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Una vulnerabilità cosmica: il Padiglione della Mongolia alla Biennale di Venezia 2022

Si dice che l’anima di uno sciamano sieda sempre sui rami più alti dell’Albero del Mondo rispetto a tutte le altre anime. A Journey through Vulnerability è il percorso curato da Gantuya Badamgarav per gli spazi del Padiglione della Mongolia, che quest’anno conta la sua quarta partecipazione alla Biennale di Venezia. Viaggio, sì, richiamato dal titolo della mostra e inevitabilmente connesso al concetto di trapasso sciamanico tra i mondi dell’invisibile, a cui la Mongolia, nazione con una tradizione sciamanica tra le più radicate al mondo, è intimamente legata.

Protagoniste degli spazi sono le opere di Munkhtsetseg Jalkhaajav, conosciuta come Mugi. Nata nel 1967, Mugi è un’artista di spicco della scena contemporanea mongola e la sua ricerca, attingendo dal sapere millenario delle steppe in cui lo sciamanesimo mongolo incontra gli insegnamenti di derivazione buddhista, esplora la complessità dell’umano in quanto parte integrante di una totalità che non lascia fuori nulla, abbracciando a sé il regno naturale e animale.

L’esperienza del Padiglione è scandita in tre momenti, il primo dei quali, Dream of Gazelle, ricorda un fienile. Healing Bed è lo scheletro di un letto in metallo che accoglie la scultura morbida di una gazzella addormentata, su cui una proiezione multimediale mostra gli attimi in bianco e nero che sembrano dare corpo ai sogni dell’animale mentre fa i conti con le proprie fragilità. Così l’artista pare volerci mettere in guardia sul fatto che la dimensione onirica non è affatto condizione esclusiva dell’umano: anche una gazzella può sognare ed esplorare le proprie debolezze.

La risonanza sottile tra i regni dell’umano e del non umano prende forma ancora di più attraverso le figure ibride con teste caprine e seni femminili che dominano il secondo spazio. Cosmic body series è una serie di sculture morbide realizzate dall’artista negli ultimi otto anni, che incarna l’idea di corpo cosmico. Un concetto che prende ispirazione dalla visione buddhista che riconosce ogniessere vivente solo se concepito come parte di un tutto, nell’impossibile tentativo di scissione di quest’ultimo dalla trama di relazioni con tutto ciò che lo circonda. Le creature sinuose e bicefale di Cosmic body sono anche una riflessione introspettiva e archetipica sul femminile, attraverso cui l’artista cerca sé stessa e si trova fuori da sé in un dialogo che prende le distanze dai codici dell’umano.

A risuonare negli spazi del padiglione non sono solo i linguaggi di creature che fanno parte di regni apparentemente lontani, ma anche e soprattutto le note dello scacciapensieri, una piccola arpa a bocca di cui gli sciamani locali si servono abitualmente per i loro rituali di protezione e comunicazione con le anime trapassate.

In una nazione in cui gran parte della popolazione ancora oggi conduce per scelta una vita di carattere nomade, lo sciamano (dalla lingua tunguso siberiana saman, colui che conosce) è di fondamentale importanza e viene consultato molto spesso dalla comunità. È il caso di Miscarriage, l’ultima stanza della mostra che ospita Keeper of Protector Bird. In un ambiente intimo e domestico, su una sedia in legno, una figura femminile tiene in braccio un grosso volatile nero i cui lunghi arti avvolgono la donna come tentacoli in un tenebroso abbraccio. Come notò Mircea Eliade ne Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi (Edizioni Mediterranee, 1983), l’uccello è un animale che gode di grande considerazione nelle mitologie nordasiatiche, poiché esso non solo è considerato un messaggero, ma anche un intercessore tra il regno degli spiriti e quello degli umani, una creatura sinonimo di forza vitale, associata a concetti di nascita e guarigione. Tra gli sciamani dell’Asia settentrionale si racconta che sia stata la figura mitologica dell’Uccello-Madre a covare l’anima del primo sciamano, in cima all’Albero del Mondo. Nel caso dell’opera di Mugi, infatti, il volatile nero ricorda i rituali sciamanici a cui le donne mongole si sottopongono durante la gravidanza per proteggersi dall’aborto spontaneo, nell’atto di preservare e celebrare a tutti i costi la vita.

Nel suo saggio La scomparsa dei riti (Nottetempo, 2021) il filosofo Byun-Chul Han descrive i riti come azioni simboliche che rendono «il tempo abitabile», e identifica la causa della crisi della collettività contemporanea in una «crisi della risonanza». In contesti sociali sempre più deritualizzati, in cui a fare da padrone è la voragine di un vuoto simbolico che non fa altro che ingrandirsi vorticosamente, quello del Padiglione della Mongolia è un invito intimo e universale a ristabilire una risonanza, a rieducare lo sguardo alla percezione di quella trama invisibile e potentissima in cui sono intessute le storie e le vite di tutte le creature di tutti i regni possibili.

Il curatore del progetto è Gantuya Badamgarav, il commissario è Nomin Chinbat.

Elisabetta Tosti

Info:

Munkhtsetseg Jalkhaajav (Mugi), A Journey through Vulnerability
20/04/2022 – 27/11/2022
Padiglione della Mongolia
Biennale di Venezia
calle S. Biasio, Castello 2131
30122 Venezia

Munkhtsetseg Jalkhaajav (Mugi), Healing Bed, 2019. Ph. Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia

Munkhtsetseg Jalkhaajav (Mugi), Cosmic Body Series, 2014-2022. Ph. Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia

Munkhtsetseg Jalkhaajav (Mugi), Keeper of Protector Bird,2017. Ph. Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia

Munkhtsetseg Jalkhaajav (Mugi), Cosmic Body Series, 2014-2022. Ph. Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia


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