai viaggiatori, alle grandi opere di costruzione durante il periodo coloniale, ai fari, ai luoghi che combinano fantasia e mito. “Previsione locale: tempo perturbato”, rimanda all’importanza del faro, in senso salvifico, che sfida le forze della natura e brilla nel buio della notte per condurre i naviganti ad un porto sicuro, simbolo della forza spirituale, una casa di luce come dimora. “Moli e Porti”, fa riferimento all’investigazione dell’artista nel costruire e riconoscere la verità, proprio oggi in un mondo bombardato dalle fake news che tendono ad ingannare e manipolare le persone, il più radicale antidoto al virus della falsità è il lasciarsi purificare dalla verità, approdare in qualche modo alla luce delle cose, al non nascosto (a-lethès), al pensare.

Per il curatore Ralph Rugoff l’interconnessione è una costante “everything is connected”, la naturale predisposizione dell’arte stessa a mettere in collegamento fenomeni planetari e situazioni attuali, ci permette di riconoscere il filo conduttore attraverso piani diversi ma comuni, a seconda della reinterpretazione di ciascun Paese od artista.

Il caso del compositore-artista visivo giapponese Ryoji Ikeda è uno dei più eclatanti, ci svela il suo ‘data-verse 1’, una trilogia audio-visiva che immerge i visitatori nel vasto universo dei dati in cui viviamo, catturando aspetti nascosti della natura e la vasta conoscenza scientifica alla base della nostra esistenza. Enormi set di dati scientifici open source di varie istituzioni tra cui il CERN, la NASA e  lo Human Genome Project, sono stati elaborati, trascritti, convertiti, trasformati e orchestrati per visualizzare e sonorizzare le diverse dimensioni che coesistono sul nostro pianeta, dal microscopico, all’umano al macroscopico, i dati grezzi vengono così rielaborati in opere d’arte digitali che evocano un sublime estetico e uditivo per mezzo di pattern e della realizzazione di modelli 3D di tali elementi costitutivi di base. La proiezione è un video di grande formato nello standard Hollywoodiano ad alta definizione 4K DCI, la colonna sonora è elettronica minimalista intesse affascinanti strati di rumore bianco. La musica elettronica è nata (anche) per questo, per cercare di esplorare i confini dell’arte, della filosofia e del suono facendosi aiutare dalla tecnologia, cercando anche di tratteggiare un immaginario nuovo, diverso, peculiare. Le sue opere sono totali, nate dalla potenza di algoritmi sofisticati e che si sviluppano sempre su tre traiettorie: quella audio, quella visuale e quella filosofica. Traiettorie che corrono insieme e insieme si influenzano, in una compensazione crossmediale che veramente in pochi hanno, per stile, essenzialità, intensità.

L’uso predominante del video in questa edizione della Biennale, come mezzo espressivo ha fatto sì che il tempo fungesse da laboratorio metabolico per educare lo spettatore ad una comprensione totalizzante dell’opera d’arte. Già Kant, sottolineava le difficoltà della percezione della simultaneità, perché la comprensione è nel tempo e ciò che si dà come simultaneo e immediato tende ad essere percepito come in divenire.

Per Jon Rafman la visione distopica della realtà postmoderna del capitalismo più recente è il tema conduttore del pazzesco video Xanax Girl – Dream Journal, un ribaltamento dei concetti utopistici di futuro, dal roseo ottimismo, tipico dei movimenti modernisti. L’artista utilizza il video a singolo canale, con una composizione di animazione digital-surreale, si concentra sulle avventure di Xanax – Girl, alla ricerca del suo compagno (un ibrido tra un cane e una foca dotato di testa umana) che è stato rapito. Rafman ha creato le immagini grazie ad una combinazione di sogno lucido e scrittura automatica, in un rapporto di tensione diretta con la trama prestabilita, creando un alone di mistero nello scorrimento del film, che unisce una traiettoria narrativa regolare legata a personaggi tanto avvincenti quanto bizzarri, presentati come combinazioni di elementi riconoscibili il cui assemblaggio genera una sensazione di fastidio. Le poltrone vibranti aggiungono una dimensione fisica all’opera allucinatoria che spinge il visitatore a mettere in discussione i propri concetti di realtà. Un universo onirico e distopico che presenta situazioni e sviluppi sociali, politici e tecnologici altamente negativi e pericolosi portati al limite estremo.

L’opera “Body en Thrall”, tratta da Indigenous Woman rivista patinata, completa di fotografie di pubblicità di prodotti di bellezza, servizi di moda ecc., opera d’arte di per sé, prodotta e realizzata da Martine Gutierrez, propone una serie di immagini glam supportate da set fotografici di cui l’attrice principale è l’artista stessa ed i modelli appaiono rigidi con i giunti delle articolazioni visibili, riconoscibili come dei Ken e delle Barbie probabili partecipanti a finti incontri erotici, manichini posizionati in una zona liminale, zona di margine, anticamera del passaggio a nuove aggregazioni sociali e culturali. L’artista usa esplorare le interconnessioni di genere, sessualità, razza e ceto sociale. Ciò che si osserva è una carenza di confini definiti, una perdita delle appartenenze di gruppo, un infinito presente dove l’individuo è circondato da contraddizioni e solo una forte consapevolezza può aiutarlo a prepararsi al cambiamento ed a rimodellare l’intera struttura sociale.

Destreggiarsi quindi in questi tempi interessanti stimola una curiosità pressante, tutt’altro che oziosa e un’audacia fuori dal comune che gli artisti presenti alla Biennale hanno saputo interpretare e rappresentare sfidando le consuetudini di ragionamento con grande abilità.

Info:

www.labiennale.org

Arsenale Photo by Andrea Avezzù – Courtesy La Biennale di Venezia

Madagascar Jöel AndrianomearisoaPavilion of MADAGASCAR, Jöel Andrianomearisoa, I have forgotten the night

Pablo Vargas Lugo MessicoPavilion of MEXICO, Pablo Vargas Lugo, Actos de Dios / Acts of God

Mark Justiniani FilippinePavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather

Ryoji Ikeda data-verse 1, 2019 DCI-4K DLP projector, computer, speakersRyoji Ikeda, data-verse 1, 2019 DCI-4K DLP projector, computer, speakers

Jon RafmanJon Rafman, Dream Journal 2016-2019, 2019 Single channel HD video, colour, stereo sound

Martine GutierrezMartine Gutierrez, Body En Thrall from Indigenous Woman, 2018 C-print mounted on Sintra

For all the installation views: 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times
Photo by: Italo Rondinella
Courtesy: La Biennale di Venezia

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