Independently Together

In occasione del PhotoVogue Festival, il festival dedicato alla fotografia di moda promosso da Vogue Italia tenutosi a Milano dal 15 al 17 novembre, lo Spazio Quattrocento ha presentato il progetto Independently Together, ideato e prodotto da The Candybox. Dieci creativi immigrati che hanno scelto Milano per costruire un nuovo futuro sono stati invitati a esprimere i loro diversi punti di vista sul tema dell’immigrazione raccontando il loro viaggio e le speranze, sogni e difficoltà che hanno accompagnato la loro integrazione. Per chi avesse perso questa mostra (ma anche per chi l’avesse vista), abbiamo intervistato Micaela Flenda, Pelin Sozeri e Giovanna Pisacane per saperne un po’ di più.

I protagonisti di Independently Togethersono rappresentanti del mondo dell’arte, della musica, della moda, del design, della comunicazione e dell’alta cucina e attraverso le loro differenze culturali ed etnografiche stanno favorendo quello che può essere definito il nuovo Rinascimento creativo in Italia. Come sono stati individuati e coinvolti?
I 10 creativi che abbiamo coinvolto condividono il capoluogo meneghino come seconda casa adottiva, chi per caso chi per scelta. Si tratta di un grande gruppo di professionisti di ambiti molto diversi che esprimono, ognuno a proprio modo, le mille sfaccettature della diversità che si sta amalgamando in Italia. Sono donne e uomini che provengono da luoghi lontani, non solo in senso geografico ma anche culturale. Sono prima di tutto persone che stimiamo molto da un punto di vista sia professionale che personale, con molti di loro abbiamo avuto anche occasione nel corso degli anni di lavorare insieme e ognuno con il proprio bagaglio di esperienze era perfetto per raccontare il significato di essere un immigrato a Milano.

Il progetto è partito dalla considerazione che lo straniero è prima di tutto portatore di possibilità positive: le diversità in base all’origine, o meglio le peculiarità di ciascun protagonista, si sono unite per mescolarsi in una comunità contemporanea, cosmopolita e inclusiva. Pensi che questi valori rispecchino veramente la disponibilità dell’ambiente creativo milanese a valorizzare le differenze o costituiscono una sorta di affresco utopico ancora molto lontano dalla realtà dei fatti?
TIMNBY è un progetto che mira all’ottimismo e alla fiducia nei confronti del futuro.  Il mondo e la società a livello internazionale stanno cambiando molto velocemente e tutto questo ha come conseguenza un forte avvicinamento nei confronti dello straniero (per fortuna!). L’ambiente artistico, e creativo in generale, considera da sempre la diversità come un valore aggiunto. Milano negli ultimi 10 anni è cambiata profondamente, per quanto sia sempre stata una città pronta ad accogliere persone da tutta Italia, è solo negli ultimi anni che camminando per strada si sentono lingue da ogni paese del mondo.  Quindi sì, ho fiducia in questa città e penso che nel giro di poco tempo il meltin pot sarà ancora più amalgamato e potremmo riconoscerci in una realtà multietnica e inclusiva.

La mostra invita alla scoperta delle storie personali dei creativi che hanno preso parte al progetto attraverso le fotografie di Giulia Pittioni (create in collaborazione con la set designer portoghese Teresa Morais Ribeiro) che inquadrano oggetti appartenenti agli immigrati in cui si mescolano i ricordi della vita passata e gli strumenti necessari per il presente. C’è qualche elemento che ricorre nelle loro scelte?
Le fotografie di Giulia Pittioni sono una reinterpretazione surreale e onirica di ricordi che ritornano nell’esperienza della migrazione di ogni creativo. L’oggetto, per quanto unico si inserisce in un contesto seriale che lo pone in un limbo sospeso tra spazio e tempo.

L’allestimento della mostra progettato da Fosbury Architecture individua un crescendo che metaforicamente rappresenta il viaggio della migrazione e un percorso in salita che culmina con il raggiungimento della meta. Allo stesso tempo i supporti verticali che ospitano le fotografie assomigliano a cippi commemorativi, come se volessero lasciare intendere che la transizione tra la terra natia e il nuovo mondo non sia stata indolore e che molti altri non ce l’hanno fatta. Come si intersecano la speranza e il senso di perdita nei lavori esposti?
L’idea alla base dell’allestimento della mostra era quella di creare un’evoluzione verso l’alto, una climax emotiva che potesse raccontare ogni singolo personaggio attraverso i propri oggetti, quotes e ritratti.  Il progetto mette in relazione due elementi fondamentali, l’unicità della singola personalità del creativo e la serialità, questo continuo ritornare delle forme, che racconta le differenze dell’esperienza di ognuno. Dopo aver raccolto tutte le quotes dei partecipanti ci siamo accorte di quanto questa mostra fosse prima di tutto un racconto di una grande e bellissima umanità, in cui ogni creativo ha dato tanto della propria esperienza. La speranza e la perdita sono temi centrali e parti fondanti dell’esperienza del viaggio e della migrazione, le ritroviamo nelle parole di tutti: “la fortuna è un piccolo uccellino” scrive Arthur Arbesser; “qualsiasi cosa che fai, la stai facendo a te stesso. Sia nel bene che nel male” è la frase di Mahmoud Saleh Mohammadi; le parole di Fabrizio Cantoni sono invece racchiuse in un piccolo messaggio scritto dai genitori: “Caro Fabrizio vai nel grande mondo. Buona fortuna. Mamma e papà”; per Tanya Jones è fondamentale ricordarsi “Ama il prossimo tuo come te stesso”; le parole di Nelcya Chamszadeh sono quelle che meglio descrivono la distanza degli affetti più cari, “tutti abbiamo qualcuno che amiamo e che vive tropo lontano”; il pensiero di Masami Moriyama è “la meraviglia del paesaggio”; Per Ginette Caron il ricordo è racchiuso in un’immagine, “il mio paese non è un paese ma è l’inverno”; Federico Luger si affida alle parole di Antonio Machado, “Viandante non c’è cammino, il cammino si fa andando”; Eugenio Boer chiude quasi in modo crepuscolare, “il silenzio risponse”.

Il testo critico di Giovanna Pisacane sottolinea come i discorsi sul tema dell’inclusione siano spesso affrontati in modo consolatorio, superficiale e falsato da luoghi comuni. Come siete riusciti a evitare questa trappola (molto evidente, secondo me, in molte opere esposte nell’ultima edizione di Manifesta che era quasi totalmente incentrata sulle problematiche dell’immigrazione e dell’integrazione)?
Il saggio per la mostra ha preso vita durante le discussioni che abbiamo affrontato tutte insieme (con le curatrici Pelin Sozeri e Micaela Flenda e la fotografa Giulia Pittioni) prima di dar vita al progetto. Inoltre, nella fase iniziale è diventato una sorta di “biglietto da visita”, quando poi siamo andate a presentarci agli artisti che hanno preso parte alla mostra.
L’intenzione era proprio quella di trasmettere una visione “diversa” da quelle a cui siamo abituati. Lontana appunto dagli stereotipi a cui siamo sottoposti quotidianamente, ai messaggi forzatamente propagandistici e al politically correct che sta invadendo diversi media (magazine, fotografia come in questo caso, film etc..).
Mi piace pensare che le parole del testo rappresentino il “viaggio” fisico e interiore di chi ha deciso di vivere e stabilirsi in una “nuova casa”, di chi ha deciso di appartenere ad un altro luogo rispetto al paese di origine, di chi mette ogni giorno in discussione il valore-preconcetto di identità. Non so se siamo riuscite ad evitare di dare una visione superficiale della migrazione; mi auguro, però, di aver trasmesso un messaggio positivo. Ogni artista ha portato con sé una storia diversa ricca di aspetti positivi ma anche di difficoltà rispetto al percorso intrapreso. Ecco, spero che il saggio sia riuscito a raccogliere nella maniera più completa possibile, la visione personale di chi è straniero in terra straniera. Nel saggio spiego come la categoria del creativo non sia etichettabile. Il creativo vive per scelta in uno spazio privo di barriere perché è il luogo perfetto per esprimere la sua sensibilità. Il creativo parla una lingua comprensibile a tutti attraverso il proprio lavoro. Concludo scrivendo che la diversità è sinonimo di forza e insieme siamo migliori. Non è uno slogan, ma un pensiero comune. Il bagaglio culturale che l’immigrato porta con sé è un vero e proprio tesoro nel momento in  cui viene condiviso con l'”altro”.

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