Jacopo Naccarato. Pance di Pietra

Intimismo, levità, appartenenza, una contemporanea antichità. Tutto questo ci si presenta con estrema semplicità e parsimonia nelle “Pance di pietra” di Jacopo Naccarato – quasi un ossimoro scultoreo; porzioni di arenaria che vengono sottratte in favore di un’operazione poetica, adagiate e sospese su tessuti stratificati, come memoria che si piega al cospetto di un unico centro salvifico – quello dell’addome – centro nevralgico, erotico, tellurico, dall’aura sacrale coronata da un piccolo tocco di scalpello, un ombelico che va a sigillare la stasi di un sogno eterno.

Le “Pance di pietra”, femminili e maschili ritraggono con vigorosa umiltà frammenti di corpo incarnato, posseduto, appartenuto a territori che l’artista ha visitato. L’incontro con la natura e l’origine si fa nella ricerca di Naccarato urgente e necessaria per esperire al meglio i materiali, i corpi stessi dell’opera che poi successivamente si andrà a creare. Ma l’intervento dell’artista è qui minimo, quasi un soffio, un respiro, una traccia nella traccia, che altera microscopicamente una natura già di per sé simbolica e ricca di significato.

Un leggera levigatura, un tocco di scalpello – il rispetto verso la forma pura, originaria è sacro, di matrice Brancusiana; l’essenza si fa distillato unicamente sostenuto nella sua pesantezza dalla vibrante culla dei tessuti, color miele, o ancora sporchi di pittura – accartocciati, rannicchiati, raccolti. Quegli stessi tessuti che ci accompagnano per tutto il ciclo vitale, dalla nascita alla morte, come una costante materica imprescindibile. Dalla protezione al decoro.

Nelle “Pance di pietra”, come ho precedentemente definito frammenti di corpi incarnati, si ritrova una contrapposizione armonica “pierfrancescana”, mi sovviene infatti alla mente l’affresco quattrocentesco “Madonna del Parto”(1455-1465 circa) dove l’immobilità, la rigidità, la presenza monolitica delle figure di Piero della Francesca, così imponenti, fisse, quasi pietrificate nel loro essere figura, soprattutto nel caso della Vergine incinta – si manifesti in tutta la sua bellezza dalla schiusa e dallo spazio dettato dei tessuti della tenda, prospetticamente turgidi, gonfi, ma anche lievi. Immobilismo e levità, pietra e tessuto, metaforicamente uniti sotto il segno di un corpo incarnato.

Le “Pance di pietra” possono riportarci a tanti frammenti iconici della storia dell’arte, dalla semplicità simbolica delle forme delle Veneri di Willendorf (23.000-19.000 a.C.), all’utilizzo di materiali antichi come la pietra nelle prime civiltà, ai sensuali addomi scoperti delle Afroditi o Veneri scultoree e pittoriche – da Prassitele (Afrodite Cnidia, 360 a.C.) a Tiziano (Venere di Urbino, 1538); per arrivare agli addomi maschili scolpiti pittoricamente di martiri come il San Sebastiano o i Cristi, dai primi crocifissi come quello di Cimabue o Giotto (Crocifisso di Santa Croce, 1272-1280 circa) e (Crocifisso di Santa Maria Novella, 1290-1295 circa), ad Andrea Mantegna (San Sebastiano, 1480-1481 circa) e Bramante (Cristo alla colonna, 1490 circa).

Le “Pance di pietra” sono frammenti di un’archeologia tanto naturale quanto culturale, epicentri di una sensibilità pura, primitiva, naturale, depositi di un immaginario profondo e articolato – radicato sia nella storia personale che collettiva. Le “Pance di Pietra” sono la tua, la mia, nell’intimo delle giornate; sono quelle delle Veneri e dei Martiri eletti per l’eternità.

Federica Fiumelli

Info:

Jacopo Naccarato. Pance di Pietra
a cura di Federica Fiumelli
30 ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021
Sala della terra, Centro di Cultura Paolo Guidotti
Via Aldo Moro, 32
40035 Castiglione dei Pepoli (BO)

For all the images: Jacopo Naccarato, Pancia in pietra, pietra arenaria, tessuti, 2020 Ph. Giulia Ballotti


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