Guido Segni. Fino alla fine

“L’uomo vive nel tempo, nella successione del tempo, e il magico animale nell’attualità, nell’eternità costante.” (Jorge Luis Borges)

 Fino alla fine, oltre la fine, ma cos’è poi la fine?

Che sia il tempo, come l’universo, qualcosa di infinito nel suo accadere ed espandersi? L’unica certezza che la storia moderna ci ha insegnato, consegnandoci secolo dopo secolo l’accezione di capitalismo è la monetizzazione del tempo – del tempo lavorativo – produttivo ed economicamente utile.

L’ozio sembra un concetto bandito dai dettami contemporanei, non ci è permesso fermarci, non ci è permesso oziare. E cosa succede quando entrano in scena le tecnologie? Le stesse che hanno accelerato e velocizzato il processo produttivo e vitale di ognuno di noi. Quelle perennemente additate come alienanti e talvolta pericolose. La serie tv cult “Black Mirror” ci ha fornito molte letture su un futuro certamente dispotico a tratti entropico, dove la tecnologia passo dopo passo sembra celebrare quasi la futilità e la caducità insite al genere umano.

L’artista e attivista Guido Segni riflette proprio su questo tramite i lavori esposti nello spazio bolognese Adiacenze, a cura di Alessandra Ioalè e Marco Mancuso, due tra i curatori e ricercatori già interessanti e informati sull’impatto e l’utilizzo delle tecnologie contemporanee nell’arte contemporanea.

Tra attivismo, net art, video art e le intersezioni infinite con la cultura pop di Internet – Guido Segni è uno degli artisti da seguire nelle sue ricerche per quello che riguarda la new media art, o semplicemente quello che intendiamo quando pensiamo alla web culture e la sua connessione ai medium artistici.

La forma dell’archivio permette di studiare e vivisezionare, approfondire qualsiasi argomento – quale ambiente e archivio migliore del web per studiare in diretta streaming il perenne flusso al quale siamo costantemente esposti?

Nella prima sala di Adiacenze troviamo il video da cui trae il titolo l’esposizione stessa: “Fino alla fine” del 2018 – un lavoro che non potrà realmente avere una fine visto che viene generato da un algoritmo che seleziona e assembla ogni giorno i segmenti dei primi 25 fotogrammi corrispondenti al primo secondo di ogni video caricato su YouTube. Quello che ne deriva è un flusso continuo di immagini prodotte dai milioni di utenti sulla piattaforma di video sharing più famosa al mondo. Oltre ogni immagine, oltre ogni limite, ma anche oltre la tecnologia e oltre il tempo. In “The Artist is typing”, 2016 – tempo di produzione e tempo di attesa si incontrano: il visitatore si troverà in momenti in cui l’artista sta scrivendo (oppure no) quindi dove si trova fisicamente al computer (o forse qualcuno per lui), con la famosa visualizzazione dei pallini fluttuanti presenti in ogni sistema di Instant chat – l’artista potrebbe scrivere una mail, un testo, una lettera d’amore (come menzionato nel testo critico), potrebbe semplicemente giocare con la tastiera, ordinare qualcosa su Amazon o chattare a sua volta con qualcuno. “The artist is present” direbbe qualcun altro di molto famoso – la performance, l’azione, allora non diviene possibile solo con l’artista fisicamente presente ma può accadere anche tramite un dispositivo tecnologico e un software che ne celebrano l’essenza (o l’assenza).

In “Verba volant, scripta manent” 2017, l’opera rappresenta in maniera dicotomica la comunicazione effimera di un Tweet – il pensiero tramite Twitter può essere inconsistente, evanescente e molto rapido, in questo lavoro ecco che contrariamente le parole acquistano un peso specifico, duraturo, scolpito sul del vero marmo, grazie all’operazione dell’artista. Segni rielabora il presente imperante dei social confrontandolo con la tradizione, la storia, partendo da un materiale classico e nobile come il marmo, e scegliendo una delle più celebri locuzioni latine.

Verba volant, scripta manent” può tranquillamente definirsi come opera multiverso – multi temporale – che indaga nello stesso istante più epoche contemporaneamente.

In “A quiet Desert failure” 2015, Segni continua a sfidare l’obsolescenza tecnologica ponendosi questa domanda: “cosa succederà alla mia creazione con il passare del tempo?”. “A quiet Desert failure” è una performance algoritmica (è sempre corretto parlare di performance nei lavori di Segni) iniziata nel 2013,  e consiste in un sistema automatizzato che da cinque anni posta e archivia su un apposito profilo Tumblr un’immagine satellitare di una area definita del deserto del Sahara, ogni trenta minuti, con lo scopo di mappare, entro cinquant’anni l’intero colosso di sabbia. La profonda incertezza rimane: potranno Google, Tumblr e la stessa rete Internet durare abbastanza per intravederne un completamento, una fine? L’unica certezza di questo lavoro, oltre il concetto posto dietro a quest’opera algoritmica, sono le stampe che ne derivano, autentiche tracce che documentano una memoria in continua trasformazione e frammentazione.

Nell’ultima sala, dall’allestimento studiatissimo e di grande resa, il visitatore viene accolto in un angolo rosso, pulsante, vivo e fantasmagorico, tra oscurità e curiosità.

Un letto come spettatore, e diverse bandiere rosse sventolano con una chiara autonomia, portano una messaggio chiaro, il titolo del progetto: “Demand full Laziness” (2018-2023) dove tempo perso e tempo di produzione si mettono in dialogo. In questo caso l’artista rivendica la pigrizia e l’ozio come campi di sperimentazione aperta, mettendo in questione anche il ruolo dell’automazione tecnologica. In questo ennesimo atto performativo l’artista fa compiere alla macchina operazioni di osservazione e rappresentazione della realtà al posto suo – secondo un piano quinquennale di produzione automatizzata – tutto grazie ad un sistema algoritmico in deep learning. Sarà la macchina una degna sostituta? Sarà in grado di essere un lucido delegato?

Guido Segni, Fino alla fine (cover image)

Guido Segni, Verba Volant, scripta manent, 2017 ph credit Luciano Paselli

Guido Segni, The Artist is typing, 2016

Guido Segni, Demand Full Laziness, installation view Adiacenze, ph credit Luciano Paselli

Guido Segni, Demand Full Laziness, 2018-2023, installation view Adiacenze – ph credit Luciano Paselli

Le tracce che ne derivano anche qui, risultano telluriche, frammentate, opere prodotte dall’atto cognitivo dell’algoritmo – l’artista in conclusione, “nulla ha prodotto se non riposare sul proprio letto.”

In tutti questi lavori l’artista Guido Segni (fondatore insieme a Matìas Ezequiel Reyes di Greencube.gallery progetto espositivo di ricerca online/offiline – da seguire!), vuole farci riflettere sulla creazione artistica, sulla liberazione di essa dal tempo consumistico, sulla sopravvivenza dell’opera (performativa) oltre l’artista stesso, rimettendo in campo la possibilità positiva dell’automazione tecnologica (con tutte le sue logiche precarie) così tanto demonizzata e criticata dal contemporaneo. Segni utopisticamente ma non ingenuamente intravede una possibile proiezione dell’opera oltre la carnalità dell’esistenza – delegando alla tecnologia la conservazione e la promozione di quello che verrà. Ecco come riscattare la fiducia del e nel tempo. Una scommessa per l’artista, l’opera stessa, la tecnologia, il tempo, i collezionisti, galleristi e i fruitori.

Arriverà la fine, ma non sarà la fine.

Tutti i problemi dell’uomo provengono da non saper stare fermo in una stanza. (Blaise Pascal)

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