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Marco Scotini. Artecrazia. Macchine espositive e g...

Marco Scotini. Artecrazia. Macchine espositive e governo dei pubblici

“Ogni cosa ‘in mostra’ appare entro il gioco di specifiche modalità di potere e di esclusione, entro uno specifico regime d’enunciazione: un teatro di forze, una macchina regolativa e regolata di assegnazione di ruoli e codificazioni disciplinari qual è lo spazio istituzionale dell’esposizione”. Nel 2021 viene pubblicata la seconda edizione, rivista e aggiornata, di “Artecrazia. Macchine espositive e governo dei pubblici” di Marco Scotini, il tutto in coerenza con l’attenzione ai processi economici e finanziari della globalizzazione con cui la casa editrice DeriveApprodi fornisce, dal 1998, una lettura critica sulle questioni del presente. Direttore artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea, di Milano e curatore del programma espositivo del PAV, Parco Arte Vivente, di Torino, Marco Scotini è anche direttore scientifico dell’Archivio Gianni Colombo e dell’Archivio Bert Theis. Nella sua attività critica e curatoriale, quanto nell’insegnamento e nella direzione del Dipartimento di Arti Visive NABA, di Milano e Roma, emerge una ricerca che, attraverso differenti vettori di critica quali l’ecologia, la decolonialità e il genere, intende decostruire le retoriche e le mistificazioni ideologiche della modernità che coinvolgono la produzione artistica e le politiche curatoriali.

L’introduzione all’ultima edizione anticipa la prefazione di Christian Marazzi e conduce alle quattro sezioni (Esposizioni, Pubblici, Schermi, Storie) in cui si dipana una critica istituzionale, condotta in prima persona, che punta il dito sulla governance neo-liberale del sistema dell’arte contemporaneo, rispetto ai meccanismi e alle strategie che giustificano forme di legittimazione e di naturalizzazione consumate dentro l’artecrazia.“Artecrazia” è il neologismo coniato dall’autore con cui denuncia puntualmente il governo economico, istituzionale e politico di un numero ristretto di eletti, tale da garantire la normalizzazione e la codificazione dello spazio della cultura, parallelamente all’affermazione del regime neoliberista.

Nella prima parte del libro, il dispositivo culturale dell’esposizione è calato nel vivo della critica alle gerarchie prestabilite e alle egemonie d’impresa neo-liberali che, non limitandosi al campo economico e amministravo, investono i settori critici della direzione culturale, morale, etica ed intellettuale. Attraverso la poetica dell’artista austriaco Peter Friedl, il ragionamento prosegue sulle dinamiche interne alle macchine espositive contemporanee permettendo di instaurare preziosi dialoghi con Charles Esche, Harald Szeemann e Li Xianting. Di fronte a manifestazioni di “spazi circoscritti di libertà tollerata e controllata” sotto l’industria creativa e il regime finanziario, Scotini conclude riportando l’esperienza di Isola Art Center, denunciando la necessità di concepire l’arte come lavoro.

Nella sezione che segue, difatti, si afferma il bisogno di superare la vecchia critica istituzionale in favore di un punto di vista socio-lavorista all’interno dell’economia cognitiva attuale. La seconda parte del volume attraversa la complementarità tra le pratiche di Vaccari e Iveković, fino all’intervista a Paolo Virno, concludendo con la domanda: “In che modo è ancora possibile riappropriarsi della conoscenza (in quanto complesso di attitudini, di forme di vita dell’essere umano) che ci è stata e ci viene continuamente espropriata?”

Guy Debord, Alberto Grifi, Oliver Ressler, Clemens von Wedemeyer, Deimantas Narkevičius, Armando Lulaj sono i soggetti dei saggi che confluiscono nella terza parte del libro che si chiude con l’intervista di Gaia Casagrande all’autore. Il dialogo si sofferma sul video-archivio “Disobedience”, ideato e curato da Marco Scotini, con la collaborazione diretta di attivisti, artisti e filmmaker. Dal 2004 il progetto è stato esposto nelle principali istituzioni museali internazionali.

A completare la nuova edizione, tre saggi dedicati a: modernità non allineata della ex Jugoslavia, gli archivi ribelli del femminismo italiano degli anni ’70, ecologia come scienza nomade. Riaprire gli archivi, per Scotini, ha un significato epistemologico fondamentale che comprende sia il riconoscimento del ruolo delle storie al plurale che la modernità ha cancellato dalle narrazioni ufficiali, sia l’attuazione di un’altra modalità di indagine del passato. È necessario prendere in esame le esperienze storiche tralasciate rispetto la centralità di uno storicismo occidentale monolitico e per denunciare tutte le forme di cattura neoliberale alla base dello svuotamento di potenziale eversivo di tutte le istanze di rivendicazione che si muovono nell’ambito di genere, razza, ecologia.

Dalla prima edizione del 2016 Scotini analizza le tecniche di governo dell’artecrazia e le possibili sottrazioni al suo regime, fornendo tutti gli strumenti per operare una disamina del fenomeno della valorizzazione capitalistica della creatività e della produzione culturale in epoca post-fordista, in cui linguaggio, attitudini relazionali, attività cognitive e comunicazione vengono sfruttati generando precarietà e nuove forme di alienazione. Nella scelta di realizzare una seconda edizione, a distanza di cinque anni, con l’integrazione di elementi a favore della decentralizzazione del soggetto modernista, si intravede il desiderio di denunciare un’implicita continuità sistemica pre e post emergenza sanitaria e si richiama l’attenzione al costante asservimento della produzione artistica all’autocrazia del capitale.

Angry Sandwichpeople, Chto delat/What is to be done? 2005. Courtesy Chto delat?Angry Sandwichpeople, Chto Delat/What is to be done? 2005. Courtesy Chto Delat?

FM Centro Arte Contemporanea, Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia, 2019. Exhibition view con opere di Lisetta Carmi e Paola Agosti. Courtesy delle artiste e FM Centro Arte Contemporanea, Milano

Igor Grubic’, 366 Rituals of Liberation, 2008. Courtesy dell’artista e Galleria Laveronica


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