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Because I live here. Al TOWER MMK di Francoforte 11 artisti esplorano le falle dell’integrazione sociale in Germania

Razzismo, disuguaglianza sociale, violenza etnica, politicizzazione della storia e censura delle minoranze sono tematiche cruciali nella discussione culturale e politica dei nostri tempi. La globalizzazione e i violenti conflitti nelle aree di recente sviluppo economico e industriale hanno incentivato massicci fenomeni migratori, a fronteggiare i quali il Vecchio Continente si trova intellettualmente e ideologicamente impreparato. La nuova ondata di movimenti nazionalistici che negli ultimi anni si è propagata in tutta Europa ha strumentalizzato la recrudescenza di una crisi economica sempre più endemica e la saturazione del sistema capitalistico per canalizzare il disagio sociale in direzione di una facile intolleranza nei confronti del diverso, assurto a capro espiatorio del collasso della società occidentale.

La collettiva Because I live here attualmente in corso a TOWER MMK, sede collaterale del MUSEUM MMK FÜR MODERNE KUNST di Francoforte, riflette sulle difficoltà dell’integrazione, sul razzismo istituzionale e sugli stereotipi dell’identità nazionale in Germania attraverso le video installazioni di 11 artisti che si prefiggono di adottare il punto di vista di chi è (o è stato) vittima di violenza o esclusione razziale. La mostra propone un percorso chirurgico nei meandri della recente storia nazionale e nelle sacche del fallimento democratico per dare voce alle minoranze spesso escluse dal dibattito dei media e delle autorità governative. L’attenzione alla verità dei fatti e la consapevolezza di addentrarsi in un territorio scomodo e irto di insidie ideologiche (tra cui anche la mediocrità di un generico politically correct) inducono gli artisti coinvolti ad adottare tecniche narrative e linguaggi improntati al minimo intervento in cui talvolta la preoccupazione di non dare adito a fraintendimenti e omissioni finisce per fagocitare le specificità dell’espressione artistica. Il confine tra documentario e video d’artista è sempre molto labile quando gli argomenti trattati disturbano la coscienza anche senza bisogno di elaborare formalmente la nuda presentazione. È quindi tanto più coraggioso e autentico il lavoro degli artisti che riescono a manipolare materie scottanti senza tradire l’etica e la verità ma senza nemmeno nascondersi dietro la barriera impermeabile della pura oggettività, offrendo spunti di riflessione autenticamente partecipati che non temono di affondare il coltello nella criticità e nella complessità dei fenomeni che analizzano. E in questa mostra per fortuna ce ne sono.

Il video di Želimir Žilnik, Inventory – Metzstrasse 11 (1975), mostra ad esempio gli inquilini di un condominio popolare a Monaco che scendendo una scala, presentano brevemente le loro storie personali. Si tratta dei cosiddetti guest workers, immigrati provenienti da Italia, Spagna, Grecia, Turchia, Marocco, Portogallo e Yugoslavia, che tra il 1955 e il 1973 venivano incentivati a trasferirsi nella Germania Ovest per rinsaldare i suoi legami con i Paesi partner commerciali. I loro laconici racconti mettono in risalto lo sradicamento culturale e la necessità di trasferirsi esclusivamente per ottenere condizioni lavorative accettabili, impossibili nelle loro nazioni d’origine, senza nessuna reale volontà di integrazione.  Si parla di denaro e di occupazione e delle difficoltà burocratiche legate alla loro condizione di immigrati, percepiti dalla società tedesca come stranieri.

Erik van Lieshout nel video Rotterdam-Rostock (2006) racconta con stile amatoriale il suo viaggio in bicicletta da Rotterdam a Rostock, esplorando con schiettezza e gusto per l’assurdo le zone più popolari che incontra lungo il suo percorso. L’artista intervista anziani, disoccupati, senzatetto e neonazisti con un approccio intimo e divertito: l’affresco sociale che ne risulta fa emergere l’incuria e l’ignoranza di una variegata compagine umana ai margini della società in cui i pregiudizi razziali trovano un terreno estremamente fertile. Mettendosi in gioco in prima persona per conquistare la sincerità dei personaggi con cui entra in relazione, van Lieshout sembra vivere sulla propria pelle il loro disagio, che si mescola alla sua sofferenza per la recente fine di una storia amorosa.

L’elegante installazione ambientale di Henrike Naumann, 14 Words (2018) riproduce con spettrale fedeltà l’interno di un ex negozio di fiori di Neugersdorf, in Sassonia. Il lavoro indaga l’implicita simbologia degli estremismi ideologici, diffusi come elementi formali attraverso la comunicazione analogica e digitale o il design. Il titolo dell’installazione cita un codice numerico di destra nato negli Stati Uniti, ma familiare anche in Germania. Le quattordici parole a cui allude il titolo “Dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e un futuro per i bambini bianchi”, hanno fatto sì che il numero fosse usato come formula in vari contesti estremisti di destra, incluso il manifesto noto come NSU Bekenner-video. La trasposizione criptica del negozio vuoto nel museo sottolinea la non-neutralità delle forme e ricorda che tutte e nove le vittime degli attentati dell’NSU erano imprenditori immigrati uccisi a colpi di arma da fuoco nei propri luoghi di lavoro.

Il video What would Nazis never do? (2017) di SPOTS.  Audiovisual Micro-Interventions for Tribunal “Unraveling the NSU Complex” mostra un sondaggio realizzato nelle strade di Berlino in cui un’intervistatrice chiede ai passanti quali mezzi di trasporto utilizzano i neonazisti, suggerendo insistentemente che possano spostarsi in bicicletta. L’idea viene considerata assurda da tutti gli interpellati, nonostante sia noto il fatto che i terroristi dell’NSU che hanno rapinato banche e fatto esplodere una bomba davanti al negozio dei fratelli parrucchieri Yıldırım a Keupstraße siano fuggiti in bici. Con intelligente ironia l’opera fa collidere la percezione delle informazioni mediatiche e gli stereotipi attraverso i quali i fatti vengono valutati dal pubblico generalista, mettendo in risalto le falle della comunicazione e l’infondatezza di certi riferimenti istintivi su cui si basa l’opinione pubblica, mettendo in crisi i nostri preconcetti in materia di sicurezza.

Minimale, lugubre e disperatamente essenziale, il progetto Normality 1 – X (1999–2001) di Hito Steyerl mostra una rassegna di immagini documentarie e filmati di scene del crimine per creare una cronologia della violenza antisemita e razzista in Germania. Dalle ripetute profanazioni dei cimiteri ebraici e delle lastre commemorative alle vittime di violenza razziale, il cui progressivo abbandono e degrado viene impietosamente ripreso da una telecamera fissa, emerge una condizione di inquietante normalità in cui gli autori di atti vandalici e di violenze alle persone rimangono sostanzialmente impuniti con la connivenza delle autorità politiche e giudiziarie.

Info:

Because I live here
Curator: Susanne Pfeffer with Anna Sailer
Artists: Harun Farocki, Azin Feizabadi, Forensic Architecture, Natasha A. Kelly, Erik van Lieshout, Henrike Naumann, Emeka Ogboh, spot_the_silence, SPOTS, Hito Steyerl, Želimir Žilnik
27 October 2018–18 August 2019
TOWER MMK

Installation view TOWER MMK, Želimir Žilnik, Inventory – Metzstrasse 11, 1975, © Želimir Žilnik

Erik van Lieshout, Rotterdam-Rostock, 2006, With the support of BerlinBiennale6 and the Mondriaan Fund, Courtesy the artist and Galerie Guido W. Baudach, Berlin

Because I live hereHenrike Naumann, 14 Words, 2018, Courtesy Henrike Naumann and KOW Berlin, photo: Axel Schneider

Installation view TOWER MMK, Forensic Architecture, 77sqm_9:26min, 2017, © Forensic Architecture, photo: Axel Schneider

Emeka Ogboh, Sufferhead Original (Frankfurt edition), 2018, Courtesy Emeka Ogboh

Installation view TOWER MMK, Azin Feizabadi, Cryptomnesia, 2014, © Azin Feizabadi, photo: Axel Schneider

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