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Le Ossa della Madre. Nicola Samorì e la luce nel profondo

La Villa di Ippolito II d’Este a Tivoli presenta, dal 19 febbraio al 19 aprile 2022, Le Ossa della Madre, personale dell’artista forlivese Nicola Samorì (n.1977). La mostra è il risultato della collaborazione tra il complesso delle VILLÆ e la Galleria Monitor di Roma nata contestualmente a Level O, il format ideato da ArtVerona – e giunto quest’anno alla nona edizione – che desidera creare feconde connessioni tra siti culturali (attualmente le realtà aderenti al progetto sono ventuno), gallerie d’arte contemporanea e alcuni dei grandi nomi nel panorama artistico nazionale.

Curata dal direttore delle VILLÆ, Andrea Bruciati, Le Ossa della Madre si pone in continuità con Sfregi, imponente rassegna antologica con cui Bologna – città “adottiva” del pittore, che lì ha trascorso gli anni dell’Accademia – ha suggellato l’ingresso di Samorì nel novero dei grandi, nel Pantheon della tradizione locale. Se nella mostra bolognese Samorì era stato chiamato a confrontarsi con i fregi carracceschi di Palazzo Fava, a Tivoli l’assalto benevolo del pittore alla Tradizione si consuma all’interno di quattro saloni del piano nobile (Sala di Noè, Salone della Fontana, Sala della Nobiltà, Sala di Ercole) che, totalmente ricoperti di pittura (a palazzo Fava la decorazione si arresta all’altezza del fregio) chiamano l’artista a uno sforzo ancora maggiore.

Sono spazi fortemente connotati, dunque, quelli in cui si inserisce l’artista, a partire dal primo degli ambienti, la Sala di Noè, al centro della quale un grande tavolo ospita una serie di lastre in onice e breccia di Vendôme. Il supporto lapideo, a cui allude lo stesso titolo della mostra, è una presenza costante nei lavori dell’ultimo Samorì, che in tempi recenti ha spesso preferito alla violenza controllata delle sue rimozioni chirurgiche, la selezione di supporti già feriti dall’azione erosiva della natura. Natura che è contemporaneamente supporto e soggetto in una serie di lavori a tema floreale, un erbario rancido che comprende alcune opere già esposte a Bologna (Futuro dei Fiori, Secondo Natura) e che si accompagna a lavori più propriamente figurativi (Solstizio d’Inferno, La luce è un buco, Jacob, tratta dalla Lotta di Giacobbe con l’angelo di Paul Baudry, o ancora Giordano, ispirata all’Elemosina di San Tommaso del napoletano Luca Giordano). Questi appaiono, in ogni caso, come l’unica via percorribile, come delle presenze già impresse nel pattern roccioso e in attesa di rivelarsi all’occhio pronto dell’artista. Lo scarto tra morbo e marmo, formula già coniata dai contemporanei di Charles Baudelaire in riferimento ai Fleurs du mal, ben si presta anche alle pitture su pietra del forlivese, dove il morbo è nel marmo, nelle impurità degli scarti di cava eletti a “testata d’angolo”.

Anche il Salone della Fontana accoglie nel suo lapidarium presenze già viste, come la Lucia che a Bologna faceva da pendant a un ritratto di Mussolini, forato all’altezza degli occhi, o come Ultimo sangue, lavoro in cui la crepatura della roccia assume le forme del segno sacrificale, la ferita aperta sul costato di Cristo. Il martirologio visivo di Samorì sembra poi proseguire con uno dei due senza titolo (2022) esposti in sala, nel quale dei fori attorniati da seni divengono il punto d’innesco figurativo per un ipotetico omaggio a Sant’Agata.

Nella Sala di Ercole, invece, a dominare la scena è Invel, un curioso omaggio all’antieroe che si dispiega nell’ambiente titolato all’eroe per eccellenza. Un essere invertebrato, pur nelle sue fattezze umane, una creatura molle, condannata al suolo dalla sua stessa condizione e spiritualmente vicina al bozzetto della Lingua, una forma accennata e solo vagamente antropomorfa, priva di senso e di volto, esposta in occasione della scorsa personale romana (Manuale della mollezza e la tecnica dell’eclissi).

Anche a Tivoli, del resto, Samorì saccheggia le identità personali, mettendo in scena, nella Sala della Nobiltà, il dramma della sparizione di una giovane donna. Una vera e propria “Trilogia della scomparsa” si dispiega nelle tre lastre del Grande Grottesco. La disavventura della giovane si consuma a partire dalla prima lastra, nella quale il morbo corrode il volto dagli occhi, consumandosi nella seconda, dove la scarnificazione della pietra circuisce il viso della donna e nell’ultima, dove lo scavo progressivo di profondità si estende fino a coinvolgere l’intero lato sinistro della lastra. La saga del Grande Grottesco è la conclusione perfetta di un percorso, l’unico epilogo possibile e al contempo profondamente rispettoso della poetica dell’artista che, sin dagli esordi, ha trovato la via nell’introspezione, nell’oltraggio alla bella forma e che, dietro l’apparente scherno del passato, ha invitato l’uomo contemporaneo a ridiscutere i termini dell’atto della visione, dimostrando che lo svelamento del senso abita le profondità della materia. In sostanza, che “la luce è un buco”.

Info:

Nicola Samorì. Le ossa della madre
A cura di Andrea Bruciati
Villa d’Este
Piazza Trento, 5, 00019 Tivoli (RM)
19 febbraio – 19 aprile 2022
contatti: villaexhibitions@beniculturali.it
info: https://www.levillae.com/2022/02/10/nicola-samori_le-ossa-della-madre/

Nicola Samorì, Invel, 2022, marmo nero di colonnata, 146 x 47 x 48 cm, courtesy: l’artista e Monitor Gallery

2. Nicola Samorì, Grande Grottesco, 2022, olio su onice, 60 x 50 cmNicola Samorì, Grande Grottesco, 2022, olio su onice, 60 x 50 cm, courtesy: l’artista e Monitor Gallery

Cover image: Nicola Samorì, Le Ossa della Madre, 2022, installation view, Salone della Fontana, Villa d’Este, Tivolli, courtesy: l’artista e Monitor Gallery


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