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L’intersezione dei linguaggi multimediali: un bilancio di Ibrida Festival con i direttori artistici Francesca Leoni e Davide Mastrangelo

Si è svolta a fine aprile alla Fabbrica delle Candele di Forlì la quarta edizione di Ibrida, Festival internazionale dedicato alle arti intermediali. Sin dagli esordi nel 2015 la rassegna si propone di indagare e divulgare le produzioni e le ricerche recenti nell’ambito dell’audiovisivo sperimentale, nel quale s’innestano in maniera del tutto naturale anche la performance art e la musica elettronica abbinata alla sperimentazione video. Uno dei principi base di Ibrida è affiancare i lavori di artisti affermati a quelli di nuovi talenti, selezionati tramite una call diffusa sul web e nelle community social dedicate. La manifestazione è stata un’importante occasione di confronto e scoperta che ha permesso anche a un pubblico generalista di visionare materiale solitamente diffuso solo in circuiti underground e tra gli addetti ai lavori. Oltre a un ricco palinsesto video, differente per ognuno dei tre giorni in cui si è sviluppato l’evento e suddiviso in due sale di proiezione in base all’affinità tematica, le serate sono state animate da performance live sempre all’insegna della contaminazione tra i linguaggi creativi.

Dopo aver seguito con interesse l’evento, abbiamo intervistato i direttori artistici Francesca Leoni e Davide Mastrangelo per saperne un po’ di più.

Portare l’arte contemporanea – specialmente nelle sue forme più immateriali come video, suono e performance – in una piccola città di provincia è una sfida di tutto rispetto. Ci volete raccontare come è nato questo progetto e che accoglienza ha ricevuto da parte dei vostri concittadini?
Ibrida Festival nasce dalla volontà di diffondere la cultura e la conoscenza della video arte e della performance art, sotto il segno distintivo dell’ibridazione. Essendo noi per primi artisti sentivamo l’esigenza di creare uno spazio aperto al pubblico dove questi linguaggi potessero essere inseriti: una vetrina per questa “forma d’arte immateriale” (parafrasando la sua domanda), che resta ancora ai margini nel nostro paese. Perché Forlì? Intanto perché viviamo qui, nonostante il lavoro ci spinga costantemente fuori, ma questo non basta. La provincia ha tanti difetti e molti pregi, come quello dell’immediatezza della comunicazione con le istituzioni. Inoltre Forlì si è dimostrata una città molto attiva a livello culturale, proponendo diversi eventi legati al contemporaneo. Basti pensare alla presenza del Festival Crisalide di Masque Teatro oppure Ipercorpo, oltre ad altri Festival dedicati all’audiovisivo nelle sue forme più classiche come il cortometraggio o il documentario. Mancava, secondo noi, proprio qualcosa non solo in città, ma anche fuori, legato all’audiovisivo sperimentale a 360°: con installazioni, incontri, performance live e mostre. Così abbiamo fatto il nostro primo passo creando un happening di un giorno, “ReAzione” per sondare e capire se c’era realmente un interesse da parte del pubblico. Dopo il secondo anno, abbiamo capito che il terreno era fertile per creare un evento molto più articolato e strutturato, al quale abbiamo dato il nome “Ibrida, Festival delle arti intermediali”.
Per quanto riguarda la risposta del territorio, stiamo crescendo ogni anno, con un pubblico attento e sensibile, quindi crediamo sia positiva. Ci piace pensare a Ibrida come una specie di grande “salotto” dove chi viene può fruire liberamente tra sale proiezioni, installazioni, performance intermediali e conoscere gli artisti presenti, in un’ottica di scambio di idee a tu per tu. Insomma il pubblico va, in un certo senso, coltivato e cresciuto, ma questo crediamo valga per qualsiasi tipo di Festival.

Quali sono secondo voi i punti di forza della manifestazione e quali gli aspetti ancora da migliorare?
I punti di forza sono gli artisti stessi che ci supportano ogni anno con la loro sensibilità proponendoci nuovi lavori e performance stimolanti. La collaborazione attiva con Piero Deggiovanni, che ci accompagna sin dalla prima edizione con il suo sguardo critico e la sua singolarissima ricerca sulla post internet art. La nostra determinazione nel portare avanti un progetto sempre più articolato e ambizioso. Inoltre dallo scorso anno abbiamo deciso di inserire uno spazio dedicato a un/a grande artista contemporaneo che lavora con l’audiovisivo. Quest’anno la scelta è ricaduta su Melanie Smith, artista di chiara fama che ha esposto nei maggiori musei del mondo come la Tate Modern e il MoMa. Ci ha fatto molto piacere che abbia accettato di inviare una sua Parres Trilogy a Ibrida Festival e soprattutto che abbia apprezzato il nostro progetto. L’anno precedente abbiamo avuto anche un video di Regina Josè Galindo, altra video performer che lavora a livello internazionale.
Da migliorare c’è sempre tanto, soprattutto quando il livello della proposta offerta si alza. In primis trovare un luogo ancora più idoneo alla crescita del Festival, poi vogliamo ulteriormente rafforzare il rapporto con la città, cioè portare Ibrida fuori dai confini fisici del Festival stesso invadendo le strade e le piazze, raggiungendo così tutte quelle persone che non si avvicinerebbero mai a questo tipo di linguaggio, creando qualcosa d’inaspettato.

Quest’anno Ibrida si è arricchito del contributo critico di Piero Deggiovanni, docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Che tipo di collaborazione si è instaurata fra di voi?
Piero è con noi sin dalla prima edizione. La sua presenza è stata fondamentale per la nascita del Festival in quanto critico, consulente e amico. A lui abbiamo affidato la curatela di più sezioni di video arte italiana e una di post internet art. Con lui ci confrontiamo tutto l’anno sulle ultime tendenze e ricerche dell’audiovisivo contemporaneo.

La call annuale con cui reclutate gli artisti da invitare vi permette di accedere a materiali audiovisivi provenienti da tutto il mondo. In base allo spoglio delle proposte ricevute, quali pensate siano i trend stilistici e tematici della videoarte degli anni Zero?
La call è stata una novità dello scorso anno che abbiamo deciso di mantenere. Quest’anno sono arrivati più di 460 lavori da ogni parte del mondo. Abbiamo notato che alcuni linguaggi vengono più utilizzati in alcuni paesi rispetto ad altri. Così come la presenza di opere che riflettono sui temi d’immediata attualità. Le artiste ad esempio tendono a riflettere di più sulle tematiche legate al proprio corpo e al rapporto con la società e i suoi codici. Molti invece i lavori di animazione oppure di reinterpretazione della realtà attraverso la codificazione e decodificazione digitale dell’immagine. In alcuni paesi del Sud America invece è molto sentita la questione politica, mentre nel nord Europa sono più analitici e lavorano più sui codici dell’audiovisivo. La caratteristica fondamentale degli ultimi anni è di certo l’ibridazione dei linguaggi, ciò vale quasi per tutti gli artisti selezionati. Un tempo molti video artisti erano principalmente artisti visivi provenienti dal mondo dell’arte contemporanea, oggi invece la maggior parte di loro proviene da altre discipline, come la performance art, il cinema sperimentale, la danza, il teatro, il documentario, l’animazione e così via. L’ibridazione è il vero trend degli ultimi anni.

Quali sono attualmente i giovani artisti italiani più promettenti in questo campo?
Potremo nominarne alcuni, ma essendo i direttori artistici del Festival non vogliamo escludere nessuno. Lasciamo questo lavoro ai critici. Una cosa possiamo dirla, di certo tutti quelli che abbiamo presentato e presenteremo ad Ibrida.

Le performance live che si sono succedute nel corso delle tre serate hanno presentato al pubblico una campionatura di possibilità d’ibridazione tra differenti linguaggi audiovisivi. Come avete scelto gli artisti da invitare e quale forma di dialogo si è instaurata con loro?
Durante l’anno, nonostante l’open call, noi non smettiamo di lavorare al Festival. Frequentiamo altri eventi, andiamo a vedere diverse mostre e osserviamo le selezioni di diversi Festival internazionali. È impossibile portare avanti un Festival contemporaneo senza lo studio e la ricerca. Ovviamente ascoltiamo il parere di artisti ed esperti, che ci suggeriscono e ci segnalano alcuni lavori. Cerchiamo di individuare con cura i performer e musicisti che potrebbero presentare delle performance live e, a volte, li invitiamo a sviluppare un lavoro “ad hoc” per Ibrida. Alcuni invece ci mandano il loro progetto sempre tramite l’open call. Infine: lo sguardo sul territorio è fondamentale, la Romagna è una terra ricca di artisti di altissimo livello nell’ambito del contemporaneo, sia a livello performativo che musicale.

Info:

www.ibridafestival.it

Francesca Leoni e Davide MastrangeloFrancesca Leoni e Davide Mastrangelo, direttori artistici di Ibrida Festival

Dúctiles-StillframeDúctiles Stillframe 2

DUst Grains, Elisabetta Di SopraDUst Grains, Elisabetta Di Sopra

Francesca Fini -Skinned Francesca Fini, Skinned

Francesca Leoni e Davide Mastrangelo Francesca Leoni e Davide Mastrangelo

Golden Light, Blond Readhead – Virgilio Villoresi, 2016

Luca Maria Baldini – Ibrida festival

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