L’Ucraina di Boris Mikhaïlov

Nel minimale ritratto fotografico che Nobuyoshi Araki gli ha dedicato, Boris Mikhaïlov guarda lo spettatore con la testa leggermente inclinata verso la spalla, lo sguardo accogliente e compassionevole, come a mostrare una ritrosia subconscia. Eppure, dietro questo aspetto apparentemente arrendevole, si cela uno degli artisti ucraini più famosi, che ha fatto della propria resistenza al regime sovietico e del proprio militantismo per immagini il motivo dominante della sua lunga e variegata carriera. Circoscriverlo all’interno di uno stile preciso risulta complesso, rappresentando egli stesso un intricato groviglio tra l’arte concettuale, la performance, la fotografia documentale e la pittura, ed è proprio per mostrare la sua opera così ricca di contenuti che il direttore de la Maison Européenne de la Photographie, Simon Baker, ha concepito la mostra Boris Mikhaïlov – Journal ukrainien, che sarà visitabile fino al 15 gennaio 2023 presso i locali della MEP a Parigi.

Boris Mikhaïlov, “Yesterdays Sandwich” series, 1966-68, © Boris Mikhaïlov, VG Bild-Kunst, Bonn, courtesy Galerie Suzanne Tarasiève, Paris

Più di 800 opere del fotografo ucraino accompagnano lo spettatore in un lungo excursus della sua attività artistica, che attraversa circa sessant’anni della vita del proprio paese. La notevole mole di scatti è funzionale alla semantica utilizzata, in cui il particolare in ogni immagine, osservato dalle più diverse angolazioni, diventa l’elemento utile a sottolineare alcuni momenti della vita quotidiana delle persone più fragili e ai margini. Nella serie Black Archive, ad esempio, ogni soggetto è fotografato con centinaia di scatti, proprio per valutare in maniera millimetricamente maniacale ogni singola porzione prospettica presa in esame, così come nella sezione Series of four, in cui le immagini vengono riunite a gruppi di quattro con la stessa finalità.

Boris Mikhaïlov, “Red” series, 1968-75, tirage chromogène, 45,5 x 30,5 cm, © Boris Mikhaïlov, VG Bild-Kunst, Bonn. Tate: acquisizione con la collaborazione dell’Art Fund (con la partecipazione della Wolfson Foundation) et Konstantin Grigorishin, 2022

Questo espediente stilistico, estremamente attento al particolare, sebbene non con la stessa serialità, si ritrova anche nella serie Luriki, appartenente al primo periodo di attività professionale dell’artista. Mikhaïlov era, infatti, un ingegnere che si occupava di fotografia sia per l’azienda di trasporti per la quale lavorava sia in maniera amatoriale. In questa prima fase aveva concentrato la sua ricerca su scatti di nudo che avevano come protagonista la moglie Vita, e su pose irriverenti di cui egli stesso era oggetto. Alcuni fotogrammi vennero ritrovati presso il posto di lavoro in cui svolgeva la propria attività: il Kgb lo incriminò per pornografia e venne licenziato. Da quel momento iniziò la fase professionale vera e propria della sua carriera come fotografo. La serie Luriki, appunto, ne rappresenta il primo momento: i committenti si rivolgevano a lui soprattutto per ritratti, rimaneggiati successivamente dal fotografo con tecniche molto simili a quelle della Pop Art di Warhol, in cui le immagini venivano sottolineate da tocchi di colore più o meno intenso, a voler enfatizzare le idiosincrasie estetiche del regime in cui ancora viveva.

Boris Mikhaïlov, “Luriki” (Colored Soviet Portrait) series, 1971-85, fotografia bianco e nero colorata a mano, 61 x 81 cm, © Boris Mikhaïlov, collection Pinault, courtesy Guido Costa Projects, Orlando Photo

La sovrapposizione di diapositive, con le relative differenze cromatiche che questo processo poteva far scaturire, è la cifra stilistica della serie Yesterday’s Sandwich, in cui il mélange creato dalla stratificazione materica, attribuisce un alone onirico a soggetti del quotidiano. I rimandi tra l’artista e l’opera di Alexander Rodčenko sono inevitabili, così come il significato intrinseco del colore quale mezzo per enfatizzare o denegare il messaggio politico di fondo, presente nelle varie fotografie. Il colore rosso, stigma di tutte le immagini di Stato, viene utilizzato da Mikhaïlov per ridicolizzare alcuni elementi tipici della nomenklatura sovietica, così come il colore blu della serie At Dusk richiama l’alone bluastro che il fotografo ricordava di aver visto librarsi nell’aria dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Boris Mikhaïlov, “At Dusk”, 1993, tirage chromogène, 66 x 132,9 cm, © Boris Mikhaïlov, VG Bild-Kunst, Bonn, , courtesy Galerie Suzanne Tarasiève, Paris

Mikhaïlov, con scatti presi dal basso e la predominanza della tonalità blu che pervade le immagini della serie, cerca di porre l’accento sullo stato di prostrazione e di miseria in cui versava l’Ucraina dopo l’indipendenza dalla Russia, in un processo mai completamente perfezionato, vista l’ingerenza che la Russia continuava a esercitare su di essa.
Le ultime sezioni della mostra, più contemporanee, sono dedicate alla documentazione della moderna vita in Ucraina, prima del conflitto attuale, con scatti a colori molto intensi, di forma e dimensione completamente diverse da quelle degli esordi. Alcune immagini riuniscono elementi di fotografia e di grafica, con scritte illustrative apposte in calce alle foto. Tale percorso stilistico di rottura dai canoni preordinati, caratterizzato dall’uso di parole e immagini, seguito anche da dadaisti e surrealisti come Max Ernst, rende ancor più versatile e multiforme l’opera di Mikhaïlov. All’autore è stato attribuito ampio risalto in questo inverno politicamente tragico per la nazione ucraina, con ben tre mostre contemporanee presenti nella sola città di Parigi dall’inizio dell’autunno, di cui quella della MEP rappresenta la visione più completa dell’opera del fotografo.

Info:

Boris Mikhaïlov – Journal ukrainien
07/09/2022 – 15/01/2023
Maison Européenne de la Photographie
Parigi


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