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Night Fever: una conversazione con Andrea Mi sulla...

Night Fever: una conversazione con Andrea Mi sulla clubbing culture

Abbiamo intervistato Andrea Mi, dj e docente presso IED e LABA a Firenze, esperto di architettura, clubbing culture, comunicazione e moderatore del ciclo di incontri “My Fever. Suoni e voci della club culture” all’interno della mostra “Night Fever. Designing Club Culture 1960 Today” al Centro Pecci di Prato; una rassegna di quattro incontri “in mostra” per scoprire dalla voce dei protagonisti la storia della Club Culture, coniugando racconti privati a momenti salienti di questo affascinante viaggio.

Hai avuto modo di accompagnare i visitatori attraverso le sale della mostra “Night Fever” negli appuntamenti di “My Fever”. A chi ancora non ha visto l’esposizione come la racconteresti in breve?
Direi che si tratta di una delle più complete e importanti mostre che siano mai state dedicate alla storia e alla cultura dei club. Essendo prodotta da Vitra Design Museum e ADAM – Brussels Design Museum, due delle massime istituzioni internazionali legate al design, assume lo spazio architettonico e il progetto degli arredi, oltre che l’analisi dei contesti urbani, come prospettive privilegiate dalle quali traguardare la storia della club culture. Ecco giustificato il sottotitolo: ‘Designing Club Culture 1960 – Today’. Un altro fattore da considerare è che questa storia è stata scritta partendo da un presupposto, condiviso dallo staff curatoriale capitanato da Jochen Eisenbrand e coadiuvato da Elena Magini, come curatrice associata per la mostra al Centro Pecci: le discoteche sono stati veri e propri epicentri di cultura contemporanea. Hanno messo in discussione i codici prestabiliti del divertimento e hanno permesso di sperimentare stili di vita alternativi attraverso le manifestazioni più d’avanguardia del design, della grafica e della moda.
Assieme a film, fotografie d’epoca, manifesti, abiti e opere d’arte, la mostra propone anche una serie di installazioni luminose e sonore che accompagneranno il visitatore in un viaggio affascinante e pieno di spunti da decifrare. A completare la mostra, Konstantin Grcic e Matthias Singer hanno elaborato un’installazione musicale e luminosa, una silent disco che catapulta i visitatori nella movimentata storia della club culture. Una raccolta selezionata di copertine di dischi, tra cui i disegni di Peter Saville per Factory Records o la copertina programmatica dell’album Nightclubbing di Grace Jones, sottolinea infine le importanti relazioni tra musica e grafica nella storia delle discoteche dagli anni ‘60 a oggi.

Con quali ospiti hai avuto modo di dialogare in questi incontri?
Per accompagnarci nel migliore dei modi verso la chiusura della mostra, con il Centro Pecci abbiamo ideato ‘My Fever’, una rassegna di quattro incontri in mostra per scoprire dalla voce dei protagonisti la storia della club culture. L’idea è stata quella di costruire occasioni di approfondimento tematico ma secondo una modalità dialogica e informale. Ecco perché abbiamo pensato ad una serie di ospiti che ci aiutassero a seguire il percorso espositivo ogni volta con uno sguardo differente. Nel primo incontro ci siamo fatti accompagnare nelle sale della mostra da Simona Faraone, una delle prima donne dj d’Europa, pionieristica animatrice della scena romana dai primi anni ‘90, e Mauro “Boris” Borella, uno dei fondatori e animatori dello storico club Link di Bologna, luogo cruciale per lo sviluppo del clubbing italiano collegato alle scene internazionali. Nel secondo appuntamento, assieme a Mario Pagano abbiamo approfondito i temi legati all’architettura radicale, al design d’avanguardia e ai contesti urbani nei quali i club si sono sviluppati. Poi, con Emanuele ‘Zagor’ Treppiedi ed Elisa Miglionico di Edizioni Zero siamo partiti dalla straordinaria esperienza di ‘Notte Italiana’, un progetto lanciato alla Biennale di Architettura del 2014, per ripercorre la storia del clubbing nostrano e raccontare com’è cambiato il mondo della notte dagli inizi ad oggi. Nell’ultimo degli appuntamenti in mostra, domenica 13 ottobre dalle ore 17:00, avremo come ospiti d’eccezioni la giovane crew di Freaky Deaky, una bella novità nella mappa dei migliori party toscani degli ultimi anni e un vero e proprio veterano del clubbing nazionale come Paolo Kighine, storico resident di club di culto come Duplè, Imperiale, Jaiss, Insomnia. Sarà divertente ripercorrere con loro, che sono giovani, l’excursus storico della mostra. E, infine, chiudere in bellezza con il dj set dello stesso Paolo Kighine. Io ho solo avuto il compito di incalzare questi ospiti, tirare fuori dai loro cilindri ricordi preziosi e gustosissimi aneddoti personali e mediare le domande del pubblico.

Da appassionato, esperto e professionista come definiresti la “club culture” e che importanza ha approfondirla e studiarla? Spesso istituzioni e spazi di vario genere non riservano (purtroppo) tanta attenzione all’argomento.
Dai fili rossi interdisciplinari tessuti in mostra diventa molto chiaro che i club sono stati (e, per certi versi, sono ancora) luoghi fondamentali per l’emersione e la crescita delle subculture. Zone temporaneamente autonome, come le avrebbe definite Hakim Bey, o eterotopie, secondo l’interpretazione cara a Michel Foucault. Oltre agli eventi musicali, per i quali hanno costituito il laboratorio delle nuove tendenze, sono stati la cornice ideale per lo sviluppo delle arti performative e del design, chiamato a rispondere alle necessità di flessibilità dello spazio. Uno spazio, al contempo, fisico quanto immateriale, partecipativo e democratico. I club hanno amplificato alcuni dei movimenti (anche sociali) e delle scuole di moda più radicali e creative, hanno generato un nuovo modo di intendere l’editoria di costume e società, hanno proficuamente intrecciato la propria storia con quella di tanti momenti fondamentali dell’arte più rivoluzionaria e fuori dagli schemi. E non si tratta solo di edonismo, anzi. A ben guardare, dalla mostra emerge una continuità forte quella tra i movimenti di emancipazione rivendicazione sociale e la scena club. “La costruzione dei processi di auto-coscienza e di identità dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche – mi ha detto, in una recente intervista, Jochen Eisenbrand – non sarebbe stato lo stesso senza il fondamentale lavoro fatto da almeno due club nella New York degli anni 70”. E se la Grande Mela, Chicago, Detroit, Berlino e Londra possono essere considerati i punti cardinali di questa storia non è trascurabile il ruolo rivestito da alcune seminali esperienze italiane. Non è stato semplice comprendere un quadro molto articolato, complesso e pieno di interazioni disciplinari ma ora che abbiamo una sufficiente prospettiva storica si moltiplicano le ricerche in ambito universitario, i festival di approfondimento, i film bibliografici di studio e, anche a livello istituzionale si comincia a capire che se l’abbiamo chiamata Cultura del Club qualche ragione ci sarà.

In un contemporaneo vorace e veloce quale immagine di “club” ti porti nel cuore e perché?
Se devo fare riferimento alla mia ‘biografia’ personale dovrei nominartene un bel po’. Provo a restringere il campo a quelli che, oltre ad essere nel bagaglio dei miei più cari ricordi da clubber e dj, credo abbiano dato una svolta sostanziale alla storia italiana del clubbing.
Lo storico Link Project di via Fioravanti a Bologna, nato nel 1994 dallo sgombero dell’Isola nel Kantiere (un altro centro sociale importantissimo), è stato il primo vero e proprio centro di produzione culturale indipendente d’Italia, oltre che il luogo nel quale ho definitivamente cambiato ed espanso il senso che davo alla parola dancefloor.
Il Tenax di Firenze è legato con molti fili diversi alla mia storia. È nato, nel 1981, in una casa del popolo della periferia Nord della città, fortemente voluto da Controradio (emittente con la quale collaboro da quasi trent’anni) come spazio per i concerti e poi evolutosi in club tout court. Averci potuto realizzare il mio party dei desideri, Unnderpop, il mercoledì notte per un paio di anni con ospiti come Kode9, Laurel Halo, Dam Funk, è stato un sogno diventato realtà.
Infine il Kode_1 di Putignano, piccolo comune del barese, con il quale ho avuto il piacere di lavorare dall’inizio alla fine della sua storia, mi ha fatto capire che alcune delle migliori energie oggi si trovano nelle periferie, anche per quanto riguarda la pista da ballo. Leggere il tweet di un accreditato artista internazionale come Throwing Snow, la mattina dopo che aveva suonato nel nostro club davanti a 150 ballerini carichissimi, “Plastic People seems to have been reincarnated in South Italy and is called KODE_1!”, o vedere il sorriso stampato sulla faccia di Ben Ufo, alle prime luci dell’alba, mentre ci chiedeva quando sarebbe potuto tornare a mettere i dischi lì, beh… sono momenti che non riesci a dimenticare facilmente.

Info:

www.centropecci.it

Night FeverNight Fever. Designing Club Culture 1960 – Today
Una mostra di Vitra Design Museum e ADAM – Brussels Design Museum Vista della mostra al Centro Pecci, Prato, 7.06 – 13.10.2019. Foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio

Chen Wei, In the Waves #1 , 2013 © Chen Wei
Courtesy Ota Fine Arts, Shanghai/Singapore/Tokyo

Xenon, New York, 1979
Foto © Bill Bernstein – David Hill Gallery, London

Grace Jones in tema “Reclusione”, Area, New York, 1984 © Volker Hinz

Gruppo UFO, Rifugio notturno per cammelli da soccorso da spiaggia, BambaIssa,1969 Courtesy Gruppo UFO Foto © CarloBachi

Les Bains Douches, Parigi / ​Paris,​ 1990. Design d’interni ​Philippe Starck   Foto ​© Foc Kan

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