Luogo e Segni. Punta della Dogana a Venezia

La collettiva “Luogo e Segni”, curata da Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, e Mouna Mekouar, curatrice indipendente, potrebbe diventare una mostra anche senza le opere esposte. Il titolo semanticamente sostanzioso rappresenta una mostra organizzata in occasione del decimo anniversario della Fondazione Pinault. L’elegantissima rassegna di lavori importanti sviluppa una narrazione costruita da 36 artisti, di cui una – Carol Rama – ha prestato il nome di una sua opera, creata nel 1975, al titolo generale. L’esposizione sarà accompagnata da un ampio programma di eventi, performance e incontri aperti al pubblico che avranno luogo a Punta della Dogana e al Teatrino di Palazzo Grassi. La mostra, inaugurata il 23 marzo a Punta della Dogana, nello storico edificio veneziano del XVII secolo, ristrutturato da Tadao Ando nel 2009, sarà visitabile fino al 15 febbraio.

Andando con logica, per capire meglio da dove si sviluppa il concetto dell’esposizione, conviene tornare alla sua origine nominale – Carol Rama. L’artista autodidatta, nata a Torino, attiva nella sua città di provenienza e sul palcoscenico internazionale dagli anni ’40, “traspone nelle sue opere, spesso autobiografiche, ossessioni e paure, in un linguaggio fatto di un repertorio surreale e provocatorio”, come spiega il catalogo mostra. “Luogo e Segni” di Carol Rama, composto da un dipinto e da una pellicola nera, gioca con la potenzialità, il futuro, il tempo, crea una tensione al confine tra oggetto e astrazione, scrittura automatica e notazione, “può essere considerato una mappa immaginaria o un misterioso rebus”. L’artista “ha perseguito un approccio creativo alla struttura e alla composizione, ibridando la sua arte con mezzi non convenzionali, come materiali industriali, immagini provocatorie e leggende psicologicamente coinvolte”. L’artista è scomparsa nel 2015 all’età di 97 anni e la sua importanza è stata riconosciuta solo tardivamente.

In questa occasione l’artista non si relaziona solo con la collezione di Punta della Dogana, ma anche con la parallela mostra della Fondazione Pinault a Palazzo Grassi, monografica di Luc Tuymans intitolata “La Pelle”, a cura di Caroline Bourgeois. È molto difficile in questo periodo decidere dove dirigere i propri passi a Venezia, rendendosi conto di tutte le debolezze umane, ma decisamente vale la pena di vedere entrambe le mostre, non solo perché dialogano a vicenda.

Cominciando la visita in galleria, oltrepassiamo le tende rosse dell’artista americano Felix Gonzalez-Torres. L’opera chiamata “Untitled (Blood)” (1992), cioè “Senza titolo (Sangue)” avverte che a soli pochi passi più avanti, è in corso un’invasione. Fortunatamente, l’espansione territoriale dei 17 nuovi artisti approdati nella collezione Pinault (tra cui Berenice Abbott, R. H. Quaytman, Liz Deschenes, Trisha Donnelly, Lucas Arruda, Hicham Berrada e Edith Dekyndt) è poco sanguinosa e i due piani dell’estesa esposizione di Punta della Dogana riescono ad accoglierli valorizzandoli allo stesso modo.

Tornando all’episodio: le sopramenzionate tende di Felix Gonzalez-Torres entrano in un dialogo pianificato con un artista americana Roni Horn, a cui era molto vicino. L’AIDS è al centro della vita e del lavoro di Gonzalez-Torres, portato via nel 1996 da questa malattia. È uno dei temi principali del suo lavoro, che prende le vie anche dell’attivismo politico, sviluppato in particolare con il “Group Material” (il collettivo artistico newyorkese anni ’80, i cui membri hanno lavorato in modo collaborativo per avviare l’educazione delle comunità e l’attivismo culturale). La prima opera di Gonzalez-Torres all’entrata della mostra titolata “Untitled (7 Days of Bloodworks)”(1991) è un’indagine discreta e minimalista sugli effetti della progressione del virus dell’AIDS nel sangue per un periodo di una settimana. La potente “Untitled (Blood)” (1992) diventa una rappresentazione metaforica dello stesso sangue, descritta da una cortina di perline di plastica, tesa da un lato all’altro della stanza. Le perle rosse e bianche evocano rispettivamente i globuli rossi e bianchi. “La percezione di questo lavoro, ai confini dell’astrazione e dell’autobiografia, dell’intimo e del politico, richiede la partecipazione fisica del visitatore, invitato ad attraversarlo nel senso proprio del termine. Esegue quindi una sorta di condivisione e cerimonia di empatia, leggera e grave, tragica e gentile” – leggiamo nel catalogo della mostra. È senza dubbio una delle opere più emblematiche di tutta la collezione, esposta per la prima volta alla sua inaugurazione.

Roni Horn, invece, ci fa congelare in modo ragguardevole, solo a pochi passi più avanti, nella sala centrale. L’opera nella prima sala si fonde con l’ambiente circostante, difatti Horn descrive le proprie opere come contestuali. L’hommage alle poesie di Emily Dickinson, una continua fonte di ispirazione per l’artista, l’ha portata a creare la serie “White Dickinson”. Le citazioni estratte dagli scritti della poetessa sono applicate a barre di alluminio collocate sulla parete.

“Well and Truly” (2009-10) è esposto nella sala centrale, enorme e lucida. Si può supporre che la i dieci colossali blocchi di vetro, trasparenti e delicati in diverse tonalità di blu, assomiglianti alla superficie dell’acqua, non abbiano mai visto uno spazio più adatto alla loro presenza. “Well and Truly” è una ricerca sull’acqua a lungo termine. L’avventura mentale è iniziata quando si concentrava sul paesaggio islandese, sulle “innumerevoli sfumature dell’acqua e la mutevole geografia delle caratteristiche umane”. (catalogo mostra) “Le mie ambizioni si basano tanto sul dialogo con le mie circostanze. Non direi che c’è qualche sola cosa che mi attraesse verso l’acqua. Ovviamente, quando cominci a pensarci, esplode proprio, perché è cosi ricca. È tutto e niente. Mi sento quasi come se riscoprissi l’acqua, ancora, ed ancora, ed ancora”. L’approccio Rinascimentale di Horn rende impossibile descriverla in modo troppo conciso. L’artista crea disegni, libri, installazioni fotografiche, sculture. Fa anche la collezionista e ha prestato alcune opere per “Luogo e Segni”.

I grandi nomi (e le grandi opere) non terminano qua. Al lato opposto della prima sala vediamo già: Constantin Brancusi, Vija Celmins, Agnes Martin e Louise Bourgeois. La rimanente trentina d’artisti richiede altre ore di ricerca, perché ne vale la pena. Sulla spina dorsale dei lati polari (in colore e in calore) di Roni Horn e Felix Gonzalez-Torres, con una spezia della drammatica Carol Rama, i curatori hanno costruito un corpo apprezzabile. Particolarmente impegnativa per la quantità delle opere e l’essenzialità formale del linguaggio, “Luogo e Segni” è una mostra piacevole nonostante la sua complessità.

Dobroslawa Nowak

Info:

Luogo e Segni

Artisti:  Etel Adnan, Berenice Abbott, Giovanni Anselmo, Lucas Arruda, Hicham Berrada, Louise Bourgeois, Charbel-joseph H. Boutros, Constantin Brancusi, Nina Canell, Vija Celmins, Tacita Dean, Edith Dekyndt, Liz Deschenes, Trisha Donnelly, Simone Fattal, Dominique Gonzalez-Foerster, Felix Gonzalez-Torres, Roni Horn, Ann Veronica Janssens, Lee Lozano, Agnes Martin, Julie Mehretu, Ari Benjamin Meyers, Philippe Parreno, Alessandro Piangiamore, R. H. Quaytman, Carol Rama, Lala Rukh, Stéphanie Saadé, Anri Sala, Rudolf Stingel, Sturtevant, Tatiana Trouvé, Wu Tsang, Robert Wilson e Cerith Wyn Evans.

24/3 – 15/12 2019
Ogni sabato in entrambe le sedi sono organizzate visite guidate gratuite. Alle 15 visita guidata di “Luogo e Segni” e alle 17 di “La Pelle – Luc Tuymans”. La prenotazione non è richiesta.

Punta della Dogana

(from left to right) Roni Horn, White Dickinson THE CAREER OF FLOWERS DIFFERS FROM OURS ONLY IN INAUDIBLENESS, 2006, Courtesy the artist and Hauser & Wirth, Felix Gonzalez Torres, “Untitled” (Blood), 1992, Pinault Collection, “Untitled” (7 Days of Bloodworks), 1991, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

(from left to right) Cerith Wyn Evans, We are in Yucatan and every unpredicted thing, 2012-2014, Pinault Collection, Rudolf Stingel, Untitled, 1990, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Carol Rama, Luogo e segni, 1975, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Liz Deschenes, FPS(60), 2018, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Roni Horn, Well and Truly, 2009-2010, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Nina Canell, Days of Inertia, 2015, Courtesy Daniel Marzona, Barbara Wien, Mendes Wood Dm Galleries. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Cover image: @Dobroslawa Nowak




Noi, Umani. Fra arte e AI a Londra

Al Barbican Centre di Londra, fino al 26 agosto, ci si interrogherà su cosa significhi essere umani oggi, in un momento storico nel quale la tecnologia avanza verso frontiere sempre più vaste. Ciò avverrà grazie alla mostra-evento “AI: More than Human”, nella quale non sono coinvolti solo artisti e curatori, ma anche partner tecnici come IBM, Google Arts&Culture e Sony.

Si tratta di una tendenza in costante evoluzione in quanto, fino a poco tempo prima, le mostre nelle quali arte e scienza si intrecciavano erano riservate non alle gallerie più importanti, ma a circuiti di nicchia come il festival Ars Electronica di Linz, in Austria. Sono indubbiamente tematiche che vanno di moda, una moda che anche il panorama delle istituzioni dell’arte contemporanea ha iniziato a seguire.

Sviluppata in quattro aree, in “AI: More than Human” è presente anche una sezione storica, che crea un percorso dal passato fino ai giorni nostri, per dimostrare il fatto che tali innovazioni e progressi tecnologici non cadono dal cielo, non sono un pacchetto preconfezionato degli Anni Duemila. Per citare un esempio noto a tutti anche grazie al grande schermo, basti ricordare i primi esperimenti con le macchine portati avanti da Alan Turing. L’arte si presenta a Londra sotto le sue più disparate sfaccettature, passando dal design alla musica e all’area fashion.

Le sezioni, che esaminano diversi aspetti dell’Intelligenza Artificiale, sono le seguenti:

  • The Dream of AI, nella quale viene portato alla luce il desiderio umano di riportare in vita gli oggetti inanimati, dall’antichità fino ai giorni nostri, passando attraverso lo Shintoismo e l’alchimia;
  • Mind Machines, sezione che ripercorre l’evoluzione storica dell’AI dai primi ricercatori che hanno cercato di convertire il pensiero razionale in un codice, alla creazione della prima rete neurale negli Anni Quaranta;
  • Data Worlds, invece, rende chiaro il ruolo attivo e commerciale che l’Intelligenza artificiale ricopre all’interno della società contemporanea, un ruolo che modifica le nostre esistenze;
  • Endless Evolution rappresenta infine la sezione che guarda più al futuro, prevedendo la creazione di una sorta di nuova specie e focalizzando così l’attenzione su come le leggi artificiali possano adattarsi a quelle naturali.

È importante inoltre ricordare come gli artisti ormai siano infatti veri e propri creatori di nuovi media, che vengono alla luce anche grazie all’ispirazione tratta da tecnologie presenti nel nostro quotidiano, come Google Street View.

Non solo la società quindi, ma anche chi ne è parte integrante come gli artisti, non possono più prescindere dai fondamentali e radicali cambiamenti che le nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale stanno apportando al nostro quotidiano.

In mia opinione assume una rilevanza emblematica l’opera Co(AI)xistence dell’artista Justine Emard. Il video di quest’installazione fa immergere il fruitore in uno spazio-altro, una dimensione alternativa: si resta infatti senza parole nell’osservare lo stupore dipinto sul volto dell’alter-ego artificiale nell’osservare la danza di luci eseguita dall’attore e ballerino giapponese Mirai Moriyama, uno stupore reale e umano simile a quello di un bambino di fronte ad una realtà che assapora per la prima volta nella sua vita.

Diego Drago

Info:

AI: More than Human
16 May — 26 Aug 2019
Barbican Centre
Silk Street, London

AI: More than Human

For all the images: AI: More than Human, installation view at Barbican Centre, London




Imbroglio (or the ability to incorporate possibilities): un percorso tra primitivo e futuribile

Naomi Gilon, Nona Inescu, Lucia Leuci e Lito Kattou si confrontano negli spazi di Like a Little Disaster a Polignano a Mare sul tema del superamento dell’umano, non solo ammiccando a un ampliamento fantascientifico delle sue possibilità, ma anche facendo ritorno alla cellula primordiale, fino a sfociare nell’archetipico mostruoso.

Nel reportage di Marco Pinna “Il cyborg della bassa modenese” (pubblicato sul volume Gli Ultrauomini di CTRL Magazine) si parla di trans-umanesimo e di un futuro in cui, attraverso l’ibridazione tra uomo e tecnologia, si potrà vivere all’infinito, si potranno superare i limiti del corpo e si raggiungerà un livello di conoscenza vicino all’infinito – il sogno di Faust.

Oggi si può già alterare la realtà, “incorporando” un microchip sottopelle per estendere la propria memoria su un dispositivo estraneo, ma quasi invisibile.

Qualcosa di simile accade dal 27/04 al 20/06/2019 nella mostra “Imbroglio (or the ability to incorporate possibilities)” che, come in tutti i percorsi labirintici, si può leggere in due direzioni.

Si può cominciare la visita dai corpi spaziali di Lito Kattou (Nicosia, 1990), che annulla la fisicità, realizzando impalpabili umanoidi i cui arti alternano fasi di schiacciamento a fasi di sollevamento dal suolo attraverso forze magnetiche. Il graffio felino con cui sono marchiati manifesta un’ambiguità tra la lacerazione visiva e la decorazione del ricamo, tra il fare a mano e l’avvento del robotico.

Oppure ci si può lasciare catturare dalle mani inumane di Naomi Gilon (Arlon, 1996), che ritorna al mito e alla favola, passando dall’oralità di un racconto sottinteso alla dimensione tattile della ceramica lavorata secondo tradizione. Nelle sue ceste da pic-nic vittima e carnefice si sovrappongono nell’inganno del bosco, in cui si percepisce l’assenza di chi ogni giorno si ferma a raccogliere un mazzolino di fiori. Ritornano poco più avanti sotto forma di mani interrogative le presenze sotterranee di creature trasformate dal tempo, che incarnano la paura e stregano con la loro fascinazione.

I lavori delle artiste danno vita a continui scarti, presenti anche tra i Raccoglitori di carote di Lucia Leuci (Bisceglie, 1977). Questi sono esseri “capovolti” che compiono apparizioni singolari nel loro tentativo di tornare al basso. Eppure le loro protesi – in cui il naturale incontra l’artificiale – e i loro abiti sospesi nel vuoto non consentono a queste figure l’ingresso nella terra, lasciandoli in un limbo di eterea poesia.

Il corpo umano si intravede solo nel video Vestigial Structures di Nona Inescu (Bucarest, 1991), che non resiste alla tentazione body-mod di farvi penetrare elementi esterni, in questo caso naturali. L’identificazione tra l’uomo e il paesaggio si manifesta nell’alternanza tra fotogrammi. A uno dei monumenti megalitici più imponenti e antichi esistenti, l’allineamento di Carnac, succedono scene di esercizio fisico, in cui alle parti del corpo sono applicate protesi di pietre. Gli evocativi sottotitoli del video, tratti dal testo di Jacquetta Hawkes A Land, palesano la fusione primitiva tra la roccia e l’umano.

“Imbroglio (or the ability to incorporate possibilities)” è un percorso continuo in avanti e all’indietro nella storia, alla ricerca di radici che chiedono prepotentemente di uscire dal suolo e diventare aeree, che si trasformano in mani trans-umane capaci di graffiare, chiedere, aggrapparsi, ma anche di aprirsi, offrire, accogliere.

Camilla Nacci

Info:

Imbroglio (or the ability to incorporate possibilities)
Naomi Gilon Nona Inescu Lucia Leuci Lito Kattou
27 aprile – 20 giugno 2019
Like A Little Disaster
Via Cavour, 68 Polignano a Mare.

Imbroglio (or the ability to incorporate possibilities), Installation view, Courtesy Like a Little Disaster

Imbroglio (or the ability to incorporate possibilities), Installation view, Courtesy Like a Little Disaster

Nona Inescu, Vestigial Structures, 2018, Single-channel HD video, Courtesy Like a Little Disaster

Naomi Gilon, Survivors, 2019, ceramica smaltata, terra, 400 x 190 x 59 cm, Courtesy Like a Little Disaster




Resilienza / Resistenza

Giovedì 20 giugno 2019, al PAV Parco Arte Vivente si inaugura la collettiva Resilienza / Resistenza con l’intento di proporre una riflessione sulla coppia complementare di due obiettivi strategici dei movimenti ecologisti e della loro base sociale.

La resistenza nella sua forte connotazione sociale è, come dice John Holloway, l’espressione di una soggettività ribelle che a partire dal ‘68 e dalle sue istanze rivoluzionarie, si è via via accresciuta in tutti i continenti dove la rapacità del capitalismo e del neoliberismo hanno progettato nuovi sistemi e infrastrutture per depredare l’ambiente naturale e inquinarlo, scontrandosi con movimenti tenaci e durevoli di opposizione come, ad esempio in Italia, i movimenti NO TAV e NO TAP. In verità le prime lotte di coesione sociale e di opposizione al sistema possiamo farle partire dalle prime lotte dei minatori, in Inghilterra a fine Ottocento e dalle prime forme di consolidamento sindacale.

La resilienza, invece, a partire dai primi anni 2000, è diventato l’altro asse strategico fondato sul superamento del concetto ambiguo della sostenibilità e quindi sulla convergenza tra le numerose forme di autonomia e resistenza sociale che operano a livello locale e che spesso sono già collegate tra loro da rapporti di mutua collaborazione. Il fondamento storico della resilienza si identifica nel fatto che non esiste più una natura autonoma e “selvaggia” poiché, come dice il paesaggista Gilles Clément, oggi la natura è ibrida a causa delle complesse e inestricabili interazioni tra le forze umane e quelle della biosfera.

I movimenti della resilienza ecologica sperimentano localmente ma nel concreto una nuova gestione omeostatica del rapporto uomo-natura. La strategia resistente/resiliente, in sinergia con gli altri movimenti anticapitalistici come l’anticolonialismo, l’antirazzismo e il femminismo, lottano e agiscono con lo scopo finale di cambiare la macro politica della società globalizzata indirizzata alla devastazione di qualsiasi ecosistema. Gli artisti ambientalisti di oggi si pongono all’interno di questo movimento molecolare di lotta, incrementando con le loro esperienze la delucidazione della crisi ecologica, l’interconessione delle azioni sociali e l’estensione della presa di coscienza della crisi dell’Antropocene a livello di massa. L’intento di questa mostra al PAV è di esporre e divulgare l’attività di alcuni artisti italiani, in sintonia con la tematica, attraverso la realizzazione di progetti specifici nelle aree interne ed esterne del centro sperimentale di arte ambientalista.

Gli artisti che fanno parte di questo progetto sono otto: Marco Bailone, Gea Casolaro, Michelangelo Consani, Leone Contini, Piero Gilardi, Michele Guido, Ugo La Pietra, Gruppo Wurmkos. Marco Bailone dipingerà un murale sulle lotte della Valsusa; mentre Gea Casolaro presenterà il video Prima che la notte duri per sempre e una rassegna di immagini relative alla sua installazione Parco Eternot di Casale Monferrato. Michelangelo Consani collocherà nel parco del PAV la scultura di un daino come resistenza “naturale” dell’arte e Leone Contini realizzerà una serra con la coltivazione di vari tipi di zucca, i cui frutti caratterizzano gli orti e le mense degli immigrati in Italia. Piero Gilardi esporrà la sua installazione interattiva sul tema della sequoia Resilience e nel contempo Michele Guido da una parte esporrà le sculture del Ceiba Project e dall’altra, nel parco, coltiverà un orto per la produzione di semi di specie vegetali rare e antiche, mentre Ugo La Pietra collocherà all’interno della corte del PAV cinque gazebi con all’interno bonsai e oggetti simbolici dell’ecosofia e in parallelo offrirà una rassegna grafica e video delle sue esperienze di ecologia urbana. Infine, il gruppo Wurmkos realizzerà una vigna a “topia” con uno spazio conviviale incorporato sulle pendici della collina del PAV.

La mostra, a cura di Gaia Bindi e Piero Gilardi, realizzata con il sostegno della Compagnia di San Paolo, della Fondazione CRT, della Regione Piemonte, della Città di Torino e della Fondazione Centro Studi Piero Gilardi, sarà visitabile fino al 20 ottobre 2019.

Resistenza / Resilienza
a cura di Gaia Bindi e Piero Gilardi
PAV – Torino
via G.Bruno 31
21.06 -> 20.10.19
opening: giov 20 giugno
apertura: ven h 15.00 – 18.00
sab e domenica h 12.00 – 19.00
info: info@parcoartevivente.it

Resilienza / ResistenzaWurmkos, Michele Guido “Cosmos seed” performance del 16/03/2019 presso PAV – Parco Arte Vivente, Torino. Ph credit e courtesy dell’artista e del PAV – Parco Arte Vivente, Torino

Piero Gilardi “Resilience” 2018, installazione multimediale, Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi

Gea Casolaro “Vivaio Eternot” 2016, installazione ambientale, Casale Monferrato, ongoing project, courtesy PAV




Juliet 193

COPERTINA
Christian Jankowski “Neue Malerei – Lichtenstein” 2017, olio su tela, 89,8 x 96,5 x 5 cm. Courtesy Galleria Enrico Astuni, Bologna

34 | Estetica ed Etica degli Archivi Privati – Il ruolo della documentazione fisica in era digitale (V) / Luciano Marucci
44 | L’interazione disciplinare – Dall’arte visuale alla società globale / Luciano Marucci
50 | Fotocronaca 58. Biennale d’arte di Venezia / Roberto Vidali
52 | Luc Tuymans – La pelle / Roberto Vidali
54 | Mimmo Paladino – Continuità del linguaggio / Rita Alessandra Fusco
56 | Resilienza/Resistenza – al PAV di Torino / Valeria Ceregini
58 | Ariel Cabrera Montejo – La pittura come mise-en-scène / Emanuela Zanon
60 | Da Dubai a Venezia – con Nujoom Al Ghanem / Emanuele Magri
62 | Christian Jankowski – Citare con ironia / Roberto Vidali
64 | Che fare? – prima del botto / Boris Brollo
65 | Gabriele Naia – la tua arte non interessa / Enea Chersicola
66 | Chto Delat – Che fare? / Fabio Fabris
67 | Rita Vitali Rosati – il Tao al cuore dell’arte Alessia Bellucci
68 | Vasily Klyukin – In Dante Veritas / Roberto Grisancich
70 | Stockholm – “Shoegaze” / Chiara Baldini
71 | Carlo Manicardi – Phoresta Onlus / Pina Inferrera
72 | Carlo Danieli – collezionare per curiosità / Emanuele Magri
73 | Claire Fontaine – La borsa e la vita / Amina Gaia Abdelouahab
74 | Louis Leroy – Eroi di plastica e territori riflessi / Anna Battiston
76 | Giovanna Ricotta – Sorprendimi / Fabio Fabris
78 | Beral Madra – Autoritratti 7 / Giuliana Carbi Jesurun
80 | Paul Kooiker – foto e viraggio / Maurizio Guerra

82 | Inka Schube – Sprengel Museum Hannover Annibel Cunoldi Attems
84 | Esperienze sperimentali – Al di là della pittura / Luciano Marucci

PICS
69 | Barbara Bloom – “The Tip of the Iceberg”
75 | Liu Wei – Microworld
77 | Laura Lamiel – Forclose
79 | Hicham Berrada – “Mesk-Ellil”
81 | Sturtevant – America America
83 | Andreas Slominski – “Chamaleon”
85 | Michel François – “Paraphernalia (Bottles)”

RITRATTI
86 | Fil rouge – Alì Ehsani / Fabio Rinaldi
93 | Eva Frapiccini – Fotoritratto / Luca Carrà

RUBRICHE
87 | Sign.media – Solo Mediale? / Gabriele Perretta
88 | Appuntamento con il gioiello – Elisabetta Cipriani / Alessio Curto
89 | P. P. dedica il suo spazio a… – Vera Portatadino / Angelo Bianco
90 | (H) o – del senza titolo / Angelo Bianco
91 | Maria Ilario – on Ray Johnson / Leda Cempellin
92 | Arte… e Vino – BorgoSanDaniele / Serenella Dorigo

AGENDA
94 | Spray – Eventi d’arte contemporanea AAVV




Matteo Fato. Il presentimento di altre possibilità

Un terribile incantesimo. Terribile, sì. Ma non lasciatevi, vi prego, ingannare dall’accezione dispregiativa che comunemente pregiudica l’uso di questo termine, al contrario, imprimete nelle menti ciò che Søren Kierkegaard scriveva ne il Diario: “l’angoscia è il primo riflesso della possibilità, un batter d’occhio, e tuttavia possiede un terribile incantesimo”. Con queste parole Matteo Fato, uno tra gli artisti più interessanti della scena artistica contemporanea, dà il benvenuto allo Studio Museo Francesco Messina, palcoscenico d’occasione della mostra Il presentimento di altre possibilità, a cura di Sabino Maria Frassà. Affine all’idea di uomo che è tanto più grande quanto più profonda è la sua angoscia, ben intesa come il rapporto generale con il mondo che l’individuo produce nel suo intimo, Fato non ha fatto in fretta ciò che doveva fare ma si è preso tre anni di tempo per preparare una mostra che traduce visivamente la sintesi razionale della sua visione totalizzante di pittura.

Vincitore del Premio Cramum nel 2016, egli si è avvalso della possibilità di esporre in quello che per vent’anni è stato lo studio dell’artista del Novecento italiano Francesco Messina, per ricavarne la libertà di un approccio auto-riflessivo, cercando di fare proprio lo spazio ospitante anziché invaderlo. E ci è riuscito, superando brillantemente l’infida sfida di una verifica a posteriori che può sprigionare nuovi significati ma anche possibili incongruenze. I quattro piani del museo diventano un circuito lirico-temporale in cui si rintracciano i termini della riflessione che Fato ha condotto sulla pittura e sulle sue articolazioni tecniche, cromatiche e spaziali, con accenti installativi nei suoi esiti più intensi.

La pittura, il disegno e l’incisione si confrontano infatti con quei materiali che in passato erano considerati semplici supporti o strutture, come il legno, lo specchio e il neon, e che oggi sono diventati linguaggio trovando espressione in una progettualità site-specific. Il suggerimento che all’ingresso siamo invitati a cogliere – e che ci portiamo a casa nella forma di un poster che Matteo Fato e Gianni Garrera ci regalano – è che “Non è l’Arte che imita la Natura, ma la Natura che imita l’Arte”. E se “La produzione è il compimento della contemplazione” allora è così, arricchiti di questa preziosa suggestione, che al piano terra contempliamo quattro opere, realizzate tra il 2012 e il 2019, che sintetizzano il corso della serie dei dipinti dei busti, focale nella ricerca artistica di Fato da quando, all’incirca dodici anni fa, per caso e per fortuna, trovò e fece suo un busto abbandonato.

Corre veloce l’occhio del visitatore verso la traduzione della fisicità della pittura in una massa organica cerebrale che contraddistingue l’imponente Eresia (del) Florilegio (2018). Opera emblematica non solo perché l’eresia del florilegio esorta a meditare sulla possibilità dell’errore, per scongiurare il rischio di un’arte senza vita, ma anche perché la presenza – tipica, nel titolo – di un segno di interpunzione stimola una lettura rallentata e riflessiva. Non trascurando l’installazione costruita intorno all’oggetto con cui gli incisori calibravano il chiaro-scuro, la pigna, Cose Naturali (Pigna) e Senza Titolo (Argilla), saliamo i due piani attraversando incisioni calcografiche, disegni e stampe a contatto da foto stenopeiche della serie (osservando la parola) (2005-19) che ci conducono a (Il presentimento di altre possibilità) (2016-19), scultura in multistrato e pittura olio (3 anni di accumulo) che dà il titolo alla mostra. Il busto sembra porre l’accento sul significato parziale di ogni possibile, lasciando un segno definitivo che sottrae terreno alla dimensione del finito e apre alla ricerca dell’infinito.

Scendiamo, infine, al piano interrato, dove l’occhio cade fin dai primi passi che muoviamo all’interno del museo, richiamato da un volume, ampio e frammentato, che si cerca di ripristinare nella propria immaginazione. È un cavalletto, sì, scomposto. Perché è proprio dentro al suo studio che l’artista dispensa vita ed energia, ordendo trame di immagini che si danno in maniera indiretta. Per gli angeli più alti (2015/19) è l’ultima colossale opera della serie qui esposta di riproduzioni di un cavalletto antico, avviata nel 2011 con (Osservando la Parola) e ripresa tra il 2012 e il 2014 con (Corna di bue). Quello che si cela dietro questi cavalletti, nella stanza più nascosta dello spazio, è la più recente opera, Ritratto di un Autoritratto (2019), che rende la collezione, preesistente ed esposta, di autoritratti di Francesco Messina, un oggetto di studio, di rappresentazione e di installazione. Così si conclude la sintesi che Matteo Fato ha allestito, operando una serie di scelte nella consapevolezza che in esse, una volta compiute, si è giocato la possibilità di dare una direzione e uno sviluppo al proprio percorso artistico, lasciando il presentimento di altre (e future) possibilità.

Elsa Barbieri

Info

Matteo Fato. Il presentimento di altre possibilità
A cura di Sabino Maria Frassà
Studio Museo Francesco Messina
24 maggio – 23 giugno
In collaborazione con Cramum

La mostra è resa possibile grazie al supporto di: Galleria Monitor Rome / Lisbon; Sanpaolo Invest-Private Bank; Masciarelli Tenute Agricole; PARCO1923 e PTC-Professional Trust Company

Matteo Fato

Matteo Fato, solo show, Il presentimento di altre possibilità
A cura di Sabino Maria Frassà
Assunto di Gianni Garrera
veduta dell’installazione
Studio Museo Francesco Messina, Milano
photo Michele Alberto Sereni Courtesy Monitor, Rome – Lisbon




Wim Delvoye al Musées Royaux des Beaux Arts de Bruxelles

Wim Delvoye (Wervik, 1965) è noto al grande pubblico per progetti spesso controversi, che accostano e interrogano critica istituzionale e finanziarizzazione del mondo dell’arte, diritti umani e rapporti tra uomo e animali, flirtando con poetiche e correnti dell’arte contemporanea: abietto e perturbante, informe e postmoderno, arte concettuale e relazionale. Il tutto non senza ripercussioni sull’opera stessa dell’artista, censurata e contestata in diverse occasioni. Ai Musei Reali di Belle Arti di Bruxelles, Delvoye presenta ora una sua personale, la più importante mai organizzata in Belgio. Le sue opere sono esposte su due livelli del museo: una parte di lavori nel livello interrato dell’edificio, mentre un corpus di opere più recenti – quindici sculture – è in mostra al secondo piano, avvolte dalla luce naturale.

Negli spazi sotterranei e all’interno della collezione, gli oltre settanta lavori sono esposti accanto a opere di Brueghel, Rubens, van Dyck e Bosch. Sono un’esegesi dell’evoluzione artistica di Delvoye, sviluppata nel corso degli ultimi vent’anni. Tra crocefissi anamorfizzati, macchine capaci di digerire e maiali tatuati, lo spettatore è chiamato a confrontarsi con gli eccessi della società contemporanea e i suoi paradossi, nonché con gli incontri sincretici tra culture remote, quanto prossime per estetiche e poetiche.

L’installazione al piano interrato, tra pareti nere, presenta alcune opere recenti dell’artista – come una serie su marmo, Counter Strike e Fortnite (2018) – alternate a installazioni degli ultimi decenni – come le vetrate Days of the Week (2008), e i video – Sybylle (1999). A spiccare è un’installazione imponente: Cloaca New and Improved (2001). Una macchina formata da reattori e pompe idrauliche, alimentata con del cibo due volte al giorno. Grazie all’aiuto di prodotti chimici è capace di produrre escrementi. Delvoye strizza l’occhio a leitmotif delle Avanguardie storiche – Dada e Surrealismo – o, ancora, ad artisti che hanno fatto della coprofilia motivo di ironia (come la Merda d’Artista di Piero Manzoni, o i quadri della pittrice Art Brut Mary Barnes). Diversamente da questi, Cloaca è una macchina instancabile.

Le opere più controverse restano, tuttavia, le sculture con pelle suina. Tra il 2003 e il 2010 Delvoye ha creato Art Farm China: una fattoria in cui piccoli di maiale, sotto anestesia, sono stati meticolosamente tatuati. Ricoperti di loghi di brand di moda, iconografie disneyane, e disegni dei carcerati russi, gli animali sono stati quindi messi in vendita. Il futuro acquirente sarebbe di fatto divenuto proprietario della loro pelle solo dopo la morte – naturale – dell’animale. In mostra compaiono una scultura e un video, realizzato nella fattoria delocalizzata in Cina. I maiali si muovono pigri in uno spazio della fattoria, i loro versi echeggianti per le sale del museo.

Lo spettatore è invitato da Delvoye a straniarsi, nella vertigine di senso nel labirinto nell’installazione interrata. Nonché sedotto: ora da vortici plastici, ora da fitti motivi neogotici e arabi. L’artista fa incontrare costanti formali della storia dell’arte e della cultura di massa, oltre a concetti vicini alla religione cattolica, quali la transustanziazione; sposati con dinamiche di compravendita del mondo della finanza, proprie anche del mondo dell’arte. Una mostra pervasa da un humor nero e disincantato, di tradizione dada e belga. Un percorso che lascia divertiti o interdetti, o entrambe le cose.

Elio Ticca

Info:

Wim Delvoye
A cura di Pierre-Yves Desaive
22 marzo – 21 luglio 2019
Musées Royaux des Beaux Arts de Bruxelles
Rue de la Régence 3, 1000 Bruxelles, Belgio

Wim Delvoye – Musées Royaux des Beaux Arts de Bruxelles. Vista dell'installazione. CourtesyMusées Royaux des Beaux Arts de BruxellesWim Delvoye – Musées Royaux des Beaux Arts de Bruxelles. Vista dell’installazione. Courtesy Musées Royaux des Beaux Arts de Bruxelles

Wim Delvoye, Cloaca New and Improved. Courtesy Musées Royaux des Beaux Arts de Bruxelles

Wim Delvoye, Tabriz, Shahreza, Arak, Karaj, Khermanshah, Bidjar – Pieter Paul Rubens. Courtesy Musées Royaux des Beaux Arts de Bruxelles




Sheela Gowda. Remains

Monumentale, totale, maestoso; è difficile ricordarsi una mostra organizzata all’Hangar Bicocca di Milano, che non ci abbia dato l’impressione di grandezza e che non abbia avuto una certa serietà sottocutanea che l’accompagnava. Sheela Gowda (nata a Bhadravati, Karnataka, India, 1957) con la mostra “Remains” non ci delude a riguardo, invitandoci in un mondo estraneo e profumato. La mostra è curata da Nuria Enguita e Lucia Aspesi e sarà visitabile fino al 15 settembre 2019.

È passata una trentina di anni da quando l’artista ha iniziato a lavorare, partendo dalla pittura tradizionale a olio su tela, spostando poco a poco l’attenzione sugli oggetti e sui materiali d’uso quotidiano. Prima, Gowda studiò pittura alla Ken School of Art di Bangalore. Successivamente frequentò la M.S. University di Baroda e la Visva-Bharati University a Santiniketan, ancora rimanendo nel linguaggio artistico classico, bidimensionale e tradizionale. Dopo essersi diplomata al Royal College of Art di Londra nel 1984, ritornò in India. “Manipolare un materiale è un modo per comprenderne i limiti e il potenziale…  Per questo non rendo esplicita la dimensione fisica del mio fare arte” – spiega l’artista.

“Remains” – i resti, gli avanzi, gli oggetti rimanenti – sono i manufatti e i materiali di scarto con un certo valore simbolico, trovati dall’artista, osservati, modificati e messi al centro dell’interesse della sua prima mostra individuale in Italia. Gowda sottolinea che è una grandissima sfida portare un concetto a un linguaggio formale. I materiali che usa hanno giustamente i loro contesti propri, dunque l’artista cerca di trasformarli fisicamente in vari modi, senza farne perdere di vista l’identità. Allo stesso tempo, la creatrice indiana prova a intrecciare e comunicare le sue idee con il loro contributo. Gowda dichiara di non aver mai realizzato sculture in senso stretto, ma installazioni che si rapportano con ciò che la circonda, così come con gli spettatori. “Quando l’oggetto è ben definito, non c’è più niente da dire. Quando invece trovi qualcosa, che al momento, è contemporaneamente in una fase di essere e non essere, di diventare, penso sia molto più stimolante ed interessante, ed anche più adeguato per ciò che tu vuoi esprimere” – dice.

Ci sono ventitré opere di Sheela Gowda esposte lungo le Navate di Hangar Bicocca, create dal 1992 ad ora. Le più recenti sono “In Pursuit of” (2019) – 15 chilometri di corde fatte di capelli umani – distesi opportunamente nello spazio crudo dell’ultima sala, e il “Tree Line” (2019) composto da un largo pezzo di gomma nera. Tutte e due sono state ideate appositamente per la mostra. L’uso dei capelli rimanda a rituali – offerte votive per invocare una divinità; quotidianità – amuleti portafortuna; economia – vendita sul mercato mondiale. Così, l’ordinarietà concreta è rappresentata dal materiale, laddove la presenza dei materiali nello spazio, le dinamiche accadute all’interno dei rapporti, le modifiche indotte dall’artista, il risultato astratto e l’approccio effimero, rimandano al gesto artistico, dove forma, materiale e contesto si uniscono. “L’arte è come vedi e come valuti le cose che ti circondano” – ricapitola Gowda.

Le stesse regole e processi spingono l’artista a usare lo sterco bovino, in India, dove questo animale è sacro e il suo sterco ha un contesto così ampio: rituale, religioso, produttivo (lo sterco di mucca serve a generare combustibile, fertilizzante, mattoni, sculture e giocattoli) e di sostentamento (latte). La parallela natura del materiale, sia di scarto che della sacralità, dà un valore aggiunto e una prospettiva concettuale. In conseguenza, viene usato nella pratica artistica e diventa per Gowda uno strumento per esprimere una presa di posizione politica che usa i simboli religiosi per finalità conservatrici.

Alcuni incensi della collezione di oggetti titolati “Collateral” (2007) sono bruciati fino a trasformarsi in cenere. L’osservazione della sostanza tanto effimera tanto delicata evoca la sensazione dello scorrere del tempo, ricorda la memoria e porta al tema dei resti. Degno di nota, “i resti” esposti in galleria sono sempre raffinati e collocati nello spazio con alta precisione. Si potrebbe rischiare chiamarli “reliquia” per il loro peso storico, metafisico, e l’atmosfera sacra e poetica che portano con sé.

Con un’abbondanza della delicata ed onnipresenti aroma dell’incenso, gli odori dello sterco con cui sono spalmati tre lavori (“Mortar Line”, 1996; “Untitled (Cow Dung)”, 1992-2012; “Stock”, 2011;), il ponderoso profumo di gomma, ed i colori vibranti di kumkuma ovunque, corriamo davvero il rischio di avere l’impressione di ritrovarci in uno spazio meditativo dall’altra parte del mondo.

Dobrosława Nowak

Info:
Sheela Gowda. Remains
a cura di Nuria Enguita e Lucia Aspesi
4 Aprile – 15 Settembre 2019
Pirelli HangarBicocca
via Chiese 2 Milano

video: Sheela Gowda – ‘Art Is About How You Look At Things’ | TateShots

For all the images: Sheela Gowda. Remains installation view at Pirelli HangarBicocca




IV edizione del Premio di Pittura Giuseppe Casciaro

Sino al 5 luglio 2019 è possibile partecipare alla quarta edizione del Premio di Pittura “Giuseppe Casciaro”, istituito dall’Associazione Turistica Pro Loco Ippocampo Vignacastrisi-Ortelle e dall’Associazione Culturale De La Mar. Centro Studi sulle Arti Pugliesi. All’opera vincitrice verrà assegnato un premio-acquisto finale di 1000,00 Euro conferito da una giuria composta da esperti del settore.

Il Premio di Pittura “Giuseppe Casciaro”, giunto alla quarta edizione, è patrocinato dell’Assessorato all’Industria turistica e culturale della Regione Puglia, della Provincia di Lecce, del Comune di Ortelle e dell’Accademia di Belle Arti di Lecce. L’artista vincitore, oltre al premio-acquisto del valore di 1000 euro, avrà la possibilità di esporre la sua opera alla Gigi Rigliaco Gallery di Galatina.

Una giuria altamente qualificata premierà il vincitore in occasione del finissage della collettiva allestita nelle sale del Centro Polivalente di Vignacastrisi (LE) il 6 agosto 2019.

Con la manifestazione si intende stimolare la riflessione sull’arte contemporanea nonché il recupero e la valorizzazione della figura del noto pittore salentino Giuseppe Casciaro, originario di Ortelle.

Le edizioni precedenti vedono tra i vincitori, nel 2016 Gianfranco Basso con l’opera Queen of the world, nel 2017 Giuseppe Ciracì con l’opera RL 12409 r (temporale su una vallata alpina) dal Codice di Windsor, mentre l’ultima edizione, quella del 2019, ha visto come vincitrice Evita Andùjar con l’opera Synthesis o Selfie.

Per visualizzare e scaricare regolamento e scheda di adesione cliccare qui.

Giuseppe Casciaro è stato un pittore paesaggista italiano nato a Ortelle, in provincia di Lecce il 9 marzo 1863, morto a Napoli il 25 ottobre 1941.

Inizia gli studi classici, che interrompe per frequentare i corsi di disegno del professor Paolo Emilio Stasi. Frequenta l’Istituto di Belle Arti di Napoli, seguendo i corsi di Toma e Lista.

Frequenta gli studi artistici di Domenico Morelli e Filippo Palizzi. Dopo aver sperimentato diverse tecniche, approccia la tecnica del pastello. Pur continuando a produrre, se pure in misura ridotta, rari dipinti ad olio, la sua tecnica preferita è il pastello, diventando uno dei migliori, se non il migliore, tra i pastellisti italiani dell’epoca.

È principalmente paesaggista e produce con grande fecondità ritraendo soprattutto i dintorni di Napoli, l’Irpinia (Nusco) e la Puglia. Ha rapporti di amicizia con alcuni tra i migliori pittori napoletani del periodo, quali Francesco Paolo Michetti, Edoardo Dalbono, Francesco Mancini, Attilio Pratella.

Espone sia in Italia che all’estero e lavora, nei primi anni del Novecento, anche per il noto mercante parigino Goupil. Nel 1899 partecipa alla III Esposizione internazionale d’arte di Venezia.

È stato professore onorario delle Accademie di Belle Arti di Napoli, di Urbino e di Bologna. Molto nota la sua collezione privata e raccolta d’arte, andata poi dispersa con disegni da Canova a Fattori.

Info:

Facebook: Premio Casciaro

Ufficio stampa
premiocasciaro@gmail.com
Delia De Donno – 3289163372

Gianfranco Basso, Queen of the world, 2016

Evita Andùjar, Synthesis o Selfie, 2019




La Vida es Sueño di Lenz Fondazione al Complesso Monumentale della Pilotta di Parma

Nell’Ala Nord della Galleria Nazionale, dove è in corso la mostra La fortuna della Scapiliata di Leonardo da Vinci, quindici performers di età compresa tra gli otto e gli ottant’anni daranno corpo alla riscrittura scenica delle visioni di Calderón de la Barca. La grande installazione performativa fungerà da anteprima al Festival Internazionale diretto da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, che entrerà nel vivo a novembre con ospiti italiani e residenze internazionali.

Natura Dèi Teatri, Festival Internazionale di Performing Arts curato a Parma da Lenz Fondazione ormai giunto alla ventiquattresima edizione, nel 2019 si sdoppia, proponendo un’anteprima estiva e un compimento autunnale, in attesa della grande edizione del 2020 per Parma Capitale italiana della Cultura.

Il Festival si aprirà martedì 11 giugno alle ore 21 con il debutto dell’auto sacramental allegorico La Vida es Sueño, seconda parte del progetto triennale Il Passato Imminente ideato da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto dedicato a Calderón de la Barca, che sarà in scena tutti i giorni fino al 22 giugno (pausa 16 e 17 giugno) in un’installazione site-specific nell’Ala Nord della Galleria Nazionale nel Complesso Monumentale della Pilotta le cui sale, recentemente rinnovate, ospitano la collezione seicentesca tra cui spiccano opere di Lanfranco, Schedoni, Spada, Ribera, Murillo, van Dyck, Bellotto, Canaletto e Tiepolo e nella quale è in corso la mostra La fortuna della Scapiliata di Leonardo da Vinci.

In stretta collaborazione con il Complesso Monumentale della Pilotta, nel 2018 Lenz Fondazione ha dato vita al progetto triennale Il Passato Imminente con la messa in scena de Il Grande Teatro del Mondo, creazione che ha ottenuto grandi consensi da parte di pubblico e critica. Nel 2019 il percorso continua con l’auto sacramental allegorico La Vida es Sueño, per compiersi nel 2020 in un’installazione che si articolerà su tutto il Complesso Monumentale della Pilotta per la realizzazione del dramma teologico-filosofico Le Vita è Sogno, allestimento inserito nel dossier presentato per Parma Capitale Italiana della Cultura 2020 come uno dei quattro progetti produttivi più rappresentativi della città.

«L’Uomo e il suo tempo, dalla culla alla tomba. È in questa parentesi temporale che la vita può essere sogno o il sogno la vita, e nel tempo dell’esistenza entrano in gioco le altre figure a determinarne i labirinti, le sospensioni, le accelerazioni, le vittorie e le sconfitte: la Sapienza, l’Amore, l’Intelletto e l’Arbitrio, poi la Luce dove ci sarà Ombra e il Diavolo, Lucifero, il Principe delle Tenebre» riflette Francesco Pititto in merito alla connessione de La Vida es Sueño con il tema concettuale di Natura Dèi Teatri 2019 Liscio/Striato, nell’ambito del triennio 2018-2020 Toccare – Ispirazioni da Jean-Luc Nancy «Dalla Culla alla Tomba, dall’infanzia alla vecchiaia, dal liscio allo striato, rughe del corpo e del cervello, dall’illusione del sogno al disinganno della vita, che vive comunque di sogni e illusioni. Il tempo è quello, ma il tempo è di ognuno, sempre diverso e sempre uguale e, in ogni caso a scadenza. Il tempo non esiste, ma per l’essere mortale prima o poi finisce».

Il testo e l’imagoturgia della nuova creazione sono di Francesco Pititto, l’installazione, i costumi, la regia di Maria Federica Maestri e la musica originale di Claudio Rocchetti, raffinato compositore elettronico attivo a livello internazionale. Le cure organizzative e tecniche del progetto sono affidate ad Elena Sorbi, Loredana Scianna, Ilaria Stocchi e Alice Scartapacchio.

A dare vita al Sueño sarà un grande ensemble costituito da quindici interpreti tra cui gli attori sensibili Paolo Maccini e Franck Berzieri, Sandra Soncini, storica protagonista delle creazioni di Lenz, gli attori/cantanti over sessantacinque Giuseppina Cattani, Maria Giardino, Elena Nunziata, Mirella Pongolini, Cesare Quintavalla e Valeria Spocci e i bambini Matteo Castellazzi, Lorenzo Davini, Martina Gismondi, Agata Pelosi, Margherita Picchi e Giada Vaccaro dell’Associazione Ars Canto G. Verdi.

Parteciperanno inoltre alle differenti fasi di elaborazione artistica gli iscritti al laboratorio Ambienti performativi+visuali+sonori contemporanei, progetto seminariale rivolto agli studenti del Corso di Laurea Magistrale realizzato con l’Università degli studi di Parma.

Stefano Cattini per Doruntina Film si occuperà dell’elaborazione di un video documentario, finalizzato alla distribuzione nazionale ed internazionale, dedicato alla creazione de La Vita è Sogno.

La Vida es Sueño è un progetto scenico realizzato con il sostegno di: AUSL Parma – Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, Instituto Cervantes de Milán, con il contributo di: MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia-Romagna, Fondazione Cariparma, Fondazione Monteparma, con il contributo e il patrocinio di: Comune di Parma. Partner artistico: Associazione di Promozione Culturale Ars Canto. Partner tecnico: AuroraDomus Cooperativa Sociale O.N.L.U.S. Collaborazione al progetto triennale Il Passato Imminente: Complesso Monumentale della Pilotta, Università degli Studi di Parma, Conservatorio Arrigo Boito di Parma.

Giovedì 20 giugno dalle ore 17 alle ore 19, al Complesso Monumentale della Pilotta, è inoltre previsto un nuovo incontro di Campo Lenz, ciclo di appuntamenti durante il quale i Direttori Artistici di Lenz Fondazione introducono gli spettatori alla lettura delle creazioni della Compagnia. In ciascun dialogo è pensato un focus su un aspetto formale considerato dominante nello spettacolo in lavorazione ed esemplare della lingua scenica di Lenz. Ingresso libero.

Sabato 22 giugno alle ore 18.30 nel Chiostro della Pinacoteca Stuard (Borgo del Parmigianino 2, Parma), a ingresso libero, nell’ambito del programma di iniziative del Comune come Anteprima di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020, Lenz Fondazione presenterà Hypógrifo { My Violent Hippogriff }, frammenti da La vita è sogno, La devozione della croce, La figlia dell’aria e La dama affascinante di Pedro Calderón de la Barca.

Il Festival Natura Dèi Teatri 2019 proseguirà dall’1 al 30 novembre con gli ospiti italiani e le residenze internazionali.

State in ascolto.

Ingresso La Vida es Sueño: intero € 18, ridotto € 13 (under 30, over 60, studenti, Carta DOC, YoungER Card, dipendenti AUSL, Associazioni, gruppi di 5 o più persone), professional € 9. Nel titolo di ingresso è compreso il biglietto di € 5 per il Complesso Monumentale della Pilotta. Mostrando il titolo di ingresso nel giorno di emissione si avrà diritto a uno sconto su una consumazione presso il bar La Terrazza di Parma (Via dei Farnese 23).

Per informazioni e prenotazioni: Lenz Teatro, Via Pasubio 3/e, Parma, tel. 0521 270141, 335 6096220, info@lenzfondazione.it  –  www.lenzfondazione.it.

La Vida es Sueño

Per tutte le immagini: ph credits Francesco Pititto courtesy Lenz Fondazione