Damien Meade

Un problema: poiché non riesco a smettere di guardarle, vorrei descrivere le cose che Damien Meade dipinge (si tratta di busti, teste, figure non assimilabili a un soggetto preciso, oppure semplicemente composizioni astratte).

E se mi riferisco alle cose che dipinge, di quali cose sto parlando? Dei soggetti dei suoi quadri oppure, in termini più ampi, dei dipinti stessi, cioè di quadri che sono un tutt’uno con la cosalità dei loro soggetti?

Se, ad esempio, chiamo le cose che sono alla base di ogni dipinto semplicemente “sculture” dovrei precisare che si tratta di sculture che hanno una vita provvisoria, interstiziale, della durata compresa tra un dipinto e l’altro. Che sono modellate in argilla, ma che l’argilla non viene mai cotta perché ogni oggetto possa diventare qualcos’altro: un’altra forma per un nuovo dipinto.

Parlare del lavoro di Meade significa sostare su qualcosa che non esiste più, o che ha smesso di esistere prima dell’inizio del dipinto: è solo grazie a una serie di scatti fotografici che l’oggetto ha potuto diventare soggetto del quadro.

Di questo soggetto, del referente, a volte te ne dimentichi. È quello che accade di fronte ai dipinti astratti (che ritraggono cioè composizioni in argilla completamente astratte e bidimensionali) come quelli che sono in questa mostra: il ricordo di qualcosa che è esistito per qualche ora, da qualche parte – in uno studio che non hai mai visitato – affiora solo in forma discontinua.

Allora ti domandi: a chi appartiene veramente quella superficie tattile e contrastata, al quadro o all’oggetto rappresentato? E che cosa succede a un oggetto quando diventa soggetto di un quadro?

Le teste, i busti che Meade di tanto in tanto dipinge – e che in questa mostra sono accostati ai dipinti con superfici astratte come a ricordarci che surface conduce direttamente a face (Belting) – fanno invece pensare ai ritratti e alle maschere funerarie (Schlosser) ma a ritratti a cui il dipinto ha donato un ultimo residuo di vitalità, dunque a forme la cui vita materiale si prolunga (attraverso la fotografia) nel dipinto. È per via di quelle macchie, di quelle pennellate di colori un po’ sfiatati che possono sottolineare i contorni di una bocca, di un naso, o addirittura degli occhi ma senza dotarle di uno sguardo.

Le figure di Meade hanno volti senza sguardo (per questo sono perturbanti, perché l’occhio cela in sé qualcosa di perturbante che viene alla luce proprio quando lo sguardo non c’è), e si sottraggono a un rapporto di reciprocità con l’osservatore.

Queste teste senza sguardo, inoltre, rinviano (sempre in forma intermittente, perché l’osservatore non smette mai di cercare, in esse, un volto) alla loro presenza come “cose”, all’idea cioè che il dipinto che stiamo guardando è un ritratto, ma il ritratto di un oggetto, dunque una natura morta, come se due generi tradizionali della pittura collassassero l’uno nell’altro.

E questo è il punto. I dipinti di Meade sembrano riassumere aspetti non del tutto assimilabili tra loro e talvolta contraddittori: la coesistenza dei diversi linguaggi di pittura, scultura e fotografia; una pittura che continuamente rievoca l’effimera materialità della scultura; i generi classici; la figura e l’astrazione. I suoi dipinti esistono in bilico tra due materialità – quella del quadro come oggetto e quella della cosa rappresentata – che si richiamano e rilanciano reciprocamente.

Davide Ferri

Damien Meade, untitled 7, 2018, oil on linen, courtesy CAR DRDE Bologna

Damien Meade solo show, exhibiton view at CAR DRDE Bologna

Damien Meade solo show, exhibiton view at CAR DRDE Bologna

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