In studio da Florencia Martinez

Florencia Martinez, italo-argentina, classe 1962. Trattata da Gilda Contemporary Art di Milano, da Zaion Gallery di Biella e dalla Galleria Stefano Forni di Bologna, ha recentemente partecipato alla 18esima Biennale del Bangladesh e alla mostra a Shenzhen all’Eachway Century Fashion Museum, in collaborazione con la stilista cinese Hui Zhou Zhao, e con la curatela di Barbara Santoni. Ha partecipato alla residenza al Marca di Catanzaro con la Fondazione Rocco Guglielmo dove ha sviluppato in una azione-performance quella parte del suo lavoro che la avvicina alla gente, sia al suo operato e sia ai sentimenti più indicibili, e al MACRO di Roma per il progetto “Atelier” con l’installazione “I mari del sud”, una riflessione sull’Italia di oggi collegata con quella del dopoguerra. Le sue tematiche indagano il ruolo della donna, le dinamiche familiari, la memoria storica dei luoghi e l’impronta sociale nella costruzione dell’identità.

E.L. Da qualche tempo hai lasciato lo spazio dello studio per lavorare interamente da casa. Cosa è cambiato?
F.M. Dal 2006 ho lavorato in studio, in un luogo che è rimasto sempre lo stesso per anni, in Piazza Prealpi, a Milano. Avendo scelto un materiale come il tessuto, che sostanzialmente è portatile, potevo anche lavorare da casa. Per anni ho prodotto tantissimo. Lavoravo in studio e a casa, ma perdevo un sacco di tempo per tornare a prendere da casa del materiale che mi serviva in studio, e viceversa. Quindi due anni fa ho deciso di unire casa e studio. In questa scelta ho perso un po’ di spazio di lavoro ma guadagnato del tempo e velocità nel reperire i pezzi anche se ad oggi sono ancora un po’ “persa” in questa nuova organizzazione…

E.L. Sei persa perché senti che la casa non è il tuo ambiente ideale per produrre?
F.M. La casa è un ambiente che sento perfetto per il mio tipo di lavoro, molto più dello studio. Il materiale che uso è casalingo, quotidiano, e in una casa trova il suo ambiente ideale perché rimanda a un lavoro domestico: la casa mi fa da eco mentre lavoro. Qui sento che il mio lavoro è più vero, reale. Non mi sono ancora ambientata pienamente a casa perché non ne ho avuto ancora il tempo: da quando ho lasciato lo studio è stato un susseguirsi di mostre, il viaggio in Cina, la residenza al Marca, la mostra a Creta alla fortezza di Rethymno, e poi dinamiche familiari che si sono intrecciate a quelle lavorative mi hanno impedito di concentrarmi interamente sul lavoro.

E.L. Com’è il tuo metodo lavorativo? Dedichi delle ore fisse al lavoro, hai una tua “disciplina”?
F.M. Non ho una disciplina nel senso che io lavoro sempre, a flusso continuo. Quando inizio un nuovo lavoro non so mai cosa sto realizzando, me ne rendo conto solo dopo. È un po’ come quando inizia a piovere: prima senti una goccia, poi l’altra e capisci che sta arrivando la pioggia, la tempesta! Il mio modo di lavorare lo definirei un “metodo pluviale”: un torrente in piena. Io lavoro sempre. Quando non faccio altro, le cose quotidiane, io lavoro. La mia insofferenza di adesso è proprio il fatto di non avere uno spazio abbastanza grande totalmente dedicato. Non perdo tempo ad andare da casa allo studio per recuperare materiali mancanti, ma la differenza rispetto ad adesso è che in studio potevo dedicarmi interamente alla profondità del lavoro, in concentrazione. In studio cucivo per sei ore di fila, anche in condizioni difficili, con pochissima luce, sempre con la luce elettrica. Ma erano ore concentrate. Quando uscivo dallo studio ero come stordita, entravo in un altro mondo, come in un fumetto. Il lavoro a casa invece interferisce con la vita quotidiana. Come dice la giornalista Lisa Corva, in casa si sente il richiamo della lavatrice! (ride)

E.L. Lavorando a casa, riesci a contenere il tuo lavoro o il tuo lavoro invade lo spazio del quotidiano? Hai opere esposte ovunque, progetti non finiti sparsi in ogni angolo della casa?
F.M. Uso tutta la casa come uno studio anche se diciamo non sono più goliardicamente pasticciona, non posso più far germogliare il mio atavico disordine dappertutto. Quella parte ora mi manca, la catarsi, il perdersi. Era ora che diventassi più ragionevole, forse. In studio se cadeva la colla per terra potevo lasciare tutto così, a casa no… i figli non possono crescere con gli aghi per terra! (ride). Cerco di tenere ordine, organizzo i tessuti nelle scatole, ma quando sono nel pieno del lavoro l’abbondanza del disordine supera ogni buona volontà. L’opera invade la casa. La casa è il mio studio e il mio deposito contemporaneamente.

E.L. Da quando non lavori più in studio, come sono cambiate le tue opere in termini di dimensioni?
F.M. Prima lavoravo a diversi pezzi grandi contemporaneamente: la Pietà esposta da Gilda, o la sedia che hai visto alla Zaion Gallery. Ora posso lavorare a una sola scultura grande per volta. In questo periodo sto lavorando a una serie di “Abbracci” che saranno esposti a dicembre da Gilda Contemporary Art. Gli abbracci sono nati in questo periodo di reclusione, in cui non era possibile vedersi né tantomeno abbracciarsi. Sono piccole sculture, figlie dei piccoli lavori esposti in Triennale nel 2018 per il progetto “Materialmente” di Angelo Crespi e Alessandra Redaelli.

E.L. Parlando di materiali, che tipo di tessuti usi?
F.M. Soprattutto tessuto di riciclo: dal tessuto più dimesso voglio ricavare un cantico. Il tessuto per me è qualcosa di vivo, un materiale popolare a cui applico la cucitura, il nodo, il rinforzo, che sono molto evidenti perché evidente deve essere la manipolazione che ne faccio, la lavorazione e la stratificazione. Ridò vita a tessuti diversi: la maggior parte mi sono stati regalati negli anni, come questi pizzi donati da una casa greca di vestiti da sposa, o gli scampoli della seteria Argenti di Como. Il tessuto in questo modo ha già una sua vita, un passato, che si intreccia al mio presente e si stratifica. Compro tessuti nuovi solo quando cerco un materiale particolare, come ad esempio la iuta blu usata per la mostra “H” da Gilda Contemporary Art e curata da Alessandra Redaelli. In quel caso per esempio avevo bisogno di un blu profondo e allo stesso tempo ruvido, volevo unire il sacro e il profano partendo già dalla materia della iuta colorata.

For all the images: Florencia Martinez studio. Ph credits: Alessandra Palumbo

E.L. Nonostante le difficoltà nella gestione del lavoro a casa, mi raccontavi che l’esperienza del Covid-19 ti ha riavvicinato all’arte, alla voglia di fare.
F.M. Un po’ prima del virus ho passato dei mesi a pensare quale senso avesse ora l’arte contemporanea in generale. Provavo una sensazione di inutilità, di ripetizione, di noia, di cose già viste. Poi sono rimasta bloccata a casa in questa situazione da film… Questa gabbia forzata mi ha riavvicinato al fare. Nonostante gli spazi ristretti, l’essere a casa-studio mi ha permesso di dedicarmi al lavoro in questo periodo, di ricollegarmi con quello che sono sempre stata: un’umile artista artigiana.

E.L. A che progetti hai lavorato nel periodo di quarantena e che progetti hai per il futuro?
F.M. Ho ricominciato a lavorare con il progetto “Il respiro dell’arte” a cura di Virginia Monteverde, un progetto in cui un gruppo di artisti italiani e internazionali reinterpretavano la mascherina, simbolo di protezione e lotta al tempo stesso. Contemporaneamente ho iniziato a sviluppare gli “Abbracci” e una strana ricerca su tessuto e materia per la mostra di fine anno da Gilda. Vorrei realizzarne 100, in modo da creare una grande installazione di figure isolate che racconti di questo periodo. Ho anche finito 170 disegni su tessuto per la rivista Bau di Viareggio. Il futuro? Arriverà!

Info:

www.florencia-martinez.it

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