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Alberto Di Fabio, tra materia e spirito

Alberto Di Fabio, tra materia e spirito

Alberto Di Fabio è nato ad Avezzano nel 1966, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Urbino e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Roma. Attualmente vive e lavora tra Roma e New York. La rappresentazione del microcosmo naturale è il cuore della sua poetica, da intendersi come tensione dello sguardo che ossessivamente passa dal micro al macro in una relazione continua che abolisce i confini. Il suo lavoro si sviluppa per cicli che raccontano tematiche ambientali e scientifiche, giocando con la realtà delle forme per svelare valenze implicite e nascoste che ribaltano nello spettatore la percezione delle immagini. Partendo dall’idea che l’astrazione altro non è se non uno sguardo diverso sul reale, il luogo dell’incontro tra la realtà esterna e la nostra visione condizionata dall’esperienza, Alberto Di Fabio ci guida nella sua osservazione dei fenomeni misteriosi e affascinanti della natura, componendo incursioni nel mondo cellulare, nelle catene del Dna, nelle panoramiche aeree di montagne: un viaggio nella sintesi dell’universo che diviene pittura.

Per addentrarci nella poetica dell’autore gli abbiamo posto alcune domande.

Materia e spirito; come riesci a coniugare queste due parole?
La materia è energia in movimento, la materia è corpo di luce. Da migliaia di anni questa energia è in viaggio nello spazio siderale: fusioni interstellari divine hanno dato vita a forme solide, gassose e liquide che compongono la base della vita, terrena e spirituale. Con il mio lavoro, mi sono sempre dedicato a spiegare come la materia biologica o solida diventi materia astrale, fonte di luce.

Kandinsky parlava di “imperativo categorico della necessità interiore”; questo pensiero tu credi sia ancora attuale?
In un periodo come il nostro, dove l’arte visiva è, per così dire, di moda, e dove tutti sono diventati artisti, curatori, galleristi… e si parla solo di vendite nelle top Art Fair e dei record delle aggiudicazioni in asta, delle feste fatte dalle grosse case di moda che stanno fagocitando il mondo dell’arte… ritengo sia imperativo impegnarsi per ritrovare una profonda filosofia personale, una luce interiore.

Nei tuoi lavori c’è un senso di dilatazione e di infinito: sembra che le tue pitture non abbiano confini…
La Metafisica dei Quanti non ha confini. Cerco di descrivere ciò che percepiamo e che non possiamo vedere. È proprio la dilatazione infinita di un sogno ad attraversare i confini umani. Una sola tela non basta per descrivere la vasta geografia della mente, non basta mai a palesare l’enigma velato.

La tua è una pennellata che racchiude in sé la forza del pensiero. Sembra quasi una massima zen… Da qualche parte c’è un debito con l’Oriente?
Lo scorrere del pennello sulla carta o sulla tela, le increspature dei colori ad acqua che si dissolvono in altre velature, mi richiamano il movimento della terra, dei fiumi, delle sinapsi neuronali. La meditazione attraverso la pratica della pittura, fermare la mente e raggiungere l’illuminazione, sono pratiche molto conosciute in Oriente. Eleganza e armonia si uniscono con l’istinto e l’intuito del portatore di pennello, che è per definizione qualcosa di indeterminato e indefinibile: una cosmologia osservativa e al tempo stesso visionaria.

Abitualmente tu lavori in maniera orizzontale e usi anche una gestualità “dripping”: tutto ciò può trovare un riscontro con l’action painting di Pollock?
Dipingo spesso in posizione orizzontale, come se stessi eseguendo un mandala. In questa posizione cerco di meditare, prego di raccogliere tutte le energie, le emozioni della spiritualità, della scienza e dell’arte, tre elementi costanti per una preghiera lunga come la creazione dell’opera stessa. Sono come delle specie di esercizi di elevazione e permutazione per la conoscenza e la rivelazione del dogma assoluto che cerco di trasmettere all’osservatore. Dipingere in verticale è diverso, vedi e studi il quadro da lontano, hai tempo per pensare, mentre dipingere in orizzontale significa dipingere d’istinto: lo spazio e il tempo si dilatano, il sangue va alla testa, il respiro diventa infinito, la poesia vola su, in alto, nel cielo.

In definitiva, è possibile parlare di una specie di danza-pittura che diventa pittura-ipnosi?
Il mio sogno è, appunto, quello di coinvolgere lo spettatore in visioni cinetiche extrasensoriali per una progressiva perdita della coscienza di sé, una sorta di trance visiva, in viaggio verso mondi paralleli lontani, più vicini all’essenza quantica dell’Universo.

Dio quantico, Aura divina, Corpo astrale, Corpo fisico, sono opere che fanno riferimento a un’arte in cui tu poni la scienza e lo spirito alla ricerca del dialogo: pensi ci possa essere una risposta o si rimane nel mondo delle ipotesi?
I titoli dei miei lavori  sono come dei “veicoli di coscienza” che introducono in un modo onirico, di bellezza, energia matematica e spiritualità. Non siamo fatti di sola materia, non siamo solo fisicità, siamo anche energia in movimento. Siamo corpi di luce composti da diversi strati che ruotano attorno al corpo fisico, e questi strati vibrano a vari livelli di frequenza e intensità e si irradiano fino a una certa distanza dal corpo fisico.

Dal 6 febbraio alla fine di aprile 2020 Alberto Di Fabio avrà una personale, a Milano, da Luca Tommasi Arte Contemporanea.

Info:

www.albertodifabio.com

Alberto Di Fabio tra due sue opere in un ritratto di Alessandra Morelli (2010)Alberto Di Fabio tra due sue opere in un ritratto di Alessandra Morelli (2010)

Venti minerali blu, 2000, installazione aerea, all’Università  Bocconi, Milano, 2012

Vortices, 2007, installation view at Gagosian Gallery London

Stanze dei sogni, 2017, wall painting alla Galleria Umberto Di Marino di Napoli. © Danilo Donzelli Photography, courtesy Umberto Di MarinoStanze dei sogni, 2017, wall painting alla Galleria Umberto Di Marino di Napoli. © Danilo Donzelli Photography, courtesy Umberto Di Marino

Materia astrale in oro, 2018, acrylic on canvas, 100 x 100 cm. Courtesy Luca Tommasi e Trevor NoahMateria astrale in oro, 2018, acrylic on canvas, 100 x 100 cm. Courtesy Luca Tommasi e Trevor Noah

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