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CONFINO, l’artist-run space LGBTQI+ di Ruben Monti...

CONFINO, l’artist-run space LGBTQI+ di Ruben Montini

Sebbene l’incertezza continui ad attanagliarci, un barlume di certezza arriva da Castelnuovo sul Garda, in provincia di Verona, dove Ruben Montini ha fondato CONFINO, l’artist-run space che dà voce agli artisti e alle tematiche LGBTQI+. Montini ha voluto trasformare la sua casa in uno spazio che gli desse la possibilità di esporre ciò che è di suo interesse, senza nessun compromesso estetico o commerciale. Inaugurato lo scorso 20 giugno, “l’idea fondante è quella di creare un free space per giovanissimi artisti omosessuali italiani, o che vivono stabilmente in Italia, accanto a un established – il primo è stato Jacopo Benassi ora in mostra al Centro Pecci – per dare loro un’opportunità e, al contempo, per riempire un vuoto nel nostro panorama espositivo”. Troppo spesso, infatti, in Italia, ci si scontra con un sentimento diffuso di reticenza nel mostrare il lavoro degli artisti omosessuali a partire dalla precisazione del loro orientamento omosessuale che, invece, al pari della razza, della provenienza socio-economica o del credo religioso, modella le opere e ne forgia il significato in maniera imprescindibile. L’atto fondante di CONFINO è stata la performance Se non uccide, fortifica, durante la quale Montini si è tatuato, con il colore rosso, due nomi sulle braccia: Nicoletta e Rubenitta. Entrambi storpiature femminilizzanti del suo nome, lui, che le ha subite, bullizzato, per tutta l’adolescenza, ha deciso che fossero proprio queste due anime, che da sempre vivono con lui, convivendo con la sua parte maschile, a introdurre Jacopo Benassi, Nicolò Bruno, Luca Frati, Luca Di Giamberardino e Valerio Eliogabalo Torrisi, gli artisti protagonisti della mostra collettiva Prima della Prima. Focalizzarsi su artisti maschi, dice Montini “è una scelta dettata dal voler parlare di ciò che conosco personalmente, senza alcun tipo di discriminazione. Penso, e tengo a precisarlo, che un approfondimento sia tanto necessario quanto urgente proprio nel momento in cui diviene specifico, evitando una sterile generalizzazione”.

Elsa Barbieri: Nelle tue opere, Nicolò, si respira qualcosa che fa correre il mio pensiero al verso di una celebre canzone in cui si respira il ‘prendersi cura’, “Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo”. Raccontami cosa significa per te prendersi cura, nei tuoi lavori come artista e nella realtà come uomo.
Nicolò Bruno (Milano, 1989): Credo di possedere una naturale predisposizione nel prendermi cura.
Delle mie piante, della mia casa, dei miei amici e dei miei amori. La cura è un atto di co-dipendenza, sapere di esistere al fine di tutelare qualcuno, qualcosa, è uno scopo e spesso una necessità. Per non sentirsi soli, per sentirsi utili. La Cura nel mio lavoro ha lo stesso valore emotivo, anche se i lavori nascono spesso da un’esigenza espressiva, sono un atto d’amore. Ecco perché utilizzo principalmente immagini estratte dal mio vissuto, sono intime narrazioni, momenti carichi di una forte emotività. La fotografia cattura l’attimo, ma è la pittura a trasformarli in racconto. Perché la pittura è un essere speciale, e io avrò cura di lei.

E.B.: Luca ogni tua parola risuona lirica, preziosa, elegante sopra a dei tessuti che, volutamente, non hanno rigore formale. Anzi, sembrano quasi straziati. Sei molto bravo a narrare, sembra quasi di sentire addosso quella sensazione di necessità, di urgenza, di bisogno carnale e spirituale. Sei molto giovane, eppure padroneggi delle emozioni che non sempre, non tutti, provano o comprendono. Raccontaci di te, della tua ricerca e del tuo linguaggio visivo.
Luca Frati (Gubbio, 1997): Vengo da Gubbio, luogo pieno di tradizioni in cui si insegnano molte cose attraverso il fare delle mani. Sono cresciuto con la voglia di imparare, più su un piano pratico che teorico, direi. Quasi sempre ciò che scrivo nasce da un’urgenza comunicativa, credo tanto nel potere delle parole: scrivere per me rende reali cose che fino a prima erano solo immaginate. Per me il linguaggio genera realtà. Credo che la mia ricerca cerchi di occuparsi proprio di questo, ovvero creazione di spazi utopici: dove ogni cosa è reale perché viene nominata. Che si tratti di un’estrema dolcezza o di un’inaudita violenza. Il mio linguaggio si nutre di un po’ di tutto e cerco di non scartare nulla di ciò che mi attrae, che siano immagini prese da fumetti o dall’iconografia religiosa, tento di tenere tutto insieme. Ho sempre rispettato le “storture” dei miei lavori, il loro essere imprecisi e fragili formalmente è la loro natura. Ogni pezzo per me è un nuovo appunto che prendo riguardo a ciò che mi interessa, un modo per capire un po’ meglio la realtà che mi circonda.

E.B.: Luca, Prima della Prima dava il benvenuto con una tua opera, uno striscione che accoglieva alla vita Mathias, come se Mathias fosse ognuno di noi. Indistintamente, uomo o donna, che fossimo, perché sostituisci la ‘O’ di benvenuto con un sole cucito. Che messaggi vuoi darci con questi lavori? Ma soprattutto, dove finisce l’idea e dove inizia l’azione di quest’opera?
Luca di Giamberardino (Roma, 1993): L’opera parte da uno strappo. Dall’ospedale della città in cui vivo, Massa, recupero gli striscioni che vengono rimossi, sempre con una violenza tale per cui i bordi, attaccati alle ringhiere, si strappano. Fatti miei e intervenendo con il ricamo sulla vocale di genere, reclamo di poter scegliere chi vogliamo essere. Il ricamo fa da sempre parte di me ed è per me strumento di descrizione: un fiore, un sole, un bacio sulla guancia o una frase con un tono minaccioso. Modi di essere che vorrei non sopravvivessero nelle riflessioni di coloro che li guardano, ma che permeassero le loro azioni quotidiane. Così mi sento di poter dare la giusta celebrazione a un essere che si merita il meglio, a cominciare da una vita libera da stereotipi e bullismo culturale.

E.B.: Valerio, le parole delle opere che esponi conducono e trattengono in un punto che sembra quello immediatamente precedente al punto di non ritorno. Che luogo è? Come lo vivi e come ci convivi? In mostra hai anche un video che in un certo senso vuole, forse pretende, di essere guardato attraverso la percezione. Dove finisce il dato reale e dove inizia la finzione nella tua produzione video?
Valerio Eliogabalo Torrisi (Catania, 1993): Le parole hanno un ruolo ben definito: comunicare. Tutte le parole che riporto, “le mie scritte”, nascono, o sono nate, in momenti precisi, di sconforto e di crisi. Nascono ovunque, in giro per la città o al buio di casa mia. Sono messaggi scritti e mai inviati, richieste di attenzione, di perdono, denunce di delusioni. Tutte le parole che riporto nelle mie immagini, o che ne formano di nuove, prendono posto nei miei fogli bianchi e sui cartelloni della città, sulle facciate piatte delle case di Milano. Non è un luogo fisico, è mentale, emotivo. Ed è quello del dolore. Avrei voluto urlarle, quelle frasi, o dirle dolcemente, ma sono sempre rimaste al sicuro nei miei schermi e nei miei fogli.  È un luogo che mi piace, a dire il vero. Ci ritorno spesso, anche quando non sono invitato. Anche se mi trovo a migliaia di chilometri da “quel posto”, mi piace tornare a visitarlo. Quando ho scritto, o scrivo, faccio un viaggio e la destinazione è sempre la stessa: una tristezza immensa e profonda, e mi piace nuotarci, in quel mare, berne l’acqua a grandi sorsi. In fondo, la tristezza mi disseta lasciandomi quella sensazione sgradevole di una sete implacabile. Le mie scritte non sono mai un invito a intraprendere il viaggio insieme a me – è un luogo in cui c’è posto per uno. Ciò che vorrei è che ognuno potesse far visita al proprio “mare”. Nei miei video la finzione e la realtà convivono. Non esiste dato reale che non abbia in sé una parte di finzione. Il video riporta esattamente la realtà: io, di fronte a una telecamera, che piango. Tutto ciò che è dietro, che viene prima, non è fondamentale. Ciò che si vede è la sola cosa che bisogna conoscere. Il lavoro in mostra si intitola Prove di dramma, ed è subito tutto svelato. Sono un emotivo fin da bambino. C’è chi trova bellezza in un sorriso, io ho sempre visto la bellezza nelle lacrime che versavo davanti agli specchi. Mi piaceva, letteralmente, piangere davanti agli specchi, e crescendo ho imparato a farlo a comando. Le lacrime, probabilmente, sono – ed erano – indotte, ma tutto ciò che le motiva è – ed è sempre stato – reale. Sono delle prove, è un gioco in cui ho sempre vinto, ma ogni vittoria richiede un duro e lungo allenamento.

Le risposte degli artisti sono state per me strumento per combattere la reticenza nel voler omettere o trascurare un’identità sessuale che invece merita di parlare a voce altra e di tradurre visivamente ciò che ha da dire. Il secondo appuntamento di CONFINO è previsto per dicembre, con nuovi protagonisti, che di certo risveglieranno quelle coscienze probabilmente sopite, forse inconsapevolmente, in una sorta di omofobia interiorizzata.

Info:

CONFINO
Via Marconi 19-23, 37014 Castelnuovo del Garda, Verona
IG: @confino_artist_run_space

Ruben Montini, Se non uccide, fortifica, 2020. Performance 20’ at Confino Ph. Ela Bialkowska, OKNOstudio

Prima della Prima, veduta della mostra: sx Luca Frati; centro Nicolò Bruno; dx Valerio Eliogabalo Torrisi, ph. Ela Bialkowska, OKNOstudio

ConfinoPrima della Prima, veduta della mostra con un’opera di Luca di Giamberardino, ph. Ela Bialkowska, OKNOstudio

Prima della Prima, veduta della mostra: sx Jacopo Benass; dx Valerio Eliogabalo Torrisi, ph. Ela Bialkwoska, OKNOstudio

Prima della Prima, veduta della mostra, Luca Frati, Litania, 2019, ph. Ela Bialkowska, OKNOstudio


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