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Evoluzione dei paradigmi di fruizione artistica tra tecnologia e nuovi mercati

La straordinaria rivoluzione socio-economica che a partire dall’innovazione digitale ha coinvolto ormai ogni aspetto del nostro quotidiano, ha ineluttabilmente trasformato codici linguistici, schemi valoriali e di giudizio. Emblema ne sono sempre e ancora l’arte e il lavoro dell’artista che, in modo camaleontico, evolvono in funzione del mondo circostante e sono in grado di coglierne prima di altri, gli input sociali, economici, culturali e politici. L’intrinseca fusione della tecnologia nei processi di produzione artistica e l’ibridazione della digital art non presuppongono più il mero supporto fisico di un’opera d’arte, quel supporto a cui si riferiva ancora in modo imprescindibile il filosofo Walter Benjamin nel 1936, ma necessitano di strumenti e supporti che ne consentano la riproducibilità tecnica e la condivisione, in nome della democratizzazione dell’arte e della co-costruzione della conoscenza.

Per usare una categoria kantiana espressa ne “La Critica della Facoltà del Giudizio”, quando l’uomo si trova di fronte alla necessità di esprimere un giudizio estetico utilizza il sentimento, che è il criterio con cui egli rapporta ciò che vede, “sente” e prova. Ecco dunque che il “sentimento di piacere”, cioè la capacità intrinseca e propria di ciascun individuo di percepire e dare un giudizio estetico di bello all’esperienza, permette di andare oltre il visibile, il dato certo, la materialità dell’opera per amplificarne il senso e il contenuto in base a contingenze, schemi e criteri di valutazione soggettivi. Kant anticipa di oltre due secoli il concetto moderno di metaverso, quel poter partecipare e godere di una realtà amplificata vissuta attraverso la co-costruzione di senso, impiegando i propri sensi e il proprio sentire. E paradossalmente il bello estetico, per quanto soggettivo, diventa universale quando sono condivise le categorie di giudizio. È proprio questo il punto: le continue trasformazioni sociali portano con sé il mutamento radicale dei codici linguistici e degli schemi interpretativi, condivisi da un’utenza (anch’essa in perpetua trasformazione) che li accoglie e li fa propri per lo più in modo passivo.

Dalle installazioni multimediali in ambito museale, all’implementazione di app 3D per la fruizione virtuale di beni artistici e architettonici, alle nuove conquiste proposte della digital art, oggi i paradigmi di ogni forma artistica, grazie alla tecnologia, contaminano linguaggi per creare una nuova estetica che si offre a un pubblico sempre più vasto in cerca di nuove esperienze immersive e interattive; cambiano modalità e strategie di fruizione, vengono ridefiniti spazi, tempi e, come nel teatro, si accondiscende quasi a un tacito patto di finzione che assoda per vero e reale l’immateriale. Cambiano i mezzi, ma il fine in fondo è sempre quello di suscitare interesse ed emozionare non più un “partecipe – fruitore” quanto un “fruitore – partecipante”.

Così, come affermato dal filosofo e accademico Stefano Zecchi, l’arte è sempre stata un atto intenzionale “una creazione capace di suscitare emozioni, sensazioni e sentimenti, ciò che la rende irripetibile è l’idea, il fondamento, un concetto che nell’era della digitalizzazione diventa un valore insostituibile”, e noi aggiungiamo, aldilà della sua infinita riproducibilità tecnica e geografica. E l’artista è ancora protagonista e interprete dei suoi tempi. Oggi gli artisti emergono da formazioni ibride che si caratterizzano per sperimentazione e interdisciplinarietà, talvolta tendendo quasi a (con)fondersi con tecnici di alto livello che offrono al mondo un’inedita lettura della realtà.

Malgrado lo sviluppo tecnologico, non muta infatti il ruolo dell’artista che principalmente rimane quello di “sentire”, esplorare e interpretare una realtà sempre più sistemica e mutevole, dove le leggi di mercato si insinuano prepotenti a dettare nuove prospettive di produzione e fruizione, anche economica. Questo rappresenta forse uno degli aspetti salenti del connubio che oggi lega arte e società. L’opera d’arte non è più intesa solo per la sua capacità di emozionare, per il suo intrinseco valore estetico da tutelare e preservare ai posteri, ma la si considera oggi più che mai anche per il suo potenziale economico e di investimento.

A ben vedere, l’incontro tra la creazione artistica e le differenti tipologie di mercato, anche questi in continua e spontanea evoluzione, è agevolato proprio dalla sperimentazione, che oggi nasce spesso da approcci autodidatti, dall’implementazione e diffusione delle piattaforme per la condivisione di esperienze e strumenti e dall’approccio a inedite possibilità offerte dal networking. L’impiego pervasivo del digitale in ambito artistico impone nuove esigenze legali e di tutela, nuove possibilità di valorizzazione e promozione del bene che prescindono dalla fisicità del bene stesso. Un’opera per quanto “virtuale” può raggiungere quotazioni importanti e dunque in quanto oggetto di mercato deve essere soggetta a norme di transazione economica e tutela della proprietà.

Non è un caso la repentina diffusione del fenomeno degli NFT (Non Fungible Token – traducibile come gettoni non replicabili) ovvero certificati “di proprietà” su opere digitali che permettono di identificare la proprietà intellettuale del contenuto, di trasferirne la proprietà sui marketplace con tecnologia dedicata, di verificare l’autenticità del contenuto stesso. La tecnologia blockchain (e il sistema di crittografia che ne garantisce l’integrità del sistema) ha offerto infatti l’infrastruttura tecnologica per lo sviluppo di nuovi modelli di business a supporto anche della distribuzione o dell’acquisto delle opere d’arte. Innegabile tuttavia che questa rivoluzione digitale e l’impiego di cryptoarte pongono nuovi orizzonti e nuove criticità agli istituti giuridici di titolarità e tutela dei diritti economici relativi il mercato dell’arte, in particolare quello relativo al collezionismo 2.0 che manifesta interesse per opere interamente digitali e che affianca a un interesse artistico un legittimo interesse di sfruttamento economico del bene.

Community di artisti che operano e cooperano in contesti globalizzati transnazionali, portano avanti sperimentazioni comuni, sfruttando in termini crescenti il potenziale digitale e della rete in ogni fase del processo di vita di un’opera d’arte, (creazione, vendita, fruizione, promozione e tutela) e nell’impalpabilità dell’immateriale, nell’anonimato di uno pseudonimo e in un confronto puramente digitale riescono a suscitare emozione, interesse e stimolo a una riflessione sociologica. Ecco dunque che la desacralizzazione dell’opera d’arte, così come della cultura in genere, si affianca a una produzione artistica semplicemente diversa per mezzi impiegati, target di riferimento, modalità e prospettive di fruizione, finalità. A nostro avviso, ormai non si tratta di porsi come sostenitori o detrattori di queste nuove realtà, bensì di mantenere alto il livello di consapevolezza su un dibattito a cui contribuire con autonomia di giudizio.

Lucia Gianfreda

Digital Art: iride intriso e ormai esso stesso creato dal colore digitale. Foto di GypsyGirlS da Pixabay

Sala museale: allestimento provocatorio di una “realtà” ormai sostituita dal virtuale. Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Digital Art: frantumazione e costruzione di senso. Foto di Yatheesh Gowda da Pixabay

Mani bambine che toccano il digitale Foto di Paola RattiPaola Ratti, Mani bambine che toccano il digitale, courtesy Paola Ratti

Metaverso. Foto di Riki32 da Pixabay

NFT: Non Fungible Token. Foto di Riki32 da Pixabay


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