Paola Pivi. World record

Nelle opere di Paola Pivi (Milano, 1971) lo stupore coincide con un ironico cortocircuito tra la realtà, modificata con gesti semplici ma eclatanti, e il nuovo immaginario che scaturisce dall’interazione del pubblico che attiva situazioni completamente inaspettate e giocose con imprevedibili spostamenti di senso. Sin dall’inizio della sua carriera l’artista sembra prefiggersi di sfidare il limite per rendere possibile ciò che non lo sembrava: la sua prima opera, presentata al festival Fuori Uso di Pescara nel 1997, consisteva in un camion con 18 ruote rovesciato su un lato. L’intuizione funziona e solo due anni dopo Pivi vince il Leone d’Oro alla 48esima Biennale di Venezia capovolgendo un jet Fiat fighter G-91 all’interno del Padiglione Italia e intitolando lapidariamente l’installazione Airplane.

Ironia e sfida sono tratti inscindibili della sua poetica, che traduce con immediatezza le sue intuizioni (che lei ama definire visioni) senza apparente necessità di attribuirvi significati simbolici o concettuali che ne appesantirebbero la dimensione ludica. Il suo lavoro modifica il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è attraverso paradossali ridefinizioni di scala, volumi e colori che inducono lo spettatore ad abbattere le proprie barriere razionali e a modificare il proprio punto di vista. L’istinto è una componente fondamentale del suo approccio e nel corso della sua carriera ha frequentemente fatto ricorso agli animali, rappresentanti per antonomasia dell’aspetto impulsivo di cui l’uomo civilizzato sembra sempre più carente, soprattutto nell’era della mediazione digitale e tecnologica. Animali in mezzo al mare (nel 2016 la foto di un asino su una barca scattata nel 2003 è stata venduta per 227 mila dollari), orsi dai colori sgargianti fatti di schiuma poliuretanica, plastica e piume, un ghepardo che passeggia in mezzo a centinaia di tazze di cappuccino (One cup of cappuccino and then I go, 2007): tutti soggetti che rendono tangibile una dimensione onirica e che ridefiniscono il concetto di “impossibile”. Come dichiarato dall’artista, le sue opere esprimono “la magia della vita” e per farlo utilizzano l’arte quale strumento consapevole per osservarne la meraviglia. I titoli delle opere, in cui le parole appaiono sempre in caratteri minuscoli tranne la prima lettera, anticipano il suo intento di interagire con oggetti comuni prelevati dalla realtà manipolandoli con interventi semplici e diretti, accessibili a qualunque tipo di pubblico.

La mostra World record, visitabile al MAXXI fino all’8 settembre, mette in scena una selezione di lavori realizzati negli ultimi 20 anni che rappresentano in modo emblematico la poliedricità della poetica di Paola Pivi. L’allestimento, forse un po’ troppo compresso spazialmente in un’unica sala, genera una polifonica contaminazione tra i campi di forza di opere intense, che talvolta sembrano lottare tra loro per contendersi lo spazio e l’attenzione dello spettatore.  Il risultato è un’ambientazione surreale, un luna park dello sguardo che contagia il visitatore con la frenetica compresenza di stimoli di segno diverso.

Il percorso espositivo si apre con Share, but it’s not fair (2012), un intreccio fluttuante di centinaia di cuscini rossi e gialli realizzati con i tessuti dei monaci tibetani. Le loro forme morbide e annodate, seriali ma tutte diverse l’una dall’altra, evocano l’idea di una collettività in cui il rapporto tra il singolo e i vari elementi è unico per ognuno di essi ma allo steso tempo reiterato. Il titolo enigmatico – dice l’artista – è come il lamento di un bambino a cui è stato imposto di condividere un gelato pur non avendone voglia. Oltrepassata questo diaframma aereo, la scala cambia radicalmente e troviamo due sculture (Untitled- gold sofa, 1999 e Untitled- gold and pink sofa bed, 1999) che riproducono fedelmente ma in forma miniaturizzata due divani di design italiano degli anni Novanta imbevuti di profumo in modo che le loro estensioni olfattive suppliscano alla riduzione dimensionale espandendone la presenza nello spazio ben oltre i loro confini abituali.

A un inquietante comfort domestico rimanda anche Did you know I am single? (2010), una pelle d’orso stesa a terra, simile a uno stereotipato trofeo di caccia, realizzata con una pelliccia sintetica che la assimila a un paradossale peluche. La tensione tra la banalità della forma e il sotterraneo gioco di mistificazioni insito nei materiali mette in discussione cliché e abitudini percettive scardinando gli schemi logici e culturali con cui solitamente interpretiamo ciò che vediamo. Alle spalle dell’orso un’intera parete è animata da ruote di bicicletta (Very fuzzy, 2019) la cui rotazione è amplificata dall’applicazione di eleganti piume di pavone dipinte che creano una sfuggente impressione di attesa e di festa silenziosa.

La mostra si conclude con World record (2018), una distesa di materassi su due livelli che occupa più di cento metri quadrati in cui lo spettatore si può avventurare indossando appositi calzari e abbandonando la posizione eretta. All’interno della fessura abitabile, che ricorda un po’ la culla ma anche le camere di contenzione riservate ai malati mentali, il pubblico può sdraiarsi, rotolare, gattonare, fare nuove amicizie oppure osservare da un punto di vista privilegiato il meraviglioso paesaggio romano oltre la finestra, sperimentando un nuovo rapporto tra spazio pubblico e intimità.

Info:

Paola Pivi. World record
3 aprile – 8 settembre 2019
A cura di Hou Hanru e Anne Palopoli
MAXXI | Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Via Guido Reni 4A Roma

For all images: Paola Pivi. World record, photo Musacchio, Ianniello & Pasqualini, courtesy Fondazione MAXXI

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