In Conversazione con Ronit Keret

Da una riflessione sull’installazione Tears, presente a Palazzo Mora nel contesto di Personal Structures a Venezia, l’artista multimediale Ronit Keret (Israele) presenta i tratti essenziali della sua pratica artistica, legata a una riflessione sulle urgenze climatiche e ambientali.

Sara Buoso: È stato un piacere vedere la tua installazione multimediale Tears a Palazzo Mora. Quale evento ha ispirato questo lavoro e cosa ti ha spinto ad assumerti una tale responsabilità nei confronti di temi così urgenti come lo scioglimento dei ghiacciai nell’era del riscaldamento globale?
Ronit Keret: Quindici anni fa, ero in Argentina per un viaggio. Non dimenticherò mai il mio primo incontro con il ghiacciaio Perito Moreno, un ghiacciaio che si estende per oltre 250 chilometri, erodendosi in mare a una velocità inconcepibile. Gli “edifici” di ghiaccio scivolano potentemente nel mare sottostante, raccontando la storia di un doloroso fenomeno. Quando mi sono trovata di fronte a questo spettacolo spaventoso, circondata dalle urla attonite di coloro che mi circondavano, ho sentito che la fine del mondo era vicina. Mesi dopo, in uno stato ipnotico, ho dipinto quei giganti ghiacciati. Dopo aver studiato il significato di tale fenomeno, ho intuito come potevo rappresentarlo: attraverso l’uso del polistirolo, a partire dal contrasto tra la leggerezza di questo materiale e la potenza dell’acqua ghiacciata, fino al semplice fatto che, a differenza di quei ghiacciai, il polistirolo non si decomporrà mai. Per non menzionare il fatto che la difficoltà di smaltimento del polistirolo è una delle maggiori cause della scomparsa dei ghiacciai nell’ambito di un più ampio fenomeno ambientale.

Sono rimasta affascinata dal tuo uso sperimentale di materiali non convenzionali, ovvero l’uso del polistirolo in forma scultorea come se si trattasse di un materiale plastico.
Il polistirolo è un materiale emblematico artificiale non biodegradabile. È una schiuma di polistirene prodotta commercialmente dal petrolio. In sostanza, è un materiale antiscultoreo: a causa della sua anelasticità, ha la tendenza a decomporsi in infinite parti. Le mie sculture e installazioni sono un seguito e un’incarnazione dei miei dipinti. Sono composte da ritagli di imballaggio in polistirolo bianco gettate nella spazzatura dopo aver completato la loro missione originale. Li raccolgo e do loro nuova vita, riciclandoli e modellandoli attraverso installazioni su larga scala e in sculture più piccole. Ho scelto di lavorare con il polistirolo per il contrasto tra la massa leggera di questo materiale e la potenza e il peso dell’acqua dei ghiacciai. L’uso del polistirolo bianco crea nelle mie sculture un’immobilità e un senso del sublime, pur dando l’impressione di potersi disintegrare in ogni momento. In realtà questa è solo un’apparenza che connota le mie sculture di un senso di protezione. Il polistirolo è economico, disponibile, leggero e morbido: una superficie di bianco e purezza. Ma è anche dannoso, pericoloso, inesauribile, un sottoprodotto della raffinazione del petrolio. Il polistirolo è l’analogia più appropriata per descrivere il fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai perché, come materiale isolante, è utilizzato per proteggere le cose di valore, ma in realtà sta danneggiando il pianeta. Sono partita da questa intuizione quando ho deciso di riprodurre un ghiacciaio gigante per dare l’idea della sua presenza in uno spazio fisico illimitato. La mia installazione non ha confini chiari; mira ad avvolgere tutto ciò che incontra, quasi ad abbracciare lo spazio, sia che si tratti di una piccola superficie o di un muro infinito a cui si oppone con meraviglia. È uno spazio di “passaggio”: trascorriamo le nostre vite senza prestare attenzione al disastro che accade accanto a noi, sotto la nostra sorveglianza.

Natura, paesaggio ed ecosistemi sono temi che ti interessano… Ci sono altri esempi di come la tua pratica tragga da questioni ecologiche, magari in relazione con la tua regione e il contesto di provenienza?
Nel 2021 sono stata invitata a esporre in una città nel nord di Israele che negli ultimi dieci anni ha sofferto di numerose inondazioni. Vicino alla galleria, abbiamo appeso un cartello chiedendo ai residenti di raccogliere pezzi di polistirolo in tutta la città. Ho scritto una lettera agli studenti perché partecipassero al progetto e nella galleria abbiamo riservato uno spazio speciale per raccogliere il materiale. Avevo promesso ai bambini che avrei usato ogni pezzo di polistirolo che avessero portato e durante la mostra, abbiamo discusso il problema crescente del riscaldamento globale. Molti gruppi di persone provenienti da tutto Israele sono venuti a visitare la mostra giorno e notte. Come persona che vive nel Medio Oriente, una zona che sta affrontando una crisi relativa alla mancanza di pioggia sufficiente, mi occupo anche di questioni riguardanti la siccità, la mancanza di acqua nel mondo e l’imminente carenza di acqua potabile in molti Paesi, infatti, sto lavorando a un nuovo progetto per sensibilizzare le persone anche su questo argomento. 

Stilisticamente, il tuo lavoro sembra riflettere sulle dinamiche di decostruzione e ricostruzione, sperimentando anche la modellazione scultorea 3D. Come metti d’accordo i tuoi interessi tra la ricerca di figure archetipiche e la domanda di nuove tecnologie nelle arti?
Il mio lavoro si compone in modo tradizionale. Amo raccogliere il polistirolo dalle strade, tagliarne ogni pezzo e comporci una scultura. Mi piace lavorare da sola, in un posto tranquillo, e non ricevere aiuto. Tutto il mio lavoro è composto da migliaia di pezzi che si uniscono tra loro. Questo è anche il modo in cui vedo le persone. Le nuove tecnologie della video-art e del video-mapping sono strumenti che utilizzo quando ho bisogno di esprimermi in altri modi. I video mi permettono di esprimere un’ulteriore dimensione delle mie visioni e di quella che definisco “la mia chiamata”. Trovo, infine, che combinare le mie sculture con immagini in movimento crei un ambiente coinvolgente da cui vorrei che lo spettatore fosse inghiottito.

In alcuni dei tuoi lavori sostieni la necessità di guardare alla figura e al corpo umano. Mentre alcuni tuoi lavori possono riferirsi alla visione esistenzialista di Giacometti, altri suggeriscono che le opere d’arte debbano essere intese attraverso il corpo e come ambienti. Puoi dirci qualcosa in più?
La mia serie di figure scolpite ritraggono persone che lottano per sopravvivere. La maggior parte geme sotto il peso della vita; queste figure sono curve e sembrano tormentate. Molte hanno perso gli arti a causa dei colpi del destino. La maggior parte di queste rappresenta persone trasparenti: alcune di loro cercano di stare erette nonostante le raffiche della vita; altre soffrono a causa del loro aspetto o del colore della loro pelle. In questa serie mi occupo anche di domande come, ad esempio, qual è il colore più “utile” per nascere? Nero? Bianco? È meglio adottare lo stile di vita dell’uomo bianco nonostante il colore scuro del corpo? Avere una mentalità bianca? Eppure l’uomo bianco ha il desiderio di scurire la sua pelle con un’abbronzatura infinita… Le figure sono fatte di piccoli pezzi e le piccole parti creano figure “spinose”, come se tutta la loro superficie interna fosse frastagliata e spigolosa. Si tratta di una sorta di archetipi. Rappresentano la sofferenza, il rifiuto, l’esclusione. La scelta del bianco e del nero è, prima di tutto, una scelta legata al materiale del polistirolo che solitamente è bianco, ma ricreo il colore nero e lo uso per esprimere figure umane.

Attraverso il tuo punto di vista, sostieni che l’artista giochi un ruolo significativo nella società. È vero? L’artista è un attivista?
Quando creo non penso al mondo, lo faccio perché ho bisogno di farlo. Solo quando finisco un’opera, la vedo materializzarsi, capisco il ruolo del mio lavoro: un tentativo di protestare contro il pericolo che il mondo e tutte le creature viventi stanno affrontando. Personalmente, non mi ritengo un’attivista ma faccio parte di molte organizzazioni e sono attiva sui social media in questo senso. Dal 2010 la mia arte si occupa dei problemi causati dal riscaldamento globale e negli ultimi due anni, gallerie di tutto il mondo si sono interessate al mio lavoro e mi sono ritrovata a parlare di questo importante argomento in molte occasioni ed eventi. Spero che il mio lavoro diventi un campanello d’allarme per tutti.

In un contesto più ampio, come si colloca l’installazione multimediale Tears all’interno della tua carriera, tra progetti passati e futuri? E perché definisci il tuo lavoro come “Neofuturistico” pur utilizzando motivi arcaici?
Nel 2014 ho realizzato un’installazione, dal nome After All, che si chiede: cosa accadrà dopo che il nostro mondo sarà scomparso? Ho creato perciò un nuovo mondo basato su modelli architettonici del V secolo. Ho scelto i periodi che volevo portare con me nel mio “Nuovo Mondo” e, solo in seguito, ho deciso di affrontare la causa del nostro problema globale e di costruire grandi installazioni. Tears è la mia installazione più importante. È diventata il modo più pertinente per parlare della mia grande preoccupazione per il riscaldamento globale. Tutte le installazioni in polistirolo sono emerse da un’intensa pratica pittorica e dal dialogo con culture sia orientali e sia occidentali, arcaiche e moderne, in particolar modo con il Futurismo di Umberto Boccioni. Queste installazioni si sono evolute come sculture e rilievi essenzialmente moderni, incentrati su astrazioni geometriche, ambientazioni architettoniche e figure di natura “neofuturistica” in continua evoluzione.

Sara Buoso

Info:
AA. VV., Personal Structures
23/04 – 27/11/2022
Palazzo Mora, European Cultural Centre, Venezia
Sito dell’artista: http://ronitkeret.com

Ronit Keret, after all, solo exhibition, 2014, artist house Tel Aviv, photo by Avraham Hay, courtesy the artist

Ronit Keret,Ronit Keret, Run, still from video, 2022, courtesy the artist

Ronit Keret, Tears, still from video, 2022, courtesy the artist (click on the image to watch the full video on Vimeo)

Ronit Keret, White Lie, solo project-outdoor installation, 2021, Nahariya, Israel, photo by Shahar Tishler, courtesy the artist

Ronit Keret, Tears, installation view III, Venice 2022, photo by Claudia Corrent, courtesy the artist

Ronit Keret, Tears, installation view IV, Venice 22, photo by Claudia Corrent, courtesy the artist

Ronit Keret, Tears, details, styrofoam, variable dimension, photo by Eugene Romanovsky, courtesy the artist


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