Débora Delmar. Liberty

È un dato di fatto ormai assodato che il nostro presente è strettamente incardinato a un sistema globalizzato, il cui funzionamento è sostenuto da processi economici e sociali che influenzano a ogni latitudine abitudini, aspettative e decisioni degli individui, insinuandosi con mano invisibile fin nell’intimità della sfera privata. L’utopia della tecnologia finalizzata ad alleviare la fatica quotidiana dell’essere umano non è nemmeno più all’orizzonte del nostro immaginario e siamo tutti mediamente coscienti che il nostro ruolo all’interno dell’economia globale sia quello di essere, alternativamente, produttori e consumatori dei beni materiali e immateriali che il nostro lavoro contribuisce a incrementare. Istantaneità, efficienza e ottimizzazione sono i valori cardine che l’esistenza contemporanea mutua dai sistemi telematici, la cui ingerenza nel governare dall’alto e in modo asettico uomini e cose è sempre più evidente. L’ininterrotta circolazione di merci, dati e persone sembra riconducibile più al mantenimento della rete globalizzata nel suo insieme che alla reale necessità di ogni singolo spostamento, mentre la sostanziale omologazione sistemica di queste tre “categorie in transito” è all’origine di macroscopiche dissonanze, come il contrasto tra il traffico sempre più veloce di merci prodotte nei Paesi in via di sviluppo e destinate all’emisfero ricco del mondo e le lente migrazioni dei perdenti del sistema capitalistico, il cui viaggio è rallentato da barriere fisiche e burocratiche erette per mantenere la loro condizione di marginalità.

Molti artisti oggi si dedicano all’approfondimento di queste dinamiche e al rilevamento delle sotterranee (e spesso occultate) ragioni che le determinano, talvolta incorporando nel loro lavoro vere e proprie inchieste di stampo sociale e politico che difficilmente otterrebbero altrettanta visibilità attraverso canali di diffusione più settoriali dal punto di vista disciplinare. L’esplorazione degli effetti della globalizzazione sulla vita quotidiana, con particolare attenzione alle questioni di classe, genere, egemonia culturale e gentrificazione, è al centro anche della produzione di Débora Delmar (1986, Mexico City, attualmente vive a Londra), a cui GALLLERIAPIÙ dedica la seconda personale, intitolata Liberty. La particolarità del suo approccio rispetto al filone di cui sopra, al quale genericamente si può dire che afferisca, è quella di costruire ambientazioni mentali attraverso frammenti di realtà destrutturati e decontestualizzati, la cui disseminazione sintattica mostra non tanto l’esattezza di una tesi in relazione a una specifica problematica socio economica o politica, quanto l’ineludibilità di certe interconnessioni che, nonostante siano potenzialmente lampanti a una semplice osservazione, spesso non vengono percepite. Quella di Débora Delmar è una pratica di constatazione poetica rigorosamente condotta sul filo del minimo intervento (le opere nella maggior parte dei casi sono prelievi dal reale o acquisti online non modificati) che riesce a tenere le fila di discorsi anche molto complessi senza mai disperdersi nella rete di collegamenti messi in campo, che trasformano quasi prodigiosamente l’evanescenza in evidenza. Con questo procedimento l’artista, pur evitando di esprimere una posizione ideologicamente schierata, riesce a far risuonare un messaggio di denuncia più esplicito di qualsiasi manifesto programmatico, la cui credibilità è avvalorata proprio dalla decisione di ridurre al minimo la manipolazione dei materiali, intesi sia come oggetti e sia come dati.

Il titolo della mostra alla GALLLERIAPIÙ deriva dall’omonimo grande magazzino londinese di beni di lusso, aperto nel 1875 sulla scia dell’Arts and Craft Movement di William Morris, con cui il fondatore Arthur Lasenby Liberty condivideva l’intenzione di porre un freno allo scadimento qualitativo degli oggetti di uso quotidiano determinato dalla crescente standardizzazione della produzione. A differenza di Morris l’imprenditore, che inizialmente si specializzò nella vendita di ornamenti, tessuti e oggetti d’arte d’importazione orientale, aveva intuito che la meccanizzazione industriale poteva essere messa al servizio dell’estetica e convinse alcuni industriali lungimiranti a produrre in serie tessuti tradizionalmente fatti a mano, riuscendo a questo modo a coniugare la diminuzione dei prezzi per il consumatore con l’alta qualità del prodotto. In questa storia, che avviò un trend destinato a diffondersi a livello internazionale, Débora Delmar vede una prefigurazione dell’attuale fenomeno della globalizzazione artistica, a sua volta pretesto per osservare come si muovono oggi i beni nel mercato tra oriente e occidente in assenza di un unico fulcro accentratore come poteva essere Londra alla fine del XVIII secolo. Rimanda direttamente al grande magazzino londinese il wallpaper Roses, che riveste come una carta da parati il corridoio che conduce alla seconda sala della galleria e che reitera in modo ridondante ed esagerato un dettaglio di uno dei tessuti più famosi del brand inglese, tutt’ora in produzione, fotografato dall’artista nell’attuale store Liberty’s. L’installazione ci ricorda come lo stile floreale fu il primo a traslare il concetto di arte in un ambito allargato attraverso la decorazione, anticipando così il concetto di design (oggi ampiamente abusato) e sdoganando al tempo stesso l’idea di produzione seriale applicata alla creazione artistica, con la conseguenza di istituire analogie prima impensabili tra il mercato dei prodotti di consumo e quello degli oggetti d’arte. Quest’intersezione di implicazioni è rimarcata dal trittico Roses che incontriamo oltre il corridoio, dove la medesima immagine, questa volta stampata in tre copie su una lastra specchiante di alluminio, è proposta come arte nella sua accezione più canonica.

Se nel tessuto Roses un motivo di ispirazione orientale era stato importato e standardizzato in Occidente, nel trittico scultoreo Residence vediamo materializzarsi le risultanze di un analogo processo secondo una rotta commerciale inversa. Ciascuna delle tre sculture è infatti composta da un diverso modello di casa-giocattolo in stile country londinese (prodotta dal marchio Giapponese Sylvanian Families) attorniata da reali recinzioni metalliche, anch’esse prodotti di facile reperibilità acquistati su Amazon dall’artista, scelta che ribadisce come l’arte debba essere lo specchio del tempo in cui viviamo. I cancelli risultano inquietantemente sovradimensionati rispetto alle piccole abitazioni di plastica, la cui serialità rimanda all’omologazione abitativa di certi quartieri residenziali, enfatizzando come facilmente il concetto di protezione sconfini nell’idea di separazione e incomunicabilità tra categorie di persone artificiosamente create dalla massificazione sociale. Queste intuizioni mostrano come la società globalizzata abbia aperto molte porte, ma abbia al contempo creato altrettante segregazioni soggiogando persone e cose a meccanismi analoghi, che per le prime, spesso, sono ancora più coercitivi.

Si ricollega a questa riflessione la prima parte della mostra, in cui Débora Delmar concettualizza la sua vicenda biografica di cittadina messicana domiciliata a Londra, tenuta a provare negli anni il suo stato attraverso apposita documentazione per ottenere la residenza permanente nel Regno Unito. Dopo aver rivestito le vetrine della galleria con una pellicola riflettente, solitamente applicata alle vetrate dei palazzi dei quartieri governativi o dell’alta finanza per garantire il massimo livello di privacy, l’artista posiziona in sala quattro lampade con numeri civici, corrispondenti a quelli delle case in cui ha abitato a Londra, a loro volta protette da custodie in plexiglas. L’estrapolazione del numero civico come prova del suo diritto di cittadinanza globale allude da un lato alle dinamiche del mercato immobiliare e alla precarietà esistenziale che inducono (più volte lei stessa è stata costretta a trasferirsi perché l’appartamento in cui risiedeva doveva essere venduto) e dall’altro suggerisce interrogativi più ampi sulla vita nel mondo globalizzato. Siamo davvero cittadini del mondo se tale cittadinanza deve essere garantita da un insieme di numeri e dati? Perché il diritto alla privacy, se parliamo di individui, spetta solo a chi non ha nulla da nascondere rispetto agli standard del sistema, mentre a livello di corporazioni sembra essere tanto più difeso quanto più il business è al limite delle regole?

Info:

Débora Delmar. Liberty
24/09/2022 – 26/11/2022
GALLLERIAPIÙ

Débora Delmar, GUARDS, 2022, pellicola a specchio unidirezionale riflettente argento, dimensioni variabili, ph. Stefano Maniero, courtesy GALLLERIAPIÙ, Bologna

Liberty by Débora Delmar, Gallleriapiù, Bologna, 2022, exhibition view, ph. Stefano Maniero, courtesy GALLLERIAPIÙ, Bologna

Débora Delmar, LOCATOR (36c), 2022, lampada per numero civico Modena 7655 nera, plexiglas, distanziatori in inox, cavo tessile nero, 80 x 60 x 13 cm, ph. Stefano Maniero, courtesy GALLLERIAPIÙ, Bologna

Débora Delmar, ROSES, 2022, stampa diretta su Dibond (spazzolato), 32 x 43 cm, ed. 1/3, ph. Stefano Maniero, courtesy GALLLERIAPIÙ, Bologna

Liberty by Débora Delmar, Gallleriapiù, Bologna, 2022, exhibition view, ph. Stefano Maniero, courtesy GALLLERIAPIÙ, Bologna


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