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A Roma Edoardo Servadio reinventa il concetto di decoro urbano

Roma, città eterna di fascino vetusto, è suddivisa in antichi rioni e quartieri di più recente istituzione. Quello che forse tende a rimanere nell’ombra, nel disordine caotico di una città in costante espansione, è che a ogni rione e quartiere corrisponde un’araldica (è così per i 22 rioni e per i primi 15 quartieri dei 35 totali): un simbolo atto a connotare – in chiave iconografica – una serie di dati riferibili a ogni singola realtà territoriale. Chiusini, targhe e iscrizioni figurano sulle strade e sui muri di palazzi sbiaditi dal tempo e dall’incuria. Basti pensare alla Bocca della Verità (oggi nel pronao di Santa Maria in Cosmedin): in passato quel grande volto con le sembianze di Nettuno – dio delle acque correnti – era uno dei tombini preposti al mantenimento e alla cura della Cloaca Maxima. Un tempo miti, leggende, simboli e funzionalità si fondevano per abbellire la città.

Questo universo di dettagli antichi, oggi trascurati e inosservati, non è sfuggito all’occhio e alla sensibilità di Edoardo Servadio. L’artista romano, classe ’86, ha recentemente esordito nel mondo dell’arte esponendo i suoi lavori in una collettiva – Memory Game – presso Villa Lontana sulla via Cassia conclusasi lo scorso 21 novembre. Ciò che per secoli è rimasto sotto gli occhi e i piedi di tutti, oggi sembra aver perso di significato e di significante. Se, da un lato, questo microcosmo di ornamenti iconici, leggendari e mitologici testimonia il modus meticoloso degli antichi romani rivolto all’estetica e alla funzionalità urbana, dall’altro è una traccia che non possiamo ignorare ma con cui, piuttosto, conviene confrontarsi. Servadio lo sa bene e si sta muovendo in questa direzione. Nella sua storia personale convivono luoghi e tradizioni diverse. Parte dell’infanzia passata in Giappone ha impresso nella sua memoria l’immagine e il ricordo dei tombini orientali e della loro importanza per l’organizzazione e l’estetica della municipalità interna. Anche i frequenti viaggi e le permanenze in America, fulcro della cultura pop, fucina di icone colorate, di brand, patria del sogno americano e di certa grandiosità ideale, hanno avuto il loro effetto. Un repertorio vasto e variegato che ha contribuito a plasmare l’idea di un progetto più ampio dedicato a Roma (almeno per ora).

Grandiosità, monumentalità, cura del dettaglio e funzionalità, erano state prerogativa dell’arte e delle architetture di Roma. Connettendosi idealmente e stilisticamente alle linee rigorose, pulite e classiche dell’estetica strutturale dell’antichità romana e del classicismo novecentesco, Edoardo ha deciso di indirizzare i suoi lavori e il suo impegno verso il decoro, la funzionalità e la fruibilità dell’urbanistica contemporanea, riattualizzando i simboli e le icone dell’antica toponomastica romana per la municipalità odierna. Ispirato dalle antiche e lineari geometrie greche, etrusche e romane, ha dato vita a un nuovo carattere tipografico, il lapidario moderno, che, unito al repertorio d’immagini simbolico/allegoriche, va a costituire l’essenza delle sue opere bronzee.

Seguendo l’elegante linearità mutuata, in parte, dal tratto estetico di G.B. Piranesi, fatta anche di capricci, ma anche dal mondo colorato e bidimensionale della Nintendo e del videogioco, l’artista parte sempre dal disegno a mano libera (digitalizzato solo in una fase successiva) eseguito dall’artista e collaboratrice Delfina Scarpa per tracciare l’araldica, cifra inconfondibile dei rioni e dei quartieri dell’Urbe. Il marchio simbolico già esistente e decodificato, viene semplicemente riproposto dall’artista nel suo stile lapidario moderno; altre icone, quelle mancanti di certi quartieri, vengono completamente reinventate secondo la sua spinta immaginifica che, solo dopo accurate ricerche d’archivio, traccia l’araldica mantenendo una connessione profonde con le peculiarità di quella determinata zona: la geo fisicità, la tradizione, la storia, i miti e le leggende legate al quartiere. Illuminanti a questo proposito due tra i diversi lavori dell’artista. Una delle lastre di bronzo è dedicata al quartiere Don Bosco vicino Cinecittà, l’altra a Ostia. Nel primo caso Servadio ha unito tutti i dati essenziali, tracciando un ‘geroglifico’ di fantasia: Don Bosco, fondatore dei salesiani e piemontese d’origine (il Piemonte è anche zona di vaccari), assume le sembianze di una vacca dai tratti estetici egizio-piranesiani sul cui manto sono impressi, quasi tatuati, i simboli dell’ordine salesiano (stella, ancora e cuore). Nel secondo caso, sempre seguendo il tratto estetico di Piranesi, realizza tre conchiglie (tre per quanti sono i quartieri del lido romano) legando quindi l’iconografia, sempre di fantasia, al motivo del mare e alla realtà municipale del territorio.

Questa grande attenzione e sensibilità per l’antropologia dei luoghi, non solo correda targhe e tombini di bronzo, magliette, felpe, cappelli, tazze e carte da gioco (prodotte in collaborazione con artigianato, industria e tipografie locali), ma rivela un intento preciso: riportare all’attenzione di tutti la dignità, l’unicità e la riconoscibilità di ogni singola realtà zonale. Non è un’impresa da poco farsi ideatore e portavoce di un progetto come questo.

Servadio mostra il suo grande impegno e lo fa a modo suo. Attraverso quella che oggi potrebbe definirsi una rivoluzione tanto appassionata quanto rispettosa, l’artista ci invita a tornare bambini, attenti e fantasiosi, per riscoprire tutto un patrimonio di piccoli dettagli attraverso una memorizzazione per immagini di storie, miti e leggende che fanno capo alla pluralità di tradizioni del nostro territorio. Una profonda riflessione sulle proprie radici e sulla fruibilità e funzionalità di un’estetica urbana finalizzata a rendere le persone più consapevoli della realtà in cui si muovono. Servadio vuole mostrarci come attraverso l’impegno e la riqualificazione urbana, partendo da singole realtà rionali e di quartiere, si possa ricreare l’identità personale e collettiva e un profondo senso di appartenenza. Non uno sguardo nostalgico al passato, piuttosto, un desiderio sincero di recupero, riattualizzazione e valorizzazione di un’urbanistica a misura d’uomo.

Arianna Olivari

Info:

www.edoardoservadio.com

Edoardo Servadio, Progetto per un trittico (Q XXXIII Lido di Ostia Ponente; Q XXXIV Lido di Ostia Levante; Q XXXV Lido di Ostia Castel Fusano)

Edoardo Servadio, Q XXIV Don Bosco, 27,5 cm x 37,5 cm, scultura in bronzo

Edoardo Servadio, SPQR Lupa Capitolina, 27,5 cm x 37,5 cm, scultura in bronzo


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