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Rita Vitali Rosati. La passiflora non è una passeg...

Rita Vitali Rosati. La passiflora non è una passeggiata en plein air

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Data / Ora
Date(s) - 21/09/2019 - 03/11/2019
6:00 pm

Luogo
Centro Studi Osvaldo Licini

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La vita è bella / mi uccido col dirvelo / dice il fiore / e muore. Negli struggenti versi di Jacques Prévert c’è tutta la forza e insieme il lirismo delle nature morte che Rita Vitali Rosati ha composto nel progetto La passiflora non è una passeggiata en plein air divenuto nel 2013 un volume di immagini perfette e di poesie scelte. Tra le più intense e drammatiche, alcune inedite, molte di grande formato ad amplificare l’intensità dell’impatto visivo sono le fotografie dell’artista presentate da Nunzio Giustozzi nella mostra allestita all’interno degli spazi del Centro Studi Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado (dal 21 settembre al 3 novembre 2019) in un dialogo a distanza con i dipinti di Licini presenti nell’esposizione “L’altra realtà. Le nature morte di Osvaldo Licini” curata da Daniela Simoni presso la Casa Museo.

I fiori appassiti, dal gambo spezzato incarnano da sempre il concetto di caducità, una bellezza effimera e dunque subitaneamente svanita, una serenità compromessa, soli nell’eloquenza laconica di un’atmosfera circonfusa di silenzio e immota sospensione. Ma questi oggetti vivi aggrediti dal tempo, ontologicamente corruttibili, di una straordinaria qualità tattile, dagli studiati, funerei cromatismi, non creano una melodica meditazione sulla morte nemmeno quando sono sospesi contro il vigore di giovani corpi senza volto, mute presenze fisiche fuori fuoco che non lasciano trapelare emozioni né sprigionano desiderio, giustapposti ad arti feriti e sanguinanti, confrontati con la malinconica delicatezza di spose dai bouquet avvizziti.

Perché il riguardante non sia sopraffatto dalla verità oggettiva e non sia più in grado di giudicare, lunga e complessa è la costruzione delle immagini che l’artista realizza dirigendo come un regista, dalla preparazione dei modelli al set, alla calibratura della luce, al fine di creare la scena più adatta a una storia che non viene mai raccontata, se non nella originale, anche se calligrafica rivisitazione del mito letterario di Ofelia, usando elementi rievocati come da un inconscio collettivo, che è intriso di sensi di colpa, di violenza e di morte, per denunciare i turbamenti e le ansie della società.

Non è il disquisire sull’inutilità della bellezza di fronte all’ineluttabilità della morte che interessa all’artista, il memento mori non viene più celato dietro il quadro ma diventa il quadro. Sugli altari Rita Vitali Rosati intende erigere così simulacri alla bellezza perduta da venerare comunque per scongiurare l’impermanenza della vita e dell’arte, invitando lo spettatore a un momento di coscienza, a rinnovare un ragionamento intimo sull'”infinita vanità del tutto”. La riflessione profonda sulla vanitas non basta tuttavia a evitare che l’allegoria diventi un alibi estetizzante: le fotografie di Rita Vitali Rosati sono come delle soglie, linee sottili che mettono in relazione contrasti e con un ardito sillogismo svelano che l’arte non rappresenta solo la vanità, è vana essa stessa.

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