Alchemy in Blue. A dialogue around the form.

L’associazione culturale Officina 15 con il patrocinio del Comune di Castiglione dei Pepoli, ospiterà negli spazi della propria sede, dal 24 Dicembre all’8 Febbraio 2020 la mostra “Alchemy in blue – a dialogue around the form” pensata per mettere in relazione l’operato del designer bolognese Matteo Giannerini (1977) con l’artista reggiano Matteo Messori (1992) – entrambe le ricerche: gli oggetti d’arredo “Mine” del primo e le tele pittoriche “Antiforme” del secondo – riflettono, seppur in maniera antitetica come le rispettive discipline comportano, su un tema profondo, complesso ed eternamente attuale come la forma.

La mostra fa parte del progetto artOFF, un progetto di promozione artistica nato all’interno dell’associazione culturale Officina15 che ha l’intento di avvicinare e sensibilizzare la comunità e il territorio dell’Appenino nei confronti dell’arte e della fruizione delle opere.

 E come si evince dal testo che accompagna la mostra: “Il design e la pittura sono due linguaggi che hanno una storia lunga (seppur in tempi diversi) e costellata di grandi nomi (artisti e innovatori), simili per quanto riguarda l’immaginare un mondo diverso dal reale si allontanano in maniera definitiva per quanto concerne lo scopo: se l’arte per sua natura esiste senza una finalità precisa, un’utilità, il design lavora su un’esigenza opposta.

 Tuttavia, in “Alchemy in blue” – le “Mine” e le “Antiforme” si incontrano su un terreno comune fatto di rime e rimandi: cromatici (dal grigio al blu), formali (sinuose rotondità) – sia negli oggetti d’arredo che nella pittura avvertiamo una similitudine: le tulipaniere, le lampade e i soggetti pittorici assumono le sembianze metaforiche di tante ampolle alchemiche.

 Il percorso attorno alla forma è dunque di tipo laboratoriale (che sia esso artistico o di design), di cambiamento, di miglioramento, di messa in discussione, di sovvertimento o annientamento – tra chimica e immaginazione.

E ancora: “In “Mine” le forme degli oggetti si ispirano alle omonime mine utilizzate nelle guerre navali moderne che venivano fissate in profondità tramite delle catene e rimanevano sospese in attesa di collisioni. La serie “Mine” attraverso il processo creativo diviene poi una linea di complementi d’arredo che, rifacendosi a forme precise, ne sovverte l’utilizzo, proponendo una riflessione sulla cultura acquisita e un invito a spingersi oltre le proprie conoscenze e ciò che la società impone.

con il titolo “Antiforma” l’artista Matteo Messori già bene introduce la volontà di indagare la forma nell’attualità dell’oggi; la necessità di lottare contro una precondizione che l’uomo stesso sembri essersi creato. Le pitture ci accompagnano in una riflessione profonda dai toni prevalentemente blu – un colore che per sua natura ha accompagnato l’arte da sempre – dal naturalismo di Giotto fino all’immaterialità voluta da Yves Klein.

INFO

DOVE:
ass.ne culturale Officina15
Via Aldo Moro, 31
40035 Castiglione dei Pepoli (BO) – info@ofcn15.com

TITOLO: “Alchemy in blue – a dialogue around the form”
DATE: 24 Dicembre – 8 Febbraio
VERNISSAGE: 24 Dicembre
FINISSAGE: 8 Febbraio
A CURA DI: Federica Fiumelli
ARTISTI: Matteo Messori, Matteo Giannerini

COME ARRIVARE:
In auto: Siamo a pochi Kilometri dall’autostrada A1/E35, uscita Badia della Variante di Valico, oppure dalle uscite della Panoramica di Pian del Voglio per chi proviene da Bologna e di Roncobilaccio per chi proviene da Firenze. In alternativa sulla strada provinciale 325 Val di Setta.
In treno: Per chi voglia raggiungere Castiglione dei Pepoli in treno occorre scendere alla stazione di San Benedetto Val di Sambro nel tratto della ferrovia Direttissima Bologna-Firenze e proseguire poi con l’autobus per 16Km sulla SP 325

INGRESSO LIBERO

Alchemy in blueMatteo Giannerini, MINE, 2019 – Ph. Lorenzo Stefanini

Matteo Messori, Antiforma, 2019




Stato in luogo

Nel piccolo borgo di  Latronico, posizionato  nella parte sud-occidentale della provincia di Potenza, ai piedi  delle tre  cime, “Santa Croce”, “Punta del Corvo” e “Pizzo Falcone”, del Monte Alpi, su progetto di Giovanni Viceconte si è svolta una residenza artistica dal titolo Stato in luogo.

Il progetto di residenza  ha inteso dare continuità alle tante e diversificate attività di A Cielo Aperto, curato dal 2007 da Bianco-Valente e Pasquale Campanella, che da anni vede Latronico, protagonista nell’ambito dell’arte contemporanea con una serie di workshop, eventi artistici/performativi e opere site specific realizzate da diversi artisti, tra i quali ricordiamo Francesco Bertelé, Stefano Boccalini, Antonio Ottomanelli, Virginia Zanetti, Michele Giangrande, Elisa Laraia.

In questo contesto del piccolo borgo, in cui prevale un senso di svuotamento del luogo, il curatore Giovanni  Viceconte ha voluto coinvolgere il duo Fonte&Poe – Alessandro Fonte (Polistena, IT 1984) e Shawnette Poe (Varsavia 1980) – coppia nella vita e nel lavoro, di base a Berlino. I due autori sono entrati da subito in contatto diretto con la struttura urbanistica del borgo, fatta di piccole case e viuzze che s’inerpicano dalla piazza centrale verso la chiesa principale. Durante il periodo di permanenza a Latronico i due autori hanno avuto modo di conoscere il territorio grazie a un  laboratorio itinerante, durante il quale, sono stati affiancati dal curatore Viceconte (che ha vissuto nella stessa casa residenza), dal Presidente dell’Associazione Elisabetta De Luca e dal suo collaboratore Giuseppe De Luca e dagli artisti Bianco-Valente, che da anni operano sul territorio come curatori del progetto A Cielo aperto.

Per Fonte&Poe il confronto con questo luogo, ha permesso di soffermarsi ed entrare in simbiosi non solo il contesto urbano, ma soprattutto con l’enorme ricchezza che offre la montagna a questo luogo. Un percorso che ha portato i due creativi a scontrarsi in modo diretto con il rilievo montuoso di pietra grigia, che hanno visionato da vicino, grazie ai sopralluoghi   presso il Laboratorio artigianale, dove la “pietra”  è tagliata e lavorata da alcuni cittadini latronichesi, fino a  spingersi  alla cava, dove è estratto questo materiale millenario.

Il risultato di questa residenza/studio è stato raccontato  dagli artisti, alla comunità latronichese, presso lo studio/laboratorio dell’Associazione V. De Luca. L’incontro, pensato come momento di confronto e di relazione, con la gente del luogo ha permesso di presentare le sensazioni, gli appunti e alcune immagini raccolte durante la residenza.

Come spiega il curatore, “questa residenza artistica  non mira alla produzione/donazione di un’opera da parte dell’artista invitato, al contrario offre la possibilità al creativo di fermarsi, studiare il luogo o approfondire le sue ricerche lontano dal contesto quotidiano e caotico della nostra contemporaneità”.

La residenza è inoltre arricchita da uno spazio virtuale – Facebook / Istragram – nel quale gli artisti invitati postano e inviano tracce del loro processo creativo destinate a creare conoscenza e confronto.

Info:

Associazione culturale Vincenzo De Luca
vico Settembrini 2 – Latronico (PZ)
0973 858896   | 339 7738963
www.associazionevincenzodeluca.com   
associazionevincenzodeluca@gmail.com

Panorama della residenza artistica STATO IN LUOGO, foto di Fonte&Poe

Fabbrica di  pietra di Latronico, foto  Fonte&Poe

Stato in luogoGli autori Shawnette Poe e Alessandro Fonte, durante il sopralluogo alla fabbrica artigianale delle pietre di Latronico




Tra arte e cronaca: Gianluigi Colin in mostra a Parma

Il lavoro di un artista può avere molte sfaccettature; una fra queste è quella di insistere su di un qualche limite: operando sull’orlo dei concetti acquisiti dalla cultura del proprio tempo, ne demolisce (o forse ridefinisce) i confini, generando quella tensione che è la spinta creativa tipica di ogni forma d’arte. Gianluigi Colin opera in questa direzione e lo fa su più fronti. Nato a Pordenone nel 1956, oltre ad essere un artista visivo, da anni ricopre il ruolo di Art Director per il Corriere della Sera; lo svolgimento di questa professione gli ha permesso di avere uno sguardo altro sia sui media che sui loro contenuti, avallando forse con la pratica la celebre tesi di Marshall McLuhan secondo cui, in fondo, il medium è il messaggio.

A lui è dedicata la mostra, curata da Arturo Carlo Quintavalle e allestita negli ambienti di Palazzo del Governatore a Parma, Gianluigi Colin. Costellazioni familiari, dialoghi sulla libertà. Una personale che rilegge la carriera dell’artista in una chiave interessante: le “costellazioni familiari” richiamate nel titolo sono generate dalle opere dei 24 artisti presenti in mostra, scelti non per mere affinità stilistiche o tematiche, ma perché, a vario titolo, incontrati lungo il percorso artistico o di vita di Colin; a testimonianza di questi legami non didascalie descrittive accompagnano le opere, bensì narrazioni, frammenti di vita, che raccontano il suo legame con gli artisti e il motivo della scelta di accostare le loro opere alla sua.

Quattro sono i nuclei tematici dell’esposizione. In Presente storico, i fotomontaggi di Colin in cui opera accostamenti tra fotografe di attualità e celebri dipinti creano nuovi universi di significato, generati dalla giustapposizione di due immagini lontane ma in qualche modo vicine. E così La zattera della medusa di Géricault dialoga con la foto di un barcone di migranti; La grande torre di Babele di Peter Brugel con le torri gemelle in fiamme; Il Cristo morto di Mantegna con l’immagine di Che Guevara morto. In queste opere l’artista gioca con diversi piani non solo temporali ma anche mediali, eppure il risultato, restituito visivamente come una “interferenza”, non causa lo shock di un eretico accostamento, ma evidenzia con naturalezza un collegamento fra passato e presente. Anche quando la violenza oscena esplode negli accostamenti tra le incisioni degli Orrori della guerra di Goya e le foto di Abu Ghraib, Colin riesce a tornare su queste terribili vicende senza mai cedere alla pornografia del dolore. Laddove sarebbe stato facile, per chiunque altro, cadere nella trappola di facili pietismi, egli fa al contrario della sua arte una lucida denuncia. Artisti molto differenti dialogano con le opere di questa sezione: tra questi un militante Jannis Kounellis, che con il suo W la libertà, W Gericault asserisce, con il gesto ieratico di un’unica pennellata nera che ricopre la scritta del titolo, il suo amore per la libertà; e Mimmo Paladino, artista della Transavanguardia, la cui opera Laboratorio, citando Piero della Francesca, vuole essere omaggio alla storia dell’arte in toto.

Nella sezione Impronte del presente sono esposti i Sudari di Colin. In queste opere astratte, realizzate appropriandosi di grandi tessuti utilizzati per pulire le rotative dei quotidiani, si presenta una tematica fondamentale per le arti visive, quella della traccia. Esse sono la testimonianza silenziosa di qualcosa che è stato, anonimi negativi generati dalla macchina tipografica, ma non per questo meno “significanti”.

Tante sono le opere degli artisti in mostra incentrate su questo affascinante tema: da quella di Antonio Recalcati, che usa il suo corpo come “matrice” per realizzare i suoi dipinti, all’opera di Martino Gamper e Brigitte Niedermair, i quali, riflettendo sul tema della “bassa risoluzione”, trasformano un dipinto di Matisse in un’opera dal sapore costruttivista; fino alla splendida opera-testimonianza di Claudio Parmiggiani, realizzata in situ per Palazzo del Governatore: la Scultura d’ombra, traccia di fuliggine e fumo lasciata da una biblioteca sulle pareti della stanza. La potenza evocativa di questi lavori ci impone di trovarci faccia a faccia con i fantasmi di una presenza-assenza, di cui solo l’opera resta come imperitura testimonianza.

La sezione Sacche di resistenza è forse una delle più complesse e interessanti. Nei manifesti strappati o accartocciati si palesa appieno la capacità di Colin di modificare i media a suo piacimento, giocando al contempo col supporto e con l’immagine. Nella serie Liturgie le facce dei politici, rese deformi dalla manipolazione dei manifesti elettorali, ci scrutano sofferenti e, perso ogni residuo della solita tracotanza con cui guardano fieri dalle strade, assomigliano ora più ai ritratti di Francis Bacon o della Nuova Oggettività; qui non poteva essere che Mimmo Rotella uno fra gli artisti “chiamati in causa”, lui che con i suoi décollages ha saputo ribaltare il linguaggio standardizzato della pubblicità per crearne uno nuovo, personalissimo.

Infine, la sezione Wor(l)ds presenta opere che riflettono sul rapporto col tempo: un tempo che in The ruined ruins si presenta sospeso, immobile, immortalato nell’infinito istante fotografico, similmente alle sculture piene di echi antichi di Nino Longobardi o alle fotografie d’arte di Aurelio Amendola. Un’altra forma di ripensamento del medium torna in Relics: mattoni di carta pressata che, disposti in maniera disordinata nello spazio, assumono un aspetto totemico, a metà tra monumenti e pietre d’inciampo poste sul cammino del visitatore, reclamando la loro presenza nel mare magnum dell’informazione contemporanea. Accade similmente nell’opera di Emilio Isgrò, il quale, attraverso le sue cancellature, giunge a rivelarci significati nascosti che, distratti dall’eccessiva eloquenza del linguaggio, avremmo finito per ignorare.

L’opera posta in apertura della mostra, Il mare di Alan, avrebbe potuto essere collocata anche alla fine del percorso espositivo: è un lavoro trasversale a tutte le sezioni, che riassume in sé gran parte delle tematiche trattate dall’artista. Colin, manipolando la celebre foto del piccolo Alan Kurdi scattata sulle spiagge di Bodrum, sceglie di spostare il focus dell’immagine su un ingrandimento del mare sullo sfondo. L’elisione apportata è un’operazione molto lontana dalla censura, anzi diametralmente opposta: è un tentativo di farci guardare oltre, più che al manifestarsi stesso degli eventi, alle loro cause e alle loro motivazioni. Perché, se la selezione delle informazioni è un atto tipico del giornalismo, diversa è la pratica artistica: essa non mira a mostrare una parte di mondo, ma fornisce gli elementi per cambiare punto di vista, dando la possibilità di rileggere gli eventi sotto una nuova luce e di immaginare un futuro migliore.

Stefano D’Alessandro

Gianluigi Colin. Costellazioni familiariLe due opere di Gianluigi Colin da Andrea Mantegna, Il Cristo morto; Freddy Alborta, Che Guevara morto, e da Peter Brugel, La grande torre di Babele; Marty Lederhandler, Le torri gemelle in fiamme

Una delle sale dei Sudari, opere ricavate dai tessuti utilizzati per pulire le rotative dei quotidiani, esposti nella sezione Impronte del presente

I Sudari di Gianluigi Colin messi in relazione con l’opera in situ di Pier Paolo Calzolari realizzata per Palazzo del Governatore, dal titolo Scultura d’ombra

L’opera Relics, mattoni di carta pressata che invadono con la loro presenza l’intero spazio di una sala

Gianluigi Colin, Il mare di Alan, opera posta in apertura della mostra

Ph credits: Città di Parma https://www.flickr.com/photos/comuneparma




Bagrat Arazyan. Geometry, Wood

Sabato 7 dicembre 2019, alle ore 18.00, s’inaugura alla JulietRoom di Muggia (via Battisti 19/a) la mostra “Geometry, Wood” con le opere di Bagrat Arazyan e introduzione critica di Elisabetta Bacci. Il brindisi inaugurale sarà offerto dall’Azienda agricola BorgoSanDaniele.

Per Bagrat l’espressione artistica è un qualcosa che opera a 360°, toccando temi e declinando “frasi” stilistiche secondo modalità che talvolta possono sembrare quasi contraddittorie. Motivi, situazioni, temi, all’apparenza diversi, si dispiegano in un unico progetto espressivo, quasi in una sorta di contrappunto, confronto e dialogo, toccando perfino, in maniera molto professionale anche il campo della progettazione grafica. E, sebbene la declinazione delle singole opere conduca a una apparente diversità, l’impeto conduttore è sempre il medesimo: l’impeto che unisce è il ragionare sulla dinamica della forma, sulle sue sfumature e sulla sua pulizia. Un modo questo, per dire che la composizione, è il vero e proprio punto nodale del suo pensiero.

Bagrat Arazyan, artista armeno che vive in Slovenia, nelle sue installazioni ferma il momento di un sogno ispirato talvolta dal cinema, e talvolta dal proprio inconscio, in modo da creare un dialogo tra il proprio sé e il mondo esteriore,  fino ad arrivare a una austerità espressiva, una austerità che si fa vuoto, bianco, silenzio, al di là di qualsiasi tecnica o stile usati. Tuttavia, il vero significato di ogni suo segno, di ogni sua forma è ciò che nel segno e nella forma non appare in modo esplicito, e cioè un canto alla vita e all’esistere quotidiano. Per questa mostra l’autore si è impegnato in una serie di dipinti dove la forma astratta e la costruzione geometrica hanno avuto il sopravvento su altre valenze espressive: un gruppo dialogico di tele, tutte giocate sulla giustapposizione cromatica delle campiture e sulla forte valenza degli incastri geometrici, il che vuol dire aver toccato i tasti dell’astrazione concettuale e di un sistema compositivo riduttivo e simbolico. Una prima opera di questo ciclo era stata presentata a Zagreb Art Fair 2019.

In particolare, questa mostra realizzata per la JulietRoom, è parte del progetto “L’Albero esplorato, tra arte e scienza. Da Leonardo a Bruno Munari” promosso dal Gruppo Immagine su bando regione Friuli Venezia Giulia.

La mostra, promossa dall’Associazione Juliet, sarà visitabile sino al 30 marzo. Orari: ogni venerdì 17.00 -> 19.00 o su appuntamento.

Info:

Bagrat Arazyan. Geometry, Wood
presentazione di Elisabetta Bacci
JulietRoom
via Battisti 19/a, Muggia
opening: sab 7 dic 2019, h 18.00
fino al 30 marzo
info: rolan.marino@libero.it

Bagrat Arazyan Bagrat Arazyan, Geometry 2, 2019, wood, oil, 150,5 x 57 cm, particolare, ph courtesy Centre for Contemporary Art, Pivka




Arte Fiera 2020

Dal 24 al 26 gennaio 2020 si svolge la 44ma edizione di Arte Fiera, diretta per il secondo anno da Simone Menegoi. L’opening è fissato per giovedì 23 gennaio.

Alla Main Section si affiancano tre sezioni su invito e che seguono un impianto curatoriale, per offrire un ulteriore percorso di informazioni e confronti, e con la volontà di distinguersi – grazie a queste proposte e al nitore degli stand allestiti – da una mera esposizione di natura commerciale. Torna Fotografia e immagini in movimento, affidata alla curatela della piattaforma FANTOM (Selva Barni, Ilaria Speri, Massimo Torrigiani, Francesco Zanot). Debutta una sezione dedicata all’arte della prima metà del XX secolo e ai post-war masters: Focus, una selezione di proposte affidata a Laura Cherubini, storica dell’arte, critica e curatrice. Infine, con Pittura XXI, una sezione affidata a Davide Ferri, critico e curatore indipendente, si toccano gli aspetti del dipingere contemporaneo.

Le regole per la Main Section sono sostanzialmente quelle dell’anno scorso: le gallerie sono  invitate a presentare fino a un massimo di tre autori, per gli stand di medie dimensioni; fino a un massimo di sei per i più grandi. Si può superare il limite di sei artisti con un progetto curatoriale dedicato a un gruppo, un movimento, una corrente artistica.

Segnaliamo i nomi di alcune delle gallerie partecipanti: Emilio Mazzoli (Modena); A arte Invernizzi (Milano); Renata Fabbri (Milano); Federica Schiavo Gallery (Milano); Gallleriapiù (Bologna); Guidi&Schoen (Genova); Michela Rizzo (Venezia); MLZ art dep (Trieste); P420 (Bologna);  Giorgio Persano (Torino); Pinksummer (Genova); Studio Raffaelli (Trento); Repetto (London); Santo Ficara (Firenze); The Gallery Apart (Roma); z2o Sara Zanin (Roma).

Come annunciato in occasione della XV edizione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI, Eva Marisaldi è l’artista protagonista di Arte Fiera 2020 con un’opera creata ad hoc per l’occasione. Il progetto, in cantiere dalla scorsa primavera, s’intitola Welcome, e si compone di due parti: una grande installazione situata all’ingresso della Fiera, e un intervento diffuso in vari punti dei padiglioni fieristici e della città di Bologna. L’artista interverrà inoltre al Teatro Comunale di Bologna, a suggellare la collaborazione fra la Fiera e l’importante istituzione cittadina. La stretta collaborazione con il Comune di Bologna, viene confermata anche dall’ottava edizione di ART CITY Bologna, il programma di eventi e mostre diretto da Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.

La 44ma edizione di Arte Fiera si tiene nei padiglioni 18 e 15, direttamente accessibili dall’ingresso Nord: collegamento con navetta da piazza Costituzione.

Info:

Arte Fiera 2020
Quartiere Fieristico, Bologna
Padiglioni 18 e 15, ingresso Nord
opening su invito: giov 23 gen dalle 12.00 alle 21.00
orario: 24-25-26 gen dalle 11.00 alle 19.00;
biglietti: intero 26 euro
051-282111 artefiera@bolognafiere.it

Mario Nigro, Vibrazione modulata, 1963-64, tempera e collage su tela, 162 x 98 cm, ph courtesy A arte Invernizzi, MilanoMario Nigro, Vibrazione modulata, 1963-64, tempera e collage su tela, 162 x 98 cm, ph courtesy A arte Invernizzi, Milano

Arte Fiera. Matteo Cremonesi, Sculpture Dark Printer Office, 2019, stampa su carta fotografica, dimensioni variabili, ph courtesy Gallleriapiù, BolognaMatteo Cremonesi, Sculpture Dark Printer Office, 2019, stampa su carta fotografica, dimensioni variabili, ph courtesy Gallleriapiù, Bologna

Adelaide Cioni, Go easy on me, one green, 2018, stoffa su tela/fabric on canvas, cm 192 x 144, ph Carlo Favero, courtesy l’artista e P420, BolognaAdelaide Cioni, Go easy on me, one green, 2018, stoffa su tela/fabric on canvas, cm 192 x 144, ph Carlo Favero, courtesy l’artista e P420, Bologna

Francesco Jodice, Il Corsaro nero e la vendetta del Gavi #006, 2019, bassorilievo fotografico, 155 x 195 cm, ph courtesy Galleria Michela Rizzo, Venezia




Paolo Ciregia. Dio è morto e il diavolo cammina

Paolo Ciregia (Viareggio, 1987) – selezionato tra i 24 fotografi della Foam Talent Call (Amsterdam) 2016 per talenti internazionali under 35 – da alcuni anni investiga sistemi di potere e propaganda, guerre, ideologie, simboli e linguaggio, attraverso articolate installazioni che rivelano un chiaro pessimismo nei confronti dell’uomo e della storia. Lo intervisto in occasione della sua seconda personale alla Mc2 Gallery di Milano: “Dispositivi di resistenza”, curata da Vincenzo Maccarone con testo critico di Carlo Sala.

Raccontami dei tuoi esordi come artista.
In realtà ero uno studente di geologia. Sono sempre stato distante dall’arte, anche se molte cose le ho assorbite da mia nonna che era una pittrice fiamminga. Ho iniziato a fotografare tardi, a 26 anni, e d’inverno viaggiavo tanto per passione. Della geologia mi interessava la materia: quanto puoi portarla al limite? Quanto invece c’è di imprevedibile nella bidimensionalità della fotografia? Di solito poco. Ma nel mio caso, lavorando tanto in camera oscura, c’è sempre l’effetto sorpresa. Mentre con la materia ti ritrovi a confrontarti con il fallimento che è il concetto più importante del mio lavoro. Magari hai in testa di fare una cosa con il ferro o con la plastica e ti rendi conto che il mezzo non te lo permette. La fotografia è troppo immediata. È già tutto lì. Oltre all’aspetto accattivante dell’arte, voglio che ci sia una parte concettuale solida.

Perché hai deciso di documentare conflitti?
Ho lavorato come fotogiornalista in Senegal e in altri paesi. Il conflitto russo-ucraino è stato il primo che ho seguito. Già da 5 anni vivevo in Ucraina, una delle ultime nazioni satellite dell’Unione Sovietica dove si cercava di guardare oltre, verso l’Europa e l’Occidente. C’erano i semi per una svolta. Il mio primo lavoro riguardò i giovani: come i laureati cadevano nel tunnel degli stupefacenti e della prostituzione. Se alcuni ancora riuscivano a credere nel futuro, molti altri si sentivano sconfitti. Per me è stata la controprova di un fallimento rivoluzionario. Spero che si comprenda che non c’è mai una visione positiva nei miei lavori. Non c’è via d’uscita. Io non sto facendo propaganda, non sono un attivista, piuttosto un artista a cui interessa indagare l’uomo e i meccanismi di guerra e rivoluzione. Sono andato da Kiev fino alla Crimea per analizzare quanto la fotografia e i media incidessero in una rivoluzione. Poi c’è stato uno switch, verso qualcosa che assomigliava più all’arte.

La tua è stata una progressione rapida dall’uso del medium fotografico nella sua forma più oggettiva alla successiva manipolazione delle immagini fino all’esplosione installativa.
Il primo passaggio è stato sul campo. Un lavoro video in b/n (U Okraina, 2015) per cui ho inserito una scheda SD obsoleta all’interno di una macchina HD. Nel momento in cui registrava i fotogrammi ne perdeva un sacco. Le persone si muovevano a scatti. L’ho montato esattamente in questo modo. Per quanto si voglia descrivere in maniera oggettiva non ci si riesce mai, perché ci sono sempre delle parti mancanti. Più cercavo di documentare il fatto, più lo contrastavo. Una volta tornato a casa, ho adottato una forma di critica completa su me stesso e su quello che avevo fatto. Questo archivio di gigabyte di morte a cosa serve? C’era veramente bisogno che fossi lì? Ero contrario alle foto emblematiche della guerra. La manipolazione è stata una forma di rifiuto. Quello che ho fatto in Perestrojka (2015) è stato eliminare l’immagine del morto. La sagoma bianca attorno a cui le persone si concentrano è più potente perché ti permette di soffermarti un secondo. C’é una pausa all’interno di qualcosa di estremamente violento. Poi l’installazione, la scultura sono state un modo per uscire dalla fotografia ed entrare nella materia.

Addentriamoci nella personale “Dispositivi di resistenza” in cui presenti un corpo di opere nuove: la serie 40 dittatori (fotografia, video, scultura) che è stata presentata in anteprima ad Artverona, il neon God is dead and the devil walks e l’opera sonora Intermezzo.
Conosciamo Mao Tse Tung, Hitler e Mussolini, ma siamo sicuri di averne realmente assorbito la storia? Per questo sono nate le scansioni da sotto dei busti di 40 leader politici (40 dittatori), per dimostrare quanto un piccolo gesto possa far risaltare la situazione in una maniera completamente diversa. Da sotto diventa qualcos’altro. Una caverna in cui entrare e continuare a cercare. Oppure lo spazio visto dall’alto. Quando c’è una dittatura la persona fisica sparisce e rimane solo la statua, il busto, il feticcio. I loro volti racchiudono tutti gli ideali ed è come se gli occhi fossero ancora vigili sulle persone per incutere paura. Io volevo analizzare i dittatori in modo da annullare completamente la testa, la parte identificabile, e con questo gesto disinnescarli. Perché se non leggi la didascalia diventa qualcosa di irriconoscibile. Ho iniziato a collezionare i busti in giro per il mondo, ma la ricerca si è limitata a quello che potevo trovare in bronzo. In Cambogia non trovi niente di Pol Pot o in Sud America non c’è niente in bronzo, più in legno o in marmo. I busti sono stati fusi in un crogiolo e il liquido derivante è stato inserito in un’altra scultura minimale. Mi piacerebbe chiarire che la forma non è stata presa da un chicco di melograno. Non si tratta di un’idea legata ad una vita nuova…

Tutto il contrario, direi più un’idea di oppressione.
Infatti, quello che mi interessa del melograno non è il suo colore rosso o il simbolo di abbondanza a cui è legato, piuttosto come il chicco si forma al suo interno. Nella perfezione del frutto i chicchi sono tutti pressati. Ogni chicco non è libero di cambiare forma. È come un individuo all’interno di un sistema di regole, dove viene compresso senza avere il potere di esprimersi. Dalla perfezione all’oppressione. La stessa cosa vale per l’opera God is dead and the devil walks che va a colmare il buco che ha lasciato la scultura. Non si tratta della morte di un Dio religioso, ma di un dittatore onnipresente che si è sostituito alla religione. Qualcosa che non vedi, ma di cui percepisci la potenza. Senza portare nulla di buono, come in tutte le rivoluzioni. Come se ci fosse un ciclo di negatività che si ripercuote sempre sull’individuo.

“Dio è morto e il diavolo cammina” è il vero statement di questa mostra.
Qualcuno sostiene che è un concetto molto nietzschiano. Lui almeno vedeva possibilità positive per l’uomo senza Dio. Io invece, non credo nell’uomo. Voglio riportare alla luce non una soluzione, ma quanto l’uomo sbagli di continuo. Il lavoro del 2017 con la luce a intermittenza trasmette in codice morse “historia magistra vitae”. Messo in un loop luminoso, solo in pochi possono percepirne il messaggio. È come condannare l’uomo a ripetere gli sbagli perché non gli si danno gli strumenti.

Incorpori anche il suono nelle tue opere. Nel video di 40 dittatori il suono quasi percuote il visitatore…
Il suono è molto importante sia in 40 dittatori che nell’installazione Intermezzo (per cui la galleria organizzerà un evento prima della chiusura della mostra) che è la registrazione dei bombardamenti nell’aeroporto di Donetsk, dove mi sono trovato per caso con un altro giornalista. Si sentono i caccia che sparano e contemporaneamente il cinguettio degli uccellini. C’è una risposta della natura all’uomo. È un dialogo che si forma piano piano.

È forse la tua unica opera a possedere questa duplice visione positiva e negativa.
Questo potere non è nell’uomo, è nella natura. Io sono pro natura, anzi pro meteoriti. (ride)

Petra Chiodi

Info:

Paolo Ciregia. Dispositivi di resistenza
28 ottobre  – 7 dicembre 2019
a cura di Vincenzo Maccarrone
mc2gallery
Via G. Lulli, 5 Milano

Paolo CiregiaPaolo Ciregia, Mussolini from the Burning dictators series, 2019, 40” loop vide. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Mao from the Burning dictators series, 2019, 40” loop video. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, God is dead and the devil walks. Photo: Santiago Reyes Villaveces. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Dispositivi di resistenza, exhibition view at mc2galley, Photo: Santiago Reyes Villaveces. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Dispositivi di resistenza, exhibition view at mc2galley, Photo: Santiago Reyes Villaveces. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Mussolini, from the 40 dictators series, 2019, inkjet baryta. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia




Magnetismo museale, engagement e arte contemporanea

L’Italia ospita migliaia di musei e siti di interesse storico. La maggior parte di essi ha poca o nessuna indipendenza e sono gestiti direttamente dal governo (= MIBACT) attraverso una complessa rete di norme e regolamenti che consentono loro di operare (o di sopravvivere) e che influenzano profondamente il modo in cui la programmazione culturale è organizzata (o meno).

Siamo quasi nel 2020 e il nostro Paese non riesce ancora ad affrontare una questione cruciale: come possiamo aprire al meglio i nostri siti culturali al pubblico? O meglio, come possiamo invitare la gente a visitare i nostri siti culturali nel modo più genuino ma più culturalmente rilevante possibile?

I musei negli Stati Uniti sono magnetici, offrono una vasta gamma di attività accessibili a tutti. Quando ero lì, dal 2012 al 2016, non ne avevo mai abbastanza e passavo intere giornata tra gallerie, biblioteche, bar, terrazze e giardini. Negli Stati Uniti, quando si tratta di musei, il pubblico preferisce pagare un biglietto di entrata più costoso per una proposta di qualità piuttosto che spendere meno per qualcosa di mediocre. (Vorrei che questo principio fosse applicabile anche nel mio Paese!) In Italia, invece, molti musei non hanno nemmeno una caffetteria.

Ad esempio, quando ero a San Francisco, ho visitato diversi musei di arte moderna e contemporanea, come SFMOMA. Soprattutto dopo il recente remake il museo è meravigliosamente organizzato in diversi piani con giardini, caffè e ristoranti, e offre diverse attività educative tutto il giorno. I visitatori non sono abbandonati a sé stessi e la segnaletica è chiaramente comprensibile. Anche istituzioni più piccole come il Yerba Buena Center for the Arts non smettevano di sorprendermi con serate d’arte ed eventi speciali.

Di recente, invece, ho partecipato all’apertura di un nuovo museo di arte contemporanea a Roma, il MUSJA, e mi sono resa conto di quanto lavoro debba ancora essere fatto in termini di organizzazione e impostazione. Sebbene la comunicazione abbia funzionato bene, vista la quantità di persone che hanno partecipato, siamo stati tutti ammassati fuori e lasciati in attesa prima che ci facessero entrare dopo 30 minuti. Capisco che in occasione dell’apertura fosse necessario scaglionare gli ingressi, ma avrebbero potuto limitare il numero dei partecipanti o suddividere il pubblico in diverse fasce orarie. Che si trattasse forse di una mossa di marketing per attirare l’attenzione dei vicini e dei passanti?

Stessa cosa per il « paradiso » d’arte moderna e contemporanea Fondazione Prada a Milano. Arte meravigliosa, grandi edifici e grandi nomi, tutto con molto carisma e potenziale, ma il personale distratto e la mancanza di informazioni in giro mi hanno lasciata insoddisfatta e dubbiosa.

(Le due organizzazioni appena menzionate sono private. Riuscite a immaginare cosa succede nelle istituzioni artistiche pubbliche? Nulla…)

Sappiamo tutti che il marketing funziona magicamente quando si sta cercando di convincere le persone a passare attraverso le nostre porte, e mentre si presenta davvero il museo ad un gruppo specifico (si spera ampio) di persone. E mentre negli Stati Uniti la maggior parte dei musei sono indipendenti dal governo e sono in grado di raccogliere fondi per le proprie attività, in Italia tale indipendenza è un’utopia e ciò rende i nostri musei poveri e, per la maggior parte, malsani.

C’è poca motivazione a provare cose nuove, ad assumersi la responsabilità di fallire per poi riuscire a migliorare. I nostri musei sono timidi templi di bellezza e per prosperare, rimanere pertinenti e vivere per servire il pubblico devono correre dei rischi. Dato che l’Italia è principalmente nota per i suoi tesori storici, e solo di recente ha iniziato a essere più disposta ad abbracciare l’arte contemporanea, c’è ancora molto da fare in termini di promozione e rilevanza sociale.

Mentre i musei americani, britannici, canadesi stanno approfondendo argomenti come il cambiamento climatico, il benessere personale, i diritti umani, la maggior parte dei musei italiani dormono nella loro stagnante bellezza.

Di recente ho assistito a un dibattito sull’engagement su Twitter. Che cos’è il “coinvolgimento” e perché vale la pena parlarne quando si tratta di musei?

Come dice @artlust nel suo recente post, “Esperienza e coinvolgimento sono un po’ collegati. Una buona esperienza è di solito coinvolgente. Coinvolgere è una parola che si sovrappone ad accogliente, interessante, sorprendente e adatto al pubblico. Coinvolgimento ed esperienza sono assolutamente negli occhi di chi guarda. Il death metal non mi coinvolgerà anche se eseguito nel posto più bello del pianeta dalle persone più brave con le migliori strategie di esperienza dei visitatori. Tutti abbiamo cose da vendere senza alcuno sforzo. Quindi, l’engagement riguarda il collegamento di/fra alcune persone.”

E come possiamo assicurarci di coinvolgere il pubblico? Rimanendo magnetici. Il magnetismo museale terrà a galla i musei. È la capacità di catturare l’attenzione delle persone attraverso carisma e personalità e portando ai loro occhi l’ampio spettro dell’arte, dall’antico al moderno al contemporaneo. Ma è anche la capacità di fare dichiarazioni audaci, assumere posizioni pertinenti, essere neutrali. (Buona fortuna.)

Angela Gala

SFMOMA, Expansion Schwab Hall 60 ©Henrik Kam 2016

Andrea Bowers, Climate Change is Real, September 7–18, 2018. Installation view at YBCA (Yerba Buena Center for the Arts)

magnetismo musealeTulips by Jeff Koons at Fondazione Prada

Corridor View at MUSJA




Glimpses. Le alterazioni di David Maljković a Brescia

Terza personale di David Maljković alla Galleria Massimo Minini di Brescia, Glimpses segna il rinnovarsi di un rapporto consolidato tra l’artista e lo spazio espositivo. Le precedenti Retired Forms (2010) e With the Gallery (2015) erano state occasioni per presentare una ricerca fatta di collages, video installazioni, oggetti di uso comune assorbiti in un discorso personale, spesso intriso di rimandi alla storia post-bellica della Croazia, dove Maljković è nato nel 1973; allo stesso tempo, similmente, trasmutavano le sale della galleria bresciana con scenografiche mise-en-place – tendaggi blu e quinte teatrali per Retired Forms, soppalchi a mezz’aria in With the Gallery. Sulla scia di queste esperienze, Glimpses si propone come una sorta di bilancio sul lavoro già fatto e sulla sua potenziale amplificazione di senso, sottoponendo all’attenzione gli ultimi esiti di una ricerca in costante divenire.

Le opere proposte, disseminate con un allestimento stavolta essenziale in cui domina il bianco delle pareti, sono ri-elaborazioni di elementi che Maljković fa propri con un processo trasformativo. Variabile è la materia su cui sceglie di intervenire. Può trattarsi di una sua opera, o di un reperto evocativo del passato jugoslavo, oppure ancora di arredi della galleria stessa. In tanta eterogeneità, il filo rosso che accomuna i lavori è l’utilizzo della resina epossidica. Innestata sotto forma di sostanza reagente ora colorata, ora trasparente, questa miscela viscosa ingloba, cola, macchia, ricopre, per poi solidificarsi e cristallizzare gli oggetti nella staticità di una posa. Ecco allora susseguirsi, immobilizzati dalla resina indurita, fogli di alluminio, teche, carrelli da ufficio Boby di Joe Colombo, display a parete e persino il frammento di soffitto di un grand hotel croato in stato di abbandono. Complice la ripetuta combinazione con lastre di plexiglass, materiale che a sua volta suggerisce un’idea di fissità e conservazione, le opere in mostra evocano presenze fossili e ieratiche, passaggi di stato, stratificazioni che si sono succedute in molteplici fasi temporali.

Attraverso i suoi assemblaggi scultorei, avvolti in un silenzio da processione, Maljković mette in scena un metodo aperto e autoreferenziale. C’è una presa di posizione netta, quella di appropriarsi – o, a seconda dei casi, ri-appropriarsi – di forme finite per farle tornare a sé, inducendo una mutazione che l’artista veicola secondo la propria soggettività. Così si genera un nuovo circolo vitale, con gli oggetti che vanno incontro ad alterazioni impreviste e si rimettono in moto nel flusso del tempo e delle cose. L’effetto è quello di una sospensione straniante, in cui si avverte la ciclicità del cambiamento e una quiete precaria. Nella fuggevolezza restano però quei “glimpses” suggeriti dal titolo dell’esposizione, ovvero metafore di piccoli bagliori, apparizioni brevi come un luccichio che lasciano presagire sviluppi futuri. Ed è in questo intravedere oltre la permanenza che l’autore sembra indicarci altre possibilità, tracce vaghe di qualcosa che è stato e che ancora non sappiamo come potrà evolvere.

Andrea Zaniboni

Info:

David Maljković. Glimpses
21 Settembre – 31 Ottobre 2019
Galleria Massimo Minini
Via Apollonio 68, Brescia

David Maljkovic, Glimpses, Exhibition View. Photo Alessandro Zambianchi

For all the images: David Maljkovic, Glimpses, Exhibition View. Photo Alessandro Zambianchi courtesy Galleria Massimo Minini




Complessità sublimata. Brancusi a Bruxelles

Brancusi. Sublimazione della forma, presso BOZAR, è la prima esposizione europea a omaggiare lo scultore di origini rumene, dopo venticinque anni dall’ultima retrospettiva, al Centre Pompidou di Parigi. È anche la prima mostra in assoluto, nel suo genere, mai organizzata in Belgio, nonché inclusa in un ampio festival: Europalia. Nato per raccontare le culture dei paesi dell’UE, focalizzato nel 2019 sulla Romania, Europalia annovera mostre, performance e incontri, a Bruxelles e in tutto il Belgio.

Tra le sale art déco del museo, BOZAR propone un’esegesi cronologica e tematica. Il filo rosso della mostra si dipana a tutto tondo: scultura, video, fotografia, opere su carta. Nato nel 1876, Brancusi attraverserà gran parte del Novecento, tra innovazioni stilistiche, battaglie legali e mostre di successo, segnando la storia della scultura moderna. Di umili origini, lo scultore si formerà nel suo paese natale, alla scuola di arti e mestieri di Craiova. Continuerà poi a Bucarest, all’Accademia di Belle Arti. Emblematica una delle prime opere, reinterpretazione del tema classico dell’écorché. Qui, la scarnificazione anatomica, accademica, preannuncia le forme plastiche, sublimate, delle opere più mature. Trasferitosi quindi a Parigi, nel 1904, l’artista inizierà a lavorare per grandi scultori del suo tempo. In mostra, l’accostamento con opere di Antonin Mercié e Auguste Rodin, di cui sarà assistente, è vicinanza storica più che stilistica: “sotto gli alberi più alti, non cresce niente”, dirà Brancusi. Spinto dalla necessità di maggiore autonomia creativa, si metterà quindi in proprio, dedicandosi a una ricerca sempre più radicale. Dal 1907, l’artista userà unicamente il metodo del taglio diretto, abbandonando la lavorazione del modello scultoreo preliminare.

Il suo studio sarà, nella Parigi delle Avanguardie, uno dei punti d’incontro per l’intellighenzia parigina e internazionale. Numerosi i fotografi, tra cui Man Ray, che ritraggono volti celebri – artisti, collezionisti, ballerini – con le opere di Brancusi. Ma ben presto, tra le mura del suo studio, lo scultore vorrà avere il totale controllo del medium fotografico, specie dopo l’incontro con Man Ray. E tanto per le opere nel suo studio, quanto per le persone. La sua fotografia diventerà presto ricerca di forma e luce, strumento parallelo alla scultura. Le forme tridimensionali di Brancusi, specchi deformanti la realtà in cui sono immerse, amplificano e assorbono la luce. Così, le foto dello scultore catturano un fenomeno fisico, effimero. L’oggetto d’arte è qui ritratto come amplificatore di tale fenomeno: il movimento della luce nello spazio.

Oltre alle opere degli esordi, il percorso espositivo raduna anche diverse serie: le Muse, gli Uccelli (Maiastra, Uccello nello spazio) e i Torsi. Degne di nota, inoltre, delle performance di danza nel museo, con commissioni di nuove coreografie, firmate da Anne Theresa de Kraesmaeker, Manuel Pelmus, e altri artisti internazionali. Una retrospettiva che aiuta a leggere il mondo dell’arte di oggi, dove l’eredità di Brancusi, ancestrale e futuribile, è ancora lingua viva.

Elio Ticca

Info:

Brancusi. Sublimazione della forma
5 ottobre – 30 novembre 2019
Orari d’apertura: martedì – domenica, 10 – 18 | giovedì, 10 – 21 | Chiuso il lunedì
BOZAR
Centro per le arti – Rue Ravensteinstraat 23, 1000 Bruxelles

 

BOZAR Brancusi Constantin, Prométhée, 1911 © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist.RMN-Grand Palais – Adam Rzepka, Sabam Belgium, 2019

BrancusiBOZAR Brancusi Constantin, Autoportrait dans l’atelier les Colonnes sans fin I à IV, Le Poisson (1930), Léda (1926), +- 1934 © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist.RMN-Grand Palais – Philippe Migeat, Sabam Belgium 2019

BOZAR Brancusi Constantin, Léda, 1926 © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist.RMN-Grand Palais – Adam Rzepka, Sabam Belgium, 2019

BOZAR Brancusi Constantin, Muse endormie, 1910 © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist.RMN-Grand Palais – Adam Rzepka, Sabam Belgium, 2019




Torna a Parma Natura Dèi Teatri, il Festival d’Autunno di Lenz Fondazione

Diretto da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, Natura Dèi Teatri giunge alla ventiquattresima edizione, al centro di un triennio che trae ispirazione dalle ricerche dei filosofi francesi Jean-Luc Nancy e Gilles Deleuze.
Dopo un imponente prologo nel mese di giugno, con l’allestimento site-specific dell’auto sacramental allegorico La Vida es Sueño nell’Ala Nord della Galleria Nazionale nel Complesso Monumentale della Pilotta di Parma, la ventiquattresima edizione di Natura Dèi Teatri, autorevole Festival Internazionale di Performing Arts curato da Lenz Fondazione, entra nel vivo dal 31 ottobre al 30 novembre con una programmazione che attraversa molteplici forme dell’arte scenica degli ultimi decenni rispecchiate dal lavoro di artisti di diverse generazioni, provenienze, poetiche e discipline: dagli storici performer sensibili di Lenz alla più consolidata sperimentazione musicale internazionale, dalla rigorosa etica teatrale nata negli anni Ottanta alla rilettura contemporanea della classicità, dalla centralità del corpo come origine e motore dell’accadimento scenico alle più attuali ricerche nei campi della video-arte e del digitale.
Una molteplicità di modi e mondi che trova nel binomio Liscio//Striato caratterizzante l’edizione 2019 del Festival, al centro del triennio 2018-2020 il cui tema concettuale è Toccare. Ispirazioni da Jean-Luc Nancy e Gilles Deleuze, la propria sintesi, come spiegano i Direttori Artistici Maria Federica Maestri e Francesco Pititto: «Nel comporre questa ventiquattresima edizione di Natura Dèi Teatri, come un bambino che ha appena imparato a camminare e corre in una stanza, che non va da punto a punto come farebbe un adulto ma si muove in libertà, senza obiettivi prefissati, così che ogni punto dello spazio può essere spazio-tempo di scoperta e conoscenza – ci siamo riferiti a questo doppio movimento di creazione dello spazio striato e dello spazio liscio: ripetizione e differenza, nessi associativi e trasformazione, coagulazione e scioglimento. Sono differenti le caratteristiche poetiche di ogni artista, ma è proprio questa qualità rizomatica che espone ciascuno alla crescita, in uno spazio di libertà di movimento. “La pittura ci mette occhi ovunque: negli orecchi, nel ventre, nei polmoni”, così anche il teatro performativo, il linguaggio complesso e meticcio fa diventare l’opera respiro e concatenazione di senso, pensiero e fisicità».
Ventiquattro anni di storia. Teatro, danza, musica, visual, installazioni, digital art e performance interpretati da dodici soggetti artistici: Klive e Nigel Humberstone – In the Nursery (Inghilterra), Aristide Rontini, Lillevan (Germania), Clemente Tafuri e David Beronio – Teatro Akropolis, Hidden Parts ,Filippo Michelangelo Ceredi, Marcello Sambati, Boris Kadin (Croazia), Cinzia Pietribiasi e Lorenzo Belardinelli – Jan Voxel Digital Art, Tim Spooner (Inghilterra), Claudio Rocchetti, Maria Federica Maestri e Francesco Pititto di Lenz Fondazione.
Trentanove repliche per sedici diverse proposizioni performative – di cui cinque prime assolute. Tre residenze internazionali: Lillevan, Tim Spooner e Boris Kadin. Quattro incontri di approfondimento per gli spettatori. Tre i luoghi accoglieranno le sperimentazioni degli artisti ospiti: il meraviglioso Teatro Farnese all’interno del Complesso Monumentale della Pilotta, il Cimitero Monumentale della Villetta, gli spazi post-industriali di Lenz Teatro.

Produzioni e co-produzioni di Lenz Fondazione
Il tema artistico della trasformazione del corpo fragile apre il festival Natura Dèi Teatri 2019 con un allestimento site-specific al Cimitero Monumentale della Villetta di Parma di Iphigenia in Tauride | Ich bin stumm | Io sono muta (31 ottobre – 1 novembre), secondo capitolo del dittico dedicato al mito di Ifigenia, nel quale l’installazione scenica e la regia di Maria Federica Maestri e l’imagoturgia di Francesco Pititto sono l’esito di una triplice ispirazione: il dramma di Goethe Iphigenie auf Tauris (1787), l’opera di Gluck Iphigénie en Tauride (1779) e la storica azione di Joseph Beuys Titus-Iphigenie del 1969.
La versione originale dello spettacolo interpretato da Monica Barone, danzatrice dotata di una grande sensibilità performativa maturata nel rapporto con la propria specificità fisica, sarà presentata a Lenz Teatro il 12 novembre.
Iphigenia in Aulide Oratorio, segmento drammaturgico della prima parte del dittico dedicato al mito di Ifigenia, sarà allestito al Teatro Farnese di Parma (2 novembre). Interpreti di questa versione oratoriale, che si densifica sul tema dell’addio e dell’abbandono, modulata spazialmente nella doppia loggia ad archi del teatro barocco ‘più bello del mondo’, sono Valentina Barbarini, attrice icona di Lenz e il soprano Debora Tresanini, allieva del Conservatorio A. Boito, impegnata nelle arie dell’omonima opera di Gluck.
Lenz Teatro accoglierà i primi due paragrafi del progetto triennale dedicato alla tragedia eschilea, realizzato con le musiche del compositore elettronico tedesco Lillevan: Orestea #1 Nidi (27-30 novembre), rilettura contemporanea del tragico nella quale si confrontano, in un’imprescindibile necessità di fusione linguistica, gli attori storici e gli attori sensibili dell’ensemble di Lenz e, in prima nazionale, Orestea #2 Latte (20-23 + 27-30 novembre), in cui il protagonista Oreste, interpretato dalla magnifica attrice con sindrome di Down Barbara Voghera, rivendica il diritto alla violenza per un’infanzia umiliata e derisa.
Il 21 e 22 novembre a Lenz Teatro andrà in scena, in prima nazionale, Eve #1 co-produzione del Teatro Delle Moire per Danae Festival e di Lenz Fondazione per Natura Dèi Teatri di e con Filippo Michelangelo Ceredi, artista che si è affacciato di recente sulla scena del teatro contemporaneo con Between Me and P. opera prima del 2016, presentata in numerosi Festival italiani e internazionali.

Musica
Appuntamento imperdibile per l’unica data italiana, il 2 novembre al Teatro Farnese, della storica band di Sheffield In The Nursery, guidata dai gemelli Klive e Nigel Humberstone, A quindici anni dal loro ultimo concerto in Italia, si potrà ascoltare la più recente produzione della band indiscussa protagonista del filone dark/wave inglese anni Ottanta.
Il Teatro Farnese ospiterà inoltre, l’8 novembre, Orestea Concert, con il live del compositore elettronico tedesco Lillevan – artista in residenza – e i visuals di Francesco Pititto: «Concerto di suoni e immagini per la saga tre volte tragica, che si espande, nel corso del tempo, dentro il letto sassoso di una nera casa/torrente. Nelle increspature di acque fluttuanti tra grumi di linee di sangue, la Famiglia, ora per allora, si lacera a morte tra profezie di vittorie, sacrifici, tradimenti, stragi e gli Dèi guidano, e fanno innamorare, deviano il corso dell’acqua che niente e nessuno può fermare. Dal nido al latte di madre, la saga si chiude – pupilla – con un rito di pace».
Innestandosi formalmente sulla performance Iphigenia in Tauride, il 12 novembre a Lenz Teatro gli Hidden Parts saranno in concerto con il loro nuovo DISCO(mfort). La formazione attiva nell’ambito della sperimentazione rock è composta da Alex Fornari (voce), Giorgio Cantadori (percussioni e basi), Gregorio Ferrarese (batteria), Lelio Padovani (chitarra) e Bernard Boggia (basso).

Residenze internazionali
L’attore e performer sloveno Boris Kadin, artista membro del collettivo Via Negativa con il quale è stato più volte ospite di Natura Dèi Teatri, torna in residenza internazionale a Lenz Teatro per proporre, in prima assoluta (28-30 novembre), Orestea. Dystopian. La performance, creata su commissione del Festival in dialogo creativo con la ricerca attorno all’opera eschilea condotta da Lenz, sarà in tour internazionale, presentata in rassegne e Festival europei.
Altra preziosa residenza internazionale è dell’affermato e artista multidisciplinare londinese Tim Spooner, che il 30 novembre a Lenz Teatro presenterà in prima assoluta la video-opera Le gambe hanno troppe articolazioni, ideata a partire dalla performance realizzata per l’edizione 2018 di Natura Dèi Teatri, Il Grande Teatro del Mondo_Momentary Plush.

Ospitalità
Il Teatro Farnese accoglierà, l’8 novembre, l’assolo It moves me di Aristide Rontini, danzatore e coreografo con importanti e numerose collaborazioni artistiche tra cui Angelica Liddell, Candoco Dance Company, Simona Bertozzi e Balletto Civile. Più volte selezionato alla Vetrina della Giovane Danza d’autore, nel 2016 completa i suoi studi sulle pratiche di danza di comunità. Prende parte ai progetti europei di danza inclusiva Impart e Moving beyond inclusion.
Teatro Akropolis, rigorosa formazione basata a Genova che dal 2001 conduce una ricerca sulle origini preletterarie del teatro, intendendolo «come espressione di una sapienza irrappresentabile, una forma d’arte che rende possibile un confronto diretto con il mito e la sua essenza metamorfica» presenterà a Lenz Teatro Pragma. Studio sul mito di Demetra (20 novembre).
Marcello Sambati, poeta, regista e drammaturgo protagonista del teatro italiano di ricerca degli ultimi trent’anni, creatore nel 1980 di Dark Camera e del teatro Furio Camillo di Roma, sarà in scena a Lenz Teatro (23 novembre) con Atlante dell’attore solitario. capitolo uno La marionetta: « L’attore è una marionetta che affida al corpo e alla voce questo atto di parole e gesti, dove ogni enunciato è una forma di esistenza, sovversione e apertura a inarrestabili mutamenti, nel dispendio e nella follia».
Jan Voxel Digital Art, collettivo composto dalla performer e digital artist Cinzia Pietribiasi e dal software developer Lorenzo Belardinelli, allestirà a Lenz Teatro (30 novembre) l’innovativo progetto digitale e materico My Body Atlas.

Incontri con il pubblico
Proseguono anche durante il Festival gli incontri, ad ingresso gratuito, di introduzione alla lettura delle creazioni presentate a Natura Dèi Teatri.
Tra le azioni di public engagement volte a diffondere la cultura teatrale nella comunità, Lenz attuerà inoltre, in collaborazione con AUSL di Parma, il progetto Visioni. Un gruppo di persone coinvolte in gruppi di auto-mutuo-aiuto per problematiche psichiatriche assisteranno ad una selezione di spettacoli del Festival Natura Dèi Teatri, accompagnati da incontri di approfondimento appositamente dedicati. L’obiettivo finale del progetto è incrementare l’accessibilità della semantica del contemporaneo al fine di fornire a potenziali nuovi spettatori con sensibilità psichica gli strumenti interpretativi necessari e al contempo riflettere su una definizione più operativa di linguaggi equi ed inclusivi.
Sono diverse e stratificate le linee tematiche e poetiche disegnate in questa 24a edizione di Natura Dèi Teatri, un Festival che non vuole essere una vetrina di spettacoli ma uno spazio di dialogo internazionale in cui indagare il rapporto tra ricerca performativa contemporanea e i nuovi linguaggi del teatro e della musica, tra video-art e corpi sensibili, tra classicità e Mito, tra pensiero e azione estetica nel tentativo di tracciare una mappa artistica ‘disubbidiente’ del presente.
Gli appuntamenti del 31 ottobre, 1 e 2 novembre sono programmati in collaborazione con l’Associazione Segnali di Vita_Festival Il Rumore del Lutto, progetto in piena sintonia metodologica con Natura Dèi Teatri in quanto si pone l’obiettivo «di individuare un nuovo spazio destinato al dialogo e alla riflessione sulla vita e sulla morte attraverso il colloquio interdisciplinare e trasversale fra differenti ambiti».

Biglietti spettacoli: intero 12, ridotto 8, professional 4. Performance: intero 8, ridotto 6, professional 4.

Per informazioni e prenotazioni: Lenz Teatro, Via Pasubio 3/e, Parma, tel. 0521 270141, 335 6096220, info@lenzfondazione.it  –  www.lenzfondazione.it.

Festival Natura Dèi Teatri

Festival Natura Dèi Teatri

For all the images: Festival Natura Dèi Teatri 019 – Ph: Francesco Pititto