Silvia Idili: la pittura tra Rinascimento e Metafisica

Artista neo-metafisica, visionaria, gotica, realista magica di tradizione rinascimentale: si rispecchia in tutti questi termini l’artista sarda, milanese d’adozione, Silvia Idili, estimatrice al contempo di Leonardo da Vinci e di Giorgio de Chirico, ma certamente rappresenta un’arte che sa di nuovo, un’arte ipnotica, magnetica, che ha a che fare con il nostro inconscio e con il nostro modo di rapportarsi con l’assoluto e la realtà. Le tele dell’artista sarda spiccano per un originale simbolismo e ricerca cromatica che rendono i suoi lavori fortemente scenografici. I suoi dipinti evocano geometrie, armonia delle forme e composizioni del passato per esprimere con maggiore intensità e credibilità la tensione spirituale, emotiva e psicologica dell’uomo contemporaneo, molto spesso spiazzato dalla complessità della realtà in cui si trova e che non sa decifrare, anche quando si confronta con il trascendente. L’arte di Silvia Idili è un invito a comprendere il senso della vita, soprattutto attraverso il rito, categoria fondamentale delle civiltà secondo il grande antropologo e filosofo Mircea Eliade, nonché, come sostiene anche la Idili, una garanzia per il mantenimento della propria identità e per quanto riguarda questo aspetto l’artista è pienamente se stessa, un’esistenzialista visionaria che racconta l’assurdità della vita andando oltre il visibile, attingendo alla dimensione onirica e metafisica e all’atavismo della sua terra natale.

Silvia Idili ha esposto, tra gli altri, presso il Museo di Arte Contemporanea di Lissone, la Galleria Moitre di Torino, e al MEA Museo Dell’emigrazione Asuni di Milano.

Le sue opere fondono classicità e metafisica. Come nasce questo sincretismo e qual è, secondo lei, il filo rosso che unisce questi due importanti contributi dell’arte europea?
É nato per caso e non di certo da una mia volontà programmata, forse l’incontro è avvenuto poiché prediligo la pittura classica e stimo Giorgio De Chirico, protagonista e inventore della metafisica. Il filo rosso che li unisce credo sia il pensiero stesso di questa corrente che utilizza elementi di pittura classica per distorcere la realtà che apparentemente assomiglia a quella che conosciamo dalla nostra esperienza. Si supera la realtà, per andare in qualche modo oltre.

L’essere definita una pittrice visionaria geometrica è un’espressione che le sta stretta?
In generale non amo le definizioni, anche se spesso le persone hanno bisogno di descrivere a parole ciò che non conoscono. Tuttavia essere definita una pittrice visionaria non mi dispiace. Per me ha motivo di essere un assoluto complimento.

Che tipo di ispirazione le offre la sua terra, la Sardegna?
Tutto.  Dai santuari alle montagne, dai miti alle leggende, dai riti arcaici ai costumi, dalle maschere ai colori, dalla saggezza più profonda e autentica al modo di vivere e di pensare di certe persone, prive di cultura accademica ma ricche di una cultura quotidiana che non è ignoranza ma un dono profondo atavico di pensiero e di contemplazione superiore della vita.

Quanto conta nella sua produzione la lezione rinascimentale?
Sin da quando ero piccola, mi sono sempre sentita attratta da Leonardo Da Vinci, l’emblema stesso dell’uomo rinascimentale: suppongo che questo importante periodo artistico mi abbia segnato, poiché nel rinascimento ci fu un forte interesse verso la geometria e i Solidi Platonici.

Cosa pensa dell’arte di oggi, e soprattutto di quegli artisti che rigettano totalmente la tradizione?
Sull’arte di oggi non penso, mi limito a osservare e raccogliere ciò che di buono mi può offrire. Ogni artista deve sentirsi libero di scegliere una direzione; anche se la conoscenza della tradizione è fondamentale, a prescindere da quale direzione si voglia prendere nel proprio iter artistico.

L’esposizione che la ha dato maggiori soddisfazioni?
Credo che ogni occasione per esporre i propri dipinti sia motivo di soddisfazione. Mi ritengo soddisfatta di tutte le mostre che ho fatto sino ad ora, senza prediligere o sminuire nessuna di loro; perché ognuna di esse ha contribuito alla crescita del mio percorso.

Dove e come è cresciuta Silvia Idili?
Sono nata e cresciuta in Sardegna, dove ho imparato a osservare il cielo, conoscere le stelle, i nomi dei venti, a capire i miei nonni quando parlavano tra di loro il sardo e scoprire che vivevo in un posto, dove si parlava un’altra lingua. Crescendo, ho capito che vivevo su un’isola e il mio essere isolana mi ha dato una concezione diversa della vita; ma soprattutto mi ha reso curiosa e mi ha spinto ad andare oltre ciò che i miei occhi vedevano e oltre ciò che i miei sensi mi permettevano di sentire.

Nell’arte contemporanea si crea un misunderstanding continuo: il curatore o il critico diventano dei filtri che legittimano l’artista, definendo cos’è arte e cosa non lo è. In questo “gioco” rientra ovviamente anche il visitatore. Cosa si sente di dire in merito a queste tre figure?
Di rapportarsi all’arte con la giusta sensibilità e soprattutto senza pregiudizi.

Cosa tenta di trasmettere al visitatore e al mondo dell’arte in generale?
I miei dipinti sono solo un invito, una finestra di pensiero che incita lo spettatore ad affacciarsi e riflettere sul senso dell’esistenza.

Nell’opera “Visionaria35” come in altre opere simili, lei sembra voler mostrare l’occhio che vede anche sé stesso, che va oltre ciò che vede, riflettendo sul rapporto tra visione e cecità, alla maniera di Derrida il quale si chiedeva cosa vediamo davvero quando vediamo?
Si. I Visionari, ritratti femminili e maschili, sono volti con gli occhi spesso occultati da geometrie o teli; sono simbolo di infrastrutture create dalla mente per nascondere e mascherare la vera natura del proprio essere, che è allo stesso tempo, espressione di una tensione spirituale in rapporto con l’ansia della contemporaneità. I visionari invitano a una riflessione e a uno sguardo interiore.

La visione, lo sguardo sono metafore della conoscenza per eccellenza, che sconfina nella visione intellettuale, lei cosa crede di conoscere attraverso il suo lavoro artistico?
L’assurdità stessa del reale.

Cos’è per lei il rito? Tema che spesso ricorre nei suoi quadri.
La ricerca e la garanzia del mantenimento della propria identità.

La dimensione onirica per lei rappresenta una fuga da una realtà spesso deludente, o piuttosto contribuisce a comprenderla meglio?
La dimensione del sogno è quella in cui si manifesta la natura più profonda delle cose, è lo strato più intimo dell’esistenza stessa del mondo.

In che rapporto è la sua “metafisica” con il trascendente, ha un carattere di tensione verso l’assoluto? O crede impossibile una sintesi tra ragione e teologia?
Come ho risposto in precedenza, i miei lavori tendono alla ricerca del proprio io, che però lo si conosce solo alla fine del cerchio. La tensione verso l’assoluto è soggettiva, ognuno sente e trova il suo assoluto in base al proprio credo e non-credo. La sintesi tra ragione e teologia è relativa, tutto dipende da noi stessi e da quello che cerchiamo e troviamo nel silenzio della meditazione.

Prossimi impegni?
Continuare a dipingere.

Annalina Grasso

Info:

www.silviaidili.com

Ritratto fotografico di Silvia IdiliRitratto fotografico di Silvia Idili

Silvia Idili, I sognatori, olio su tavola, 40×50 cm, 2010

Il rito. Olio su tavola, 20x30 cm, 2015Silvia Idili, Il rito. Olio su tavola, 20×30 cm, 2015

L'incontro-olio su tavola 20x30 2010Silvia Idili, L’incontro, olio su tavola, 20×30 cm, 2010

Silvia Idili, Visionaria 35. Olio su tavola, 30×30 cm, 2016

Silvia Idili, Visionario 8, olio su tavola, 40×44 cm, 2018




Nuove Utopie Urbane: Open call per artisti per il coinvolgimento della comunità locale in Friuli Venezia-Giulia

È aperto fino al 30 settembre 2019 il bando di concorso DELLE NUOVE UTOPIE URBANE promosso da Kallipolis e Creaa nell’ambito di LARU Laboratorio di Rigenerazione Urbana 2019: in palio la possibilità di realizzare un workshop partecipativo in uno dei sei comuni del Friuli Venezia-Giulia coinvolti nel progetto. La partecipazione è aperta ad artisti di ogni disciplina, età e nazionalità (con un’ottima padronanza della lingua italiana).

Kallipolis è un’associazione di promozione sociale con personalità giuridica, con sede a Trieste, Torino e Bologna, nata nel 2006 per migliorare la vivibilità degli insediamenti umani sia in Italia che all’estero, con l’obiettivo di rendere le città più inclusive, sane, responsabili e partecipate, attente ai bisogni dei cittadini ed in particolare di quelli più vulnerabili. Creaa è un’impresa culturale, un ufficio creativo on-demand che propone innovazione attraverso le arti visive. La sua attività si articola nella curatela, comunicazione, progettazione e organizzazione di eventi culturali, nonché nell’ideazione di servizi e interventi artistici destinati alle imprese.

LARU Laboratorio di Rigenerazione Urbana, promosso da Kallipolis con la collaborazione di diversi partner e cofinanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (L.R. 16/2014), giunge quest’anno alla sua quarta edizione, consolidando la propria presenza sul territorio regionale. Attraverso ricerche ed azioni che vedranno partecipare i cittadini a fianco di esperti nel campo della rigenerazione urbana, il progetto coinvolgerà alcuni luoghi del Friuli Venezia Giulia che richiedono oggi una riflessione e una speciale immaginazione per la loro rigenerazione. In questo processo, anche gli artisti sono chiamati a trasmettere le proprie visioni e pratiche artistiche, coinvolgendo le comunità del territorio in alcuni workshop partecipativi della durata di un giorno, che si terranno tra novembre 2019 e febbraio 2020 nei comuni di Trieste, Gorizia, Udine, Pordenone, Casarsa della Delizia, Marano Lagunare.

L’edizione 2019 di LARU è dedicata al tema DELLE NUOVE UTOPIE URBANE: nei secoli il concetto di Utopia ha alimentato moltissime riflessioni e immaginari inediti, stimolando nuove visioni di società ideali in diversi ambiti del pensiero, dalla filosofia alla politica, dall’architettura, all’urbanistica e all’arte. Quale ruolo possono assumere oggi gli artisti nell’ideare nuovi modi in cui le persone possono pensare, agire, immaginare e vivere all’interno della società, e in particolare nei contesti urbani e in luoghi marginali?

La giuria di selezione, oltre ad includere i componenti dello scorso anno, Nadia Vedova, project manager di Kallipolis, Elena Tammaro, Art Director di Creaa snc, Elena Cantori, curatrice e gallerista, Paola Colombo, curatrice del festival Vicino / Lontano, Rachele D’Osualdo, cultural manager, Manuela Farinosi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli studi di Udine, si arricchirà della presenza di Eva Comuzzi, curatrice, e Borut Jerman, vice presidente di PiNA (Slovenia).

Gli artisti coinvolti nell’edizione 2018 sono stati: Caterina Comingo, Gruppo MMGC (composto da Gabriele Del Pin, Cesare Diana, Riccardo Michielin, Matteo Vettorello), Riccardo Giacconi e Carolina Valencia Caicedo, Yuri Romagnoli, Paolo Muzzi e Paolo Gianola, g. olmo stuppia.

La partecipazione al bando è gratuita. I risultati saranno resi noti entro il 15 ottobre 2019.

Per visionare il testo completo del bando clicca qui

scheda di iscrizione.

Contatti:

contatti@creaa.it

0432 1793868




Corciano Festival 55° edizione

Il Festival di Corciano di quest’anno vede l’antico borgo tornare alla primordiale passione per l’arte contemporanea con un progetto artistico ed espositivo, unico nel suo genere, che coinvolge più di 120 artisti; il progetto, che resterà in esposizione fino al 6 ottobre, è stato curato dallo scrittore, critico e docente universitario Gabriele Perretta, e organizzato Fabrizio Fabbri. Il progetto si rifà al concetto di New Media Art, ovvero un’arte realizzata con il supporto della tecnologia e dei diversi linguaggi mediali e si articola in diversi segmenti:

Stendale – one: Urban expo: ovvero opere realizzate, sotto forma di “stendali” installati sulle mura di Corciano, con grande varietà di tecniche e di linguaggi espressivi, i cui bozzetti originali sono esposti nella Chiesa di San Francesco (con opere di Cesare Accetta, Maurizio Arcangeli, Antonio Biasiucci, Maurizio Cannavacciuolo, Sergio Cascavilla,  Enrico T. De Paris, Francesco, Lucia Gangheri, Marina Gasparini, Ronald Victor Kastelic, Gabriele Lamberti, Luigi Mastrangelo, Antonella Mazzoni, ecc. Inside Stendale – two: Solo show, nelle stanze del Palazzo Comunale con opere di Bruno Ceccobelli, Virginia Ryan, Franco Troiani. Inside Stendale – three: Lab Academy, dove si espone la dimensione didattica del progetto, con le opere degli insegnati e degli studenti dell’Accademia in dialogo. Inside expo – four: XD3.0, dove si incrociano le esperienze di fotografi, scultori, pittori, designer di grande prestigio e i loro oggetti, installati nelle stanze del Palazzo Comunale e in ambienti diffusi del Centro Storico (ricordiamo qualche nome: .

Barbara Amadori, Banca di Oklahoma, Totò Cariello, Giorgio Cutini, Ugo La Pietra, Annette Messager, Pino Modica, Ugo Mulas, Maddalena Vantaggi, Luigi Veronesi, Mario Volpi.

L’abbraccio delle Muse: la corrispondenza dei sensi e delle arti, dove gli artisti raccontano la loro storia di poeti, performer, musicisti, scrittori, attori, sceneggiatori, registi (tra gli altri si ricordano: Enzo Minarelli, Debora Omassi, Cristiana Pegoraro, Cesare Pietroiusti, Livia Stefani, Nello Teodori, Rita Vitali Rosati, Elisa Zucchetti). Prima ancora di essere sede di mostre d’arte, quest’anno il castrum Curtiani diventa dunque esso stesso una straordinaria opera d’arte, a cielo aperto, lasciando avvolgere le sue mura, per mille metri, da una scenografica installazione di “stendali”, ovvero stendardi o gonfaloni (termine che è nel cuore di chi ama Corciano), in un ideale girotondo delle Muse che coniuga la tradizione con la contemporaneità dei linguaggi espressivi. In definitiva, in questo progetto espositivo troviamo proprio l’ecosistema-Corciano, con la sua storia e la sua gente; le Muse, ovvero le varie forme espressive che nei giorni del festival  lo animeranno, si fanno arte, in modo armonioso e fluido, dentro e fuori gli spazi espositivi preposti, in un caleidoscopio sensoriale e cognitivo in cui, citando Baudelaire, “i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi”. Ancora oggi ci si interroga su che cosa sia l’Arte, intesa in passato come imitazione perfetta della Natura o trasposizione ideale della realtà; nel progetto visivo di Stendale l’arte si innesta, prende corpo e ispirazione dall’ecologia del luogo-Corciano, del suo “ambiente sociale”., tra le architetture e il vissuto quotidiano, in un dialogo e un rimando continuo e giocoso.

Corciano Festival
55° edizione dell’agosto corcianese
opere, performance, happening, film…
Palazzo Comunale e altre sedi 
dal 3 al 15 agosto 2019
allestimenti visibili fino al 6 ottobre 2019
a cura di Gabriele Perretta
info: 075 5188255
www.corcianofestival.it

cover image: Enrico T. de Paris “Infinito” 1995, cm 165 x 158, pittura mista su 34 tele, ph courtesy archivio A.Curto




School for Curatorial Studies Venice: aperte le iscrizioni al corso in pratiche curatoriali e arti contemporanee e

Il Corso in Pratiche Curatoriali e Arti Contemporanee è finalizzato alla formazione specifica della figura professionale del Curatore, la cui rilevanza nell’ambito del sistema artistico-culturale ed espositivo è sempre più determinante. Il corso si propone di formare operatori nel settore dell’arte contemporanea con una specifica preparazione nel campo della curatela di mostre, eventi artistici e culturali.

La figura del Curatore nasce in connessione con la storia più recente delle arti visive, con il contesto sociale/economico e culturale, con le concezioni storico-critiche e teoriche più recenti. La formazione nel settore delle arti visive è considerata connessa a conoscenze di scienze e storia sociale, filosofia, sociologia, semiotica, economia. Attraverso un percorso multidisciplinare verranno impartite nozioni di allestimento, strategie della comunicazione (on-line e off-line), organizzazione e pianificazione progettuale, gestione delle risorse finanziarie, gestione delle risorse umane, marketing, analisi-metodo-gestione della sponsorizzazione, management.

Il Corso in Pratiche Curatoriali e Arti Contemporanee associa a una solida formazione nel campo della produzione delle arti visive l’esperienza e la professionalità di figure di rilievo nazionale ed internazionale, per un programma curatoriale altamente qualificato. La conclusione del Corso vede i giovani curatori impegnati nella realizzazione di un evento espositivo organizzato da loro in tutte le sue fasi: dall’ideazione iniziale all’allestimento concreto, occupandosi trasversalmente degli aspetti di marketing e comunicazione.

Obiettivi, profili e sbocchi professionali
Uno degli obiettivi del corso è formare delle figure professionali e manageriali globali, capaci di gestire le risorse artistiche e culturali di un territorio con un’ottica innovativa, fornendo loro gli apparati critici e gli strumenti pratici per interagire e relazionarsi con i numerosi soggetti che operano nell’ambito della produzione artistica. Operare nel campo dell’arte contemporanea significa relazionarsi con una serie di protagonisti quali artisti, giornali, gallerie, istituzioni pubbliche. Oltre alle occasioni fornite dai laboratori e dalle lezioni frontali, offriamo ai nostri studenti i contatti per proseguire la loro formazione ed acquisire nuove competenze, attraverso una rete di partner istituzionali presso i quali sono attivi servizi di stage e tirocinio.
I corsisti possono inoltre usufruire dei servizi e degli spazi espositivi della School for Curatorial Studies Venice, capace di ospitare iniziative individuali e progetti artistici sperimentali. I corsi si svolgono presso la sede di A plus A di Venezia.

La School for Curatorial Studies Venice è una sede espositiva no-profit, da anni attiva a Venezia nella promozione di mostre ed eventi di arte contemporanea. L’evento espositivo verrà realizzato a Venezia è sarà organizzato dalle nostre strutture in collaborazione con partner privati.

Docenti
I docenti che hanno partecipato ai corsi precedenti: Chiara Barbieri (coll. Guggenheim), Chiara Bertola (fond. Querini Stampalia), Stefano Cernuschi (Mousse magazine), Francesca Colasante (Coll. Pianult), Matt Williams (ICA Londra), Marco Giacomelli (Artribune), Andrea Goffo (fond. Prada), Luca Lo Pinto (Kunsthalle Vienna), Filippo Lotti (Sotheby’s), Alessandro Rabottini (Miart), Giacinto di Pietrantonio, M-L-XL studio, Maria Chiara Valacchi (Cabinet Milano), Angela Vettese.

Durata e struttura del corso
Il corso ha una durata complessiva di 600 ore di contatto e circa 200 ore di studio individuale a cui farà seguito la realizzazione di un progetto espositivo.
Le lezioni si tengono dal lunedì al venerdì dalle ore 9:30 alle ore 13:30 e dalle 14.30 alle 17.30 presso la sede della Curatorial School Venice. La mattina è occupata dalle lezioni frontali, finalizzate a fornire gli strumenti concettuali e operativi per gestire autonomamente un evento espositivo.
Le ore pomeridiane saranno dedicate agli approfondimenti tematici attraverso seminari e workshop. Il corso prevede l’elaborazione di un progetto di mostra che verrà discusso e analizzato insieme, per verificarne la possibilità di una realizzazione concreta da parte degli studenti. A tutti sarà infatti data l’opportunità di sviluppare i propri progetti curatoriali confrontandosi direttamente con i curatori e con gli artisti chiamati a collaborare.
Inoltre, si organizzeranno incontri e visite guidate ai musei e alle mostre che animano la ricca offerta culturale della città di Venezia. La frequenza è obbligatoria all’80%.

Il Corso è composto da tre fasi:

  • Prima fase: analisi della pratica curatoriale.
  • Seconda fase: metodologia allestitiva
  • Terza fase: l’attuazione delle strategie curatoriali.

dal 28 Ottobre – 18 dicembre 2019

Requisiti di ammissione
Il corso è aperto a tutti coloro che sono in possesso almeno di un diploma di scuola media superiore e si rivolge a chi voglia approfondire le proprie conoscenze sulle tendenze e i linguaggi più innovativi dell’arte contemporanea per essere introdotti alla professione di curatore e quindi fare un’esperienza concreta di curatela sul campo.

  • Per le modalità di iscrizione visitate il sito corsocuratori.com.
  • Il termine per inviare le domande di ammissione al corso è fissato al 10 settembre 2019.
  • Al termine del corso si rilascia un certificato di studio avanzato nella pratica curatoriale.
  • E’ preferibile avere una buona conoscenza della lingua inglese.
  • La School for Curatorial Studies Venice non copre le spese di vitto e alloggio. Coloro che avessero bisogno di un supporto per trovare una sistemazione possono rivolgersi alla nostra struttura.

IL CORSO È VALIDO PER L’ACQUISIZIONE DI CREDITI FORMATIVI UNIVERSITARI E RICONOSCIUTO DALL’ORDINAMENTO PUBBLICO

Il corso è organizzato in collaborazione con il Comune di Venezia, Artribune.
Partner della scuola: We Exhibit

Contatti e informazioni:
info@corsocuratori.com
Tel +39 041 2770466
Le domande di ammissione possono essere scaricate su: www.corsocuratori.com
I documenti completi devono essere spediti a: info@corsocuratori.com




Federico Lombardo: tra impressionismo e semplicità giottesca

L’arte contemporanea opera con un taglio netto, se non addirittura disprezzando, irridendo il passato, senza pensare che l’arte non è altro che una lunghissima successione di modelli e archetipi che nel corso del tempo si sono sedimentati, in armonia fra innovazione e tradizione.

In questo senso non pecca d’orgoglio l’artista campano Federico Lombardo, sostenitore dell’importanza della messa in discussione dei valori stabiliti, nato a Castellamare di Stabia e residente a Roma, nelle cui produzioni convivono sperimentalismo e passatismo, ritratti stranianti che vogliono esprimere sentimenti neutrali, ispirati ai modelli rinascimentali e tecnologia digitale (a differenza di quelli più sfuggenti realizzati su tela), rievocazioni compositive giottesche e scene di vita quotidiana dei nostri giorni.

Diplomatosi in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Lombardo, lontano dalla tradizione storica novecentesca, spesso inserisce nelle sue opere elementi di scultura che fanno da sfondo e personaggi che sembrano fantasmi, raffigurazioni di sogni e ricordi.

Il corpus creativo di Lombardo è variegato, per il quale è fondamentale la ricerca di nuovi valori della visione, affidandosi all’immediata impressione del vero, e rifiutando qualsiasi processo canonico ed ideologico della rappresentazione. Le sue opere sono avvolte da un’atmosfera che ricorda i film di Jean Renoir, perché l’arte che nella mente e nelle mani di Lombardo diviene cinema sulla tela, dinamismo, movimento, così come il colore è efficace mezzo espressivo per restituire ad ogni cosa il suo peso e il suo volume, un po’ alla maniera di Jean-Frédéric Bazille, cogliendo la naturalezza e l’eternità quotidiana di una vita in cui l’arte è sempre presente.

I lavori di Federico Lombardo, che dimostrano la poliedricità dell’artista campano, sono stati ammirati al parlamento europeo di Strasburgo, nella Basilica Palladiana di Vicenza, al Pac di Milano, in biennali (Venezia e Sharjah) e quadriennali. L’ultima sua mostra personale, “Monade” risale al 2018 a Milano, a cura di Federico Rui. La prossima personale sarà a Bassano presso la collezione the Bank.

Lei è stato inserito nel diario della pittura italiana vivente “Eccellenti pittori” dal giornalista e critico d’arte Camillo Langone, ma chi sono per Lei i pittori eccellenti e quale ritiene essere l’aspetto della sua arte che la rende un pittore eccellente?
Camillo conosce il mio percorso artistico da quasi 15 anni; è come un Vasari del XXI secolo, almeno questa è la sua intenzione; è evidente che individua nella mia pittura delle qualità tecniche, stilistiche tali, da rendermi partecipe di questo suo progetto. Perché mi definisca eccellente forse sono la persona meno adatta per rispondere, bisognerebbe chiederglielo.  Spesso mi paragona a pittori impressionisti o contemporanei del calibro di Erich Fischl, quindi di sicuro individua nella mia arte una capacità espressiva fatta di pennellate veloci, intense, espressive.
Il pittore è eccellente quando non si pone di certo il problema se lo è, ma costruisce il suo lavoro gradualmente attraverso una poetica, un credo, che può durare una vita.
Da poco ho visitato La fondazione Mirò e il Museo Picasso a Barcellona, ovvio sono artisti mitici più che eccellenti. Seguire il loro esempio come minimo. Non amo concetti rivisti e riproposti come assoluta originalità.

Quanto bisogno c’è oggi di un’arte di tipo umanistico?
L’arte è sempre umanistica, perché pensata e fatta da esseri umani.

Cosa deve rappresentare l’Arte per Lei?
L’arte non deve rappresentare, ma porre dei quesiti, mettere in crisi dei valori assodati.

Lei ritrae scene di vita quotidiana, proponendo una pittura iperrealista, nel segno della sincerità. Trova sterili le idealizzazioni?
Una parte della mia pittura rappresenta scene intrise di un certo realismo, perché amo guardare il mondo e riproporlo con la materia lucente della pittura, ingenuamente proporre il mio modo di vedere le cose. Nulla è sterile, la pittura è tale se propone sempre una variante ideale, altrimenti meglio uno scatto fotografico.

Ricorda la sua primissima opera? Di cosa si trattava?
Era lo studio di un paesaggio di Giacinto Gigante quando avevo 11 anni.

Cosa pensa dell’arte concettuale? Ritiene siano più efficaci i giochi di parole o i colori a rappresentare una vicenda?
L’arte è spesso chiusa in recinti sterili, tutta l’arte esprime dei concetti. Certo il quadro impressionista di oggi non può essere quello del 1874, lo spirito cambia. Nel mio caso la relazione interdisciplinare tra tecniche diverse fa diventare la pittura anche un concetto non comprensibile solo attraverso una lettura superficiale: è la mia ricerca.

I suoi ritratti a mezzo busto eseguiti con il digitale sono per certi versi inquietanti, i protagonisti non sorridono quasi mai, copie perfette dell’originale. Sono opere distopiche, di un possibile futuro popolato da androidi o una realtà che è già sotto i nostri occhi se pensiamo a quanto si insegue la perfezione estetica?
Il percorso pittorico che parte dalla ricerca sul volto, rarefatto, astratto, simbolico approda al digitale dopo anni. Non sono mai state copie perfette, anzi, spesso l’originale è solo un punto di partenza, non sono mai state copie. Non sorridono perché il loro sentimento è neutrale, quasi asessuati, indagano, osservano, sicuramente inquietanti, come dice un esperto di arte digitale Ennio Bianco, fanno parte dell’”Uncanny valley”. Sono anche un parallelo contemporaneo col ritratto tipico italiano che si ispira ad Antonello da Messina, o Leonardo.

Quale tecnica predilige? Olio su tela di lino, acquaforte, supporto digitale…?
Oggi si parla di realtà parallele, la fisica quantistica ha messo tutto in dubbio. Tale concetto influenza la mia arte forse anche contro la mia volontà, con i mezzi umili della pittura interdisciplinare, interpreto questo spirito, che si contrappone all’idea unica di stile, che appartiene al passato.

Le sue narrazioni di vita quotidiana, per quanto riguarda la composizione (prendiamo ad esempio l’opera Piazza del Popolo o Piazza Navona) sembrano rifarsi alla linearità e semplicità di Giotto, è una ricerca voluta? Le sarebbe piaciuto essere artista all’epoca di Giotto?
Sicuramente tra i pittori sommi di tutti i tempi c’è Giotto, la sua semplicità asciutta, contrapposta alla maniera moderna dell’epoca, è senza tempo. Forse sì, l’Italia era un centro culturale mondiale. Certamente il percorso sarebbe stato più lineare, dalla bottega al lavoro artigianale di pittore, artista. Certo Giotto era anche un grande imprenditore di sè stesso, un artista che sapeva parlare ai potenti del suo tempo.

Tre artisti che l’hanno in un certo senso illuminata.
Giotto, Marlen Dumas, Bill Viola.

Perché l’arte figurativa viene spesso ritenuta antiquata, facendo pensare a uno stucchevole accademismo, e per molti oggi l’arte e deve esprimersi attraverso l’astrattismo delle installazioni o le performance più imprevedibili?
Dipende dai contesti culturali, a me sembra che la figurazione goda di ottima salute se penso alle recenti aggiudicazioni in asta di Hockney, anche se non amo il sistema speculativo delle aste.

Le nuove generazioni sono sufficientemente e doverosamente educate alla conoscenza dell’arte?
Dipende dalla volontà e desiderio dei singoli.

Prossimi impegni?
Una personale a Bassano presso la collezione the Bank.

Un sogno da realizzare?
Continuare a dipingere e viaggiare.

Annalina Grasso

Info:

www.federicolombardo.net

Federico LombardoFederico Lombardo

Federico Lombardo, Digital Painting

Federico Lombardo, Incoronazione di Positano, 180×180 cm, olio su lino, 2018

Federico Lombardo, Piazza Navona,150×200 cm, olio su tela, 2018

Federico Lombardo, Al museo, olio su tela, 180×180 cm, 2017

Cover image: Federico Lombardo, Coppia 1-19 (detail), Acquerello su carta, 38×57 cm, 2019




Marcin Dudek. The Crowd Man (uno di noi)

In Italiano la parola “folla” proviene da “follare”, termine usato nell’industria tessile per dire “sottoporre tessuti di lana a follatura”. L’altro significato è “pestare, comprimere il panno per conferirgli una maggiore consistenza”. Entrambi rimandano dunque a impressioni sensoriali di schiacciamento. In altre lingue non è diverso. In inglese antico “crūdan” significa “premere, affrettarsi” di origine germanica; in olandese “kruien” vuol dire “spingere in una carriola”. Nell’inglese parlato le definizioni di “muovere spingendo” e “spingere sulla propria strada” hanno generato la parola “congregare”, e quindi (dalla metà del XVI secolo) al sostantivo di oggi. In polacco, le origini della parola provengono da “tłumić”, cioè “reprimere”.

Sembra dunque che, almeno di nome, la folla non sia un’entità destinata a farci stare bene. Schiacciare corpi, spingere, reprimere, non descrive una situazione amichevole. Dall’altro lato, “l’uomo è l’animale della mandria, ha bisogno dell’intimità, del calore e del contatto fisico con gli altri” (Camilla Läckberg, “Fyrvaktaren”). La folla soddisfa i nostri bisogni intrinseci, si riferisce alle radici dell’umanità, fa nascere il desiderio di potere situato nella parte animalesca del cervello. Fare parte della folla, il gruppo poco prevedibile, sveglia gli istinti dei nostri antenati non civilizzati, accende gli impulsi naturali gestiti da regole conosciute solo dagli psicologi della folla e la nostra incoscienza. Farne parte ci toglie la responsabilità e ci permette a stare fuori regola, insieme agli altri, di sentirsi forti e sovrumanamente capaci di conquistare il mondo insieme.

Marcin Dudek, nato nel 1979, ha studiato all’università d’arte Mozarteum di Salisburgo e Central Saint Martins di Londra. Crea installazioni, quadri, oggetti, sculture, spesso combinandoli con le performance. Più o meno dall’età di undici anni faceva parte della sottocultura hooligan, che è rimasta finora per lui una delle principali fonti di propulsione creativa. Dal 31 maggio fino al 26 agosto 2019, al Museo Contemporaneo di Wroclaw, Polonia possiamo vedere la sua personale intitolata “The Crowd Man” a cura di Piotr Lisowski

“L’uomo della folla” (“The Man of the Crowd”) è un racconto scritto da Edgar Allan Poe, pubblicato nel 1840. Ad un certo punto della storia l’autore dice: “Gli effetti selvaggi della luce mi hanno incatenato ad un esame di volti individuali; e sebbene la rapidità con cui il mondo di luce svolazzava davanti alla finestra, mi impedisse di lanciare più di uno sguardo su ogni volto, tuttavia sembrava che, nel mio particolare stato mentale, potessi leggere spesso, anche in quel breve intervallo di un’occhiata, la storia di lunghi anni”.

Marcin Dudek a Wroclaw esprime la sua passione di scoprire l’enigma della folla, ma lui, al contrario di un poeta nobile, indaga il mondo dove l’agressività è comune, i comportamenti impulsivi sono il pane quotidiano e si parla di sopravvivenza fisica piuttosto che di decifrazione delle anime. La ricerca è concreta, quasi scientifica, l’artista costruisce sistemi che poi osserva, richiamando al tempo stesso le sue ansie personali. Al contrario dell’io lirico tranquillo, ottocentesco di Poe, nascosto dietro la vetrina del bar per guardare la massa neutrale, dal 1990 Dudek ha fatto parte del gruppo di tifosi della squadra di calcio Cracovia (dove giocava Krzysztof Piątek tra 2016-2018). Dopo anni di partecipazione alla vita dello stadio, si è trasformato in un artista, apprendendo la rara abilità di tirare fuori ciò che è cresciuto in lui e che ha lasciato un segno sulle traccie mentali che riflettono la sua personalità e, di conseguenza, i suoi lavori. Diventare artista implica saper descrivere l’esperienza con la forma più adatta.

Già dall’inizio della mostra l’atmosfera colpisce con due installazioni. La prima “Recovery and Control” (2017), situata proprio all’inizio del percorso, è un cancello di sicurezza, di solito usato alle entrate degli eventi di massa. Un attimo dopo vediamo le tribune “Breaks Into Song” (2017-2019) spogliate da ogni eemento accessorio, lasciando solo lo scheletro base di metallo e i frammenti sporgenti. Il racconto visuale molto peculiare di Dudek si presenta nei suoi collage tra cui “The Stone Steps of East Sector” (2017). Sono le forme sparpagliate, guardando quali entriamo in un universo molto specifico che assomiglia alla testimonianza verbale di una persona sopravvissuta a eventi traumatici. Si riconoscono le espressioni della pura coscienza, che qua, invece di provare a nascondere qualcosa, rimangono come sono davvero, raccolte nello spazio limitato del quadro. Le serie di collage sono composte da vari materiali, tra cui: foglio autoadesivo, nastro adesivo, nastro in PVC, frammenti di libri, cartoni, legno ricoperto di vernice UV e nastro in tessuto.

In mostra vediamo un racconto, da una parte già lontano temporalmente, ma ancora vicino dal punto di vista emotivo, composto da impulsi che fluiscono senza fine all’interno di un cerchio chiuso. Gli oggetti, alcuni dei quali enormi e non piacevoli al primo sguardo, sembrano straordinariamente personali. La raccolta dà l’impressione di accedere al contenuto di una stanza privata, anche se, tranne qualche vestito che appartiene realmente all’autore (modificato con gesso, legno, fibra di vetro e nylon), l’ambiente è emozionalmente lacerato e gelido. È un’ambientazione ambivalente perché il tocco dell’artista inaspettatamente ingentilisce l’osservazione di un mondo che nella realtà risulta spesso volgare.

Dobroslawa Nowak

Info:

Marcin Dudek. The Crowd Man
a cura di Piotr Lisowski
31.5.19–26.8.19
MWW Wroclaw Contemporary Museum

Marcin Dudek. The Crowd Man

For all images: Marcin Dudek. The Crowd Man installation view at MWW Wroclaw Contemporary Museum ph: Małgorzata Kujda




A Jumi. Quarta residenza del 2019 presso BoCs Art a Cosenza

Dal 18 luglio al 30 luglio si svolge la quarta residenza del 2019 presso BoCs Art di Cosenza. La residenza si costituisce attraverso inviti concatenati: il curatore Giacinto Di Pietrantonio ha invitato tre giovani curatori i quali hanno invitato quattro artisti ognuno. La scelta è caduta su Irene Angenica che ha a sua volta invitato gli artisti Paolo Bufalini, Davide La Montagna, Davide Sgambaro e Gabriel Stoeckli; Giovanni Paolin che ha selezionato Pietro Ballero, Giovanni Chiamenti, Matilde Sambo, e Marta Spagnoli; e ancora Giacomo Pigliapoco che ha scelto gli artisti Jacopo Belloni, Nicola Lorini, Emma Patrizia Scialpi, Alberto Venturini. Lunedì 29 luglio dalle ore 18 sarà il giorno degli open-box in cui sarà possibile visionare le opere realizzate durante la residenza.

Il tema dell’ospitalità caratterizza le due settimane di residenza: essere ospiti di un territorio sconosciuto, entrare in contatto con la sua cultura, usanze e tradizioni; contemporaneamente ospitare all’interno dei propri studi-abitazioni l’Altro, aprire uno spazio intimo, un luogo vissuto, creando uno scambio reciproco di ospitalità. In maniera analoga si crea uno scambio tra curatori e artisti. Come fa notare Anthony Huberman in Hospitality. Hosting Relations in Exhibitions spesso si tende a vedere l’artista come ospite del curatore perché da lui invitato a esporre. Per Huberman però l’idea di ospitalità evoca il ribaltamento di questa visione, come curatori siamo sempre ospiti degli artisti con cui scegliamo di lavorare: “Noi bussiamo alle loro porte e gli chiediamo se sono disposti ad aprirle per passare del tempo nel loro studio, uno spazio che hanno attentamente costruito nel corso del tempo. è questo il posto delle loro idee, domande, immagini, oggetti, convinzioni, speculazioni. È il territorio dell’artista, la loro casa…”[1].

Quando siamo invitati a cena, continua Huberman, l’ospite non sta in silenzio, ma si apre in discussioni con i suoi commensali, fa sentire la sua voce così come il curatore all’interno dello studio dell’artista.

BoCs Art significa fare una esperienza di inclusione per far parte di una comunità, le residenze sono terreno fertile di scambio, luoghi di conoscenza dove si sviluppano relazioni, nuove conoscenze, amicizie e collaborazioni. Con questo spirito i tre curatori, in dialogo con gli artisti invitati si sono messi a confronto nella costruzione di una serie di incontri che favoriscono la conoscenza reciproca della propria ricerca artistica e curatoriale. I residenti si racconteranno attraverso la proiezione di immagini e video. Le loro presentazioni verranno arricchite dalla lettura di estratti di testi: poesia, narrativa, saggistica… ogni residente sceglie cosa mostrare di sé al resto del gruppo e alla cittadinanza stessa creando delle serate di narrazione artistiche e al contempo intime, personali. In una sorta di storytelling night continua gli abitanti dei BoCs si apriranno al pubblico andando ad aggiungere contenuti critici, artistici e teorici alle opere che si possono vedere nascere e crescere nei loro BoCs studio. Queste serate avranno luogo da lunedì 22 a venerdì 26 dalle ore 21 alle 23 nella piazzetta del lungofiume3, sulle rive del Busento.

A Jumi è il titolo che gli abitanti dei Bocs hanno scelto per questa residenza: l’estratto di un detto locale A jumi cittu un ji a piscà ovvero “Non pescare sulle rive di un fiume silenzioso”. Quello in questione è il Busento, il fiume su cui si affacciano i Bocs, che arriva in centro città per poi
incontrare le acque dell’altro fiume sul quale sorge la città di Cosenza: il Crati.
Questo detto mette in guardia, invitando le persone a un senso di diffidenza verso soggetti silenziosi poiché potrebbero celare pericoli e insidie nascosti. Forte della sinergia creatrice derivante da questo confluire reciproco, i pericoli svaniscono e vengono smaterializzati.
A Jumi diventa così frammento e particella attorno alla quale si vuole ribaltare il detto cittadino e rompere il silenzio del fiume con dibattiti e confronti aperti con le nostre parole.

[1] Anthony Huberman, A Toast in AAVV, Hospitality. Hosting Relations in Exhibitions., StenbergPress, Berlino, 2016, p.60

Info:

A JUMI
a cura di
Irene Angenica, Giovanni Paolin, Giacomo PigliapocoBoCs Art
Residenza 18-30 luglio 2019
viale Georges Norman Douglas (Lungofiume Crati)
Cosenza




Il rapporto uomo-natura nel mondo sensoriale di Julian Charriére

Al MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, fino al prossimo 8 Settembre, le innumerevoli sperimentazioni dell’artista svizzero Julian Charrière offrono al visitatore la possibilità di approfondire il complesso rapporto esistente tra uomo e natura. La mostra temporanea “All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere”, curata da Lorenzo Balbi e sponsorizzata principalmente dal gruppo Hera, oltre che dal Gruppo Unipol e da Pro Helvetia, responsabilizza l’individuo su quelle che sono state e saranno le sue azioni in un percorso di totale coinvolgimento emotivo.

Sono, in particolare, i sensi dell’udito e della vista ad essere stimolati dall’artista che, in questo modo, accoglie il fruitore nel proprio mondo di suggestioni, pensieri e sensazioni.

Nella prima sala, per esempio, le intense sonorità realizzate da Edward Davenport e il video a colori in 4K garantiscono, grazie anche al buio circostante, una totale immersione del soggetto.

Attraverso la visione di luoghi desolati e di elementi naturali, “Iroojrilik” (2016) introduce già alcune delle tematiche ricorrenti lungo il percorso espositivo, prima fra tutte la degenerazione del progresso scientifico. Nel suo imporsi sulla natura, modificandone i tratti, l’uomo compie degli errori irreversibili ed eterni. Così, nella video-installazione “As We Used to Float” (2018) protagonista è l’elica di una nave, traccia delle esplosioni nucleari compiute dagli Americani sui fondali oceanici.

Emblema del progresso scientifico e grande motivo di vanto nella lotta tra superpotenze, la bomba atomica viene spesso portata da Julian Charrière come esempio del contraddittorio comportamento umano. Ciò che l’uomo crea, inconsapevole delle proprie azioni, si trasforma in qualcosa di spesso distruttivo. Ne sono testimonianza le isole di Bikini, su cui, ancora oggi, si trovano tracce di materiale radioattivo. Segni impercettibili ma indelebili che vengono riportati alla luce da fotografie come “Tewa-First Light” (2016). L’idillico tramonto raffigurato subisce un processo di degradazione attraverso tracce radioattive presenti in superficie. Si crea, così, un netto contrasto tra il sole all’orizzonte e il secondo “sole” atomico.

Vera fonte d’energia universale, il Sole è al centro della video-installazione “Somehow They Never Stop Doing What They Always Did” (2019) nella quale l’ampliamento del campo visivo stabilisce una definitiva supremazia della Natura sull’uomo.

Altro elemento naturale ricorrente è l’acqua che risente, a causa del suo continuo divenire, del dualismo creazione-distruzione tipico del genere umano. È il caso della serie fotografica “Where Water Meet” in cui l’acqua si sostituisce all’uomo, portando a un progressivo dissolvimento le figure dei free driver immersi. Il rivendicare la supremazia della Natura è uno dei modi attraverso cui le opere di Julian Charrière tentano di sovvertire questo inarrestabile processo di degenerazione.

Altri tentativi di superare il difficile e complesso periodo storico attuale emergono, nella loro immediatezza, in installazioni come “All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere” (2018).  Un imponente campana d’acciaio domina lo spazio, mantenuta in perfetto equilibrio da una controparte, ovvero un conglomerato di sacchetti di plastica appesi al soffitto e contenenti acqua marina. La campana è uno strumento sonoro, spesso utilizzato nella pratica religiosa, con cui l’artista cerca di risvegliare la spiritualità del singolo e il suo legame con l’universo. Un legame ormai andato perduto così come denunciato dalla serie di video subacquei “The Gods Must Be Crazy” (2019). Il suono avvolgente che fuoriesce dallo strumento corrisponde al respiro di un sommozzatore, immerso nell’abisso con l’obiettivo di esplorare l’Oceano. Un’immersione, oltre che fisica, mentale; un’approfondita analisi psicologica che il singolo compie per prendere consapevolezza dei propri pensieri e, soprattutto, azioni.

L’ultimo tentativo viene, poi, compiuto dall’artista nell’installazione “We Are all Astronauts” (2013). L’utilizzo di una “carta vetrata internazionale”, prodotta con particolari tipi di minerali e applicata su una serie di mappamondi, rende possibile una definitiva messa in discussione dei confini tracciati dall’uomo nel suo volersi imporre sul territorio.

Giulia Rosi

Info:

Julian Charriére. All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere
A cura di Lorenzo Balbi
9 giugno – 8 settembre 2019
MAMbo
Via Don Minzoni, 14 Bologna

Julian CharriéreJulian Charriére, We Are All Astronauts, 2013
 11 mappamondi in vetro, plastica e carta (oggetti di recupero) abrasi con carta vetrata composta da sabbie minerali di vari paesi, piano di tavolo sospeso, polvere caduta dalla superficie dei mappamondi
 Courtesy l’artista; DITTRICH & SCHLECHTRIEM, Berlino; Galerie Tschudi, Zuoz; Sean Kelly, New York; Sies+Höke, Düsseldorf

Julian Charriére, All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, 2018
 Campana da immersione in acciaio con sistema audio stereofonico, struttura in acciaio inox, sacchi di plastica, acqua marina del Pacifico, sistema di carrucole, cavi d’acciaio
 Courtesy l’artista; DITTRICH & SCHLECHTRIEM, Berlino; Galerie Tschudi, Zuoz; Sean Kelly, New York; Sies+Höke, Düsseldorf

Julian Charriére, Where Waters Meet, 2019
 Stampa ai pigmenti su carta Hahnemühle Photo Rag Ultra Smooth
 Courtesy l’artista; DITTRICH & SCHLECHTRIEM, Berlino; Galerie Tschudi, Zuoz

Julian Charriére, Iroojrilik, 2016
 Video 4K a colori con audio stereofonico, sonoro di Edward Davenport, 21’3’’ (loop) 
 Courtesy l’artista; DITTRICH & SCHLECHTRIEM, Berlino; Galerie Tschudi, Zuoz; Sean Kelly, New York; Sies+Höke, Düsseldorf




Tina Loiodice. Ritratti urbani

Nel mondo della Street Art sono sempre più numerose le donne attive, all’estero ma anche in Italia: ne è un esempio l’artista romana Tina Loiodice, classe 1954, che dopo circa un quarantennio di pittura in atelier si è avvicinata all’arte murale. Allieva di maestri come Saro Mirabella, Franco Cannilla e Aldo Natili, la Loiodice ha frequentato il liceo artistico di via Ripetta e in seguito la facoltà di Architettura presso l’Università La Sapienza.

La sua peculiarità è quella di riuscire a infondere grande espressività e intensità ai soggetti da lei raffigurati, riuscendo quasi a creare un “dialogo” tra opera e spettatore. Ne è una testimonianza il ritratto intitolato Bambina pensante, realizzato nel 2015 presso il Parco dell’ex Manicomio di Santa Maria della Pietà nel quartiere Monte Mario, a Roma: i capelli sono scomposti, i grandi occhi comunicano vivacità e stupore allo stesso tempo, mentre la manina è appoggiata al mento in maniera interrogativa. Il bianco e il nero e l’abbigliamento vagamente anni ’60 fanno pensare a una fotografia d’epoca, nella quale è ritratta una bambina che ha passato la sua infanzia in quello che una volta era un manicomio. L’opera è stata realizzata nell’ambito del progetto Caleidoscopio, ideato nel 2015 dallo scrittore Maurizio Mequio, che ha portato alla creazione di una serie di murales ispirati al tema della malattia mentale. Proprio questo ritratto ha reso nota Tina Loiodice, che ha poi preso parte a vari progetti di riqualificazione urbana.

L’artista è una ritrattista che predilige raffigurare donne, bambini e protagonisti del cinema italiano. Presso la stazione della Giustiniana, a Roma, ha dipinto i volti di quattro icone degli anni ‘60 e ’70 che emergono in un’ambientazione pop, caratterizzata da pois e colori sgargianti: Virna Lisi, Anna Magnani, Monica Vitti e Claudia Cardinale, quest’ultima ritratta a figura intera sul set de La ragazza con la valigia. L’intervento è stato eseguito nel 2016 per il progetto Arte in stazione e città a colori.

Per il Castel Gandolfo Street Art Festival, tenutosi tra novembre e dicembre 2016, la Loiodice ha realizzato due murales per la riqualificazione del parcheggio dei pullman turistici in Piazza S. Pertini. L’evento è nato su iniziativa del Comune di Castel Gandolfo che ha aderito al progetto Arte e Città a Colori. Entrambe le opere sono ispirate al tema della bellezza della donna e rappresentano la transizione dalla fanciullezza all’età adulta: nel primo murale è infatti raffigurata frontalmente una bambina dall’espressione vagamente intimidita, come se si sentisse osservata dai passanti, mentre nel secondo la stessa bambina è diventata una donna sicura di sé e della propria femminilità, ed è ritratta di tre quarti.

Nel gennaio del 2017, l’artista ha lavorato nella stazione della metro di San Giovanni, dove ha realizzato Lo sguardo, che riproduce gli occhi di una tigre nell’intento di raccontare il primo rapporto di comunicazione tra individui. Nella stessa stazione ha poi dipinto Matrix Divina, che raffigura due volte, in maniera speculare, il primo piano di una donna con i capelli al vento, unito in un gioco di cromie e linee che rappresentano le molecole della vita e della materia. Il titolo dell’opera deriva dall’omonimo libro di Gregg Braden, studioso americano che lavora da anni nel campo della spiritualità cercando di unire scienza e spirito, passato e presente.

Dal 2018 la Loiodice è impegnata nella realizzazione di una serie di murales ispirati al tema della fiaba nel piccolo borgo in provincia di Viterbo Sant’Angelo di Roccalvecce. Qui infatti, è stato promosso un intervento di riqualificazione urbana che ha preso il nome di Sant’Angelo il paese delle fiabe, voluto per contrastare lo spopolamento e per risollevare l’economia locale, e che ha portato alla creazione di pitture murali sulle facciate di alcune case. Tina Loiodice ha dipinto i protagonisti di celebri fiabe come Alice nel paese delle meraviglie e Il Piccolo Principe ritraendo i volti dei bambini del borgo, coinvolgendo così i cittadini in quello che è diventato un intervento artistico che ha attirato l’attenzione di turisti e media e che sta dando nuova linfa vitale a un paese fino a qualche tempo fa sconosciuto e semi-abbandonato.

Adriana Camilla Caputo

Tina Loiodice, Bambina pensante, 2015. Acrilici su muro. Roma, Parco di Santa Maria della Pietà. Fotografia scattata il 16/04/2019.

Tina Loiodice, Alice nel paese delle meraviglie, 2017. Acrilici su muro. Sant’Angelo di Roccalvecce. Fotografia scattata il 18/11/2018.

Tina Loiodice Isabella Modanese, Hänsel e Gretel, 2017. Acrilici su muro. Sant’Angelo di Roccalvecce. Fotografia scattata il 18/11/2018.




Ondate / Waves. II° tappa

Dopo la prima tappa, ospitata negli spazi dell’associazione culturale Officina 15 a Castiglione dei Pepoli lo scorso gennaio in collaborazione con la Centotto Gallery situata a Brooklyn, il progetto Ondate/Waves ha raccolto più di 200 opere formato cartolina provenienti da più di 20 Stati da tutto il mondo.

Per la seconda tappa, la mostra verrà ospitata a Spazio Omniae – situato a Ponte di Riola, Grizzana Morandi in provincia di Bologna – fondato dall’artista Massimiliano Usai, dal 20 luglio all’11 agosto 2019.

Il risultato appartiene alla open call internazionale lanciata, pensata e curata dagli artisti Simone Miccichè e Paul D’Agostino avente per tema il seguente:

Immigrazione, emigrazione, spostamento, spiazzamento, asilo, esilio e fuga: tutti questi fanno parte del tema di migrazione in generale. Suscitati da disastri naturali, risorse mancanti, ingiustizie sociali o, spesso, guerre, tali movimenti di persone e populi verso delle visioni di vite migliori risalgono profondamente nella storia dell’umanità — infatti risalgono assai più profondamente che non i governi e limiti nazionali che hanno cercato, o che cercano ora, di ostacolarli.

 Come si evince dal testo critico della coordinatrice del progetto, la curatrice Federica Fiumelli:

“La mail art, movimento artistico che si serve del servizio postale per diffondersi e circolare, crea inevitabilmente uno scambio attivo e paritario tra mittente e destinatario, ed è perciò una forma artistica completamente democratica, anche per i costi di gestione molto bassi. Occorre ricordare le Avanguardie e le Neo Avanguardie – i primi esperimenti del Futurismo italiano con i collage postali di Ivo Pannaggi, la creazione di francobolli dadaisti grazie a Marcel Duchamp o di quelli blu firmati Yves Klein, gli artisti postali di Fluxus e le loro sperimentazioni (George Maciunas, Ben Vautier) e l’ufficializzazione di questa pratica con la New York Correspondence School di Ray Johnson (artista chiave nel movimento Pop) sul finire degli anni ’50. La mail art ha visto il suo sviluppo anche nei decenni seguenti degli anni ’70 e ’80 (soprattutto per la sua caratteristica economica negli ambienti underground) – per poi esplodere nei ’90 e potersi definire predecessore della net art con l’arrivo a gamba tesa delle nuove tecnologie digitali.

 E ancora: “In questa call l’oggetto stesso elevato ad opera d’arte – la cartolina – è divenuto corpo migrante – senza sosta da un lato del mondo all’altro alla ricerca di sguardi carichi di speranza. Senza confini.

 Il programma delle giornate inaugurali prevede quanto segue:

 SABATO 20 Luglio:

h 17:00 OPENING
h 18:00 – GIULIA MECI live set acustico
h 19:00 – DJ CHIAVETTA

DOMENICA 21 Luglio:

h 17:00 CARTOLINE DELLA MINIPINI –
Laboratorio gratuito di collage per bambini dai 5 anni in su a cura di PIA SANTILLO

La mostra è itinerante e pertanto le tappe successive previste saranno, attualmente, nelle città di Berlino e Brooklyn.

Si ricorda infine che dalla prima tappa è nato un catalogo che raccoglie le immagini delle opere e i testi critici, ed è scaricabile gratuitamente sulla piattaforma Issuu.

Info:

“Ondate / Waves”
20 luglio – 11 agosto 2019
OPENING: 20 luglio
A CURA DI: Simone Miccichè e Paul D’Agostino
SPAZIO OMNIAE, Ponte di Riola, Grizzana Morandi (BO)

ORARI:

20.07 – dalle 17 alle 22:30
21.07 – dalle 10 alle 20
22.07 – dalle 10 alle 15
altri giorni SU APPUNTAMENTO
info: 3468940621
INGRESSO LIBERO

Ondate / WavesOreste Baccolini, Only the birds, 2018, Italy

Marina Cappelletto, Untitled, 2018, USAMarina Cappelletto, Untitled, 2018, USA

Viktorija Packovska, Untitled, 2018, LituaniaViktorija Packovska, Untitled, 2018, Lituania