A.R. Penck a Mendrisio

Le prime avvisaglie del ritorno a una pittura figurativa, dal taglio espressionista, monumentale, capace di delineare la complessità del mondo con la spontaneità e l’immediatezza, con tele di grandi dimensioni, si erano già avute a partire dai primi anni Settanta. Poi il fenomeno è dilagato ed è confluito all’interno della corrente della Transavanguardia che ha avuto illustri campioni del calibro di Enzo Cucchi e Julian Schnabel. Certo, a spezzare un discorso di lineare sperimentazione e a indicare altre (e all’apparenza retrive) possibilità espressive, bisogna risalire a documenta 5. (1972, “Befragung der Realität – Bildwelten heute”), sotto la direzione del mitico Harald Szeemann, e prima edizione a non essere sotto la guida del fondatore Arnold Bode.

È in quella sede che una consistente pattuglia di pittori (Baselitz, Immendorff, Kiefer, Lüpertz, Penck, Polke, Richter), che andava contro la tradizione moderna delle neoavanguardie, ebbe la sua consacrazione, con una presenza di opere che fecero scandalo perché ancora mischiate a una preponderante situazione interamente dominata dall’arte processuale e concettuale. Tappe successive a conferma di questo inarrestabile nuovo modo di leggere i tempi nuovi sono poi state tre mostre che hanno segnato un’epoca: “aperto 1980” (Magazzino del Sale, Biennale di Venezia, 39° edizione, a firma di Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann); “A New Spirit in Painting” (Royal Academy, Londra, 1981, a cura di Christos M. Joachimides) e “Zeitgeist” (Martin-Gropius-Bau, Berlino, 1982, a cura di Christos M. Joachimides e Norman Rosenthal).

Ma va fatta anche un’ulteriore considerazione: se non ci fosse stata la galleria Michael Werner (all’epoca con la sede prima a Berlino e poi a Colonia), con tutto il suo impegno organizzativo e di promozione e di sostegno economico, è probabile che questa generazione di autori (di cui A.R. Penck ha fatto parte) non avrebbe avuto questo inaspettato successo internazionale e a livello di mercato non avrebbe toccato le cifre da capogiro che in parte rendono le loro opere, oggi, inavvicinabili.

All’interno di questa cornice e alla fine di un lungo percorso e di una proficua attività, A. R. Penck (1939-2017) risulta essere tra i più importanti artisti tedeschi della seconda metà del Novecento, anche perché ha saputo esprimere le contraddizioni della Germania post-nazista e del conflitto Est-Ovest mediante un linguaggio originalissimo seppur concepito nelle forme espressive tradizionali, come pittura, disegno e scultura.

Ora, una retrospettiva al Museo d’arte di Mendrisio (comprensiva di oltre 40 dipinti di grande formato, 20 sculture in bronzo, cartone e feltro, oltre una cinquantina di opere su carta e libri d’artista), gli rende merito, con l’intento di ripercorrere le principali tappe di questo suo percorso.

Nato a Dresda, per decenni Penck (pseudonimo di Ralf Winkler) ha lavorato nella Germania dell’Est concentrandosi su opere di chiara ispirazione socialista, ma riuscendo a trasformare col tempo la funzione della propria pittura in un elemento di dialogo con un sistema sociale e politico più allargato. Eppure, proprio per il paradosso della Germania divisa dalla cortina di ferro ne è conseguito il fatto che la sua opera, così fortemente legata all’analisi della situazione socio-politica, sia stata riconosciuta e apprezzata solo all’Ovest, e mai nella sua terra d’origine, tanto che il 3 agosto del 1980 decise di abbandonare la DDR, attraversando la frontiera a piedi, per stabilirsi a Kerpen, poco fuori Colonia.

Nella figura “Standart” si concentra tutto l’universo figurativo e l’immagine simbolo di A.R. Penck, e tale “icona” costituisce il punto di partenza della mostra organizzata dal Museo d’arte Mendrisio. Questa figura umana, dalle fattezze arcaiche e primordiali, segnata da una pittura grossolana e quasi incisa, richiama alla mente la staticità e la forza di sintesi delle incisioni rupestri dei Camuni. Grazie alla sua celeberrima figura stilizzata (quella che lo porta all’apice di una fama internazionale, spesso percepita unicamente come cifra stilistica, e non come elemento di un elaborato sistema di comunicazione) Penck si rivela l’artista che, più e meglio di altri, ha saputo trasformare il campo figurativo in un megafono attraverso il quale diffondere le proprie convinzioni teoriche ed estetiche. La sua pittura monumentale si riallaccia sia al genere storico, specchio degli eventi contemporanei, sia alla pittura simbolica, a cui dà voce attraverso un intero bestiario di figure totemiche o animali arcaici.

Se noi ci dovessimo porre la domanda retorica se l’arte (e lo stile) nasca dagli Egizi, dai Greci o dagli Etruschi, se nasca dalla linea o dal colore, dalla pittura o dal bassorilievo, dal segno decorativo o dal segno narrativo, ecco allora che Penck risponderebbe: “L’arte nasce prima di qualsiasi istanza classica, nasce prima di qualsiasi modulo o regola geometrica, nasce con un segno radicale e primitivo, nasce grazie a un segno privo di dolcezza”. Si tratta di un segno che esclude l’aria e lo spazio, un segno che trasporta verso una natura seconda, una natura senza atmosfera, affrontando con forza il posto di solito riservato alle gesta degli eroi e che egli consegna nelle mani di una figura anonima e assoluta: un’immagine universale e visionaria capace di rappresentare in un’unica prospettiva la coralità del mondo.

Le retrospettive che gli sono state dedicate in questi ultimi due decenni (Francoforte, Parigi, Dresda, St. Paul-de-Vence, Oxford e L’Aja) hanno fornito un’ampia panoramica sulla sua più importante produzione, tuttavia, in aggiunta, il progetto del Museo d’arte di Mendrisio si pone l’obiettivo di presentare il percorso creativo di questo gigante dell’arte contemporanea attraverso le sue espressioni multiformi, cercando di fornire al pubblico gli strumenti per poter comprendere la sua struttura complessa e profonda. La mostra, curata da Simone Soldini, Ulf Jensen, Barbara Paltenghi Malacrida, è stata realizzata con il sostegno di Fondazione Winterhalter, Mendrisio e di Repubblica e Cantone Ticino, Fondo Swisslos.

Roberto Grisancich

Info:

A.R. Penck, retrospettiva
24/10/2021 – 13/02/2022
Museo d’arte Mendrisio
piazzetta dei Serviti 1
6850 Mendrisio
+41. 058.688.33.50
museo@mendrisio.ch

A.R. PenckA.R. Penck, Situation ganz ohne Schwarz, 2001, acrilico su tela, 200 x 300 cm. Galeria Fernando Santos, Porto (Portugal) © 2021, ProLitteris, Zurich, courtesy Museo d’arte Mendrisio

A.R. Penck, The Battlefield, 1989, acrilico su tela, 340 x 1022 cm, © 2021, ProLitteris, Zurich, courtesy Museo d’arte Mendrisio

A.R. Penck, Standart, 1969, colori a dispersione su tela, 127.5 x 98.5 cm, © 2021, ProLitteris, Zurich, courtesy Museo d’arte Mendrisio

A.R. Penck, Cosmic Blues, 1981, olio su tela, 95 x 90 cm, © 2021, ProLitteris, Zurich, courtesy Museo d’arte Mendrisio


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