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Le metà dell’ultima avanguardia. Breve storia di Enzo Mari e Lea Vergine

A combinare l’incontro tra Enzo Mari e Lea Vergine fu Giulio Carlo Argan. Si conobbero nel 1965 a Napoli, 26 anni lui 20 lei, per scrivere sulla nuova rivista d’avanguardia a cui Argan aveva dato vita, Libera struttura. Un anno dopo erano innamorati, legati a un doppio filo durato quarantotto anni fino a quando pochi giorni fa la morte lo ha rotto, prima uno, poi subito dopo l’altro, il giorno dopo, in una coincidenza felice che romanticismi a parte, sa tanto e inevitabilmente, d’amore. Una struttura libera di nome e di fatto l’unione di Enzo e Lea.

Due caratteri contrastanti: lei dalla verve critica, energica e spudorata senza peli sulla lingua, lui un designer-pensatore dall’aspetto docile ma politicamente schierato; lei baluardo dell’ultima critica d’arte italiana al femminile; lui “coscienza” del design italiano. Lei per il superfluo e l’eccesso, guidata dal faro di un’arte ideale mai utile, lui progettista creativo dell’utile, animato dall’obiettivo di un design eticamente bello. In Italia, dove tradizionalmente a trionfare è stata sempre l’eccellenza della critica d’arte maschile, Lea Vergine ha rappresentato tutto: una penna libera e responsabilmente critica, non curante del giudizio altrui ma meticolosamente attenta al proprio, feroce così come nessun altro dei suoi colleghi uomini (è il caso di dirlo) ha saputo fare. Farfalla dal battito d’ali potente, Lea sorvolava le arti contemporanee impollinandole con un’interpretazione per nulla letteraria e frivola ma densa di contenuti e di giustificate obiezioni. Il corpo come linguaggio (1974) le fa acquisire la fama internazionale e le assegna il primato di esperta italiana nella body-art; L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940, mostra del 1980 a Palazzo Reale a Milano, rimane una pietra miliare: presentava le opere di oltre cento artiste ingiustamente cancellate dalla storiografia, dal punto di vista di una donna che le convinzioni del femminismo più radicale certo non le abbracciava. Secondo la sana natura del mestiere infatti, Lea Vergine oltre a scrivere, era anche curatrice. Nel 1997 curava TRASH al Mart di Rovereto, «grande metafora della vita e dell’arte stessa» (domusweb, 2006). Tuttavia la dedizione è per la scrittura: mosca bianca in una famiglia che l’avrebbe voluta pianista o giurista come il padre, s’iscrive alla facoltà di filosofia e il suo primo esame su Plotino, un po’ misteriosamente, le fa capire che quello che vuole fare è la critica d’arte. Nonostante la carriera musicale sventata, la musicalità delle parole rimane una caratteristica fondamentale nella scrittura, tanto che lei stessa dirà: «Il più bel complimento mai ricevuto? “Signora il suo pezzo canta”». Infatti la scrittura di Lea Vergine canta davvero, non come una lira melodiosa un po’ sdolcinata ma con il ritmo e la forza di un trimetro giambico:

«La critica è compromissione e lotta e non la lega della tolleranza per una coesistenza pacifica: essa non può limitarsi a rendere conto di ciò che è (attraverso un’analisi diligente o un trattatelo para-epistemologico), ma deve rischiare quello che deve essere. La critica non può essere sperimentalistica; utopizzante sì. Il guaio è che nella maggioranza dei casi ci troviamo davanti a traslati letterari mentre la critica d’arte è – parafrasando Doubrovsky – un ramo particolare delle arti visive che ha per soggetto le arti visive» (L’arte in gioco, 1988).

Saper fare critica per Lea Vergine significava «innanzitutto saper scrivere in italiano, cosa rarissima per i tempi odierni», poi la conoscenza di tutte le arti unita a un «cautelato sarcasmo». Enzo Mari invece appariva senz’altro più mite e bonario. Designer che nulla aveva a che vedere con quelli attuali, personalità artistica a tutto tondo, negli anni cinquanta aveva seguito insieme a Bruno Munari il filone dell’arte cinetica, nel 1963 coordinava il gruppo “Nuove Tendenze” e partecipava individualmente sia alla Biennale di Venezia e sia alla Triennale di Milano. Dall’influenza e dall’amicizia con Munari nascerà uno dei suoi progetti più belli, il puzzle 16 animali, sviluppato anche nella variante 16 pesci e prodotto nel 1957 per Danese. Tra gli esempi più riusciti di progettazione applicata a un gioco per bambini, il puzzle è costituito da una tavola-struttura a incastro in legno massello di rovere il cui unico taglio continuo disegna le figure stilizzate di sedici simpatici animaletti che abitano il rettangolo. Il segno grafico contraddistingue Mari anche nelle sue serigrafie, molte delle quali gli valgono il sodalizio con la casa editrice Boringhieri per cui disegnerà un centinaio di copertine. Da quelle austere delle Opere di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung a quelle multicolore dei tascabili della «Biblioteca Boringhieri», alle memorabili dell’«Universale Scientifica» nata nel 1965 e contraddistinta dalle due bande nere che intrappolano nel centro copertina un gioco grafico che si ripete variando differentemente in 12 riquadri. Per Danese Mari progetta anche i famosi calendari Formosa (1963) e Timor (1966-7). Un esemplare di quest’ultimo entrerà a far parte della collezione del MoMA insieme a molti altri oggetti tra cui la seduta Tonietta (1987) che significherà per Mari il terzo Compasso d’Oro – ben cinque in tutta la carriera: 1967 per “ricerche individuali sul design”, 1979 Delfina per Robots, 2001 Legato per Driade, 2011 alla carriera –.

L’accordo amoroso di una vita tra Enzo Mari e Lea Vergine non è l’unico, sebbene i due appaiano militanti in due fazioni a volte diametralmente opposte – la critica delle arti e il design –, non sono che i simboli complementari dell’invenzione creativa, circolo ermeneutico da un lato, progetto e passione – per citare l’omonimo saggio di Mari –, dall’altro. Unione di due metà ben oltre l’avanguardia che lasciano «un clima assai delicato poiché» aggiungo io, «non si tratta di rottura tra vecchie e nuove situazioni, ma di una chiamata a testimonianza all’interno delle stesse situazioni nuove» (L. Vergine, op.cit.). Parole di parecchi anni fa, eppure incredibilmente attuali.

Info:

Intervista di Lea Vergine per L’Arte è un delfino

Enzo Mari, 16 animali, 1957, courtesy Danese Milano

Lea Vergine all’inaugurazione della mostra di Emilio Isgrò presso Galleria Blu, Milano, 1972. Fotografia e © Giorgio Colombo

Lea Vergine, L’altra metà dell’avanguardia, 1980

Enzo Mari, Delfina, 1979, courtesy Rexite


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