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In conversazione con Maria Luigia Gioffré, fondatr...

In conversazione con Maria Luigia Gioffré, fondatrice e direttrice di In-ruins

Incontriamo Maria Luigia Gioffrè, fondatrice e direttrice di In-Ruins, piattaforma fondata nel 2018 con l’obiettivo di valorizzare la relazione tra archeologia e arte contemporanea nel Sud Italia. Dopo una serie programmata di mostre, collaborazioni e talks, Gioffrè introduce la filosofia di In-ruins, presentando la quarta edizione del progetto di residenza artistica in Calabria che si svolgerà nel prossimo settembre.

In-ruins è un osservatorio in potenza, esso parte da un contesto specifico per presentarsi più ampiamente, come un faro nel Mediterraneo. Da questo punto privilegiato, vorresti introdurci al territorio specifico in cui operate?

Siamo un’entità nomade e no profit, che ha toccato più aree della Calabria, spesso differenti tra loro. Abbiamo svolto alcune attività al Parco archeologico di Scolacium nel 2018 e al Castello Normanno di Squillace nel 2021. Quest’anno saremo presenti in un’altra doppia location: il polo museale di Soriano Calabro e la Villa Romana Palazzi di Casignana, la quale è probabilmente l’unica testimonianza della presenza di mosaici in Calabria. Questo luogo inusuale e questa difficoltà rendono tutto molto interessante, direi quasi una sfida. Le nostre residenze si focalizzano sulla ricerca, durano quasi tutte una ventina di giorni, che è un tempo insufficiente per realizzare un’opera d’arte, mentre è abbastanza per aprire un processo. In questo senso, ci preme mettere in luce l’importanza di quello che è sempre stato un bacino di scambio culturale, basti pensare all’età della Grecia antica. Il Mediterraneo è il luogo d’origine della filosofia occidentale ed è importante recuperare l’aspetto culturale di questi territori, ma allo stesso tempo non vogliamo evidenziare la rovina in quanto bene da contemplare, ma renderlo attivo. A questo proposito, mi viene in mente una frase di Franco Vaccari alla Biennale del ‘67, quando diceva che la fotografia non deve essere contemplazione, ma azione. È la stessa relazione che cerchiamo di attivare noi con l’archeologia, offrendo non uno stato contemplativo del bene culturale, ma un’azione; infatti, siamo interessati anche ad artisti che lavorano con l’archeologia come processo, come per esempio il lavoro d’archivio.

Il vostro programma si concentra principalmente su due linee di ricerca: la relazione tra archeologia e arte, come hai ben spiegato, e il tema del mito nel Mediterraneo in maniera anacronistica. Vorresti parlarci di quest’ultima?

Tantissimo del patrimonio archeologico calabrese deriva dall’essere stati una colonia greca: siamo di fronte a una stratificazione storica di durata millenaria. Molte delle popolazioni che hanno dominato questi territori vi hanno importato la loro cultura e questo ha generato una vasta produzione di miti, oltre a manifestazioni di ritualità locale. Tra gli autori che hanno affrontato questi temi forniscono un esempio Kuno Raeber ed Ernesto De Martino mentre, tra i filosofi contemporanei, Federico Campagna, il quale ha affrontato il tema della magia del Sud. Perché il mito, quindi? Sicuramente perché è impregnato nel territorio, ma è necessario rileggerlo secondo un’ottica non statica. Come questo mito può servire alla narrazione del presente? Penso a Penelope. Riflettiamo su chi sia Penelope oggi.
La figura di Atena è presente nel Parco di Scolacium in quanto pare sia stata la protettrice dei corvi, qui molto presenti. Ancora, secondo alcune letture dell’Odissea, pare che Ulisse e Nausicaa si siano incontrati nel golfo di Squillace. Chi è oggi Nausicaa? Chi sono queste figure? Storicamente stiamo assistendo a una destrutturazione dell’unità narrativa ed è quindi importante recuperare, senza cadere nelle ideologie, il senso delle narrazioni individuali di quello che può essere il mito. L’anno scorso l’artista britannico-irachena Emii Alrai ha affrontato questo preciso aspetto della ricerca, trattando della narrazione e dell’incontro. Possiamo parlare di fluidità identitarie: è il compito del nostro tempo ritrovare un’identità all’interno della complessità, quindi un’origine come punto da cui partire e da cui distaccarsi per emanciparsi, ma anche come un’origine come punto a cui tornare.

Come riuscite a valorizzare i diversi profili coinvolti a In-ruins, che spesso provengono da differenti background?

È un pensiero meridiano quello che unisce i membri di In-Ruins. Siamo in due artisti a dirigere i progetti. L’ho fondato personalmente nel 2018 e ora ne conduco il programma insieme a Nicola Guastamacchia. Entrambi proveniamo dal Sud Italia ed entrambi abbiamo affrontato un percorso formativo in Inghilterra, certamente questa identità territoriale ci unisce. Ci affianca anche Nicola Nitido, storico dell’arte, una figura molto preziosa grazie alla sua conoscenza non solo dell’arte contemporanea, ma anche delle influenze su questa da parte dell’arte antica, medievale e rinascimentale. Stiamo collaborando anche con Roberta Garieri, una curatrice di origine calabrese che, nei suoi studi dottorali, si occupa di femminismo in Cile ed è, per questo, in qualche modo legata a tutto il Sud del mondo. In coincidenza con la residenza di settembre, stiamo lavorando anche a una pubblicazione che raccolga delle testimonianze significative, avvalendosi del contributo di artisti, antropologi, curatori e archeologi sul pensiero meridiano. Direi che è un lavoro corale, e nello spazio corale c’è un unisono: in questo senso, In-ruins risponde all’unisono. È quasi come un processo di decolonizzazione dei luoghi di fruizione dell’arte: in questo modo si fruisce dell’arte nei luoghi stessi dove quel pensiero è nato.

Come rispondete all’attenzione per le nuove tecnologie da un punto di vista artistico ed etico? Avete dei limiti rispetto al medium?

Non ci poniamo nessun problema sulle nuove tecnologie, che non sono più nuove ormai, fintanto che non tradiscono il cuore della ricerca. Come a dire che se la rovina non deve essere anacronistica, tanto meno deve essere anacronistico il modo in cui la si tratta; in questo senso le tecnologie sono favorite.

Ci sono delle linee di ricerca specifiche che indirizzate nella residenza di questa quarta edizione a settembre?

L’ anno scorso abbiamo dato tre linee di ricerca: la memoria individuale e collettiva, la politicizzazione della storia, della rovina e del patrimonio storico del Mediterraneo, oltre alla filologia come processo. Questi temi sono stati ben affrontati da Itamar Gov, che ha rivisitato l’ideologia israeliana dei rabbini a Santa Maria del Cedro. Quest’anno non abbiamo dato delle linee specifiche, mentre invece sono state affrontate nella serie di talk che si sono tenuti da febbraio ad aprile 2022. Ma il nostro obiettivo rimane chiaro: vorremmo lasciare liberi gli artisti di proporsi, seppure nei limiti della fattibilità logistica, perché il territorio è difficile e non è sempre agevole reperire i materiali; dobbiamo perciò interfacciarci con il necessario aspetto site-specific. Ecco perché privilegiamo la ricerca, e perché quest’anno abbiamo affidato la selezione degli artisti a una giuria esterna. Il proposito è quello di lavorare con artisti che possano veramente interagire con la lettura del bene culturale non solo in relazione allo spazio, ma in relazione all’aspetto immateriale del luogo.

Nel 2022, che cosa significa Mediterraneo? In che modo l’arte e la cultura di questo contesto si confrontano con il panorama internazionale del contemporaneo?

Direi che questo mare è fluido, tanto in senso geofisico, quanto nel senso di simbolo di fluidità identitaria e ciò rimette in discussione ogni parametro stabilito. È come una bussola senza Nord e questo può comportare un meraviglioso incontro tra esseri ibridi. Da un punto di vista culturale, il Mediterraneo è sicuramente un mare da preservare, tenendo conto della diversità biologica e culturale che questo mare offre. È come un mosaico la cui struttura, in un certo senso, si avvicina a quella di un puzzle: non si tratta di tentare di mettere ordine, ma di imparare a tenere insieme ogni pezzettino diverso del puzzle secondo un incastro che è specifico per ognuno, dando voce e spazio a ogni possibilità di contribuire.

Info:

In-ruins – Residenza 2022
a cura di Maria Luigia Gioffrè, Nicola Guastamacchia, Nicola Nitido
Soriano Calabro, Polo Museale di Soriano Calabro
12/09 – 24/09/2022
Casignana, Villa Romana Palazzi di Casignana
24/09 – 6/10/2022

Anna Ill Alba, Noli Me Tangere, Squillace, In-ruins residency 2021, courtesy the artist e In-ruins

Martyna Benedyka installa nel Castello di Squillace, In-ruins residency 2021, courtesy the artist e In-ruins

Itamar Gov e la sua installazione presso la Chiesetta Gotica di Squillace, In-ruins residency 2021, courtesy the artist e In-ruins

Anna Ill Alba nel suo studio, In-ruins residency 2021, courtesy the artist e In-ruins

Polo Museale Soriano Calabro – Foto cortesia di Nicola Guastamacchia

Performance del duo Ceresoli Cosco, In-ruins residency 2021, courtesy the artist e In-ruins

Emii Alrai studia la tecnica del graffito all’ingobbio, In-ruins residency 2021, courtesy the artist e In-ruins


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