Tigri in infradito alla Massimodeluca

La terza edizione di Darsena Residency alla galleria Massimodeluca si conclude con l’esposizione “Tigers in Flip-Flops”, aperta fino al 15 ottobre prossimo.
Ne abbiamo parlato con i protagonisti, il collettivo italo-belga VOID (Arnaud Eeckhout e Mauro Vitturini) e il portoghese Marco Godinho.

Darsena Residency giunge alla sua terza edizione ideata da Marina Bastianello e sotto la guida di Daniele Capra culmina con la mostra “Tigers in Flip-Flops che raccoglie l’operato di questo percorso di residenza. La città di Venezia con la sua conformazione, la sua posizione non solo geografica, ma sociale e culturale, gioca un ruolo stimolante e scatenante nei confronti di un progetto espositivo. Che influenza ha avuto per voi? Che esperienza è stata?
VOID: Il territorio veneziano è stato fonte d’ispirazione per tutte le opere che abbiamo realizzato. Siamo partiti da Bruxelles molto motivati a lavorare su nuovi progetti basati sull’esperienza che avremmo avuto a Venezia. Lavorare in situ è sempre emozionante per noi: è una sfida, non sai mai cosa succederà, quale sarà il risultato. E la Darsena Residency è stata un’ottima occasione per dedicarsi a nuovi progetti, con una grande team al nostro fianco. E il fantastico Marco Godinho! La presenza di molte fabbriche, di luoghi di produzione industriale di alta qualità, ma anche artigiani e ricercatori scientifici attorno a Venezia (specialmente nel quartiere di Mestre) ci ha dato l’input per lavorare, ad esempio, con i soffiatori di vetro e con gli scienziati dell’ISMAR che stanno mappando Laguna veneziana con le più recenti tecnologie Sonar.

La scelta di un percorso espositivo estremamente eterogeneo, che va dalla fotografia, alla scultura in vetro, all’installazione ambientale di sound art, può essere considerato come il riflesso di un momento di così forti contaminazioni culturali?
VOID: Assolutamente. Ecco perché le residenze sono così importanti nella ricerca artistica. Ci danno l’opportunità di cambiare contesto e di aprirci a nuovi orizzonti. I pezzi che abbiamo creato durante la residenza probabilmente non sarebbero mai nati nel nostro studio a Bruxelles. Ma la cosa migliore è che quegli stessi progetti possono ancora avere senso se portati fuori dal contesto veneziano. È sempre una sfida sviluppare pezzi che siano interessanti sia in un contesto locale che in quello globale, estraendo un’universalità da un contesto specifico.

L’emblematico titolo della mostra Tigers in Flip-Flops rimanda alla condizione dell’artista contemporaneo. Vi rivedete in questa immagine paradossale?
VOID: Le parole creano immagini. E associare due parole di natura molto diversa (come flip-flops e tigre) crea nella mente del lettore una nuova immagine, che sarà diversa per tutti poiché nessuno ha mai visto una tigre in flip-flops. È un gioco surrealista, sicuramente parte nel nostro tocco belga. Ma si connette anche allo stato dell’artista che deve sempre creare nuove immagini, nuove forme visive e concettuali.
M.G: ‘’Tigers in Flip-flops’’ è per il primo lavoro della mostra che apre l’immaginario fino ad un infinito processo di pensiero. é inoltre una conseguenza del contesto che è emerso durante la residenza e le conversazioni che abbiamo avuto tutti insieme. Il fatto che la residenza ha avuto luogo durante il periodo estivo ha sicuramente influenzato il titolo e il modo di vestirsi, sentirsi a proprio agio e pronti ad esplorare e ad accogliere persone in contesti differenti. Indossare infradito durante il periodo di residenza, camminare con le ciabatte senza calze è stato per me come connettermi con diversi mondi contemporaneamente. Pubblico e privato diventano la stessa cosa, la stessa interazione come un’intima condivisione dei nostri luoghi vitali. L’esterno diventa l’interno, lo studio non è più uno studio, casa non è più casa, l’intero mondo è lo studio. Per me passeggiare con le infradito mentre dovrei essere parte di una residenza è un gesto di libertà e di vivere la vita come la condizione di un animale, come un cane randagio, un lupo o una tigre. Hanno una connessione permanente con il terreno e la nozione di casa si dissolve in diversi posti. Questa condizione ha a che fare con l’incertezza della quotidianità e la vita precaria è l’unica vita che valga la pena vivere. Io cerco di vivere un giorno come tempo di vita, come un’esperienza permanente che conduca da una connessione aperta ad un’altra, ad un altro mondo, dove tutto possa connettere e disconnettere in un flusso di ricordi comuni.

Tra le opere in mostra la serie di sculture Glasswork realizzate secondo le tecniche di lavorazione di Murano e Au claire de la lune realizzata attraverso la fusione in stagno.Venezia e il Veneto in generale, sono caratterizzati da una forte componente artigianale e dalla cultura del saper fare tramandata da generazioni. Quanto ha influito la possibilità di avere a disposizione questa radicata artigianalità senza tempo nel realizzare i vostri lavori?
VOID: Come già detto, il territorio, la sua storia e le sue possibilità hanno influenzato molto le nostre opere per questa mostra. Ci piace sempre sperimentare, allargare i nostri confini e quelli degli altri, stimolare il pubblico ovviamente, ma prima di tutto noi stessi e le persone che non capiscono cosa facciamo, cosa vogliamo fare e perché: chiedere a un soffiatore di vetro di cantare nella canna per lasciare che sia la sua voce a scolpire il vetro può sembrare folle, ma di sicuro crea un cortocircuito nella mente dell’artigiano che potrebbe aprire o meno nuovi percorsi nella sua pratica. Anche questo è l’arte, ciò che l’arte fa. Quello che si vede nei musei o nelle gallerie è solo il prodotto finale, ultimo pezzo di un viaggio meraviglioso e fertile. Siamo anche molto influenzati dal pensiero di Marshall McLuhan la sua famosa frase: Il mezzo è il messaggio. Ogni volta che scegliamo un certo materiale per dare forma alla nostra ricerca concettuale, teniamo presente che quel materiale porta con sé un suo proprio significato e un suo background, secondo le influenze culturali del pubblico.

Tra le opere realizzate durante il tuo periodo di residenza mi ha particolarmente colpito The Mediterranean Sea as a suspended territory”, un titolo estremamente attuale e che rimanda inevitabilmente agli ultimi avvenimenti che hanno interessato la situazione socio-politica del Paese e al ruolo dell’arte oggi. Quest’opera porta ad una riflessione sull’accettazione delle differenze e la multiculturalità, ma anche sul ruolo che l’arte può ancora avere nel creare un territorio comune su cui confrontarsi. In un momento così critico e di divisioni, è giusto che l’arte dia la sua personale risposta veicolando un messaggio a sostegno della ricchezza della diversità?
M.G: Per me il contesto e la temporalità in cui lavoro e mi muovo sono molto importanti, fanno sempre parte del mio processo creativo. In residenza il fatto che la galleria sia vicina alla laguna e in qualche modo nella periferia di Venezia, mi ha dato molte possibilità di sperimentare la tensione tra un territorio urbano e liquido circondato dall’acqua. Anche il fatto che la residenza sia in Italia e in Sud Europa è stato per me un’infinita forte di esplorazione. Vivendo a Parigi e Lussemburgo e essendo nato in Portogallo, l’esplorazione del sud è per me come andare a ritroso cercando qualcosa che sia connesso alla sensazione di casa. Anche la connessione con il mar Mediterraneo e con ciò che che sta accadendo nella nostra società, legato all’immigrazione, all’esilio e al perpetuo spostamento di persone alla ricerca di condizioni di vita migliori, mi preoccupano costantemente.
Il fatto che io sia arrivato in un giorno di luna piena è stato il punto di partenza del lavoro principale realizzato durante la residenza. Ho cercato di connettere ad esempio nel lavoro ‘’Lunar Cycle (9 July – 6 August 2017)’’ la presenza dell’universo, il ciclo lunare al quotidiano ‘’Il Gazzettino’’.
Il fatto di connettere le notizie di ogni giorno con il ciclo lunare ha aperto diversi livelli di interpretazione, connessi soprattutto al nostro modo di vivere che sembra sempre più disconnesso con la natura e i fenomeni naturali. Anche far scomparire attraverso la forma della luna l’informazione e vedere cose ne rimane, quale frammento della nostra memoria comune ancora attiva e percettibile. Anche il fatto di collezionare, di uscire ogni giorno a comprare il giornale era parte del processo. Uscire, essere fuori e utilizzare il mondo come laboratorio, come uno studio dove la vita interagisce nel processo di pensiero, del fare. Tutto inizia per me con un’esperienza che implichi la scale del mio corpo. Tutto è esperienza, come queste scarpe che ho trovato per strada, un paio di mocassini, qualche metro più avanti nella laguna che circonda Forte Marghera ( una fortezza e caserma dell’esercito italiano nel XIX secolo ). Il forte era parte del sistema difensivo di Mestre ed è il più ampio della laguna.
Esplorando i confini di questa fortezza ho trovato alcune radici d’albero che hanno creato uno stop temporaneo trasportati dalla corrente del Mediterraneo. Tornato in galleria ho collegato le scarpe trovate con le radici dell’albero per dare vita al fortunato incontro tra due elementi che sono i residui della nostra società consumistica e naturale. Tutto ciò ha in comune un processo di pensiero senza fine che sta cercando di aprire e rompere alcune convenzioni sociali e culturali in cui si rimane rinchiusi. Questo lavoro intitolato ’A slight change in direction’’ è anche antropometricamente identico alla misura di un lungo passo.
Altri lavori creati nel contesto di residenza come ‘’Going south is not the same as going south/Going south is not the same as going north’’ riguardano questa psicologica percezione della geografia o dell’uso del tempo, il sole e la luna come materiale per esplorare un lavoro che utilizzi l’intera durata della mostra per essere creato. L’esposizione è prima di tutto il momento di creazione del lavoro che sarà pronto al momento in cui la mostra finisce e che il pubblico non può poi vedere.
Questo lavoro dal titolo ‘’Home is no longer warm’’ apre la domanda della presenza e assenza dell’aspetto naturale in uno spazio e la nozione di ospitalità. Circa le domande di assenza e presenza e psicologica percezione geografica ‘’The Mediterranean Sea as a suspended territory’’ è un lavoro che consiste in due orecchini dorati con la forma del Mar Mediterraneo che, durante l’inaugurazione vengono indossati dalla direttrice della galleria.
Il lavoro allude all’inestricabile rete di relazioni culturali, economiche e sociali che collegano le persone che affrontano questo mare e che gli eventi geopolitici degli ultimi mesi sembrano averci fatto dimenticare. È al contempo un avvertimento sulla nostra condizione e una speranza di cambiamento.

Laura Rositani

Info:

VOID & Marco Godinho, ”Tigers in Flip-Flops”
30 settembre – 15 ottobre 2017
Galleria Massimodeluca, Mestre

Tigers in Flip Flop, installation view, photo Nico Covre e Galleria Massimodeluca

Tigers in Flip Flop, installation view, photo Nico Covre e Galleria Massimodeluca

Marco Godinho, Going north is not the same as going south

Void, Au claire de la lune (particolare), 2017

Marco Godinho, Home is no longer warm

Void, Orgue basaltique, 2017, photo Nico Covre e Galleria Massimodeluca

Marco Godinho, Lunar Cycle (9 July – 6 August 2017) (particolare), 2017, photo Nico Covre e Galleria Massimodeluca

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