Francesco Demundo. Il soggetto è nell’oggetto, l’oggetto è nel soggetto

Sabato 16 febbraio 2019, alle ore 18.00, nello spazio espositivo del mini mu (a Trieste, all’interno del comprensorio del parco di san Giovanni, via E.Weiss n. 15) si terrà l’apertura della mostra di Francesco Demundo. Il titolo della mostra è: “Il soggetto è nell’oggetto, l’oggetto è nel soggetto”. L’ambivalenza della frase, il suo rispecchiarsi su sé stessa, rimanda alla filosofia zen di Taisen Deshimaru, dove il tutto è “uno” e l’uno sta nel tutto. Il che potrebbe essere tradotto nella formulazione della sapienza occidentale: Dio sta dappertutto e in nessun luogo.

Da un punto di vista linguistico le opere di Demundo rinviano alla grande avventura Dada di inizio Novecento: il suo soffermarsi sull’oggetto, sul recupero, sul ready-made modificato (o rettificato) è uno di questi segni evidenti. Nell’entrare in questo flusso di coscienza sperimentale si vede che molte cose prima impensabili al pensiero egemone sono poi diventate possibili. In primis le regole del caos e del gioco che hanno fermato ogni perplessità, ogni dubbio, ogni interrogazione. In questo modo, la testimonianza di Marcel Duchamp che ha saputo spostare l’ago della bilancia dal fare al pensare, ha lasciato tracce profonde che hanno poi sfiorato anche le sponde della pop art (pensiamo agli assemblaggi e ai combine-paintings di Rauschenberg e Johns), mentre oggi, toccano i fantasmagorici teatri della realtà di Demundo. Ecco perché ci viene da chiosare che tra Dada e Zen ci sia una sottile linea di congiunzione, una specie di filo rosso che unisce questi mondi all’apparenza distanti: mondi fatti per soffermarsi sul mondo e sul suo essere. In particolare un elemento stilistico unirà tra loro queste opere: saranno tutte ricoperte da pezzi di giornale, in modo da essere mimetizzate e allo stesso tempo riconoscibili (come nei rivestimenti di Christo là dove cita e ingigantisce un’opera precedente di Man Ray). Infatti, i pezzi di giornali applicati a mo’ di coperta, non saranno spunto per una lettura o per cercare frasi sintomatiche, ma sottointenderanno solo una tecnica che diverrà ineluttabile presenza dell’essere, dell’essere qui e ora, senza possibilità di vero giudizio. D’altronde, la tecnica del collage, iniziata già in ambito cubista, con bene altre motivazioni, fin dal suo apparire si è configurata come la tecnica più radicale dell’inizio secolo, pari come portata all’uso della fotocopiatrice nell’ambito della progettazione grafica prima dell’avvento del computer.

È nella tattilità dei materiali impiegati che si constata come in tempi di devastazione delle speranze, di annunci apocalittici e di cronache d’incombente catastrofe, queste opere possono configurarsi come testimonianza e argine della storia. Nel recupero del relitto, dello scarto, e nella casualità di questi incontri, non c’è un vero godimento estetico, ma un muro e un limite da intendere come coscienza divorante di abisso e precipizio. Il messaggio dell’autore non è dentro le cose, è nelle cose, e ambiguamente le occupa e le respinge.

La serata, realizzata con la collaborazione dell’Associazione Juliet e di Girardi Spumanti, proseguirà fino al 15 marzo, con orario di visita il lun / mer / ven dalle 16.00 alle 18.00.

Per ulteriori info: 333 2611573.




A Torino apre CampoBase

A Torino apre CampoBase, un “curator-run space” dedicato alla ricerca e alla sperimentazione artistica che nasce dal progetto dei dieci partecipanti di Campo18, un team di curatori dal profilo eterogeneo che costituisce qui la propria base di collaborazione.

Trovatosi nella contingenza di vestire i panni di un collettivo involontario, il gruppo decide di aprire le porte di CampoBase per il tempo di un anno al fine di riflettere sui significati di forme e pratiche collettive nel contesto di una contemporaneità mobile e provvisoria.

A partire dal mese di marzo, attraverso un doppio binario metodologico, fatto di ricerca teorica e sperimentazione artistica, un programma variegato di talk, workshop, screening e momenti espositivi approfondirà alcuni casi studio con l’obiettivo di analizzarne le peculiarità e sollevare quesiti sul senso di questa pratica nella contemporaneità.

CampoBase è un progetto a cura di:

Irene Angenica (Catania, 1991), Bianca Buccioli (Bari, 1994), Emanuele Carlenzi (Roma, 1992), Martina Cavalli (Modena, 1993), Gabriella Dal Lago (Torino, 1992), Alice Labor (Roma, 1993), Ginevra Ludovici (Roma, 1992), Rachele Palma (Roma, 1991), Federica Torgano (Verbania, 1993), Stefano Volpato (Treviso, 1988).

Venerdì 15 febbraio alle 18.30 il gruppo decide di inaugurare in anteprima con una festa dal titolo Pendaison de Crémaillère. Per l’occasione CampoBase organizza un Laser Print Show invitando artisti, grafici, illustratori a esporre nello spazio un lavoro in bianco e nero in formato A4, che potrà essere riprodotto al momento con una stampante laser su richiesta del pubblico.

Gli artisti coinvolti sono:

Adriano Annino, Alessia Prati e Matias Julian Nativo, Alex Urso, Andrea Magnani, Andrea Faleschini, Benni Bosetto, Caterina Morigi, Catia Schievano, Daniele Costa, Dario Picariello, Davide La Montagna, Davide Mancini Zanchi, Davide Sgambaro, Edoardo Tronchin Zanato, Eleonora Gasparini, Elisa Strinna, Erik Saglia, Fabio Roncato, Farbod Ahmadvand, Filippo Cecconi, Flavia Tritto, Francesco Bertelè, Francesco Maluta, Francesco Morgando, Francesco Zanatta, Gabrielle Kourdadzé, Gianluca Brando, Giulia Fancinelli, Giulio Alvigini, Giulio Saverio Rossi, Giuseppe De Mattia, Irene Adorni, Irene Fenara, Justin Sterling, Kensuke Koike, Laurina Paperina, Letizia Scarpello, Luca Grechi, Luca Loreti, Luca Romani, Luca Staccioli, Luca Vallese, Marco Andrighetto, Marco Ceroni, Marco Emmanuele, Marco Schiavone, Matilde Cassarini, Mattia Ferretti, Matteo Attruia, Michele Welke, Mimì Enna, Nicola Lorini, Nicole Colombo, Noa Pane, Nuvola Ravera, ,Paolo Ciregia, Paola Lesina, Paolo Bufalini, Pietro Leddi, Progetto Superfluo (Caterina Benvegnù e Nicola Genovese), Roberto Fassone, Saggion-Paganello, Samuele Pigliapochi, Simone Monsi, Stefania Mazzola, Tamara Garcevic, The Cool Couple, Tieto Mallamo.

Info:
Evento: Pendaison de Crémaillère
Sede: CampoBase, via Reggio 14, Torino
Inaugurazione: 15 febbraio 2019, ore 18.30
Ingresso gratuito

Per maggiori informazioni: campobase18@gmail.com
Facebook: @campobasecrs
Instagram: @campobase_crs




Maria Eichhorn. Integralismo riduzionista

La riduzione è il segno distintivo dell’opera dell’artista Maria Eichhorn (nata a Bamberg, Germania, 1962) in mostra al Migrosmuseum di Zurigo fino al 3 febbraio. Le 12 opere selezionate per l’esposizione – realizzate negli ultimi trent’anni – costituiscono un’esemplare campionatura della sua vicenda creativa, in costante tensione tra profondità analitica e integralismo riduzionista.

La pratica di Eichhorn sollecita l’esame critico delle norme radicate che regolano la vita quotidiana e l’arte, con particolare attenzione ai processi socioeconomici. Le questioni che solleva mettono in luce questioni di valore, tempo e proprietà, categorie che l’artista mina deliberatamente. Chiamare in causa le realtà normative per sensibilizzare riguardo alla struttura che ci circonda: questo è un obiettivo centrale della pratica creativa di Maria Eichhorn, che sottopone a revisione il meccanismo capitalista, le circostanze storiche e sociali e le premesse e le operazioni dell’arte stessa. Il suo lavoro sviluppa una vasta ricerca, durante la quale l’artista raccoglie molteplici informazioni e ricchezza di riferimenti che poi analizza e prepara per la presentazione pubblica. I suoi lavori, che tracciano complessi interessi tematici, spesso si rivolgono a un’estetica di base, a una deliberata sovversione dell’economia di attenzione del mercato dell’arte.

Con un caso individuale come punto di partenza, Eichhorn sviluppa analisi astratte delle strutture sociali; un esempio caratteristico è Prohibited Imports (2003), che esamina le pratiche restrittive di censura delle autorità giapponesi. Il progetto, punto di partenza per un esame della legislazione in costante evoluzione e della giurisdizione relativa alla libertà di stampa e alla libertà di parola, si riferisce specificamente alla prassi delle autorità doganali giapponesi di sottoporre a censura le pubblicazioni provenienti dall’estero. Tra il 2000 e il 2002, diversi pacchi di libri furono spediti da Berlino a Tokyo, partendo dal presupposto che le dogane giapponesi avrebbero aperto i pacchi e censurato i libri. Il libro Mapplethorpe. Die grosse Werkmonographie è stato inviato due volte: una copia è stata censurata all’aeroporto di Tokyo Narita, ma non l’altra. Nella mostra le due copie del libro di Mapplethorpe sono disposte l’una sopra l’altra sul ripiano superiore di una vetrina appositamente creata. Messi a confronto, i dettagli della stessa fotografia in forma censurata e non censurata possono essere visualizzati uno accanto all’altro. (L’immagine in questione mostra l’opera fotografica di Mapplethorpe Patrice, N.Y.C., 1977).

La concezione artistica di Eichhorn è influenzata dalla smaterializzazione dell’opera, come è evidente nei testi murali che dal 1989 l’artista si applica su muro bianco in più strati di vernice bianca, finché il testo non assume un leggero rilievo. I testi sono dipinti usando un’emulsione identica a quella del muro e solo il cartellino che ne indica la posizione e un’osservazione molto attenta permettono la loro individuazione. In occasione della mostra, è stato realizzato come opera site specific un testo a muro con l’indirizzo postale del museo. Ogni testo a muro è associato al rispettivo proprietario dell’opera. In caso di cambio di residenza, il testo del muro viene rieseguito utilizzando il nuovo indirizzo. La proprietà del lavoro può comprendere diverse iterazioni con indirizzi diversi, a seconda del numero di volte in cui si verifica un cambio di residenza. I testi a muro eseguiti nella vecchia posizione rimangono in possesso dei proprietari originali, ma i diritti di visualizzazione specifici del sito vengono trasferiti ai nuovi residenti.

Le opere di Eichhorn fungono da punti di riferimento per comprendere meglio situazioni e circostanze esistenti. Ad esempio, l’opera Building as Unowned Property, creata in occasione del documento 14 di Atene, consiste nel convertire lo stato giuridico di un edificio ad Atene in quello di “proprietà senza proprietario”. Comprende tutte le attività e le procedure coinvolte in questo processo di conversione, come la ricerca legale, la ricerca di edifici disponibili, l’ispezione, la selezione e le conferme notarili del nuovo stato giuridico della costruzione e del lotto come l’iscrizione nel registro dei fatti e dell’uso dell’edificio. Il lavoro riguardava il tessuto urbano di Atene, dove l’alta concentrazione di edifici messi in vendita, soprattutto nel centro, sono un eloquente indicatore della crisi sociale ed economica in Grecia. Trasformando un edificio vuoto ad Atene in una proprietà non controllata, l’artista crea una scultura nello spazio urbano che non appartiene a nessuno (e che quindi è di tutti).

Accanto a questo genere di progetti, che innescano e si fondano su raffinati processi cognitivi, altri lavori appaiono brutalmente lapidari, ostentando una sorta di arte negativa che mette alla prova la capacità di resistenza del museo alla quasi completa sparizione dell’opera e del suo significato. Paper Bags (2009/2018), ad esempio, mostra consuete buste commerciali con la scritta stampata Data Quest Apple Premium Reseller, riempiti con imballaggi di prodotti vuoti raccolti da varie persone. I prodotti di uso quotidiano, come alimentari e cosmetici, erano stati utilizzati dalle persone incaricate di raccoglierli. Oppure Cart / 90 poster (1995/2018), una raccolta di manifesti (esposti alla rinfusa su un mobiletto di ferro con le ruote) continuamente aggiornati e ampliati con ogni mostra. I manifesti, raccolti da Maria Eichhorn, provengono dai programmi di attivisti e dal lavoro di Eichhorn Ilan Panosu / Billboard, concepito nel 1995 per la Biennale di Istanbul.

Altre opere sembrano riprendere tautologie concettuali in voga negli anni ’60, quando molti artisti inseguivano l’assoluta coincidenza formale dell’opera con il suo significato, la messa a punto di procedure univoche e impersonali e la nuda “presentazione” in aperta opposizione contro l’obsoleta “rappresentazione”. A questo gruppo appartiene ad esempio Four corners of a Removed Sheet of Paper (1992/2018), la cui edizione illimitata consiste in una scatola con tre fogli di carta piegati e una pagina contenente le seguenti istruzioni e specifiche tecniche: “Attaccare ad un muro un foglio di carta verticalmente o orizzontalmente con un nastro adesivo trasparente. Rimuovere la carta in modo tale che i quattro angoli nastrati della carta rimangano (incollati) al muro.” O Rolled up Banner (1988/2018), un rotolo di carta impilabile fissato a due bastoni di legno alle estremità e successivamente arrotolato oppure Curtain (1989/2001/2018), che comprende dieci tende di vario colore realizzate in diversi luoghi tra il 1989 e il 2001. Il colore delle tende (nella mostra vediamo quella arancione) e la loro cronologia sono state determinate al tempo della prima esposizione del progetto nel 1989.

Info:

Maria Eichhorn. Twelve works (1988-2018)
20 novembre 2018 – 3 febbraio 2019
Museo Migros für Gegenwartskunst
Limmatstrasse 270 Zurigo

Maria Eichhorn, Curtain (Orange) 1989/2001/2018. Curtain (cotton fabric, curtain gliders, curtain rail)
Dimensions variable, here: 436 x 1600 x 30 cm

Maria Eichhorn, Limmatstrasse 270, 8005 Zürich, 2011/2018
Postal address, wall text, bas-relief, white emulsion paint on a white wall, manual application of paint with a brush in multiple layers Typeface: Jigsaw Regular Dimensions variable, here: 27 x 98,3 cm Wall painting: Christian Eberhard

Maria Eichhorn, Paper Bags 2009/2018
Collecting empty packaging of products which have already been consumed; Data Quest Apple Premium Reseller paper bags, product packaging collected during a specific period of time, Various dimensions

Maria EichhornMaria Eichhorn, 輸入禁制品 / Prohibited Imports, 2003
Parcel shipments of books from Berlin to Tokyo; 19 reproductions from the book Robert Mapplethorpe. Die große Werkmonographie censored by Japanese customs; Japanese customs authority Notice of Prohibited Imports form; selection of the books mailed; Wall display case (wood, glass): 47.5 x 76.5 x 38 cm

For all images: Stefan Altenburger Photography, Zurich © ProLitteris, Zürich




Juliet 191

 

BUY JULIET 191

COPERTINA
Alfredo Jaar, “A Logo for America”, 2018 è la rievocazione di un lavoro del 1987, un’animazione grafica di 39 secondi presentata in loop su una barca nelle acque di Miami Beach (courtesy Faena Art Festival Miami, Lelong Gallery New York, Galleria Lia Rumma Milano/Napoli e l’Artista) L’installazione è stata realizzata dall’artista e architetto cileno, attivo a New York, nell’ambito della prima edizione del Faena Festival, una serie di eventi collaterali presentati

34 | Estetica ed Etica degli Archivi Privati (III) / Luciano Marucci
40 | Urban Art & Non Art – Panel discussion (IV) / Luciano Marucci
44 | “l’intelligenza facilita | l’imbecillità complica” – L’EstEtica di Getulio Alviani / Luciano Marucci
48 | Mark Kostabi – Kostabi World / Roberto Vidali
52 | Dream + Conversation – a Roma / Lorenzo Taiuti
54 | Peter Triantos – Splash of joy / Valeria Ceregini
56 | Fotografia – a Parigi / Emanuele Magri
58 | Zheng Bo – Weed Party III / Emanuela Zanon
60 | Julian Rosefeldt – o del non-monumento / Roberto Grisancich
62 | Giovanni Motta – “Jonny Boy” / Roberto Grisancich
63 | “Fluttuante come il tempo” – Enzo Bersezio / Marcello Corazzini
64 | Simone Menegoi – Arte Fiera 2019 / Emanuela Zanon
65 | Audrey Matt Aubert – Partiels / Anna Battiston
66 | Melina Papageorgiou – Burkinis and Other Details / Matthias Harder
67| Natura d’artista – Piero Dorazio / Luciano Marucci
68 | Italiart – Festival Italien de Dijon / Giovanni Pettener
69 | Federico Tosi – Goodbye / Ch Schloss
71 | Giovanni Pulze – a New York / Ch Schloss
72 | Nicoletta Rusconi – a Cascina Maria / Emanuele Magri
73 | Musica e pittura – Paride Di Stefano / Elisabetta Bacci
74 | Gani Llalloshi – Sleepwalking / Arta Agani

75 | Claire Froës – Untitled (Solo Show) / Dea Slavica
76 | Alberto Garutti – arte pubblica / Fabio Fabris
78 | Branko Franceschi – Autoritratti 5 / Giuliana Carbi Jesurun
80 | Stefano Graziani – senza preconcetti / Ch Schloss
82 | “Duel_Gianni Caravaggio” – al Museo del Novecento / Valentina Piuma
84 | Tunisia – Tahar / Aouida Amina Gaia Abdelouahab
85 | GrandArt – Angelo Crespi / Fabio Fabris

PICS
70 | Jaume Plensa – “Carlota”
77 | Georg Herold – “Beverly”
79 | Kimsooja – “A Needle Woman…”
81 | Simon Periton – “Outdoor Miner”
83 | Jens Fänge – “Cirkel”

RITRATTI
86 | Fil rouge – Juan Octavio Prenz / Fabio Rinaldi
93 | Attilio e Vittorio – Fotoritratto / Luca Carrà

RUBRICHE
87 | Sign.media – Tutti artisti / Gabriele Perretta
88 | Appuntamento con il museo virtuale – A.A. Lombardi / Alessio Curto
89 | P. P. dedica il suo spazio a… – Dino Ferruzzi / Angelo Bianco
90 | (H) o – del restauro / Angelo Bianco
91 | Rachel Hayes – Beauty’s Many Lives / Leda Cempellin
92 | Arte e… psicanalisi – Maria Claudia Dominguez / Serenella Dorigo

AGENDA
94 | Spray – Eventi d’arte contemporanea AAVV




ArtCity 2019: una guida agli eventi da non perdere

È iniziata a Bologna la settimana più attesa dell’anno per tutti gli appassionati di arte contemporanea: come sempre Arte Fiera catalizza una miriade di eventi diffusi in tutta la città, oltre a tre fiere collaterali (Set Up, Paratissima e Fruit Exhibition). La settima edizione di Art City, il palinsesto ufficiale di Arte Fiera off, in questa edizione coinvolge ben 108 luoghi con 118 progetti, senza contare le centinaia di altre iniziative che fanno di Bologna la meta imprescindibile del primo week end di febbraio.

Vediamo ora alcuni possibili itinerari che metteranno alla prova anche i più instancabili presenzialisti, certi che in ogni strada sarà divertente perdersi in una costellazione di eventi e situazioni e che ognuno riuscirà a trovare il proprio percorso d’arte individuale. Come programma di partenza vi proponiamo quindi quelle che secondo noi sono le tappe più “imperdibili” di questo tour de force.

Uno dei centri pulsanti dell’arte a Bologna è anzitutto la Manifattura delle Arti, un quartiere recentemente riqualificato che ha il suo centro nevralgico nel MAMbo, dove è d’obbligo una visita alla prima personale in Italia di Mika Rottenberg, artista di origine argentina che incentra la sua ricerca sulla critica della produzione di massa della società contemporanea. Nella Sala delle Ciminiere propone una grande installazione composta da oggetti scultorei e video che esplorano in modo sarcastico e bizzarro la seduzione, la magia e la disperazione della nostra realtà iper-capitalista e globalizzata. (Sabato alle 11 segnaliamo il talk con l’artista e Germano Celant). In qualche modo connessa a questa mostra è la personale di Débora Delmar nella vicina GALLLERIAPIÙ, che analizza l’influenza della cultura europea dei caffè nello sviluppo delle città, nelle relazioni sociali, nelle interazioni e nello stile di vita contemporaneo. Il progetto tenta di instaurare collegamenti tra la funzione dei bar e lo spazio della galleria per riflettere su come le scelte estetiche dei luoghi in cui viviamo condizionino il nostro comportamento al loro interno. In 5 minuti a piedi arriviamo a P420, che presenta una mostra collettiva di 5 giovani artisti (Adrian Buschmann, George Rouy, Peter Shear, Sofia Silva, Tamina Amadyar) che propongono altrettanti differenti approcci alla pittura con l’intento di liberare una violenza costruttiva ed emotiva che va oltre il risultato e oltre l’oggetto in direzione dell’azione e del processo. La sfida è quella di creare una mostra difficile, felice di causare un leggero mal di testa. Da CAR DRDE troviamo invece la personale di David Casini, che rielabora in una serie di raffinate sculture inedite il tema del paesaggio toscano colto al di fuori dei luoghi comuni a cui è solitamente associato. Localedue prosegue il suo radicale approccio curatoriale che per l’attuale stagione prevede la presentazione di singole opere-mostra offerte alla libera interpretazione dello spettatore con un nuovo lavoro di Giovanni Kronenberg. A Porto dell’Arte avremo modo di visitare una personale di Giulio Alvigini, giovane artista italiano (semplice) che in pochi mesi ha spopolato su Instagram con il progetto Make Italian Art Great Again, un’intelligente satira a colpi di meme sul sistema dell’arte italiano (e non). (Visita su prenotazione cliccando qui.) Per resettare la mente dopo tutte queste mostre, consigliamo di tornare al MAMbo per il dj set di Messnr, Huerco S. e Mayo Soulomon a cura di Locomotiv Club, che ospiterà anche l’after party ufficiale di Art City.

In zona stazione vale la pena di visitare la galleria Enrico Astuni che in occasione della fiera inaugura la mostra collettiva PoliArte (L’Arte delle Arti), a cura di Giacinto Di Pietrantonio, con opere di Gabriele Basilico, Alberto Garutti, Ugo La Pietra, Corrado Levi e Alessandro Mendini, cinque autori che hanno tutti studiato Architettura al Politecnico della metro-poli Milano, con l’intento di non votarsi puramente, o per nulla, all’architettura. Risalendo via Indipendenza per andare verso il centro troviamo le tre vetrine di Tripla, che propone un grande murale site-specific di Rob Chavasse realizzato con una pistola a getto d’inchiostro normalmente utilizzata per identificare e schedare le merci nella grande distribuzione. Lungo il percorso proponiamo una tappa all’Oratorio di San Filippo Neri, dove Leandro Erlich allestirà una suggestiva collezione di nuvole in vetrina che insceneranno una delicata danza di forme evanescenti.

In piazza Maggiore nel cortile di Palazzo d’Accursio troveremo una grande scultura di Eduard Habicher, protagonista in contemporanea di una personale alla galleria Studio G7, formata da putrelle in acciaio di colore rosso vivo, una forma accogliente in cui lo spettatore potrà entrare e guardare l’edificio storico da una prospettiva diversa. Al piano superiore nella Sala Farnese le grandi tele disposte a cripta di Massimo Kaufmann avvolgeranno il visitatore in una pulviscolare ambientazione pittorica che indaga la ritmica del caos, del dionisiaco e dell’informe. Spostandoci a Palazzo de’ Toschi visiteremo Terraforming Fantasies, personale del fotografo e videomaker belga Geert Goiris in un ambizioso allestimento di design formato da moduli espositivi esagonali. La ricerca dell’artista è incentrata sul paesaggio, che nei suoi scatti appare sospeso ed enigmatico, come se appartenesse ad un altro pianeta. Da lì si passa poi alla galleria de’ Foscherari, che ospita una bellissima mostra di Vajiko Chachkhiani, in cui vediamo disseminata sul pavimento una strana popolazione di zucche dentate e ungulate, fantasmi ibridi scaturiti dall’assemblaggio di frutti e animali senza più polpa, carne e interiora. La mostra riflette sui concetti di fragilità, assenza, alterità in un allestimento ambientale da percorrere con rispetto e cautela.

Al Museo di Palazzo Poggi troviamo un’installazione scultorea di Christian Fogarolli che, in dialogo con le collezioni permanenti incentrate sulle tradizioni mediche del passato, si concentra sulla cosiddetta “pietra della follia”, un’intrusa che anticamente si credeva comparisse nel cervello delle persone con disturbi psichiatrici provocandone la devianza comportamentale. Se la follia era considerata un corpo estraneo da estirpare, i tentativi chirurgici popolari di rimuoverla arrivavano a mettere in serio pericolo l’incolumità del paziente. Nella vicina Porta San Donato potremo vedere l’installazione luminosa di Patrick Tuttofuoco, una gigantesca mano pop e inoffensiva.

Per chi avesse ancora l’energia di spostarsi fuori porta (ma un trenino gratuito in partenza dalla Fiera ogni 20 minuti accompagnerà i visitatori in giro per le principali location di Art City) consigliamo anzitutto la mostra di Thomas Struth al MAST. Con approccio chirurgico il fotografo tedesco mostra luoghi solitamente inaccessibili, come laboratori di ricerca spaziale, impianti nucleari, sale operatorie o piattaforme di perforazione. In queste avanguardistiche postazioni viene esibita una tecnologia talmente complessa da risultare oscuramente minacciosa come il potere che le strutture nascoste di controllo e influenza esercitano sulla nostra esistenza. E poi a Villa delle Rose la preziosa retrospettiva di Goran Trbuljak, artista concettuale che dalla fine degli anni ’60 indaga con ironia e intelligenza i limiti del fare arte e lo statuto esistenziale dell’artista attraverso mezzi alternativi di produzione e rappresentazione che prevedono la costante rinegoziazione delle regole implicite del sistema. Per concludere Marsala District (circuito SetUp Plus), collettivo di creativi, innovator, sognatrici, art managers, invade con l’arte una casa privata in via Augusto Murri (info e prenotazioni marsaladistrict@gmail.com) in collaborazione con DAMSlab per il progetto Barrhaus, il cui nome omaggia il cognome della proprietaria e strizza l’occhio al movimento d’avanguardia tedesco. La ricerca multidisciplinare di quattro giovani artisti (Francesca Catellani, Diego Repetto, Alice Cannara Malan, Bénédicte Vanderreydt) sfiderà il pubblico a guardare oltre il bello per porsi domande etiche, sociali, sul ruolo della donna come archetipo e come corpo futuro.

More info:

www.artefiera.it

http://agenda.comune.bologna.it/cultura/artcity

Art City 2019Mika Rottenberg, NoNoseKnows (video still), 2015 Video e installazione scultorea 21’ 58” Edizione: variante dell’artista Dimensioni variabili Courtesy l’artista e Hauser & Wirth

Art City 2019 Sofia Silva, The Engagement Ring, 2017, olio e acrilico su tela, cm.25×35 (Courtesy the artist & P420, Bologna)

Art City 2019MONO3 presenta l’opera “senza titolo” di Giovanni Kronenberg

Art City 2019Gabriele Basilico, Beirut, 1991, Pure pigment print, 110 x 140 cm, edizione 3/15 Courtesy Archivio Gabriele Basilico

Art City 2019Geert Goiris, Owl, 2018

Art City 2019Leandro  Erlich, Clouds, 2016, Mori Art Museum, Tokyo, 2017 Photo credit Hasegawa Kenta




L’attesa

Nella mostra L’attesa a cura di Alice Labor l’appartamento di Via Valdagno 31 a Roma sarà riabitato per due giorni (26 e 27 gennaio 2019) e si farà custode delle opere di cinque giovani artisti. Il pavone, che abita la casa, cova una rinascita di cui lui stesso è simbolo, grazie al suo piumaggio cangiante. Una mostra riporterà in vita l’abitazione e rifletterà sul senso dell’attesa e sulle sue plurime e contemporanee declinazioni.

Attraverso una serie di collage, esposti per la prima volta in Italia, Karen Lynch offrirà immagini di tempi sospesi, di contemplazioni delle possibilità del presente. Seppure spesso percepita come un’interferenza, l’attesa è anche strumento per rimisurare il tempo e ricondurlo all’intimità dell’aspettante.

Un ritmo individuale e personale è quello che apparirà nei gesti performativi di Michele Rava. L’artista rifletterà sull’attendere prendendosi cura dello spazio che lo ospita e rifacendosi al significato desueto del termine che è proprio quello di “curare”. Il suo lavoro nasce da un errore, un sogno utopico nella ricerca di una relazione viscerale con la materia. Questo abbaglio permetterà di avviare un processo di rigenerazione che avverrà davanti agli occhi dei visitatori ininterrottamente.

Fin dalla loro origine le arti, musicali, letterarie, performative e plastiche hanno fatto dell’attesa una dimensione irrinunciabile per la loro realizzazione. Così le ceramiche di Ludovica Gaglio rievocheranno questo tempo come parte del processo creativo ed entreranno a far parte della quotidianità del visitatore che potrà goderne per un intervallo all’interno dello spazio della mostra.

La casa lascerà riascoltare un ritmo andato perso e seguirà l’andamento della luce del sole. Lo spettatore ne entrerà a far parte. Nulla potrà di fronte allo scorrere di queste attese e si adeguerà al moto naturale del mondo, con le sue pause e i suoi momenti d’incontro. La mostra si aprirà infatti con una colazione e si concluderà con un bicchiere di vino affinché la casa conservi il suo carattere essenziale, accogliere.

Un gomitolo, una matassa, un nido di luce cercherà di risolvere il presente. Le opere di Emanuele Marullo indagheranno l’anomalia di un oggetto domestico, quale una lampadina, iniziatrice di uno spazio di gioco improvvisato in cui l’artista farà da tramite con la sua energia svelando la sua intuizione e ricreando un’atmosfera di attesa generativa. Questa capacità è spesso dimenticata e la si rifugge come ad evitare l’imprevedibile. Ma è dall’attesa che nasce la vita, che matura un frutto.

L’attesa è anche spazio di immaginazione, di desiderio, di spiritualità. È individuale e plurale, divisa tra assenza e presenza, tra vuoto e speranza. Michaela Kasparova inserirà in questo racconto due sculture dalla serie delle Guardiane che, seppure provenienti da tessuti di scarto, riportano la freschezza di un sentire comune e di un tempo rifuggito, superando il confine tra l’infanzia e l’età adulta con personaggi immaginifici.

L’attesa è una transizione, un movimento immoto e da essa è sorto il bisogno umano di narrare. I più grandi libri del mondo sono scaturiti da lì e, anche loro, entreranno a far parte della mostra. Sarà un’ulteriore forma di narrazione che accoglierà il visitatore.

L'attesaEmanuele Marullo

Karen Lynch, Serenade to Saturn




FIP – Fruit Indie Publishing Premio per il miglior progetto editoriale a tema “humor”

Fruit Exhibition, in collaborazione con la cartiera Favini, lancia il nuovo premio FIP – Fruit Indie Publishing per il miglior progetto editoriale.

“Humor” è il tema di questa prima edizione. C’è tempo per iscriversi fino al 15 marzo 2019.

Fruit Exhibition, il festival dell’editoria d’arte indipendente di Bologna, in collaborazione con Favini, storica cartiera italiana, è lieto di annunciare la prima edizione del premio FIP – Fruit Indie Publishing rivolto ai migliori prototipi di libro artistico, progetti editoriali indipendenti e zines da stampare su carta Favini.

Il concorso è gratuito e rivolto a tutti gli artisti e editori che presenteranno entro il 15 marzo 2019 un progetto editoriale inedito che indaghi lo humor e che si distingua per la ricerca tecnica e formale in relazione ai contenuti.

Lo “humor” che sarà il tema guida della settima edizione di Fruit Exhibition, è l’arte di far sorridere, di far vedere le cose da un punto di vista insolito e spiazzante, con intelligenza, originalità e al contempo con leggerezza.

Si può partecipare al bando presentando entro e non oltre le ore 12.00 del 15 marzo 2019 una o più proposte editoriali in formato digitale utilizzando qualsiasi tecnica.

Scopo del concorso è far emergere la diversità e la vivacità espressiva del settore editoriale indipendente, per incoraggiare e omaggiare tutti gli artisti e creativi che hanno scelto il libro o la rivista come forma d’espressione, in quanto media e oggetto d’arte tradizionale e al contempo d’avanguardia.

Il premio FIP, offerto dall’azienda Favini srl, consiste nel supporto alla pubblicazione per un valore di 1.000 euro. La pubblicazione vincitrice avrà inoltre la possibilità di entrare a far parte del bookshop itinerante di Fruit Exhibition.

Sarà premura dell’organizzazione promuovere e divulgare il progetto vincitore e gli eventuali altri progetti segnalati dalla giuria con i relativi autori, attraverso la rete di comunicazione del festival e dei partners e media partners che hanno aderito all’iniziativa.

Per ulteriori informazioni visita www.fruitexhibition.com e scrivi a segreteria@fruitexhibition.com

Ufficio stampa: press@fruitexhibition.com | +39 349 1250956




Independently Together

In occasione del PhotoVogue Festival, il festival dedicato alla fotografia di moda promosso da Vogue Italia tenutosi a Milano dal 15 al 17 novembre, lo Spazio Quattrocento ha presentato il progetto Independently Together, ideato e prodotto da The Candybox. Dieci creativi immigrati che hanno scelto Milano per costruire un nuovo futuro sono stati invitati a esprimere i loro diversi punti di vista sul tema dell’immigrazione raccontando il loro viaggio e le speranze, sogni e difficoltà che hanno accompagnato la loro integrazione. Per chi avesse perso questa mostra (ma anche per chi l’avesse vista), abbiamo intervistato Micaela Flenda, Pelin Sozeri e Giovanna Pisacane per saperne un po’ di più.

I protagonisti di Independently Togethersono rappresentanti del mondo dell’arte, della musica, della moda, del design, della comunicazione e dell’alta cucina e attraverso le loro differenze culturali ed etnografiche stanno favorendo quello che può essere definito il nuovo Rinascimento creativo in Italia. Come sono stati individuati e coinvolti?
I 10 creativi che abbiamo coinvolto condividono il capoluogo meneghino come seconda casa adottiva, chi per caso chi per scelta. Si tratta di un grande gruppo di professionisti di ambiti molto diversi che esprimono, ognuno a proprio modo, le mille sfaccettature della diversità che si sta amalgamando in Italia. Sono donne e uomini che provengono da luoghi lontani, non solo in senso geografico ma anche culturale. Sono prima di tutto persone che stimiamo molto da un punto di vista sia professionale che personale, con molti di loro abbiamo avuto anche occasione nel corso degli anni di lavorare insieme e ognuno con il proprio bagaglio di esperienze era perfetto per raccontare il significato di essere un immigrato a Milano.

Il progetto è partito dalla considerazione che lo straniero è prima di tutto portatore di possibilità positive: le diversità in base all’origine, o meglio le peculiarità di ciascun protagonista, si sono unite per mescolarsi in una comunità contemporanea, cosmopolita e inclusiva. Pensi che questi valori rispecchino veramente la disponibilità dell’ambiente creativo milanese a valorizzare le differenze o costituiscono una sorta di affresco utopico ancora molto lontano dalla realtà dei fatti?
TIMNBY è un progetto che mira all’ottimismo e alla fiducia nei confronti del futuro.  Il mondo e la società a livello internazionale stanno cambiando molto velocemente e tutto questo ha come conseguenza un forte avvicinamento nei confronti dello straniero (per fortuna!). L’ambiente artistico, e creativo in generale, considera da sempre la diversità come un valore aggiunto. Milano negli ultimi 10 anni è cambiata profondamente, per quanto sia sempre stata una città pronta ad accogliere persone da tutta Italia, è solo negli ultimi anni che camminando per strada si sentono lingue da ogni paese del mondo.  Quindi sì, ho fiducia in questa città e penso che nel giro di poco tempo il meltin pot sarà ancora più amalgamato e potremmo riconoscerci in una realtà multietnica e inclusiva.

La mostra invita alla scoperta delle storie personali dei creativi che hanno preso parte al progetto attraverso le fotografie di Giulia Pittioni (create in collaborazione con la set designer portoghese Teresa Morais Ribeiro) che inquadrano oggetti appartenenti agli immigrati in cui si mescolano i ricordi della vita passata e gli strumenti necessari per il presente. C’è qualche elemento che ricorre nelle loro scelte?
Le fotografie di Giulia Pittioni sono una reinterpretazione surreale e onirica di ricordi che ritornano nell’esperienza della migrazione di ogni creativo. L’oggetto, per quanto unico si inserisce in un contesto seriale che lo pone in un limbo sospeso tra spazio e tempo.

L’allestimento della mostra progettato da Fosbury Architecture individua un crescendo che metaforicamente rappresenta il viaggio della migrazione e un percorso in salita che culmina con il raggiungimento della meta. Allo stesso tempo i supporti verticali che ospitano le fotografie assomigliano a cippi commemorativi, come se volessero lasciare intendere che la transizione tra la terra natia e il nuovo mondo non sia stata indolore e che molti altri non ce l’hanno fatta. Come si intersecano la speranza e il senso di perdita nei lavori esposti?
L’idea alla base dell’allestimento della mostra era quella di creare un’evoluzione verso l’alto, una climax emotiva che potesse raccontare ogni singolo personaggio attraverso i propri oggetti, quotes e ritratti.  Il progetto mette in relazione due elementi fondamentali, l’unicità della singola personalità del creativo e la serialità, questo continuo ritornare delle forme, che racconta le differenze dell’esperienza di ognuno. Dopo aver raccolto tutte le quotes dei partecipanti ci siamo accorte di quanto questa mostra fosse prima di tutto un racconto di una grande e bellissima umanità, in cui ogni creativo ha dato tanto della propria esperienza. La speranza e la perdita sono temi centrali e parti fondanti dell’esperienza del viaggio e della migrazione, le ritroviamo nelle parole di tutti: “la fortuna è un piccolo uccellino” scrive Arthur Arbesser; “qualsiasi cosa che fai, la stai facendo a te stesso. Sia nel bene che nel male” è la frase di Mahmoud Saleh Mohammadi; le parole di Fabrizio Cantoni sono invece racchiuse in un piccolo messaggio scritto dai genitori: “Caro Fabrizio vai nel grande mondo. Buona fortuna. Mamma e papà”; per Tanya Jones è fondamentale ricordarsi “Ama il prossimo tuo come te stesso”; le parole di Nelcya Chamszadeh sono quelle che meglio descrivono la distanza degli affetti più cari, “tutti abbiamo qualcuno che amiamo e che vive tropo lontano”; il pensiero di Masami Moriyama è “la meraviglia del paesaggio”; Per Ginette Caron il ricordo è racchiuso in un’immagine, “il mio paese non è un paese ma è l’inverno”; Federico Luger si affida alle parole di Antonio Machado, “Viandante non c’è cammino, il cammino si fa andando”; Eugenio Boer chiude quasi in modo crepuscolare, “il silenzio risponse”.

Il testo critico di Giovanna Pisacane sottolinea come i discorsi sul tema dell’inclusione siano spesso affrontati in modo consolatorio, superficiale e falsato da luoghi comuni. Come siete riusciti a evitare questa trappola (molto evidente, secondo me, in molte opere esposte nell’ultima edizione di Manifesta che era quasi totalmente incentrata sulle problematiche dell’immigrazione e dell’integrazione)?
Il saggio per la mostra ha preso vita durante le discussioni che abbiamo affrontato tutte insieme (con le curatrici Pelin Sozeri e Micaela Flenda e la fotografa Giulia Pittioni) prima di dar vita al progetto. Inoltre, nella fase iniziale è diventato una sorta di “biglietto da visita”, quando poi siamo andate a presentarci agli artisti che hanno preso parte alla mostra.
L’intenzione era proprio quella di trasmettere una visione “diversa” da quelle a cui siamo abituati. Lontana appunto dagli stereotipi a cui siamo sottoposti quotidianamente, ai messaggi forzatamente propagandistici e al politically correct che sta invadendo diversi media (magazine, fotografia come in questo caso, film etc..).
Mi piace pensare che le parole del testo rappresentino il “viaggio” fisico e interiore di chi ha deciso di vivere e stabilirsi in una “nuova casa”, di chi ha deciso di appartenere ad un altro luogo rispetto al paese di origine, di chi mette ogni giorno in discussione il valore-preconcetto di identità. Non so se siamo riuscite ad evitare di dare una visione superficiale della migrazione; mi auguro, però, di aver trasmesso un messaggio positivo. Ogni artista ha portato con sé una storia diversa ricca di aspetti positivi ma anche di difficoltà rispetto al percorso intrapreso. Ecco, spero che il saggio sia riuscito a raccogliere nella maniera più completa possibile, la visione personale di chi è straniero in terra straniera. Nel saggio spiego come la categoria del creativo non sia etichettabile. Il creativo vive per scelta in uno spazio privo di barriere perché è il luogo perfetto per esprimere la sua sensibilità. Il creativo parla una lingua comprensibile a tutti attraverso il proprio lavoro. Concludo scrivendo che la diversità è sinonimo di forza e insieme siamo migliori. Non è uno slogan, ma un pensiero comune. Il bagaglio culturale che l’immigrato porta con sé è un vero e proprio tesoro nel momento in  cui viene condiviso con l'”altro”.




Call for Artists. Absolute Creative Competition

ABSOLUT vodka lancia un contest internazionale dedicato alla nuova generazione di creativi. Tutti sono invitati a dimostrare come l’arte può cambiare il mondo e concorrere a generare un domani migliore. A Domenico Principato, Mickalene Thomas, Aaron Cezar, Bose Krishnamachari il compito di individuare i vincitori.
In palio un premio di € 20.000 e l’esposizione dell’opera vincitrice in una delle piazze più famose del mondo come Piccadilly Circus e Times Square.

L’arte e la creatività possono davvero fare la differenza per un futuro migliore, far riflettere e generare cambiamento. Forte di questa consapevolezza, che da sempre contraddistingue il proprio DNA, ABSOLUT vodka lancia la ABSOLUT CREATIVE COMPETITION, una call per tutti i creativi a esprimere i valori che secondo Absolut sono alla base di un domani migliore: All genders are equal, Everyone should be free to express themselves.

C’è tempo fino al 31 gennaio per partecipare e diventare con il proprio lavoro il portavoce della vodka che ha collaborato e supportato artisti di tutto il mondo tra cui anche Keith Haring, Arman Armand, Romero Britto e Maurizio Cattelan.

Per partecipare: visita https://www.absolut.com/it/competition/ ed entra nel vivo della gara:

1. Ispirati a uno dei valori di cui Absolut è portavoce

2. Inserisci nel tuo artwork la silhouette della bottiglia

3. libera la vena artistica e dai sfogo alla creatività.

Ognuno dei 20 Paesi partecipanti ha una sua giuria che decreta il vincitore Nazionale che concorrerà alla fase finale.

Per l’Italia il compito è affidato all’illustratore e grafico Domenico Principato, docente di Computer Graphic al Naba a Milano, definito dalla rivista spagnola “Paredo” uno dei 10 migliori illustratori al mondo e incluso da “Taschen” trai 150 artisti del volume “Illustration Now”. Con lui la visual artist Mickalene Thomas i cui lavori sono presenti tra le altre nelle collezioni permanenti del Museum of Modern Art di New York, del Solomon R. Guggenheim Museum, del Whitney Museum of American Art e dello Smithsonian American Art Museum. A valutare l’aderenza ai valori di Absolut Alessandro Gulli, brand manager di Absolut vodka.
In palio un viaggio per due persone per raggiungere l’evento internazionale dove i 20 finalisti si sfideranno per il premio finale di € 20.000. Il vincitore internazionale avrà inoltre la possibilità di vedere il suo lavoro esposto in una delle piazze più famose al mondo come Piccadilly Circus o Times Square.

La giuria internazionale è composta da Aaron Cezar, fondatore e direttore del prestigioso Delfina Institute di Londra, coadiuvato da Mickalene Thomas e dall’artista indiano di fama mondiale Bose Krishnamachari, fondatore e presidente di Kochi Biennale International.

“Sono entusiasta di far parte dell’Absolut Creative Competition,” dice Aaron Cezar. “Ho osservato a lungo come le arti, insieme ad altre discipline e al pensiero creativo nel suo complesso, possano essere un modo di comprendere alcuni dei problemi del mondo e immaginare il nostro potenziale per affrontarli “.

Absolut Creative Competition dà voce ai creativi di tutto il mondo e li supporta nel amplificare il loro messaggio per un domani migliore. It’s time to CREATE A BETTER TOMORROW TONIGHT. Are you next?

Link: https://www.absolut.com/it/competition/ Dal sito è possibile scaricare il regolamento completo. Video teaser: https://www.youtube.com/watch?v=2Ms_4CM83Kk

Social Media:

Facebook: https://www.facebook.com/ABSOLUTVODKAITALY/

Instagram @absolut_it #Absolut #AbsolutCompetition #AreYouNext




Arte Fiera 2019

Simone Menegoi, nuovo direttore artistico di Arte Fiera (che ha preso il posto di Angela Vettese) ha sulle spalle l’edizione del 2019 e il necessario rilancio della fiera. Lorenzo Balbi, direttore artistico di MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna ha così commentato il nuovo incarico: “Auguro buon lavoro al nuovo direttore artistico di Arte Fiera Simone Menegoi: sono certo che saprà dare un contributo rilevante alla valorizzazione della cultura del contemporaneo a Bologna. Da parte mia rinnovo l’impegno nella curatela di ART CITY per la cui edizione 2019 si sta già lavorando a un nuovo ambizioso programma che andrà verso un ulteriore avvicinamento della Fiera alla città nella consapevolezza dell’importanza strategica che Arte Fiera ricopre nel sistema dell’arte”.

Arte Fiera è stata la prima fiera d’arte ad aprire in Italia, ed è la prima fiera che apre il calendario dell’anno artistico. Strategica nella sua collocazione geografica, dal taglio trasversale e spesso riconosciuta come formativa, vuole essere un punto di riferimento dell’arte italiana e, nel 2019, inizia un percorso di rinnovamento su fronti molteplici che si spera conducano a un rilancio non solo di immagine, ma anche sostanziale, con un buon numero di espositori, una bella affluenza di pubblico e delle vendite congrue e di livello alto.

La parola chiave del nuovo percorso è “selezione”. Arte Fiera 2019 ha introdotto un criterio inedito di partecipazione: le gallerie sono state invitate a presentare una selezione ristretta di artisti, indicazione che peraltro non ha trovato tutti concordi e ha provocato anche alcuni rifiuti. Comunque, l’intento di questa scelta era quello di voler privilegiare l’approfondimento e la specializzazione, incoraggiando le gallerie a presentare progetti coerenti e dal taglio curatoriale. La convinzione di fondo è che solo una fiera che punta decisamente in una direzione selettiva possa attirare, oggi, un collezionismo di qualità e affermare la sua importanza nel mercato dell’arte.

L’edizione 2019 si articola in due sezioni, Main Section e Fotografia e Immagini in movimento. La prima spazia dal Moderno e dall’arte postbellica, storici punti di forza di Arte Fiera, fino al contemporaneo; mentre la sezione di fotografia, aperta al video e completamente rinnovata nei contenuti, è affidata alla direzione artistica di FANTOM, piattaforma curatoriale nata tra Milano e New York nel 2009, rappresentata da Selva Barni, Ilaria Speri, Massimo Torrigiani e Francesco Zanot.

Il comitato selezionatore – che affianca il lavoro del direttore Menegoi –  si completa con i nomi di Stefano Cortesi della Cortesi Gallery di Lugano, Massimo Di Carlo della Galleria dello Scudo di Verona, Fabrizio Padovani della Galleria P420 di Bologna, Federica Schiavo dell’omonima galleria milanese, Laura Trisorio, dell’omonima e storica galleria napoletana. Per la Main Section segnaliamo la partecipazione delle gallerie Rolando Anselmi (Berlino/Roma) che dedicherà lo stand a Gianni Pellegrini, Alessandro Bagnai (Foiano della Chiana) che presenterà Gianni Dessì con alcune opere e un’installazione site specific, Giampiero Biasutti (Torino) che nello stand ospiterà una mostra monografica dedicata a Giorgio Griffa,  Conceptual (Milano), Continua (San Gimignano / Bejing / Les Moulins / Habana), Monica De Cardenas (Milano), Guidi&Schoen (Genova), Mazzoli (Modena / Berlino), MLZ (Trieste), Norma Mangione (Torino), Raffaelli (Trento), Studio G7 (Bologna).  Per la sezione Fotografia segnaliamo la presenza di Gallleriapiù (Bologna), Michela Rizzo (Venezia), Z2O Sara Zanin (Roma).

Info:

Arte Fiera 2019
Quartiere Fieristico, Bologna
Ovest Costituzione
opening ad invito: giov 31 gen dalle 12 alle 21
orario: 1-2-3 feb dalle 11 alle 19; 4 feb dalle 11 alle 17
biglietti: intero 26 euro
051-282111 artefiera@bolognafiere.it

Gianni Pellegrini “Oltre il Segno” 1993, tempera alla caseina su tela, 65 x 100 cm, ph courtesy Galerie Rolando Anselmi, Berlin | Rome (la galleria partecipa nella sezione Solo Show)

Simone Menegoi, direttore artistico di Artefiera 2019, ph courtesy Arte Fiera

Gianni Dessì “Nome e Cognome” 2015, nylon e ceramica Raku, tempera su soffitto, cm 70 x 55 x 48, ph courtesy Alessandro Bagnai, Foiano della Chiana

Giorgio Griffa “Orizzontale” 1975, acrilico su tela, cm 50 x 50, ph courtesy Giampiero Biasutti, Torino