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Il sistema dell’arte per Patrizia Sandretto

Il sistema dell’arte per Patrizia Sandretto

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo è considerata da tutto il settore culturale, non solo italiano, una delle figure più importanti, uniche, innovative e potenti nel mondo dell’arte. Ho avuto il piacere di poterle fare qualche domanda.

Francesco Liggieri: Vorrei che si descrivesse attraverso il titolo di un’opera d’arte.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo: È sempre molto difficile per me scegliere tra le opere in collezione. Appena ho letto questa domanda mi è però venuta in mente Rise, la straordinaria scultura che Marguerite Humeau ha concepito per il nostro Parco d’Arte. Installata sulla sommità della collina di San Licerio, a Guarene[1], accanto alla vigna di uve Nebbiolo: Rise, esattamente come anticipa il titolo, è nascita e crescita. Realizzata con una fusione in alluminio, è composta da una molteplicità di parti che esplodono dal centro. Ogni modulo riproduce in grande scala i microscopici fiori maschili e femminili della pianta della vite. L’intreccio rievoca la loro prima impollinazione, l’incontro che ha generato il primo fiore ermafrodita, caratteristico della sottospecie Sativa della Vitis vinifera. La scultura allude all’idea di un “albero della vita” che collega la terra e il cosmo; ma si ispira anche ai recenti studi biologici e genetici condotti sulla determinazione del sesso della vite. Rise ricorda le connessioni delle sinapsi di una rete neuronale, ma anche l’effetto della velocità delle tecnologie su corpi e oggetti artificiali. Come spiega l’artista, il lavoro sembra cogliere un atto d’amore o, al contrario, di intensa violenza, volteggiando nel vento. Mi sento molto affine a questa filosofia: sono radicata alla terra ma mi proietto sempre verso l’alto, nel mondo delle idee, costantemente in tensione verso la scoperta e il futuro, talvolta animata da scelte ponderate e altre volte da inclinazioni spontanee.

Cosa può fare un museo o una fondazione di arte contemporanea per la crescita del Paese?
Un museo o, nel nostro caso una Fondazione, penso dovrebbe porsi l’obiettivo di creare contenuti, promuovere conoscenza, ispirare e sostenere le giovani generazioni creative. Le istituzioni possono elaborare strumenti e metodologie per fare dell’arte contemporanea un motore di educazione e un fattore importante nei processi di community building. L’arte contemporanea può rivestire un ruolo determinante nel processo di estensione del diritto alla cittadinanza culturale e dunque è per me un valore tangibile, una ricchezza per la vita delle persone e della nostra società, e quindi anche per la crescita del Paese. Come Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, puntiamo sui valori positivi che l’arte contemporanea veicola, anche attraverso un’attenzione particolare alle giovani generazioni e al valore della cultura come dispositivo per fare rete. In questa direzione penso a Verso, un progetto che abbiamo presentato nel 2021 e che si concluderà a luglio 2022. Si tratta di un programma di mostre, workshop, incontri, visite e conferenze dedicato ai giovani e alle giovani dai 15 ai 29 anni, curato e prodotto insieme all’Assessorato alle Politiche Giovanili della Regione Piemonte, sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale. Crescita, inoltre, significa formazione. Dal 2007 la Fondazione promuove lo Young Curators Residency Programme, grazie al quale ogni anno tre giovani e promettenti curatori, provenienti dalle migliori scuole specialistiche del mondo, fanno un lungo viaggio in Italia accompagnati da un nostro tutor. Il percorso permette loro di conoscere personalmente i giovani artisti e la scena creativa italiana. La residenza si conclude con una mostra presentata nella nostra sede. Grazie a questo progetto l’arte contemporanea italiana entra in contatto con gli sguardi dei curatori stranieri, molti dei quali poi continuano a coinvolgere gli artisti italiani conosciuti durante la residenza. Per sostenere davvero l’arte del nostro Paese ritengo sia quindi essenziale incrementare la mobilità dei nostri artisti e sviluppare per loro occasioni di scambio professionale, anche con coetanei stranieri.

Come ha influito la pandemia sul suo lavoro?

Ci siamo trovati a dover affrontare criticità e cambiamenti. La pandemia ha inciso macroscopicamente anche sulla sfera culturale. L’emergenza ha coinvolto l’intero settore dell’arte, le sue istituzioni, le gallerie e le fiere. Adesso, le nuove sfide da affrontare ci chiedono di re-inventarci, per restare in sintonia con il nostro tempo e con i suoi cambiamenti. Ad esempio, la migrazione delle attività e della produzione di contenuti nella sfera del digitale, sui siti e sui social, ha rappresentato una prima importante risposta. Sono certa che la convivenza tra on-site e on-line sarà una delle chiavi di lettura dell’attività del futuro, anche se, nel nostro caso, la sfera digitale era già molto presente nella nostra strategia comunicativa. Abbiamo sempre riservato particolare attenzione alle necessità dei nostri visitatori e alle diverse modalità per mantenere un dialogo con loro. Anche quando la Fondazione ha dovuto fisicamente chiudere le sue porte, nel marzo 2020, abbiamo scelto di tenere aperte quelle virtuali, attraverso il sito e i nostri social media, potenziati in modo strategico e sperimentale. Abbiamo dovuto ripensare la nostra programmazione, abbiamo prodotto e veicolato nuovi contenuti, continuando a concentrarci sugli ambiti che contraddistinguono l’identità dell’istituzione: curatela, educazione e formazione, mediazione culturale, accessibilità. Abbiamo anche iniziato a produrre lavori digitali (in occasione di Waves Between Us, la mostra finale della 14ª edizione della residenza per curatori, aperta a Palazzo Re Rebaudengo, a Guarene) e abbiamo sviluppato una piattaforma online, che ogni settimana ha ospitato la produzione digitale di un artista diverso. Gli spazi digitali tuttavia non sostituiscono quello fisico né il rapporto dal vivo con le opere in mostra, non abbiamo infatti ancora imboccato la strada dei tour virtuali, ma abbiamo riflettuto sulle modalità digitali per approfondire la mostra, ad esempio attraverso post, immagini e video. Per comunicare l’arte e avvicinare un pubblico ampio lavoriamo con l’ulteriore obiettivo di diffondere le opere fuori dagli spazi deputati. L’idea, accelerata dalla pandemia, è quella di portare le opere direttamente a contatto con la cittadinanza e le sue comunità, nel contesto urbano, ma anche in quello rurale e naturale, per creare un incrocio tra cultura e natura. Sono convinta che i borghi italiani come Guarene rappresentino la base per ridisegnare le rotte di un turismo più consapevole, attento e sostenibile. Per questo, esponiamo le opere oltre le mura di Palazzo Re Rebaudengo e in altri luoghi del borgo, come chiese, ex prigioni, edicole. Qui, nel 2019, abbiamo aperto il già menzionato Parco d’Arte. Un progetto di arte pubblica per il quale abbiamo invitato diversi artisti a realizzare opere site-specific.

Si definirebbe una mecenate?
Oggi, essere mecenati significa instaurare un dialogo profondo con le artiste e gli artisti, anche attraverso committenze che offrono loro l’opportunità di produrre nuove opere. Nel mio caso la committenza evolve spesso in un’esposizione o in un progetto offerto alla lettura del pubblico. Ho sempre pensato alla Fondazione come a un centro attivo di produzione: ideiamo programmi di sostegno, progetti di residenza, premi, opportunità di esporre, nella consapevolezza che non è sempre facile per le nuove generazioni trovare occasioni di crescita e visibilità. Da oltre venticinque anni, investire significa per me indirizzare risorse, studio e professionalità al sostegno e alla produzione delle opere di queste giovani generazioni artistiche. 
Contestualmente, per la Fondazione, mecenatismo significa guardare con particolare attenzione a un pubblico diverso, favorendo la più ampia accessibilità e contenendo il più possibile i costi a carico del visitatore. Ad esempio, la mediazione culturale d’arte è per scelta totalmente gratuita. Sono convinta che proprio in queste missioni – nella centralità assegnata agli artisti, al pubblico, alle comunità territoriali – si esprima il carattere filantropico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che, pur essendo privata, svolge un ruolo assimilabile a quello di un’istituzione pubblica. Se l’urgenza di condividere è stato uno dei primi motivi della sua costituzione (superando la concezione più tradizionale del collezionismo privato), la Fondazione ha sempre sollecitato il dialogo tra pubblico e privato, con il fine di attivare reti capaci di migliorare e innovare il contesto in cui operiamo. Mentre la filantropia un tempo coinvolgeva un imprenditore o una famiglia, in un’azione totalmente privata, il “mecenatismo” di oggi è chiamato a misurarsi con un’articolata rete di interlocutori, che hanno il diritto e il dovere di agire in modo limpido, tracciabile, responsabile. Il mecenatismo ha senso se, e quando, è calato nella realtà. Portare l’arte in mezzo alle persone in modo concreto e solidale, e ideare proposte sempre nuove di mediazione ed educazione è un modo di vivere il proprio impegno civico.

Quanto è importante l’aspetto educazionale per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo?
La Fondazione punta, da sempre, sui valori positivi che l’arte contemporanea veicola anche attraverso l’educazione. Attraverso il Dipartimento, ci relazioniamo con un pubblico diversificato: iniziamo dagli asili nido, per proseguire con le scuole dell’infanzia, via via fino ai licei. Ogni anno accogliamo in Fondazione più di 30.000 studenti di ogni età, che entrano in relazione con le opere in mostra e con i nostri spazi. La presenza in mostra dei mediatori culturali rende possibile il dialogo con le opere e fa del nostro centro, un luogo di confronto e di socialità. Uno degli obiettivi della Fondazione è proprio avvicinare l’arte contemporanea a un pubblico sempre più ampio. In questa direzione, il nostro Dipartimento Educativo progetta e realizza attività dedicate a scuole, giovani, adulti, insegnanti, famiglie, e persone con fragilità. Con l’Unione Italiana Ciechi, per esempio, sperimentiamo da anni l’utilizzo dei sensi e della narrazione nelle visite alle mostre per persone non vedenti, o ipovedenti. Il Dipartimento propone nello specifico: visite e laboratori legati alle mostre in corso, workshop di approfondimento, incontri e interviste con gli artisti, focus sulle professionalità dell’arte contemporanea, formazione per insegnanti e operatori, percorsi per persone con disabilità, attività di e-learning in lingua inglese, alternanza scuola-lavoro, proposte per asili nido, ludoteche e laboratori per famiglie.

Cosa consiglierebbe a chi vuole iniziare a collezionare opere d’arte?
I criteri generali che guidano le mie scelte sono vari. Innanzitutto, mi focalizzo sulla ricerca intrapresa dall’artista e sul significato che la singola opera riveste in questo percorso. Penso ci voglia anche un po’ di coraggio per scegliere cosa collezionare: amo misurarmi con opere che non mi sono familiari, che sanno mettermi in relazione con la complessità del presente. Un ruolo determinante lo gioca infatti la curiosità: in un’opera cerco soprattutto quello che non so, oppure mi aspetto che sappia indicarmi una diversa angolazione per guardare ciò che mi sembra già di conoscere. L’arte per me è una forma di apertura sul mondo, una lente per leggere la dimensione in cui viviamo. Per iniziare a collezionare suggerisco di leggere libri, cataloghi, riviste, di visitare piattaforme dedicate agli artisti e siti web, di studiare e di immergersi nell’arte di tutti i tempi. Allenare lo sguardo significa anche visitare mostre, gallerie, fiere, biennali, e dialogare con gli artisti, visitare i loro studi, guardare il più possibile senza filtri e senza preconcetti. Il mio consiglio è di lasciarsi ispirare, incuriosire, entusiasmare ma anche deludere. Personalmente, vivo la mia collezione come un racconto unico che scorre attraverso episodi, incontri, un filo rosso che unisce la mia biografia a quella degli artisti, a quella dei loro studi o quella delle loro città. Collezionare in questo senso è un po’ come disegnare la propria mappa del mondo, costruendo percorsi inediti.

Una curiosità: lei è anche artefice dei suoi outfit, o ha un consulente di immagine?
Non ho un consulente di immagine. Adoro le piccole sartorie torinesi; hanno tessuti bellissimi e inventano modelli magnifici. Gli abiti che indosso sono disegnati e realizzati da Pieces Uniques, la mia couture di fiducia: sono pezzi unici e originali, frutto dell’incontro tra il mio gusto personale e il talento di un esperto artigiano. Ogni mattina, su ognuno di quegli abiti, appunto una delle spille o indosso una collana della mia collezione di American Costume Jewellery: una collezione di circa mille pezzi tra spille, collane, orecchini e bracciali. Questi gioielli, che arrivano dagli Stati Uniti, raccontano la storia dei creativi che hanno reagito alla grande crisi del 1929 e ai difficili anni della Seconda Guerra Mondiale, disegnando e realizzando gioielli di fantasia con materiali eclettici e non preziosi. In questo modo diedero impulso a una straordinaria sperimentazione nel campo del design artigianale. Le opere d’arte che amo hanno sempre il potere di raccontare storie, innescare riflessioni e hanno un forte impatto su di me ogni volta che le guardo. Lo stesso i miei gioielli, che ho l’abitudine di indossare e di scegliere in base allo stato d’animo, all’occasione, alla stagione e all’abbigliamento. Costituiscono una collezione viva, in continua crescita.

Francesco Liggieri

Info:

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – via Modane, 16, Torino
Palazzo Re Rebaudengo – piazza Roma, 1, 12050 Guarene (CN)
visite su appuntamento:
+39 011 3797600

[1] Borgo dove sorge Palazzo Re Rebaudengo, sede storica della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo dal 1997. Palazzo Re Rebaudengo, a Guarene, è una residenza settecentesca, tutelata dalla Soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali, è uno degli edifici storici di questo piccolo borgo immerso fra le colline del Roero, territorio che con le Langhe e il Monferrato è riconosciuto come patrimonio dell’Unesco. Nel 2019, poco distante dal Palazzo, la Fondazione ha aperto al pubblico il Parco d’Artedella Collina di San Licerio. Le installazioni di artisti di tutto il mondo sono collocate tra un bosco selvatico e i filari di una giovane vigna.

Patrizia Sandretto, ritratto, foto di Riccardo Ghilardi, Contour by Getty Images

Marguerite Humeau, Rise, 2021, foto di Domenico Conte, courtesy dell’artista e di Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Palazzo Re Rebaudengo, Guarene, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Parco d’arte Sandretto Re Rebauengo, Guarene, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Dipartimento educativo, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Martine Syms, Neural Swamp, 2021, installation view at Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Group show, Stretching the body, , 2021, installation view at Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Exhibition Prima che il gallo canti, 2021, installation view at Palazzo Re Rebaudengo, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Group show Qualcosa nell’aria, 2021, Arthur Jafa’s artwork, installation view at Palazzo Re Rebaudengo, photo Sebastiano Pellion di Persano, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Festa 20 anni, Torino, 10/09/2015 © Giorgio Perottino,, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo


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