Luce e movimento. Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli

È sempre difficile ricostruire il profilo intellettuale di un’artista. Soprattutto quando si tratta di qualcuno come Marinella Pirelli (Verona, 1925-2009), una delle pittrici e cineaste più appartate – e troppo a lungo considerate inattuali – del Dopoguerra italiano, di recente riscoperta grazie alla retrospettiva che il Museo del Novecento le sta dedicando a Milano, a cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti.Una delle ragioni per cui Pirelli è rimasta a lungo così periferica è che non ha mai tentato di aderire a scuole e correnti propriamente definibili, né è mai stata vittima delle mode artistiche del momento; anzi, talvolta ne ha preso le distanze in maniera radicale, come dopo la morte del marito nel ’73, quando decise di ritirarsi dalla scena artistica e di rimanere nell’ombra per circa vent’anni, dipingendo e coltivando pesche in un frutteto del veronese.

Ora, a quasi cinquant’anni di distanza da quel periodo di silenzio, anche il visitatore della mostra si muove avvolto nell’ombra, percorrendo una decina di sale in cui le principali fonti luminose provengono direttamente dalle opere. La sensazione è quella di essere usciti dal brusio del nostro tempo e di trovarsi immersi in uno spazio primigenio.

Non sembra una coincidenza quindi che alcuni lavori prendano in prestito il loro titolo dal mondo dell’astronomia: i Pulsar, ad esempio, sono apparecchi ottici che proiettano sul muro immagini intermittenti e colorate, ma portano lo stesso nome dei corpi celesti che, al termine del proprio ciclo di vita, emettono sequenze di impulsi di onde radio.

Lo stesso può dirsi della serie di sculture chiamata Meteore, cornici in alluminio che racchiudono pannelli colorati e semitrasparenti. Su di essi una sorgente luminosa e mobile collocata di fronte crea un gioco di luci dalle forme geometriche, provocando l’illusione di un monitor acceso. In questo modo, Meteore non solo mette in discussione la presunta fissità delle immagini analogiche, ma anche esprime la volontà dell’artista di cercare nuove modalità di relazione con l’opera, di spingere il visitatore a entrare in contatto con le installazioni al di fuori del concetto classico di esposizione d’arte.

Tutto ciò si precisa in Film Ambiente, un dispositivo tridimensionale e percorribile dagli spettatori su cui vengono proiettate immagini pittoriche in movimento, con il risultato che chi lo attraversa viene inondato da fasci di luci e colori.

All’epoca, già Lucio Fontana e altri artisti italiani si stavano muovendo nella stessa direzione e l’idea di ambiente non era certo sconosciuta; ciò che qui si rivela lungimirante, è l’interazione generata da immagini provenienti da un medium elettronico, il proiettore, con il corpo umano, una modalità sostanzialmente inedita all’epoca e oggi così diffusa.

Proseguendo nel percorso espositivo si arriva alle opere più tarde, quelle in cui spicca una maggiore adiacenza con le tendenze teoriche dell’epoca. Risale alla metà degli anni Sessanta infatti l’incontro con la critica d’arte e teorica femminista Carla Lonzi e, contemporaneamente, lo spostamento dalla ricerca di un’immagine fondata sul ritmo visivo e sulla teoria dei colori a un’indagine sul proprio essere, dove la presenza del corpo si fa sempre più concreta.

È questo il periodo dei brevi film in 16mm come Narciso, in cui Pirelli riprende dettagli del proprio corpo in una sorta di diario intimo che li analizza, cercando la sua identità di donna, madre e artista, e Indumenti, un film-documentario che registra Luciano Fabro mentre realizza un calco in carta velina del seno di Carla Lonzi.

L’ultimo film risale al ’74, l’anno successivo alla morte del marito Giovanni Pirelli, erede della nota industria di pneumatici. Il film s’intitola Doppio Autoritratto ed è introdotto da uno scritto dell’artista in cui si legge: “In questo film ho cinematografato me stessa. Agisco contemporaneamente come operatore e come attrice. Nelle sequenze di movimento mi sposto con la cinepresa in mano rivolta verso di me. Nessuno controllava l’immagine attraverso la cinepresa durante la ripresa. La cinepresa era il mio partner: Ognuno di voi è ora il mio partner”.

In altre parole, nessuno di noi è mai davvero presente nella visione di sé. Per Marinella Pirelli c’è sempre un limite, che è dato dall’impossibilità di descrivere in maniera esaustiva l’agente stesso della descrizione. L’io non può raccontare sé stesso perché rimane sempre un punto cieco insolubile, uno spazio vuoto in cui contemplare silenziosi la propria assenza.

Anna Elena Paraboschi

Info:

Luce Movimento. Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli
a cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti
22 marzo – 25 agosto 2019
Museo del Novecento
Piazza Duomo 8 Milano

Marinella PirelliMarinella Pirelli, Film Ambiente, 1969, struttura in acciaio, teli serigrafati, proiezioni luminose

Marinella PirelliMarinella Pirelli, Film Ambiente, 1969, struttura in acciaio, teli serigrafati, proiezioni luminose

Marinella PirelliMarinella Pirelli, Indumenti, 1966-67, pellicola 16mm

Marinella Pirelli, primi anni ’50




Sussulti: Palomonte (SA) cerca artisti

Dal 15 aprile al 10 maggio è aperta la call for artists di «Sussulti. Storie di terra e umanità»: il Comune di Palomonte, in provincia di Salerno cerca cinque artisti che vogliano sovrascrivere gli spazi pubblici del paese per farli riappropriare, o perlomeno osservare di nuovo, da parte della cittadinanza. L’obiettivo è rimarginare le ferite del terremoto con l’arte, dare nuova veste agli scempi architettonici e urbanistici, colorare i centri abitati con nuove storie di terra e umanità.

Quegli spazi sono stati per decenni dimenticati e forse un po’ negati all’immaginario collettivo dopo la ricostruzione. Come in tanti altri territori vittima del terremoto, si è pensato alla ricostruzione in termini di spazio privato; la dimensione pubblica è stata inevitabilmente secondaria e trascurata dal discorso sul post terremoto e dai progetti di riqualificazione. Attraverso l’arte, vogliamo dare un primo segnale di reazione a questa tendenza.
Cinque spazi pubblici, scelti insieme alla cittadinanza, saranno oggetto delle opere: a ogni artista sarà assegnato uno di questi spazi e richiesto di realizzare un intervento durante la settimana di residenza, tra il 3 e il 9 giugno 2019.

Non sarà un graffiti event ma un progetto di arte pubblica in senso lato, agli artisti selezionati sarà chiesto di lasciare a Palomonte cinque opere permanenti, cinque tracce di questa prima sovrascrizione e interazione tra arte e spazi pubblici. Attraverso l’arte, si intende agire sulla qualità del paesaggio per valorizzare la cultura, la creatività e la stessa identità della comunità di Palomonte. In questo modo, si vuole attivare una strategia di sviluppo locale guidata dalla cultura. In questo approccio, la bellezza non è un semplice abbellimento del reale, ma un dato strutturale, che deriva dalla diversità e pluralità delle inter-relazioni tra uomini, comunità e spazio fisico, che compongono il paesaggio.

Le opere dovranno prendere ispirazione dalle “storie di terra e umanità” provenienti dai diari e dai testi sul post sisma selezionati insieme ai partner. Non si vuole raccontare storie di terremoto sullo spazio pubblico, ma prendere spunto dalla memoria del Novecento italiano – attraversato da ripetute scosse – e dare agli artisti in residenza contenuti da cui prendere ispirazione per dare le mosse a un nuovo immaginario sul dopo sisma.
Il paese di Palomonte diverrà dunque una quinta per l’esposizione dei diari autobiografici degli italiani, custoditi dall’Archivio di Pieve di Santo Stefano sulla storia del Novecento: la Grande Guerra, il Sessantotto, la Rivoluzione femminile, l’emigrazione saranno i temi di questa prima edizione.

Il 20 maggio saranno ufficialmente comunicati gli artisti selezionati, gli spazi coinvolti e i diari scelti; il periodo di residenza sarà dal 3 al 9 giugno durante una settimana di arte, cibo, mostre e concerti, per festeggiare una comunità che, nel racconto, finalmente ritrova se stessa.

Palomonte è un paese di poco meno di quattromila abitanti della provincia di Salerno, al confine con l’Irpinia e la Basilicata. Sin dalla sua fondazione, Palo (com’era chiamato fino a 1862) fa i conti con calamità naturali e eventi che l’hanno reso fragile luogo di confine, che spesso sussulta, come una faglia tellurica.
Se una leggenda, raccontata minuziosamente da Frà Giovan Battista da Palo nel 1681, narra che il paese odierno sia sorto per fuggire dalle macerie di una città mitica, Tratuolo, distrutta per volontà divina, l’incastellamento del borgo è datato all’epoca longobarda. Dal IX secolo arrivano le prime notizie documentate dello stanziamento di una comunità di monaci italo-greci che hanno lasciato in eredità, in un’area interessata dalla presenza di numerose cavità naturali diventate laura, un prezioso scrigno di arte bizantina: il santuario di Santa Maria di Sperlonga.
Le tracce medievali del centro storico, attualmente impercettibili, hanno subito trasformazioni e stravolgimenti a causa di terremoti ed epidemie. È del XVII secolo la poderosa opera di ricostruzione sul versante sud-est della collina, testimoniata dalla Chiesa Madre intitolata alla Santa Croce dalla maestosa facciata aragonese. Baroni e Signori di Palo dotarono il paese di cappelle e palazzi gentilizi che facevano il paio con le umili case dei contadini e artigiani. Nell’elenco cronologico degli eventi Palo può vantare la baronia di Carlo Gesualdo e moti rivoluzionari liberali, cronache di matrimoni nobiliari e controversie con i paesi vicini per questioni di confine. La sua storia, incardinata prima nei fatti del borbonico Principato Citra (l’odierna provincia di Salerno), non è dissimile da quella di altri paesi meridionali, arrivarono poi il brigantaggio e le grandi ondate migratorie, le guerre novecentesche e il boom economico. Cambiate le esigenze abitative e lavorative dei palomontesi, il centro storico è stato man mano abbandonato. Si sviluppano Bivio, Valle e Perrazze, frazioni fornite dei principali servizi e anche le campagne, mancando uno strumento di gestione urbanistica, si popolano, costruendo, su un territorio perlopiù collinare (con l’eccezione di quello che fino al XIX secolo era il Lago di Palo e oggi è una pianura), un paesaggio densamente antropizzato in cui le abitazioni dialogano con i campi e gli elementi naturali.
Oggi Palomonte deve fare i conti con la sua identità e affrontare definitivamente la ricostruzione della sua comunità, per fare pace con il cemento e riprendere a raccontarsi dev’essere consapevole che la sua fragile storia di confine nutre e dà forma al paese di ieri, di oggi e di domani. La forma attuale del paese è stata profondamente influenzata dalla ricostruzione post-sisma 1980, che ha stravolto le modalità dell’abitare e l’uso degli spazi pubblici. Il centro storico e le frazioni, oltre alle tracce ancora visibili della scossa (un ingente patrimonio immobiliare diventato pubblico non è stato ancora ricostruito), ereditano dal boom edilizio degli anni ’80 e ’90 una serie di vuoti urbani e veri e propri non-luoghi.

Per partecipare alla call, è sufficiente mandare, entro il 10 maggio 2019, una e-mail all’indirizzo sussulti@comunepalomonte.sa.it contenente:

• nell’oggetto, l’indicazione “Manifestazione di interesse a partecipare alla call for artists – PROGETTO “SUSSULTI – STORIE DI TERRA E UMANITÀ” I EDIZIONE. BENEFICIARIO COMUNE DI PALOMONTE. “PROGRAMMA REGIONALE DI EVENTI PER LA PROMOZIONE TURISTICA E LA VALORIZZAZIONE DEI TERRITORI PERIODO GIUGNO 2018 – GIUGNO 2019” – D.G.R. N. 364 DEL 12/06/2018 – D.D. N. 7 DEL 21/06/2018 D.G. 12 – Direzione Generali per le politiche Culturali ed il Turismo. CUP G59F18000570006 – CIG Z0A281FED4”;

• in allegato, un portfolio dell’artista;

• in allegato, una lettera motivazionale dove specificare i motivi del proprio interesse a partecipare alla residenza e alla realizzazione di una delle cinque opere a Palomonte;

• in allegato, l’INFORMATIVA AI SENSI DELL’ART. 13 REGOLAMENTO UE 2016/679 PER LA PROTEZIONE DEI DATI (GDPR) firmata.

I lavori della giuria saranno svolti tra l’11 e il 19 maggio 2019. I due giurati scelti per questa edizione sono Fabiola Naldi e Claudio Musso.

Il premio previsto per la partecipazione alla residenza e realizzazione dell’opera è di € 800 per ciascun artista. Le spese di vitto e alloggio durante la residenza non saranno a carico degli artisti, che saranno ospitati nelle case dei palomontesi.

Info:

www.sussulti.it




A Torino debutta The Phair. Bianco Nero Colore

1839 – 2019, a 180 anni tondi dall’annuncio ufficiale in Francia, della nascita della fotografia, debutta a Torino The Phair ideata da Roberto Casiraghi e Paola Rampini a cui si deve anche l’esordio di Artissima e di The Others. La storia della fotografia ci dice che l’origine fu controversa, intricata da primogeniture, contratti e accordi economici (la contesa tra Daguerre e Talbot è documentata), ma di certo fu una rivoluzione sapientemente gestita: un affare. Oggi siamo la società dell’immagine su un angolo di 180°, con mix di profondità di campo o di schermo, e innumerevoli varietà espressive, piccole cose che qualsiasi dilettante sa gestire.

Dal 3 al 5 maggio, nell’ex Borsa Valori di Torino, troveremo una selezionata rosa di gallerie italiane, esclusivamente invitate dagli organizzatori: occuperanno trentasei spazi dedicati, con rigore, alla fotografia d’arte e sperimentale in tutte le sue declinazioni.

Gli organizzatori spiegano che, giocando sul logo scelto per questa fiera, il valore del PH non è neutro, come non lo è nessuna espressività artistica. Nel nome c’è un gioco di rimandi che vanno dalla pronuncia al termine fiera fino al gioco grafico che vuole indicare un cammino verso un futuro radioso. La fotografia, non dimentichiamo, deve molto alla chimica e alla scienza, visto che al suo esordio è stata un’avanguardia tecnologica e il fatto che oggi la si possa fare con un cellulare (e quasi in qualsiasi condizione di luce!) è un ulteriore passo in avanti. L’idea di fondo è poi la convinzione che le fiere debbano specializzarsi, e l’obiettivo di The Phair risponde alla necessità delle gallerie d’arte d’eccellenza di avere uno spazio aggiornato sulle proposte fotografiche più contemporanee.

Casiraghi e Rampini hanno coinvolto una squadra d’eccezione: Luca Panaro, critico e docente a Brera, che assume anche il ruolo di coordinatore del gruppo, Lorenzo Bruni, anche coordinatore di The Others che garantisce una family feeling tra le due fiere, Alessandro Carrer, curatore e docente a Urbino, Cristiana Colli, giornalista e curatrice, Giangavino Pazzola, consulente curatoriale di Camera, e Carla Testore esperta d’arte.

Un comitato ampio rappresenta punti di vista e esperienze diverse e consente, dato il numero limitato di gallerie con le quali costruire un confronto personale tra i vari artisti proposti. La formula piace e ci sono adesioni come Alfonso Artiaco, Continua, Gio Marconi, Lia Rumma, Minini, Alberto Peola, Giorgio Persano, Photo & Contemporary che porteranno autori quali Anri Sala, Grazia Toderi, Mussat Sartor, Mimmo Iodice, Paola De Pietri, Olivo Barbieri, Guido Guidi, giusto per fare alcuni esempi.

Una griglia geometrica per l’allestimento con spazi uguali per tutti, di 20 mq, valorizza la struttura architettonica dell’ex Borsa Valori costruita negli anni ‘50 da Gabetti, Isola e Rainero; nessun vincolo dettato invece da divisioni tematiche.

Ci sarà la possibilità di seguire il programma di talk anche a distanza: una vera e propria web radio all’interno di The Phair offrirà al pubblico a casa una serie di veloci incontri e interviste con i protagonisti, il mercato dell’arte, la cultura fotografica, il ruolo del libro oggi e molto altro ancora. Il tutto in live streaming sul sito e sui social.

Torino e il Piemonte si riconfermano in questo modo fucina di idee e di ricerca, la Regione vede in questa nuova iniziativa un modo per espandere i momenti culturali al di là della settimana dell’arte contemporanea di novembre, idea condivisa dalla Città sempre animata da uno spirito di rete e di costruttività. The Phair inoltre ha già stabilito rapporti nei confronti di altre iniziative come FO.TO Fotografi a Torino, con gli spazi cittadini e gli editori. Obiettivi ad ampio spettro insomma. Anche le Fondazioni di origine bancaria piemontesi e la Camera di Commercio di Torino sono coinvolte nell’iniziativa.

Nella mente degli organizzatori l’appuntamento ha intenzione di avere una scadenza annuale, ma non si capisce perché questo appuntamento non debba inserirsi come evento collaterale degli altri appuntamenti novembrini (perché, se una osservazione si può fare, non sarebbe stato meglio potenziare qualcosa di già esistente o collegarsi a qualcosa di già esistente? un collezionista che dovesse visitare le più di duecento fiere internazionali sarebbe costretto a stare sempre in giro a prendere aeroplani!).

Dettagli su thephair.com

The Phair
BIANCO NERO COLORE
La fotografia è fiera!
3-5 maggio
Preview: giov 2 mag h 12.00 -> 14.00
Ex Borsa Valori – Torino
via San F. da Paola 28
orario: 12.00 -> 21.00

Ingresso:

Biglietto intero 12 euro, 10 euro per i membri della Community Nikon Club (www.nikonclub.it), Abbonamento Musei Torino Piemonte; Torino+Piemonte Card: ridotto 8 euro giovani 12/18 anni e studenti universitari fino a 25 anni

The Phair BIANCO NERO COLOREMario Airò, dalla serie “En plein air. Wandering the Alps with laser and Camera” 2013, courtesy Tucci Russo studio per l’arte contemporanea (l’opera appartiene al ciclo esposto nel 2013 nella mostra intitolata “MARIO AIRÒ – EN PLEIN AIR. La visione luminosa di Mario Airò” tenutasi presso il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova)

Olivo Barbieri “Site specific, Jordan” 2004, stampa fotografica, cm 111 x 151, ph courtesy Galleria Guidi & Schoen, Genova

Giacomo Costa “Timescape13” 2018, videobox, cm 71 x 122, ph courtesy Galleria Guidi & Schoen, Genova




A Forlì la IV edizione di Ibrida Festival

I nomi più interessanti del panorama italiano e internazionale si danno appuntamento nel rinato capoluogo romagnolo: videoarte, musica, installazioni e performance live in un unico evento a Forlì: Ibrida Festival IV edizione.

 «Le Arti Intermediali prevedono l’utilizzo di diversi media contemporaneamente (il video, l’installazione, la musica, la performance live), in un’ottica di ibridazione»: Francesca Leoni e Davide Mastrangelo, Direttori Artistici di Ibrida – Festival delle Arti Intermediali, suggeriscono l’oggetto della proposta culturale e artistica che dal 26 al 28 aprile (con partecipatissimi appuntamenti preliminari avvenuti il 5 e il 13 aprile) prenderà vita presso la Fabbrica delle Candele di Forlì, città che negli ultimi anni ha visto fiorire numerose iniziative afferenti al mondo delle arti contemporanee.

«Ibrida – Festival delle Arti Intermediali nasce nel 2015 allo scopo di indagare e divulgare le produzioni e le ricerche recenti nell’ambito dell’audiovisivo sperimentale, accogliendo in maniera del tutto naturale al suo interno anche la performance art e la musica elettronica abbinata alla sperimentazione video» continuano gli ideatori della manifestazione organizzata dalla Vertov Project con il contributo critico di Piero Deggiovanni, docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. «Abbiamo voluto creare un luogo dedicato alle ibridazioni dei linguaggi, un Festival che mettesse la sperimentazione audiovisiva al centro della questione e che desse un vero e proprio spazio fisico sia ai live (performance e musica), che alle proiezioni e installazioni. Unica clausola per i live: l’audiovisivo non come orpello, ma come parte integrante dell’opera stessa».

Uno dei principi base di Ibrida è affiancare i lavori di artisti affermati a quelli di nuovi talenti. Giunti alla quarta edizione, la Direzione Artistica del Festival ha però deciso di creare anche uno spazio dedicato a un grande nome della scena contemporanea. Per il 2019 la scelta è ricaduta su Melanie Smith, artista inglese che lavora a livello internazionale sia nell’ambito del video che in quello delle istallazioni. Verrà proposta la sua Parres Trilogy, già presentata al MoMA di New York, alla Tate di Londra e al Museo di Arte Contemporanea di Barcellona.

Nella sala spettacolo si alterneranno performance live e concerti di musica elettronica. In arrivo il danzatore e coreografo Jacopo Jenna, Francesca Fini, Basmati Film, Luca Maria Baldini con la sonorizzazione contemporanea de L’uomo meccanico di André Deed, film muto del 1921 e OKAPI, con un tributo al genio di Bruno Munari.

In calendario, inoltre, ricercate video installazioni e inusuali esperienze individuali di realtà virtuale. E, ovviamente, le opere di tantissimi videoartisti da tutto il mondo.

Presso la Libreria d’arte contemporanea Marmo di Forlì, infine, l’ultimo giorno di Ibrida Festival sarà inaugurata un mostra (visitabile fino all’11 maggio), a cura di Video Art Miden – Margarita Stavraki, «una selezione di video in cui posture e movimenti si fanno danza e poesia».

Le nuove frontiere della video arte internazionale si danno appuntamento a Forlì.

La Fabbrica delle Candele si trova in Piazzetta Conserva Corbizzi 9 a Forlì.

La Libreria d’arte contemporanea Marmo si trova in Corso Garibaldi 152 a Forlì.

Info e programma dettagliato: ibridafestival@gmail.com, www.ibridafestival.it.

Fabbrica delle Candele

Ibrida Festival IV edizioneØkapi – opera riparata 2019 – ph Stefano Bruni

Golden Light – Blond Readhead – Virgilio Villoresi – 2016




PERSONAL STRUCTURES – Identities

La quinta edizione della mostra “PERSONAL STRUCTURES” sarà ospitata e promossa da European Cultural Centre Italy dall’11 Maggio al 24 Novembre 2019 a Venezia.  L’esposizione presenterà un’ampia selezione di opere di artisti, fotografi, scultori e progetti realizzati da universitá provenienti da tutto il mondo nelle sedi di Palazzo Mora, Palazzo Bembo e nei Giardini della MarinaressaGli artisti che esporranno le loro opere a Venezia provengono da contesti culturali diversi e si trovano in fasi differenti della propria carriera: verranno infatti presentati lavori creati con grande varietà di tecniche, sia da professionisti di fama internazionale che da giovani artisti emergenti, tutti accomunati dalla dedizione all’arte contemporanea e ai suoi molteplici aspetti. L’obiettivo di ciascun partecipante in questo contesto è quello di dare vita tramite le proprie opere a ad una riflessione personale e soggettiva sui temi di Tempo, Spazio ed Esistenza.

Fin dalle sue origini nel 2002, il progetto “Personal Structures” è stato concepito come una piattaforma in cui dare agli artisti la possibilità di presentare le proprie opere d’arte, considerate risultato tangibile di riflessioni su diversi temi. In questo modo sono nate mostre, symposia e pubblicazioni; tutte occasioni per documentare la grande diversità delle manifestazioni dell’arte contemporanea al giorno d’oggi.
“PERSONAL STRUCTURES – Identities” si propone di evidenziare elementi in comune e differenze nel modo in cui i nostri artisti pensano e concepiscono i temi di Tempo, Spazio ed Esistenza, con l’obiettivo di creare un dialogo partecipato e stimolante, uno scambio di idee che generi ulteriori riflessioni su altrettanti temi. Date queste premesse, in occasione dell’edizione 2019 di “Personal Structures” ai partecipanti è stato chiesto di incentrare i propri lavori sul concetto di Identità, una tematica in costante cambiamento e in continua evoluzione, soggetta al variare dei luoghi in cui viviamo e delle esperienze personali di ciascuno. ​Al giorno d’oggi l’individuo tende a non definirsi piú per ció che è o che vuole essere e diventare, ma piuttosto attraverso le proprie paure e la definizione di ciò che è diverso o che non conosce. La rassegna vuole essere un invito a riflettere sui valori che contribuiscono a definire l’identitá del singolo a partire da quello che decidiamo di essere o di descrivere.

Ogni sede della mostra vuole creare un’atmosfera particolare.  Le sale di ​Palazzo Bembo ospitano principalmente esposizioni personali e installazioni ​ site specific, create appositamente per il luogo in cui vengono collocate. Quest’anno saranno esposte, per citarne alcune, le opere di Lincoln Townley (GBR), Federico Uribe (COL), Manfred Bockelman (AUT) e Nobuyoshi Araki (JAP).

Palazzo Mora mette in mostra invece anche una grande varietà di progetti e opere in dialogo tra loro in spazi condivisi. È stata rinnovata la collaborazione con artisti quali Ariela Wertheimer (ISR), Arnulf Rainer (AUT) e Herman Nitsch (AUT), e con la MIT University (USA). Saranno inoltre presentate opere inedite di artisti quali il pluripremiato fotografo Marcus Bleasdale (GBR), il pittore surrealista Jon Jaylo (PHI), Purvis Young (USA) – uno dei principali esponenti dell’Espressionismo Urbano – e molti altri.

I Giardini della Marinaressa saranno nuovamente dedicati in gran parte alle sculture e ad installazioni site specific. Ospiteranno, tra le altre, le sculture iperrealiste di Carole Feuerman (USA).  ECC-Italia ospiterà nuovamente una selezione di Padiglioni Nazionali della Biennale di Venezia, rinnovando la collaborazione con i paesi delle Seychelles e del Kiribati. Sarà inoltre presentato per la prima volta a Palazzo Mora il Padiglione del Mozambico.

PERSONAL STRUCTURES – IDENTITIES ​(11​th Maggio – 24​th Novembre 2019) sarà aperta nei seguenti orari:  Palazzo Bembo e Palazzo Mora, 10:00 – 18:00. Chiuso il martedì.  Giardini della Marinaressa, 10:00 – 18:00 aperto tutti i giorni. Ingresso libero. Anteprime per la stampa (su richiesta):  9 – 10 Maggio 2019, 10.00 – 18.00  Inaugurazione: 9 – 10 Maggio  18.00 – 22.00 Palazzo Mora e Palazzo Bembo   17.00 – 20.00 Giardini della Marinaressa

ARTISTI PARTECIPANTI

PALAZZO BEMBO Ika Abravanel (ISR) • Detlef E. Aderhold (DEU) • Mark Amerika (USA) • Anoma (LKA) Nobuyoshi Araki (JPN), • Murielle Argoud (CHE) • Art Gallery Tolstoy (RUS) • Atelier Morales (FRA) • Cheryl Goldsleger – Augusta University (USA) • Laila Azra (IDN/SGP) Mario Basner (USA) • Curator’s Voice Art Projects (USA) • Manfred Bockelmann (AUT) Francois Bonjour (CHE) • Annette Bonnier (USA) • China Blue (USA/CAN) Solan Chiu (HKG) • Vio Choe (KOR) • Jeongyun Choi & SON IL (KOR) • Young Min Choi (KOR) • Lori Cuisinier (USA) • Deakin University – David Cross and Cameron Bishop, Public Art Commission (AUS) • Giò Di Busca (CHE) • John Doing (CHE) • Nina Dotti (YV) • EVA (RUS) • Andrea Fried (ARG) • Hideharu Fukasaku (JPN) • Justin Garcia (USA) • Sarah Gold (NLD) • Christopher Griffith (USA) • Marinka Groendel (NLD) • Teo Chai Guan (SGP) • Tilney Hardiment (GBR) • Camomile Hixon (USA) • Julie Hsieh – Yen-Fu Kuo & ChienHsing Lien (TWN) • Hélène Jacubowitz (BEL/ISR) • Xuan Jing & Sharon Tsai (TWN) Ervin A. Johnson (USA) • Georges Kachaamy – American University of Dubai (LBN), Jessica M. Kaufman (USA) • Virginia King (NZL) • Helen Kirwan (IRL/GBR) • LL Editions Sam Nhlengethwa, Nandipha Mntambo, Blessing Ngobeni & Mbali Dhlamini (ZAF/SWZ) Sérgio Leitão (PRT) • Eric J. Lee (USA) • Zinaida Lihacheva (UKR) • Sherman Lin (CHN) Davor Ljubicic (DEU) • Olga Lomaka (RUS) • Frank Mann (USA) • Arnaud Nazare-Aga (FRA) • Karl Ohiri & Riikka Kassinen (GBR/NIG & FIN) • Hans Christian Ohl (DEU) • Helga Palasser (AUT) • Martina Reinhart (AUT) • Jim Rattenbury (ESP) • Orestis Seferoglou (GRC) • Claudia Schildknecht (CHE) • Eva Schjølberg (NOR) • Tineke Smith (NLD) Wanda Stang (DEU) • Wendy Steiner (CAN/USA) • Betty Susiarjo (IDN) • Hanna TenDoornkaat (GBR) • Gotlind Timmermanns (DEU) • Lincoln Townley (GBR) • Federico Uribe (COL) • Dr. Héctor Valdés (CHL) • Marc Vinciguerra (USA/FRA) • Wendy Wahl (USA) Wild Flag Studios (CAN/GBR/USA) • Salma Zulfiqar (GBR).

PALAZZO MORA Aamir Habib & Noor Ali Chagani – Antidote Art & Design (PAK) •  Academy of Fine Arts in Warsaw (POL) • Emiko Aida (GBR) • Leca Araujo (BRA), (AU) – Arvee, Meg den Hartog Naerebout, Vanhorck (NDL) • Petra Barth (USA/DEU) • Katerina Belkina (DEU) • Patrick Bermingham (CAN) • BIRDSEYE – Brian J. Mac, FAIA (USA) • Marcus Bleasdale (GBR) William Bloomfield (USA) • Eyenga Bokamba (USA) • Peter Bracke (BEL) • Aliette Bretel (PER) • Brooklyn NY Art Wave (JPN/USA) • Christopher Capriotti (USA) • Adriana Carambia (ARG) • Esteve Casanoves (ESP) • In Hyuk Choi (SKO) • Insook Choi – Salford University (KOR/UK) • Bob Clyatt (USA) • Jacopo di Cera (ITA) • Barbara Downs (USA) Mark Dziewulski (UK) • Alberto Echegaray Guevara (ARG/ESP) • EVA & ADELE (DEU),VALIE EXPORT (AUT) • Feromontana (AUT) • Jared FitzGerald (USA/CHIN) Puma Freytag (CAN), Andras Gal (HUN) • Erin Genia – MIT (USA) • Beatriz Gerenstein (USA) Sarah Gold (NLD) • Elena Gual Baquera (ESP/GBR) • Gunnar Gundersen (NOR) • Joan M. Hall (USA) • Karin Hannak (AUT) • Carl Martin Hansen (NOR) • Kathryn Hart (USA) Juergen Haupt (DEU) • Elizabeth Heyert (USA) • HIHEY (CHN) • Yumiko Hirokawa (JPN) Ania Hobson (GBR) • Jean-Marc Hunt (GLP) – Joël Nankin (GLP) & François Piquet (GLP) • IMAN – Instituto Mazeredo de Arte Nova (BRA) • Jon Jaylo (USA) • Igor Josifov
(MKD) Shunsuke Kano (JPN) • Lina Karam (FRA) • Azad Karim (SVN) • Miwako Kashiwagi (JPN) • Nadia Kisseleva (RUS) • Ute Krautkremer (DEU) • Jan Kuenzler (DEU) Anne Kuhn (FRA) • Marietta Patricia Leis (USA) • Ping-Cheng Liang (TWN) • Norma E. Lopez (COL) Loughborough University (GBR) • Lorenzo Maria Monti (ITA) • Stephan Marienfeld (DEU) Walter Markham (USA) • Marcello Martinez Vega (DEU/ECU) • Walter McConnell (USA) Joseph McDonnell (USA) • Chris McMullen (USA) • Pamela Merory Dernham (GBR) – Cyrus Tilton (GBR) & Sanjay Vora (GBR) • James Michalopoulus (USA) Lorenzo Maria Monti (ITA) • Niwako Mori (JPN) • Müller & Sohn Art Projects (DEU) Museum of Contemporary Art of Castilla la Mancha (ESP) • Soraya Abu Naba’a (DOM) Raffy Napay (PHL) • Jackie Neale (USA) • Hermann Nitsch (AUT) • Reka Nyari (USA) Jan Oberg (SWE) • Natalia Ohar (UKR) • Yoko Ono (JPN) • Roman Opalka (POL) • Gregory Orekhov (RUS) • David Pace (USA) • Tomasz Padło (POL) • PAPER Pavilion (GBR) Maria Pavlovska (RUS) • Daniel Pešta (CZE) • Christine Kowal Post (GBR) • POW Ideas (MYS) Olga Marie Polunin (SGP) • Martin Praska (AUT) • R. Berte & Dr. M. Proepper (DEU) PSJM (ESP) • Arnulf Rainer (AUT) • Lilibeth Cuenca Rasmussen (DEN) Patricia Reinhart (USA) • Rene Rietmeyer (NLD) • Iggy Rodriguez (PHL) • Herb Rosenberg (USA) • Yoshiko Saito (JPN) •  Brigitte J. Schaider (DEU) • Sarah Schrimpf (DEU) • Joakim Sederholm (FIN) • Martine Seibert-Raken (DEU) • Bianca Severijns (NLD/ISR) • Antonio Sorrentino (ITA) • Samuel Stubblefield (USA) • Studio Palazzo Inzaghi – Irmfried Windbichler, Ruth Riedl & Jolana Skacel (AUT/EU) • Isaac Sullivan (USA) • Sung-Kyun – Goo & Vania Oh (KOR) • Merab Surviladze (BEL) • Toto Takamori (JPN) • Sho Tsunoda (JPN) • Katja Tukiainen (FIN) • Urban Studies Lab – UDDI – Federico Puggioni (THA) • Judith Unger (USA) • Guy Van den Bulcke (BEL) • Sanja Vatic & Daniela Danica Tepes (SVN) • Arika Von Edler (USA) • Maxim Wakultschik (BLR/DEU) • Val Wens & Tony Bond (IDN/AUS) Ariela Wertheimer (ISR) • Willem de Kooning Academy (NLD) • Maria Wolfram (FIN) • Lu Xinjian (CHN) • Rada Yakova (NLD) • Karou Yamamoto & Kouji Ohno (JPN) • Purvis Young  (USA) • Andre Chi Sing Yuen (DEU) • Meng Zhou (CHN).

GIARDINI DELLA MARINARESSA Masoud Akhavan (IRN) • Carole Feuerman (USA) – Laurence Jenkell (FRA/ISR) • Idan Zareski (FRA/ISR) presented by Bel Air Fine Art, Richard Bell (AUS) • Nadim Karam (LEB) Anton Kerscher (DEU) • Georg Loewitt (AUT) • Olga Lomaka (RUS) • Clifton Manghoe (NLD) • Manuela Mollwitz (DEU/CHE) • Kumari Nahappan (SGP) • NONOS – Mercedes & Franziska Welte (DEU) • Gregory Orekhov (RUS) • Andreas Rimpel (DEU) • Barbro Raen Thomassen (NOR) • George Tobolowsky (USA) • Tristan Vyscok (FRA) • Maritta Winter (DEU/CHE).

Info:

https://ecc-italy.eu/   ​
https://europeanculturalcentre.eu/

personal structuresNobuyoshi Araki – Monster Paradise – 2018

Marcus Bleasdale – Bedroom – 2013

Ervin Johnson – #InHonor: Shoccara – Arnika Dawkins Gallery – 2015

Lincoln Townley – The dealers – 2018

Carole Feuerman – Strengt – Bel-Air Fine Art – 2017




Vasily Klyukin. In Dante Veritas

La prima personale italiana dell’artista, architetto e designer russo Vasily Klyukin si terrà all’Arsenale di Venezia durante tutta la durata della Biennale Arte. La mostra dal titolo In Dante Veritas, con il patrocinio dello State Russian Museum di San Pietroburgo e del Comune di Venezia, sarà visitabile nei suggestivi spazi dell’Arsenale Nord, presso la Tesa 94.

Come lo stesso titolo della mostra suggerisce, Vasily Klyukin ha lavorato su un’interpretazione visiva e moderna della più grande opera letteraria di tutti i tempi, la Divina Commedia di Dante Alighieri. In particolare, le opere in mostra si ispirano alla prima parte dell’Inferno dantesco, con i suoi nove cerchi concentrici che ospitano le anime dannate, inesorabilmente destinate alla punizione eterna.

L’autore traspone ai nostri tempi questo scenario apocalittico, attraverso un unicum artistico formato da oltre 100 elementi multimediali su 900 metri quadrati di spazio espositivo. Nucleo della mostra, sono le trentadue sculture in acciaio di grandi dimensioni che raccontano, come un terribile ammonimento, l’Inferno che l’uomo può decidere di fare della propria vita e del mondo, se non si ravvede in tempo: ventidue opere rappresentano i vizi e i peccati umani – come Gola, Lussuria, Ipocrisia – quattro invece sono i Cavalieri dell’Apocalisse, mentre una è la maschera mortuaria del sommo poeta.

Non si tratta però di una semplice trasposizione artistica dell’opera poetica di Dante, ma di una riflessione critica sui nostri tempi, le grandi problematiche e le inquietudini con cui si è costretti a coabitare. In tal senso appaiono pieni di significato i nomi con cui Klyukin chiama i cavalieri dell’Apocalisse di oggi: Disinformazione, Sovrappopolazione, Sfruttamento incontrollato delle risorse e Inquinamento. Un discorso estremamente attuale, per noi che viviamo l’epoca delle fake news, delle grandi migrazioni e dei cambiamenti climatici, con l’incertezza che tutto questo comporta.

Le opere mostrano l’Inferno, tuttavia il male è esposto come un richiamo alla responsabilità, un’esortazione al cambiamento e alla riflessione, sia sulla propria vita personale che sulle conseguenze che il comportamento di ciascuno può causare nel destino del mondo. La speranza non è mai eliminata: Kyukin mostra vizi, peccati e debolezze perché è necessario guardare il nemico negli occhi per poterlo affrontare e sconfiggere.

Le trentadue sculture in acciaio sono definite da Klyukin live sculptures, perché realizzate attraverso una tecnica a incastro di lastre di acciaio che non richiede nessun elemento aggiuntivo per l’assemblaggio, e conferisce alla scultura un senso di tridimensionalità e mobilità che ricorda il movimento delle pagine di un libro. Alle sculture si affiancano opere di video mapping, schermi e riproduzioni digitali, sound, lightboxes e un’audio-guida, che è parte integrante del percorso espositivo: la voce narrante dell’artista accompagna il visitatore con un testo in poesia e prosa in questo viaggio tra i cerchi della storia.

Si tratta di un’esperienza immersiva, in cui le opere mostrano uno stretto collegamento con il design e l’architettura concepita in un’ottica di visionaria empatia. La mostra è un percorso multisensoriale, in cui i visitatori sono invitati a una partecipazione attiva, confrontandosi con le opere a partire dalla propria esperienza, come nel caso di Betrayal (Tradimento), dove il pubblico è invitato a scrivere le iniziali delle persone che hanno tradito la loro fiducia.

Dopo l’Arsenale di Venezia, “In Dante Veritas” sarà esposta negli Stati Uniti, a New York e Miami.


Vasily Klyukin
In Dante Veritas
a cura di Paola Gribaudo
Arsenale di Venezia, Tesa 94
(fermata vaporetto: Celestia-Bacini)
8 mag -> 24 nov 2019
opening: martedì 7 maggio, su invito
apertura: da lunedì a giovedì, e domenica: dalle 10.00 alle 18.00; venerdì e sabato: dalle 10.00 alle 20,00.
info: info@indante.com

Vasily Klyukin “I Cavalieri dell’Apocalisse” 2018Vasily Klyukin “I Cavalieri dell’Apocalisse” 2018

Vasily Klyukin “Tradimento” (Betrayal), 2018, acciaio e vernice (con intervento di un visitatore)Vasily Klyukin “Tradimento” (Betrayal), 2018, acciaio e vernice (con intervento di un visitatore)

Vasily Klyukin “Ipocrita” (Hypocrite), 2018, part., acciaio e verniceVasily Klyukin “Ipocrita” (Hypocrite), 2018, part., acciaio e vernice




Nicolò Cecchella, Darren Harvey-Regan, Marco Maria Zanin. Impronte

La peculiare bidimensionalità della fotografia ha creato nella sua maturazione storica più facili accostamenti verso la pittura, definendone addirittura le casistiche (ritratto, paesaggio, still life, ecc.) e spesso incoraggiando reciproci rimandi, tutt’oggi molto in voga, tra caravaggismi e suggestioni rinascimentali per quanto riguarda i fotografi, e l’infatuazione per gli allestimenti fotografici da parte degli artisti di altra formazione. Le ibridazioni non mancano mai.

Per quanto riguarda la scultura il rapporto diventa più ricercato, pur avendo radici lontane, ma determina aperti campi di ricerca: necessita una tappa d’esplorazione la ben riuscita Impronte, a cura di Angela Madesani, presso la galleria Passaggi arte contemporanea di Pisa. Un trittico di artisti risolutamente ferrati sul tema, dai percorsi distinti eppure capaci di creare risultati sontuosamente omogenei quasi a suggerire l’idea di un solo show: un amalgama opportuno all’immagine simbolica della rifrazione, dove il prisma terribile e divino (trascendente) raduna tutte le cromie in luce pura e lineare.

Luce e percezione sono sinonimi propri del lavoro di Nicolò Cecchella, presente con l’opera Volto Terra (2015-2017), fulcro della mostra, calchi in terracotta delle sue stesse fattezze intrisi di riferimenti poetici e scientifici (per brevità, si pensi alla maschera di Pirandello e al fenomeno ottico del vaso di Rubin) nonché probabile suggeritore del titolo della mostra per l’efficace sintesi formale di entrambi i macrosistemi interessati, quello della scultura e della fotografia. L’impronta, infatti, è il momento materializzante per eccellenza, denunciando l’intenzione della collettiva a scavare (o levare, se piace) per avvicinarsi alle origini della materia, intesa sia come sostanza fisica che disciplina trattata, per raggiungere gli archetipi formali e simbolici dell’indagine artistica, senza privarsi di richiami metalinguistici, toccando anche altri ambiti tecnici come la letteratura e l’incisione artistica.

Quest’ultima è il significante leit motiv di tutte le opere esposte con echi suggeriti, come l’accostamento tra Traccia (2016-2017) del già citato Cecchella e Per un’incisione di indefinite migliaia di anni (1969) di Giovanni Anselmo, e vere e proprie citazioni notabili nelle fotografie di Marco Maria Zanin dai soggetti di matrice morandiana. Zanin attua un intrigante processo romantico estetizzando macerie architettoniche e utensili da lavoro rurale, ponendo un accento mistico piuttosto rilevante, elevando gli oggetti a feticcio e seguendo una diffusa e pertinente inclinazione contemporanea verso un archeologia del presente (sulle orme di Giovanni Urbani): oltre la grafica, opere come Sintomo III (della serie Ferite/Feritoie) rimandano ad una certa fotografia nobile (vengono in mente Mechanical Form di Hiroshi Sugimoto o il più specifico Beauties of the common tool di Walker Evans) in perfetta sincronia con la proposta Rephrased I (2013) di Darren Harvey-Regan, artista inglese votato all’indagine fotografica tra l’oggetto e la sua rappresentazione. A differenza degli altri due membri della collettiva, dalla cifra decisamente più umanista e antropologica, la ricerca di Harvey-Regan contempla un rigore analitico incentrato sui dilemmi percettivi dell’occhio umano, soprattutto sulla natura materico-formale dell’oggetto, eppure risulta capace di stimolare valori estetici e non privarsi di qualche ascendente poetico; non a caso l’autore cita spesso tra le sue fonti di ispirazione il noto bulino Melancholia (1514) di Albrecht Dürer. Ritorna l’incisione, c.v.d.

Nel complesso, l’esposizione ha un ottimo respiro e un allestimento brillante, senza negare la monumentalità dei lavori dolmenici di Harvey-Regan o la naturalezza delle opere di Cecchella piuttosto che l’autonomia meditativa del Zanin, nonostante la concentrazione dello spazio della galleria. Sbilanciandosi, una delle mostre più compiute dell’anno, già in odore di Biennale, connotata da una linea attenta e autentica ma comunque suggestiva, cui sembra adeguato coniare il termine Romanticismo Relazionale.

Luca Sposato

Info:

Nicolò Cecchella, Darren Harvey-Regan, Marco Maria Zanin. Impronte
a cura di Angela Madesani
dal 9 marzo al 25 maggio 2019
Passaggi – arte contemporanea
via Garofani 14, 56125, Pisa
info@passaggiartecontemporanea.it – www.passaggiartecontemporanea.it

ImpronteImpronte, veduta parziale della mostra. ph. Nicola Belluzzi, courtesy Passaggi Arte Contemporanea

ImpronteImpronte, veduta parziale della mostra. ph. Nicola Belluzzi, courtesy Passaggi Arte Contemporanea

Darren Harvey-Regan, The Erratics – Wrest#3 e The Erratics – Wrest#7, 2015. ph. Nicola Belluzzi, courtesy Passaggi Arte Contemporanea

Marco Maria Zanin, Natura Morta IV, 2015, stampa fine art su carta cotone, 60 x 75 cm. ph. courtesy dell’artista




Dove si può guardare il mare: la nuova mostra di Piero Guccione

“Sono un uomo che ha bisogno di guardare il mare, con la memoria, guardarlo avendolo lì a un passo, come lo avevo certamente guardato da bambino”, svelava nel 1983 Piero Guccione (Scicli, 1935 – Modica, 2018) a Giorgio Soavi, un critico che, da subito, riconobbe le doti poetiche della sua arte. Dopo essere stato insignito di numerosi riconoscimenti e premi (Nel 1970 Guccione realizzava il dipinto Le linee del mare e della  terra, ,finalista nel 1988 al premio Artista dell’Anno, promosso da 120 critici italiani, a Napoli,  nominato nel 1995  Accademico di San Luca) e aver collaborato con artisti del calibro di Sonia Alvarez e Franco Sarnari, torna oggi la prima retrospettiva post mortem dedicata a lui: Piero Guccione. La pittura come il mare, organizzata al Museo d’Arte di Mendrisio.

Un catalogo di 120 pagine documenta con fotografie e schede tutte le opere in mostra, introdotte dai contributi di studiosi e seguite da apparati riportanti una bibliografia scelta e una selezione delle esposizioni. Una mostra incantevole per ricordare un grande artista italiano. Le 56 opere in mostra, tra oli e pastelli, realizzati dal 1970 fino al 2008, sono un declinarsi di luci e ombre nelle quali la presenza dell’uomo è assente, ma percepibile. Paragone intrinseco nelle sue parole, anche se mai pienamente evidente, è il piano della tela rispetto a quello del mare; se la prima è una superficie palpitante in attesa di essere ondeggiata di sprazzi di colore, il secondo è movimento impercettibile di spazio e tempo, in un moto di tumultuosa serenità.

Un esempio lampante della sua personale interpretazione del mare è il dipinto “Mare a punta corvo” (1995-2000): la superficie è striata di lievi increspature, non è chiaro se sia il mare a riflettere le sfumature del cielo o viceversa, i chiari sono limpidi e assorbiti nel suo silente clamore. La dimensione della luce s’incontra e si scontra con le differenti tonalità di azzurro, in una relazione che sa di pura perversione del colore: “Mi attira l’assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento” affermava Guccione, affrontando quotidianamente una sfida oltre i confini della sua stessa visione del mare. La rarefazione è il punto chiave delle sue ultime opere: vi è uno strabiliante senso di vuoto a far sì che lo spettatore sia sospeso in bilico tra concretezza ed astrazione.

Egli si riconosceva pittore in una tradizione radicata nel dato realistico e figurativo: “La mia pittura oggi va verso un’idea di piattezza che contenga l’assoluto, tra il mare e il cielo, dove quasi il colore è abolito, lo spazio pure. Insomma, una sorta di piattezza, che però, in qualche modo, contenga un dato di assolutezza, di una cosa che assomiglia a niente e che assomiglia a tutto”. È la sua stessa pittura a contenere contraddizioni intrinseche nel suo concepimento, è essa stessa un ossimoro; ciò che Guccione ha ricercato spasmodicamente, difatti, è stata una forma di realtà estremamente personale, racchiusa nelle astrazioni che pervadevano il suo essere. Persino lo scrittore Alberto Moravia ne colse bene l’essenza: “Piero Guccione non illustra figure e situazioni, ma cerca anzi di ridurre il più possibile il riferimento illustrativo… si è messo fuori dalla storia, si è tenuto alla passione che è di tutti i tempi e di tutti i luoghi e a quella soltanto”. Dunque, cogliere le unicità di Piero Guccione significa osservare, a lungo, le sue creazioni; proprio perché, attraverso la sua prole artistica, è riuscito a raccontare chi fosse davvero.

Carlotta Casolaro

Info:

Piero Guccione. La pittura come il mare
7 aprile – 30 giugno 2019
Museo d’arte di Mendrisio
Piazzetta dei Serviti 1
CH – 6850 Mendrisio

Ritratto di Piero Guccione

Piero GuccionePiero Guccione, Il nero e l’azzurro (cat. 27) 2003 olio su tela 150 x 276 cm Senato della Repubblica Italiana
Museo d’arte, Mendrisio Foto Cosimo Filippini 2019

Piero Guccione, La linea azzurra (cat. 31) 2006-2007 olio su tela 81 x 111 Collezione privata
Museo d’arte, Mendrisio Foto Cosimo Filippini 2019




Houda Bakkali. Women and Digital Art, Breaking stereotypes

La mostra “Women and Digital Art, Breaking stereotypes” cerca di abbattere i cliché e portare al pubblico una visione trasgressiva, dirompente e moderna delle donne arabe, anche attraverso le tecniche, gli strumenti e i supporti di arte digitale. Una doppia rivendicazione firmata dall’artista internazionale Houda Bakkali. La serie “Beautiful African Woman”, che sarà esposta dal 4 al 31 maggio 2019 al National Tourism Parador di Lorca, è un omaggio alla donna araba la cui ispirazione è la madre dell’artista. Bakkali intende con questo lavoro “lasciare l’eredità di fare le cose normalmente, in totale uguaglianza, sentirsi liberi. È una visione colorata, entusiasta e ottimista, con due pilastri chiave, la tecnica e l’anima del lavoro, con cui cerco anche di confutare gli stereotipi sulla cultura araba. È giusto e necessario che le persone sappiano che non tutto è estremo, per dare visibilità a una donna libera ed esigente, proprietaria delle proprie decisioni e padrona della propria vita “. L’artista ricorda come la protagonista di questo lavoro vestì i trikini nella spiaggia di Tangeri negli anni ’50 e ’60, un comportamento anomalo a quei tempi. Rompere gli stereotipi, l’involuzionismo e rivendicare il diritto delle donne a decidere sul loro futuro, sono i messaggi che animano questa serie di illustrazioni digitali. L’opera “Beautiful African Woman”, ha ottenuto diversi riconoscimenti dai svariati media e istituzioni internazionali, avendo ottenuto il New Talent Award degli artisti del World International Festival di Cannes (2018), il Silver Award della prestigiosa casa editrice Graphis in New York (2018) o la Circle Foundation for the Arts Award di Lione (2019), tra le altre distinzioni. D’altra parte, il lavoro di Bakkali cerca anche di rompere con i cliché che ancora condizionano l’arte digitale che, come l’artista ha ricordato nella sua conferenza all’Antonio López Arts College lo scorso marzo, “è ancora molto sospetta e questo è stato un handicap importante con cui ho avuto a che fare durante tutta la mia carriera “. Tuttavia, e secondo Bakkali, “gli strumenti digitali sono un altro mezzo per costruire ponti, per esprimere le preoccupazioni dell’anima e per descrivere il mondo che ci circonda”.

L’ARTISTA

Houda è un’artista visiva spagnola di origine marocchina. È esperta in comunicazione digitale e marketing online, con oltre dieci anni di esperienza nel settore. Allo stesso modo, ha lavorato nella stampa e nella pubblicazione grafica, una delle sue grandi passioni. La sua prima opera visiva risale al 2008, quando pubblicò la serie “Africa sweet and pop”, un tributo colorato, ottimista e pieno di speranza alle sue origini. Houda è cresciuta nel quartiere di Lavapiés, una delle comunità più cosmopolite e multiculturali di Madrid, un luogo che l’artista associa sempre con la sua passione e motivazione per l’arte. Houda Bakkali ha esposto a Parigi, Madrid, Cannes, Barcellona … e il suo lavoro, le sue tecniche e il suo processo creativo sono stati riconosciuti da diverse istituzioni come il Consolato Generale Spagnolo a New York. Attualmente, ha il suo studio creativo a Barcellona.

LA MOSTRA

La mostra “Women and Digital Art, Breaking stereotypes”, ospiterà l’opera “Beautiful African Woman”, il lavoro più rappresentativao dell’artista, così come i suoi ultimi progetti artistici digitali: “Don Chisciotte Time” presentato lo scorso aprile a New York; “The three age”, serie premiata con the Distinguished Artist dall’International Magazine Art Ascent in Canada, 2019; e “I fiori della fortuna”, una delle opere più simboliche di Bakkali e parte della sua prima opera grafica.

DOVE: PARADOR DE TURISMO DI LORCA

Built sul sito del Castello di Lorca, questo Parador de Turismo è uno dei gioielli architettonici di la città di Lorca, una città unica che vanta una ricca eredità di cultura cristiana, ebraica e musulmana che oggi ricorda le sue strade grazie alla sinagoga del XV secolo, il muro almohade, la cisterna islamica, la cittadella del castello o le sue strade pieno di nobili scudi, mura medievali, quartieri ebraici, aranceti e vigneti … Una città storica presieduta dal Parador de Turismo. Questo edificio moderno è stato inaugurato da Queen So fi a nel 2012 e ha rappresentato un impegno per il comfort, il lusso, il benessere e la decorazione più all’avanguardia.

LA RICCHEZZA ARTISTICA DEI PARADORES

Paradores Nacionales de Turismo ha una delle più importanti collezioni d’arte in Spagna. Dalle incisioni gotiche del 14 ° secolo, un rilievo in pietra firmato da Juan de Juni, dipinti ad olio del 16 ° secolo, arazzi fiamminghi realizzati con illustrazioni di Rubens o mobili del XVI e XVII secolo di valore incalcolabile fanno parte di questa collezione esclusiva. Dall’apertura nel 1928, questa catena alberghiera ha nutrito le pareti dei suoi edifici monumentali con la migliore arte. Infatti, nel mondo, nessuna struttura alberghiera conosciuta ha più di 9.000 opere d’arte, con stili e periodi diversi che arricchiscono ulteriormente gli edifici storici li ospitiamo e la cui architettura modella la storia della Spagna. Paradores che erano conventi, castelli o monasteri e che oggi nascondono il fascino e le leggende del passato o dei Paradores situati in zone uniche come la Plaza del Obradoiro, il Parco Nazionale di Doñana o l’Alhambra. La prestigiosa catena alberghiera ha sempre optato per il coinvolgimento di nuovi talenti artistici per accrescere il suo essenziale patrimonio artistico, tra cui paradisi storici come Santiago de Compostela, dove giovani artisti della Scuola di Madrid, già consacrati nel panorama nazionale. Per questa grande ricchezza, Paradores aggiunge anche il suo lavoro nel processo di restauro di opere artistiche. Così, nel 2017, sono state restaurate più di 250 opere, tra cui il ricamo del XVI secolo, tre canti gotici del XV secolo o dipinti del XVII e XX secolo, tra molti altri. In questa occasione, e con l’inconfondibile cornice dell’emblematico Parador de Lorca, l’opera di Houda Bakkali è stata scelta, per la qualità dell’opera, per le sue particolarità tecniche e per la visione estetica dell’artista internazionale, dando spazio all’arte le tendenze del XXI secolo.

Dal 4 al 31, maggio 2019 Apertura: 4 maggio, 7 PMWHEREParador de Lorca. Castillo de Lorca s / n 30800, Lorca – Murcia – Telefono: +34 968406047 – E-mail: lorca@parador.es MAPCONTACT ARTISTHouda Bakkali – E-mail: hi@hbakkali.es Web: www.hbakkali.es

Houda BakkaliHouda Bakkali, Beautiful African Woman, Sensuality, 2018

Houda Bakkali, Beautiful African Woman, Transgression, 2018

Houda BakkaliHouda Bakkali, Summer, 2018, digital illustration




Il purgatorio artificiale di Alfredo Pirri da Eduardo Secci contemporary

Per quanto l’immagine del titolo lo possa suggerire, l’ultima personale di Alfredo Pirri presso la galleria fiorentina Eduardo Secci, non è una mostra virata sui contrasti, piuttosto concentrata sui limiti: Giorno / Notte è dichiaratamente poetica e non sono poche le suggestioni pittoriche evocate più o meno intenzionalmente, in fede al principio soffuso nerudiano che «la poesia non è di chi la scrive», tuttavia indaga sulla connessione, spesso impercettibile, dell’arte con sistemi più rigorosi quali l’ottica e l’architettura. Cominciando dalla prima stanza con l’installazione del lampione-opera Studio per All’imbrunire (a qualcuno ricorderà un noto quadro di Giacomo Balla), l’impressione cromatica diventa sempre più evidente e chiara sfruttando l’ottima luce solare diffusa per la galleria, un invito a ripetere la visita in più occasioni per provare quanto il tempo sfumi i colori infrangendosi, con lenta curvatura, sulle trasparenze dei plexiglass di Studio per Compagni e Angeli, lavoro site-specific marcatamente architettonico a favore di una fruizione esperienziale e non unicamente visiva. L’allusione al pulviscolo luminoso unito alla leggerezza fresca delle piume crea un contrasto sensoriale tra la percezione effettiva e l’invito meditativo puntualmente offerto, dato il forte accento poetico già discorso, un attrito temporale ed esistenziale: sono le quattro del mattino o le quattro di notte? Pirri ci lascia il piacevole dubbio.

I giochi ottici e metalinguistici si rincorrono ulteriormente nella stanza dedicata ai lavori più parossistici: la recente produzione della serie Arie, quasi inedita nell’uso del catramoso nero calcografico, annulla quella leggiadria finora riscontrata a favore di un’avvolgente dimensione ombratile, un sottobosco comunque rinfrescante e familiare, come di (termine congeniale) macchia mediterranea.

Riprendendo il concetto iniziale, il confine investigato tra pittura e architettura merita un breve approfondimento; ricordando come Jannis Kounellis amava definirsi “pittore” (Pirri stesso lo scrive in un articolo del 2013 per la rivista L’Espresso) trascendendo un senso più fisico e corposo («la carne» la chiamava) di questa tecnica tradizionale, così anche per l’artista cosentino la pittura propagandosi nello spazio assume connotati architettonici. Non è semplice dialettica, non c’è un rapporto intrecciato come nell’affresco moderno (cui, tra l’altro, la galleria gode di un piacevole esempio dell’inizio Novecento), ma una vera transustanziazione poiché le opere coincidono con la loro nuova natura nel momento in cui vengono esposte. Questa riflessione, accentuatamente mistica, funge da contraltare crepuscolare proprio con l’atmosfera più evanescente e pindarica dell’altra faccia della mostra: soltanto dalla loro fusione può nascere bellezza, non equilibrio, giacché l’operazione si caratterizza per continui dinamici rapporti, mai definiti, spesso addirittura possenti e incisivi. «Scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti» scriveva il poeta.

Pervade, dunque, uno stato di limbo, un Purgatorio artificiale preciso sia nella lettura analitica che nella lettura tecnica alludendo forse proprio al mondo dell’incisione calcografica, terra di nessuno delle arti visive, marcata nelle numerose tracce, impronte e rilasci delle varie opere presentate (anche gli acquerelli 33 giri hanno un’idea di “stampa”) e peculiare nel suo processo rituale, circolare e meditativo come Giorno / Notte è, e sempre sarà.

Luca Sposato

Info:

Alfredo Pirri. Giorno / Notte
dal 30 marzo al 11 maggio 2019
Eduardo Secci contemporary
piazza Carlo Goldoni 2, 50123, Firenze
055/661356 – gallery@eduardosecci.com – www.eduardosecci.com

Alfredo PirriAlfredo Pirri, Studio per Compagni e Angeli, metacrilato colorato in pasta e piume conciate (dimensioni reali)

Alfredo PirriAlfredo Pirri, Studio per All’imbrunire, metacrilato colorato in pasta e lampione (dimensioni reali) e 33 giri, acquerello su carta arches (250 x 125 cm)