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Contro guerre e ingiustizie: verso un’altra idea di arte contemporanea

Non può esserci realtà più cruenta di una qualsiasi guerra che non è mai «la prima» come direbbe Brecht. Ogni guerra va raccontata. Anzi, tutte le guerre andrebbero sviscerate nella loro spietata grammatica di distruzione, panico, annientamento, disumanità e atroce sofferenza.

Fondamentale chiedersi come tutte le guerre – o qualcuna in particolare – venga percepita da tutti coloro che sono capaci di «intingere la penna nella tenebra del presente» [1].

Si direbbe che spetterebbe all’arte tutta la capacità di ricordare la fragilità dell’esistenza e la possibilità continua di sviluppare empatia verso tutti coloro che scappano dalle guerre e da ogni altra forma di violenza. Ma non sempre l’arte assolve a questa funzione, soprattutto l’arte contemporanea.

Diversi artisti contemporanei sostengono di non volersi occupare di denuncia politica perché ritengono che l’arte abbia altre priorità e non possa sostituirsi alla politica.

Riflessione che aprirebbe la strada a un fertile dibattito, da cui si potrebbe estrarre il concetto di “contemporaneo” come uno dei filtri, dai quali viene fuori una certa idea di arte che racconta e denuncia questo mondo fatto di martiri, abusi, guerre, morte.

Se c’è un tempo per sognare le infinite possibilità dell’arte, c’è anche un tempo, non meno importante, per misurare la disumanità degli uomini e dell’avidità di potere e denaro che ha smembrato luoghi lontani e vicini: violentati, bombardati, annientati. Si pensi alla Siria, alla Palestina, all’Iraq, all’Afhganistan, alla Libia, all’Ucraina, alla tragedia dei morti nel Mediterraneo. E a tante guerre in corso, in questo momento, in diverse parti del mondo.

Allora, cosa può fare l’arte contemporanea? Da una parte, ristabilire l’immaginario onirico della bellezza fatta di “latte e di sogni”, come ciò che si sta preparando per la prossima Biennale di Venezia, dall’altra parte invece proporre un pensiero critico. Che sia anche di natura politica e sociale.

Se parliamo di arte, non parliamo solo di sogni ma di inclusione e di abbattimento di ogni pregiudizio legato alla cultura, alla religione e al genere. Solo così può elevarsi una parte di arte contemporanea senza barriere, senza censure, capace di condurci verso una catarsi di riflessione sul mondo per difendere proprio una certa idea di mondo.

Allora, si pensa ad artisti che hanno fatto opere di denuncia politica come Davide Dormino, noto scultore italiano, con la sua installazione itinerante e interattiva, in bronzo, “Anything to say”.

L’opera di Dormino nasce da un’idea di Charles Glass, giornalista impegnato nelle vicende di politica internazionale, che ha voluto far puntare l’attenzione su tre esempi di rivoluzionari contemporanei come Edward Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning. Questi personaggi sono considerati eroi controversi perché capaci di far sentire la loro voce davanti alle nefandezze dei crimini di guerra, con il forte coraggio che li contraddistingue nel non voler assecondare un sistema di controllo che coinvolge per intero le nostre vite.

Così Dormino propone, nella sua installazione itinerante che ha già attraversato le più importanti piazze europee, le tre sculture in bronzo di Snowden, Assange e Manning ad altezza naturale e poi una sedia vuota per far salire chi ha il coraggio di voler vedere oltre e affiancare questi eroi contemporanei. Un messaggio forte per richiamare l’attenzione su questioni di politica internazionale che riguardano tutti noi.

Oppure, andando molto indietro negli anni, nitida e ormai iconica l’immagine della performance, Balcan Baroque, di Marina Abramović contro la guerra in Jugoslavia. Era il 1997 e, con questa performance vinse il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia come “migliore artista” per l’effetto dell’opera.

Questo è un altro esempio di opera interattiva. In questo caso, gli spettatori dovevano raggiungere una scala per arrivare in una grande stanza, poco illuminata, dove li attendeva un calcolato senso di disgusto, legato al forte odore di carne avariata. La visione della performance era data dall’artista che sedeva – con una tunica bianca macchiata di rosso – su un mucchio di ossa sanguinanti di buoi, simbolo di guerra, per sei ore al giorno e per tre giorni.

In questa azione performativa si vedeva Abramović prendere le ossa, una ad una, cercando di rimuovere con una spazzola di metallo e con acqua e sapone qualsiasi traccia di sangue.

Un altro messaggio potente verso il pubblico, non solo per spiazzarlo ma per far muovere quella idea di condanna verso la brutale violenza della guerra sui Balcani, che come ogni guerra non può essere cancellata perché è un altro segno di martirio sulle ossa del mondo.

Così come universalmente simbolica è l’opera Guernica di Pablo Picasso, realizzata dopo il bombardamento sulla cittadina basca di Guernica. Era il 26 aprile 1937.

E per ritornare ai nostri giorni, spicca la ricerca dell’artista spagnolo Santiago Sierra che, con le sue foto di denuncia fotografica, in bianco e nero, vuole testimoniare la devianza vergognosa delle ingiustizie e delle guerre, con immagini dove dei “veterani della guerra” non rivolgono neanche lo sguardo allo spettatore. Vengono immortalati di spalle in modo spettralmente minimale poiché la guerra stessa è nefasta distruzione compiuta da uomini che non hanno più occhi, avendo dato le spalle alla vita stessa.

A questo punto del discorso, non si può non annoverare Banksy che ha spesso espresso la sua denuncia politica contro la guerra come la sua opera del 2017: “Civilian Drone Strike” ovvero tre droni che distruggono il disegno fatto da una bambina, in cui viene ritratta una bambina che con il suo cane guarda, sgomenta, la sua casa bombardata.

Questi sono solo alcuni esempi di quel grido spietato di una certa idea dell’arte contemporanea che si pone contro l’orrore di ogni forma di violenza. Un grido che non conosce la finitezza del tempo, ma va oltre restando una necessaria evocazione di pace e speranza per un mondo diverso e per non dimenticare che «la guerra che verrà non è la prima».

Per ricordarci di salire su una sedia vuota e gridare la nostra difesa sul mondo affinché le ossa dell’umanità non si intingano sempre di sangue.

[1] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo, Roma, Nottetempo editore, collana “I Sassi”, 2008, cit. p. 13

Info:

www.anythingtosay.com

www.prometeogallery.com

www.marinaabramovic.com

www.banksy.co.uk

Davide Dormino, Anything to say, Lunerse, Austria 2020, Foto di Luca Tiefenthaler, courtesy l’artista

Davide Dormino, Anything to say, 2021, tecnica mista su carta, 100 x 70 cm, courtesy l’artista

Santiago Sierra, Veteran of the War of Afghanistan facing the corner. Art Point, Donetsk, Ukraine, 2011; Fotografia, b/w lambda print on dibond, 60 x 40 cm, courtesy of the artist and Prometeo Gallery Ida Pisani, Milan-Lucca

Santiago Sierra, Veterans of the Wars of Afghanistan, Iraq and Northern Ireland facing the corner, 2011; Fotografia, b/w lambda print on dibond, 60 x 45 cm, courtesy of the artist and Prometeo Gallery Ida Pisani, Milan-Lucca


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