The FLAG, New York

The FLAG Art Foundation, fondata nel 2008 dal mecenate Glenn Fuhrman, è un’istituzione senza scopo di lucro con l’intento di diffondere l’arte contemporanea a un pubblico eterogeneo e non solo specialistico. Vengono presentate da quattro a sei mostre all’anno, includendo opere di artisti internazionali affermati ed emergenti, appoggiandosi su contributi esterni nella pianificazione del suo lavoro e fornendo un supporto curatoriale e una piattaforma di supporto agli artisti più giovani per realizzare le loro prime mostre. L’approccio innovativo di FLAG per promuovere il dialogo intorno all’arte contemporanea include l’organizzazione di incontri con artisti, laboratori guidati da artisti e tour di mostre per gruppi scolastici e museali, facilitando anche i prestiti di opere d’arte contemporanea a musei e gallerie di tutto il mondo, grazie al supporto di un ampio database di opere mantenuto a disposizione dei curatori.

La mostra inaugurale, nel 2008, “Attention to Detail”, curata da Chuck Close (Monroe 1940, New York 2021), presentava le opere di cinquanta artisti, tutte concentrate su un alto grado di precisione concettuale e tecnica. Il che, conoscendo il lavoro di Close (il poeta del ritratto fotorealistico di grandi dimensioni), è del tutto comprensibile e legittimo, visto che proprio rispetto al suo stesso lavoro aveva affermato: “Sto cercando un livello di perfezione che è solo mio… La maggior parte del piacere sta nel rendere perfetto l’ultimo piccolo pezzo”. Oppure, per dirla con le parole di tanti architetti o artigiani dell’arredamento, il valore di un’opera sta nel dettaglio, nel piccolo particolare. Tra gli artisti invitati a quel primo grande evento ricordiamo i nomi di Franz Gertsch, Robert Gober, Brice Marden, Ron Mueck, Marc Quinn, Thomas Struth. Agli esordi della sua attività FLAG ha presentato quasi cinquanta mostre, con bi-personali o di gruppo, per un totale di più di cinquecento artisti internazionali affermati o emergenti. In tempi più recenti, il programma è stato ampliato per poter soffermarsi sul lavoro di singoli artisti, come Ashley Bickerton, Patricia Cronin e Cynthia Daignault. Va anche sottolineato che The FLAG Art Foundation non ha una collezione permanente dato che opera con lo spirito di una Kunsthalle, prendendo in prestito opere da una varietà di fonti, inclusi artisti, collezioni private, gallerie e musei.

Ora, dal 16 ottobre, la Fondazione ospita una personale di Cinga Samson (nato a Cape Town, Sud Africa, nel 1968, vive a Cape Town), con circa venti dipinti a olio che trattano il tema della violenza, riferito non solo alle brutalità esplicite, ma anche a quei momenti di aggressione, oltraggio, ingiuria, brutalità, ferocia, coazione, maltrattamento che si nascondono e stanno al di là del nostro campo visivo o che si nascondono all’interno delle mura domestiche. Le opere sono eseguite con una miscela di tecniche tradizionali che vedono il sovrapporsi della pittura a olio a momenti di sperimentazione materica, tanto da poter affermare con estrema sicurezza che il suo lavoro viene a essere una nuova e autorevole voce della pittura contemporanea. Una pittura narrativa che vuole sottolineare il desiderio dell’identità e della bellezza africana e della celebrazione del proprio mondo, della propria storia, dei propri costumi e di retaggi ancestrali che non possono essere cancellati con la spazzola del progresso, perché, come ha affermato l’autore, qualche anno addietro con un po’ di sano orgoglio: “Il mio lavoro è una celebrazione e credo fermamente che gli africani siano persone bellissime”.

In definitiva i dipinti di Cinga Samson mettono a nudo il complesso rapporto tra vita contemporanea, tradizioni africane, globalizzazione, memoria e spiritualità. Il fatto che la maggior parte dei suoi soggetti sia concentrata sull’esaltazione del corpo di uomini neri può portare a un confronto con l’opera del grande ritrattista Kehinde Wiley, ma mentre in Wiley c’è un aspetto quasi decorativo a far da sfondo e ad esaltare le singole figure con precisione anche realistica, in Samson la politica identitaria si fa discorso corale: un miscuglio di corpi che spesso nel pigmento scuro e buio (nella profondità del colore nero viene da dire, quasi per desiderio di tautologia) annullano non solo il dettaglio dell’ambiente, ma spesso anche ogni singola fisionomia. Citando il titolo di una sua mostra di qualche anno fa, potemmo concludere: “Gli uomini sono diversi anche se si assomigliano”, perché – come già osservava Émile Zola – “l’arte è un frammento di natura filtrato dal carattere”. Il lavoro di Samson è salito sul palcoscenico internazionale grazie alla sua personale, nel 2020, alla Galerie Perrotin di New York; da lì il passo per la partecipazione a fiere d’arte e mostre collettive e contatti con gallerie è stato davvero breve. Per partecipare alla conversazione online:  Instagram (@flagartfoundation) e Twitter (@FLAGartNYC), hashtag #CingaSamson

Bruno Purek

Info:

Cinga Samson, Iyabanda Intsimbi / The Metal is Cold
16/10/2021 – 15/01/2022
The FLAG Art Foundation
545 West 25th Street, 9th Floor
New York, NY 10001
email: info@flagartfoundation.org
phone: (212) 206-0220

Cinga Samson, Umkhusana 2, 2021, oil on canvas, 220 x 260 cm. © Cinga Samson. Photo © White Cube (Nina Lieska | ARTREPRO)

Cinga Samson, Umkhusana 1, 2021, detail. © Cinga Samson. Photo © White Cube (Nina Lieska | ARTREPRO)

Cinga Samson, Okwe Nkunzana 6, 2021, oil on canvas, 80 x 60 cm. © Cinga Samson. Photo © White Cube (Nina Lieska | ARTREPRO)


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