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Kême: archeologia contemporanea al Macellum di Pozzuoli

La difficoltosa interconnessione, spesso anche sottovalutata, fra arte contemporanea e reperti archeologici, può rivelarsi un atout. Ne è un esempio la mostra Kême, inaugurata lo scorso 20 giugno nel panorama antico e suggestivo del Macellum – Tempio di Serapide di Pozzuoli.

Kême, nell’antica lingua egiziana, indica la “terra nera”, la “materia prima” che in arabo si trasforma etimologicamente e sintatticamente in al – Kimya. L’alchimia, dunque, considerata come disciplina finalizzata alla trasformazione della materia prima tramite il fuoco. Se la terra e il fuoco costituiscono due degli elementi primordiali alla base dell’origine della vita, allo stesso tempo rappresentano l’origine di una vita geologica, ma non per questo meno umana: quella dei Campi Flegrei, la zona sismica, vulcanica e ribollente della Campania, ricca di tesori perfettamente conservati proprio grazie alla sua natura bradisismica.

Non sorprende perciò la scelta di un titolo così evocativo per un progetto da allestire in questo sito, che ha coinvolto gli studenti della Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e il contesto scenografico ed evocativo di una delle maggiori testimonianze archeologiche del Parco dei Campi Flegrei, il Macellum. Un’area mercatale e sacra, stando agli studi condotti sul sito: dualità, questa, che non è passata inosservata agli occhi dei quattrodici giovani artisti dell’Accademia e che, ragionando sulle suggestioni suscitate dalla tematica proposta e dal sito archeologico, hanno realizzato opere site-specific diverse ma in dialogo tra di loro e con il luogo.

All’ingresso si incontrano i lavori di Antonio Salzano, A ruota, e di Francesca Arduino, Rubedo. Probabile che non sia stata casuale la scelta di incorniciare l’inizio del percorso con due lavori distanti concettualmente ma comunicanti visivamente tra loro e nello spazio. Mentre con i dodici pneumatici di terracotta di Salzano il richiamo a un’archeologia contemporanea è diretto ed immediato, le uova schiuse di Francesca Arduino si contrappongono in maniera più intima, ma non per questo meno incisiva. Da un lato, dunque, la sensibilizzazione al consumo e all’abbandono – una probabile critica anche all’annosa questione dello scarico illecito di rifiuti -; dall’altro, il richiamo più diretto alla terra e all’alchimia, con le uova di fenice di Arduino che sollevano suggestioni visive sull’origine della vita e della materia, nonché sui crateri che costellano l’intera area flegrea. Lo stesso titolo scelto dall’artista, Rubedo, è il termine latino che indicava l’ultima fase alchemica di trasformazione della materia: le sculture, infatti, sono destinate a modificarsi a contatto con i fenomeni atmosferici del luogo.

Si potrebbe sostenere che il percorso segua il filo della contrapposizione estetica e tematica dei lavori. Ad esempio, il dialogo tra la Colonna vuota di Antonio Flumeri e il Revival di Tammaro Menale lascia in bocca un analogo sapore di immediatezza e intimità. Con Menale – la cui ricerca artistica si muove già autonomamente sul concetto di archeologia contemporanea – ci sembra di rivedere gli pneumatici di Salzano: 12 cassette di frutta accatastate disordinatamente, che oltre all’immaginario di reperto sembrano essere state abbandonate in quel preciso istante, al termine di una giornata mercatale. Meno critica, forse, ma più antropologica, in quanto fortemente legata a quello che era l’utilizzo reale del Macellum al suo tempo. Di fronte, si distende sul terreno brullo una colonna spezzata e vuota, un reperto classicheggiante che si mimetizza esteticamente con l’area circostante ma che rilascia, tuttavia, una sensazione di pesantezza, legata alla mancanza e al riposo del fare manuale secondo la visione di Flumeri.

Numerosi sono i lavori che si affacciano sullo spiazzo dove sorgeva il tempio, e di cui restano le imponenti colonne. Tra queste, le figure antropomorfe di Lucia Schettino, che sembrano lottare con sé stesse e con la terracotta e il ferro che le compongono. La tensione che emanano queste sculture vive, però, è una tensione che pur nell’atto di allontanarsi dallo sguardo dell’osservatore si rivolge all’incontro con la densità storica e trasformativa del Macellum. Seguono, nei piccoli belvederi accanto, le Reliquie di Serapide di Gaetano Fabozzi, che riprende visivamente la Visione di invasione di Schettino con un ammasso di ossa bovine in argilla; idea dell’avanzo, del “resto” come memoria nonché richiamo ai reliquiari ossari che si ritrovano in tutto il territorio campano; Homo Chronos di Roberto Pesacane, una meridiana retta da una mano umana, che taglia lo sfondo del tempio e invita a soffermarsi sulle differenze nel trascorrere del tempo tra materia ed essere umano; Sea Sky Shadow, di Biagio Salvati, in cui compare una riflessione sull’elemento dell’acqua e del suo contatto con il tempio. Il fenomeno del bradisismo, difatti, ha fatto sì che il sito archeologico mantenesse questo stato tra il conservativo e il distruttivo: una grande goccia che minaccia e protegge.

Sempre affacciate sul tempio, posizionate sui loro piccoli belvederi, troviamo i lavori di Salvatore Russo, Noemi Saltalamacchia e Rosanna Pezzella. Il primo, rappresentante un Dioniso con satiro e reso visivamente a tutti gli effetti come un reperto archeologico, si sposa in maniera più che adeguata a tutto il contesto circostante – come nella scultura del collega Salvatore Mancino, Ankh, in cui viene ripresa la simbologia egizia -, in cui le ferite sono causate dall’unione delle forze di terra, acqua e fuoco. In Lapis di Saltalamacchia, invece, si ritrova quella connessione diretta alla funzione mercatale del luogo, come nel collega Tammaro Menale: si tratta infatti di una composizione di supporti su cui si ergono elementi amorfi in argilla, che suggestionano in quanto capaci di rassomigliare ad avanzi di cibo o elementi destinati alla trasformazione. Un collegamento inevitabile con il Macellum, il mercato delle carni, con la sua valenza di scambio e metamorfosi già colta dai lavori di Schettino, ma anche un luogo in cui potersi cibare. L’idea, almeno visiva, della carne, viene poi ripresa nella scultura vicina di Lapis, Serapeum, in cui l’artista Rosanna Pezzella decostruisce le colonne del tempio di Serapide realizzandone di nuove, contemporanee, costituite da sfoglie di argilla, a sottolineare il bradisismo e una diversa visione di imponenza monumentale.

Ma indubbiamente l’aspetto più intimo del lavoro site-specific è stato rivelato dai lavori che si incrociano durante il percorso, seminascosti con naturalezza in alcuni degli angoli di svolta. Come Omphalos di Alessandro Piromallo, una delicata composizione che riflette sul concetto di equilibrio naturale che si instaurava tra le forze presenti nel Macellum, tra commercio e contatto umano; oppure, nei colori di Pedi di Rebecca Miccio.

La mostra, che sarà visitabile fino al 30 settembre 2021, ha visto la collaborazione di diversi enti territoriali – Il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il Macellum – Tempio di Serapide, i docenti della Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e l’associazione Aporema o.n.l.u.s., attraverso la cui collaborazione è stato possibile emanare un concorso tematico per i giovani artisti. L’esposizione proposta non è solo il primo di una serie di eventi culturali orientati all’unione tra antichità e fruizione contemporanea del sito, ma è anche e soprattutto una risposta all’incessante bisogno di multidisciplinarità che l’arte e la società, oggi più che mai, richiedono nella vita di comunità. Un progetto che invoglia a spostare l’attenzione sull’arte emergente, ma che ha anche indotto a produrre nuove tematiche, osservazioni e opere che, nel loro atto di passare “inosservate”, si realizzano pienamente con rispetto e delicatezza.

Sara Maietta

Info:

Mostra di scultura/ Kême
20 giugno – 30 settembre 2021
Macellum – Tempio di Serapide
Via Serapide 13, 80078 Pozzuoli (NA)

Antonio Salzano, A ruota, misure variabili, terracotta, prodotti chimici, 2021. Momenti della inaugurazione della mostra KEME al Macellum-Tempio di Serapide a Pozzuoli. Ph. Mario Laporta/KONTROLABAntonio Salzano, A ruota, misure variabili, terracotta, prodotti chimici, 2021. Momenti della inaugurazione della mostra KEME al Macellum-Tempio di Serapide a Pozzuoli. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Francesca Arduino, Rubedo, misure variabili, argilla cruda, terracotta, lapillo e pomice di origine vulcanica, 2021. Momenti della inaugurazione della mostra KEME al Macellum-Tempio di Serapide a Pozzuoli. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Antonio Flumeri, Colonna vuota, cm 288 x 58 x 58, terracotta, ferro, legno, 2017. Momenti della inaugurazione della mostra KEME al Macellum-Tempio di Serapide a Pozzuoli. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Tammaro Menale, Revival, misure variabili, terracotta, 2021. Momenti della inaugurazione della mostra KEME al Macellum-Tempio di Serapide a Pozzuoli. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Noemi Saltalamacchia, Lapis, cm 150 x 150, argilla, pigmenti, pomice, legno, 2021. Momenti della inaugurazione della mostra KEME al Macellum-Tempio di Serapide a Pozzuoli. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Rebecca Miccio, Pedi, cm 140 x 25 x 75, terraglia bianca e acrilico, 2021. Momenti della inaugurazione della mostra KEME al Macellum-Tempio di Serapide a Pozzuoli ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Per tutte le immagini: courtesy prof. Antonio Manzoni – Aporema Onlus


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