READING

Gli arrabbiati del Battibecco. Bologna 1962

Gli arrabbiati del Battibecco. Bologna 1962

Chiudiamo gli occhi e immaginiamo di tornare indietro nel tempo, all’inverno del 1962. Il freddo è piuttosto intenso, sebbene l’estate abbia fatto registrare un preoccupante record di siccità nelle regioni del Sud, e la neve copre regolarmente ampie zone del Nord. A Bologna ha imbiancato anche le prime ore della vigilia di Natale, rispettando la più classica delle tradizioni. Come tutto il resto d’Italia e d’Europa, la città bolognese ribolle in quelli che verranno ricordati come i “favolosi anni Sessanta”: gli anni del boom economico e delle prime minigonne firmate Mary Quant, della nouvelle vague francese e delle pellicole di Fellini e Antonioni, delle Fiat 500 e 600 e delle prime versioni della Vespa 50, dei successi dei Beatles e dei Rolling Stones e delle tragiche morti di Marylin Monroe e del presidente americano John Fitzgerald Kennedy.

Da sx Maurizio Bottarelli, Alberto Colliva, Franco Filippi – Gli arrabbiati del Battibecco. Bologna 1962. Fotografia originale dell’epoca, courtesy Studio la Linea Verticale

Il 1962, in particolare, scatena una piccola rivoluzione nel capoluogo emiliano-romagnolo: innanzitutto, la sciccosa Galleria Cavour, simbolo dello shopping di lusso, viene intitolata proprio al celebre politico e patriota italiano, abbandonando l’antica dicitura di vicolo Bocca di Ragno, e qualche mese più tardi il consiglio comunale decide addirittura di suddividere il territorio urbano negli odierni quartieri che lo contraddistinguono – Borgo Panigale, Santa Viola, Saffi, Lame, Bolognina, Corticella, San Donato, San Vitale, Mazzini, Murri, San Ruffillo, Colli, Costa-Saragozza, Barca e, infine, Centro.

Installation view Gli arrabbiati del Battibecco, sala 1. Photo Paolo Serra, courtesy Studio la Linea Verticale

E per quel che riguarda l’arte? Beh, anche in questo caso Bologna non rimane a guardare. Perché, se negli Stati Uniti e nel resto del mondo si osservano con curiosità le nuove tendenze di Fluxus e della Pop Art, le Nuove prospettive della pittura italiana (1962), titolo di una mostra inaugurata nel duecentesco Palazzo Re Enzo, riflettono le sperimentazioni più recenti dell’arte nostrana a seguito dell’ondata Informale: Francesco Arcangeli, Renato Barilli, Maurizio Calvesi, Duilio Courir, Enrico Crispolti, Andrea Emiliani, Oreste Ferrari, Emilio Tadini e Roberto Tassi introducono l’operato di artisti quali Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano e Giuseppe Uncini; otto, invece, sono i bolognesi invitati, ossia Vasco Bendini, Pirro Cuniberti, Luciano De Vita, Giuseppe Ferrari, Mario Nanni, Leone Pancaldi, Concetto Pozzati e Sergio Vacchi. E mentre a Milano si parla di Arte programmata (1962) grazie a Umberto Eco – futuro bolognese d’adozione – e sul «Verri» si leggono le Considerazioni sull’Informale (1962) di Barilli – bolognese, invece, di nascita – a pochi isolati di distanza da quella stessa rassegna, nel dicembre 1962, la poetessa Patrizia Vicinelli si concentra sul lavoro di tre giovani artisti in mostra presso uno spazio autogestito aperto per l’occasione. In precedenza, proprio nel giugno delle Nuove prospettive…, il compito di formare con gli artisti un gruppo di quattro, anziché un trio, era spettato a Roberta Bianconi.

Installation view Gli arrabbiati del Battibecco, sala 2. Photo Paolo Serra, courtesy Studio la Linea Verticale

Ecco, a questo punto possiamo riaprire gli occhi. Lo sguardo immaginario rivolto a quell’inverno bolognese può tornare a farsi reale negli spazi della galleria Studio la Linea Verticale. Perché, come in quel fatidico dicembre 1962, anche in questo, sessant’anni dopo, l’attenzione è rivolta a quel trio di artisti che, senza volerlo e senza pretenderlo, concorrevano alle Nuove prospettive… offerte da chi apparteneva all’incirca alla stessa generazione. Maurizio Bottarelli, Alberto Colliva e Franco Filippi – il quarto componente della mostra d’esordio fu Angelo Bozzolla – avanzano le proprie, ora come allora, negli ambienti di Via dell’Oro 4B, nemmeno tanto distanti da quella Via Battibecco che li vide protagonisti più di mezzo secolo fa. Gli arrabbiati del Battibecco. Bologna 1962 non costituisce, tuttavia, una mera rievocazione. L’intento, a detta dello stesso gallerista Giovanni Avolio e della direttrice artistica Vale Palmi, è quello, piuttosto, di fornire una suggestione, di innescare un rinnovato processo di analisi e interrogazione avente come punto di riferimento proprio le sperimentazioni di artisti ancora attuali, oggi come ieri. D’altronde, già in quel 1962 i loro sforzi non passarono inosservati, tanto da far elaborare a Giorgio Ruggeri la peculiare espressione ricordata dal titolo, debitrice sia della “definizione di ‘irascibili’ assegnata anni prima agli esponenti newyorkesi dell’Espressionismo Astratto” – spiega il curatore Pasquale Fameli – sia del nome della via del “centro felsineo nella quale questi giovani artisti trovano il loro primo spazio espositivo”.

Maurizio Bottarelli, sx “Senza titolo“, 1963, tecnica mista su tavola 160 x 170 cm, dx “Testa“, 1962, tecnica mista su tavola, 170 x 160 cm. Patrimonio del Gruppo Unipol. Photo Paolo Serra, courtesy Studio la Linea Verticale

Allo stesso modo dei protagonisti della mostra di Palazzo Re Enzo, più grandi di circa dieci-vent’anni, anche Bottarelli, Colliva e Filippi intendono “riprogettare lo spazio informale mediante la formulazione di nuove ipotesi figurali”: pertanto, la riconsiderazione della loro opera assume una valenza duplice se si pensa non solo alla ricorrenza dell’anniversario – lo stesso delle Nuove prospettive della pittura italiana – ma anche al ruolo di prim’ordine che la pittura sta nuovamente assumendo, ampiamente testimoniato dall’appena trascorsa Biennale d’Arte 2022 – ricca, tra l’altro, di numerosi esempi figurativi. E lasciano molto da pensare, a tal proposito, le Teste di Bottarelli, “pronte a disgregarsi da un momento all’altro”, gli “accadimenti materici” di Colliva, “detriti di un mondo disintegrato”, e i “grovigli segnici” di Filippi, “nuclei cellulari in attesa di assumere una qualche fisionomia”: tre soluzioni espressive che, nel sondare nuove possibilità di creazione, sembrano concedere molta della propria verve ai più freschi sforzi di giovani pittori, che, al contrario, paiono, in certi casi, più spenti dei loro corrispettivi più anziani.

Maurizio Bottarelli. A sinistra “Testa”, 1962, tecnica mista su tavola, 31 x 24 cm. Photo Paolo Serra, courtesy Studio la Linea Verticale

Del resto, anche Bottarelli, Colliva e Fillippi guardavano alle sperimentazioni coeve, da Fautrier a Manzoni, da Burri ad Alechinsky, cercando, però, di allontanarsene il più possibile, inseguendo una strada che fosse quanto più inedita e personale – le Teste di Bottarelli, ad esempio, sono meno monolitiche di quelle di Fautrier; le combustioni di Colliva meno teatrali rispetto a quelle di Burri, anche se altrettanto traumatiche; i segni di Filippi, infine, meno caotici e affastellati di quelli di Alechinsky. Insomma, gli arrabbiati del Battibecco – diciannove-ventenni nel 1962 – avevano bene in mente da cosa volevano scappare, così come avevano bene in mente dove volevano arrivare: differenza sostanziale rispetto alla drammatica imprevedibilità offerta dall’esistenza odierna. Senza contare che, come diceva Mario Nanni, “Bologna, negli anni Cinquanta, ha ripetuto per fervore l’evento storico del Seicento con la presenza dei Carracci”, e quel 1962 rappresentò l’apice di un fermento culturale che non aveva “nulla da invidiare a quanto si stava facendo in altre città”. Bottarelli, Colliva e Fillippi, nelle sale di Studio la Linea Verticale, ne forniscono, sessant’anni dopo il loro esordio, un’altra, eccezionale prova.

Info:

Gli arrabbiati del Battibecco. Bologna 1962
A cura di Pasquale Fameli
Studio la Linea Verticale
Via dell’Oro 4B, Bologna
19/11/2022 – 14/01/2023


RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.