Colin Brant: pensare come una montagna

Per meglio intendere le dinamiche dell’attuale critica d’arte sarebbe opportuno formulare un nuovo modo d’interpretare le mostre, valutando quanto di nuovo riescano a trasmettere nonostante la loro insospettabile classicità. Sempre secondo questo innovativo metodo d’approccio, si potrebbero ampliare le ricadute introspettive dei singoli progetti, sì da disvelare efficacemente pensieri e costruttive incertezze. In linea con l’indicata via di lettura si colloca l’esposizione dedicata a Colin Brant (Arcata, California, 1965) dal titolo “Tibbar Tibbar”, in programmazione presso la Galleria Richter Fine Art di Roma fino al 12 gennaio 2024 che, come quanto detto sopra, incita a pensarci diversamente, ovverosia come delle montagne, giacché immaginarsi in questo modo presuppone uno «stato d’animo bizzarro, variamente geometrico, per via di superfici cristalline e linee sinuose».[1]

Colin Brant, “Tibbar Tibbar”, Galleria Rihcter Fine Art, Roma, courtesy Galleria Richter Fine Art, Roma, ph. credit Giorgio Benni

Anche se tale invito potrebbe sembrare quello di un folle, in realtà cela una capacità unica dell’artista: studiare il mondo per via di un’indole curiosa e visionaria. Ed ecco svelate le vedute paesaggistiche di rara eleganza, caratterizzate da una natura singolarmente dispettosa, angusta e tortuosa. Nonostante il ripetersi dei pezzi esposti, cui l’occhio tende facilmente ad abituarsi, si percepisce una frenesia visiva che legittima l’illeceità di un artista che lancia una salda provocazione in cui tutto è reale ma anche mentito; giacché le fonti iconografiche da cui il pittore trae spunto sono immagini stereoscopiche del XIX secolo che lo conducono a lavorare su un tema in particolare: la similarità al dato reale e la sua più viva evasione.

Colin Brant, “Tibbar Tibbar”, Galleria Rihcter Fine Art, Roma, courtesy Galleria Richter Fine Art, Roma, ph. credit Giorgio Benni

In questo modo l’esposizione risulta paradossalmente splendida, poiché Brant è un pittore squisitamente disorientante che tratta il paesaggio non nella sua pateticità da cartolina, bensì ne esalta la freschezza visiva e gli scorci inediti. Perdipiù la tecnica utilizzata presuppone una stravagante decomposizione e disfacimento del colore in cui luminose piaghe raccolgono le tonalità dal freddo turchese alla polposa tinta albicocca, come in una elaborata follia che permette di intravedere le giunture distribuite in un paziente gioco di forme lineari. E siccome le gradazioni attraggono profondamente per l’esercizio poderoso e suggestivo della tecnica di lavoro, diventa rivelante l’infinito traliccio a punta di cristallo colmo di colorazioni. Si tratta di un processo di sensibilizzazione visiva in cui la pittura emerge come nei campi magnetici della fisica, per cui le linee di forza si dispongono attorno a dei punti centrali quali scogli marini, fessure rocciose e ancora sfere solari albeggianti, sino ad interagire reciprocamente.

Colin Brant, “Fjord 2”, olio su tela, 127 x 152 cm, 2022, courtesy Galleria Richter Fine Art, Roma, ph. credit Giorgio Benni

Vien da chiedersi se il rapporto con la figuratività celi, come un’incantevole miscellanea di un fascinoso succedersi, l’intenzione di rendere visibili le trasparenze dell’atmosfera paesaggistica che si presenta ora slabbrata, dissolta, appena accennata, con lievi tocchi sulla superficie grezza della tela. Tuttavia, quel che attrae è quanto paradossalmente i paesaggi vengano fissati con una costruzione figurativa basata sul fascino della materia, che seducono per le colorazioni fluide e delicatamente spurie, ma formanti con grazia, un impuro artificio che definisce con genuino piacere la complessità del luogo.

Colin Brant, “Sognefjord”, olio su tela, 76 x 86 cm, 2023, courtesy Galleria Richter Fine Art, Roma, ph. Credit Giorgio Benni

Tuttavia Brant, ritraendo fiordi e scorci di montagne rocciose, non esegue una mera riduzione fenomenologica, bensì il soggetto prescelto rimane funzionale alla sua pittura giacché sono erratici appunti di un viaggiatore fittizio, in altri termini, racconti itineranti grandi quanto le tele su cui fissa paesaggi maneggevoli e cieli portatili. Così la superficie pittorica è anche una condizione mentale oltre che spaziale, un luogo continuamente sollecitato a coagulare un’immagine concreta che, come un ossimoro, trasforma Brant in un pittore attuale nella sua radicale inattualità. Eppure, le vedute si caratterizzano per un carattere non meno lucido che allucinato, sono un’esplosione di luci frantumante che fissano il soggetto in schegge dalle liquide forme. Ciò nonostante, tale accesa luminosità non abbaglia e nemmeno ambisce chiarire i lineamenti, piuttosto intende raccontare la ricchezza fenomenica dell’esistente, per cui nei fiordi sarà naturale percepire il gelo sgarbato e acre di una terra che produce costantemente freddo.

Colin Brant, “Fjord 1”, olio su tela, 127 x 152 cm, 2022, courtesy Galleria Richter Fine Art, Roma, ph. Credit Giorgio Benni

In questo modo quei lontani e quasi sperduti luoghi vivono di regole proprie: i monti si combinano con le nuvole e l’acqua diventa etere ed entrambe le realtà esistono come soli contenitori di materia fisica, sono dell’ubriacature d’aria che accarezzano con una violenza felice, dando vita a odori di trasparenze sottomarine tra la luce e l’ombra avvolti in umidi spazi. Nondimeno Brant disvela altri elementi tipici di un paesaggio sfrontatamente reale, ovverosia il silenzio arcaico, la pungente e tagliente acredine della brezza amara, aspra e pulita caratteristici di un luogo moderatamente selvaggio. Tale innegabile capacità di restituire il senso dell’atmosfera e della distanza derivano da una strutturata presa intellettuale dell’artista, sempre attento a salvaguardare il senso della forma cogliendo con linee, colori e direzioni d’energia, la sensazione del volo e dell’elevazione, per cui la natura non è solo un mezzo ma il fine ultimo per raggiungere una propria interpretazione.

Colin Brant, “Sunset Rock”, olio su tela, 76 x 100 cm, 2021, Courtesy Galleria Richter Fine Art, Roma, Ph. Credit Giorgio Benni

Il saper rendere in pittura qualità astratte tipiche di un così singolare ambiente, quali la solidità e la freddezza, sono possibili per Brant grazie all’inedita gestione delle linee. Così, se qualsiasi movimento disegna una forma e l’essere umano, come «l’intera natura ha le sembianze di un cristallo»[2], i tracciati dell’artista non intendono essere banalmente semplificativi, bensì attengono a una ricercata complessità. E questa geometria, alla pari di un massiccio cristallo, non permette di comprenderne le forme se non scambievolmente, per cui ogni sfaccettatura emerge prima singolarmente nei filamenti cromatici, per essere poi letta nella sua complessità. Questa elegante trama pittorica che squarcia il quadro in toni puri e misti, induce domandarsi cosa provi chi pensa al mondo come un raccoglitore di cristalline forme geometriche, ovverosia come una montagna? Va da sé che sapersi così equivale a riconoscere il mondo come un sistema d’ineguale geometria, in quanto generatore d’immagini cristallizzate eterne, pure, concrete e senz’essere esistente.

Maria Vittoria Pinotti

[1] Giorgio Manganelli, La notte, a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi Edizioni, Milano, 2016, p. 87
[2] Edvard Munch, Frammenti sull’arte, a cura di Marco Alessandrini, Abscondita, Milano, 2019, p. 43

Info:

Colin Brant, Tibbar Tibbar
Galleria Richter Fine Art, Vicolo del Curato 3, 00186, Roma
Durata della mostra: Dal 2/12/2023 al 12/1/2024
Orari: dal lunedì al sabato dalle 15 alle 19, o su appuntamento.
www.galleriarichter.com


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