Le Hidden Images di Marco Abrate

È in corso presso la galleria Hub/Art di Milano la mostra “Hidden Images” di Marco Abrate, visitabile fino al prossimo 10 gennaio 2022. Abbiamo incontrato l’artista presso lo spazio espositivo dove, sin dall’ingresso, si nota come l’allestimento e la disposizione di opere e oggetti suggeriscano un avvicinamento graduale, quasi per indizi, al suo lavoro.

Greta Zuccali: La mostra ci parla di cose, o meglio di immagini nascoste, come peraltro si evince immediatamente dalla traduzione del titolo. Ci spieghi che cosa sono e da dove nascono queste Hidden Images?
Marco Abrate: Il lavoro, che ha preso il nome di “Disvelamenti”, è nato nel 2016. L’ho sviluppato dopo un meraviglioso viaggio in Cina nel 2019. Lo dico spesso: è il viaggio che ha cambiato la mia vita… Dalla punta del Shanghai Tower alle rovine del Old Summer Palace di Pechino, alle foreste di bambo nelle montagne di Zhejiang. La bellezza della diversità e la consapevolezza mi hanno insegnato molto. Mi sentivo come “Tintin”, uno dei miei cartoni animati preferiti in una continua avventura e ricerca.  Ho sempre avuto la fortuna di viaggiare per l’Europa anche con la mia famiglia. Questa, però, è stata la prima volta che andavo così lontano da solo. I miei “muri” nascono dalla percezione delle cose che mi circondano. Ho sempre avuto una visione d’insieme, come insegna anche la fisica quantistica. Nei miei lavori racconto la complessità del contemporaneo portando quasi al grado zero il ricorso all’utilizzo dei materiali. È un discorso molto complesso che affino ogni giorno, un buon metodo per essere fedele a un pensiero immenso.  Si scatena così lo sforzo per raggiungere la consapevolezza e un progresso verso la comprensione del mio lavoro. Perché i risultati migliori richiedono massima pazienza e moltissimo tempo.

Camminando nella sala espositiva si notano un secchio, un carrello e alcuni calcinacci sparsi qua e là. Sono ulteriori indizi di un fare arte in maniera autentica, sporcandosi le mani, che ci richiamano alla mente quella τέχνη [téchne] greca che rappresentava la capacità di fare arte tanto meccanicamente quanto con lo spirito. Da dove viene questo tuo modo di fare arte così materico e concettuale allo stesso tempo?
Dallo studio a cui mi dedico ogni giorno e dal cercare di tradurlo e plasmarlo materialmente. Pensiero e azione coesistono. Torino mi ha insegnato quanto lo studio e il metodo siano importanti nel lavoro. Una costanza interminabile. Con l’evoluzione del digitale diventa sempre più importante l’autenticità. Nell’epoca dell’immediatezza e della riproducibilità in serie, è come se fosse la vita a “viver-ci”, anziché il contrario.  L’epoca della quarta rivoluzione, quella digitale, crea un enorme e ulteriore illusione, ovvero la ricerca fallimentare dell’immortalità.

All’ingresso dello spazio espositivo svetta su una colonna una bomboletta spray che ci rivela la palestra della street art a partire dagli anni del liceo. Ci racconti come questo percorso di artista di “strada” si sia evoluto e come in realtà tu non sia uno street artist tradizionale?
Tutto è nato da uno skateboard. Poi sono arrivati i graffiti e la Street art: ma fare solo lettering con lo spray e l’estintore non mi bastava più! Bellissime le “missioni” che si facevano con i graffiti: si voleva dipingere su un tetto, si trovava il modo di arrivarci, idem per le carrozze dei treni e i muri scrostati degli edifici abbandonati.  Credo che sia proprio da qui che i muri hanno cominciato a dirmi qualcosa. Era sempre un’avventura: adoravo dipingere ascoltando Bach o Beethoven anziché rapper come Nas o gli N.W.A. (questo lo facevo quando andavo in Skate!). Volevo dire di più perché ogni cosa intorno a noi cambia sempre e non mi piaceva sentirmi intrappolato in un tempo per me finito. Il muro e i treni hanno un ottimo linguaggio, ma li trovavo limitanti. Volevo andare oltre. Fare qualcosa di diverso, creare altri spazi. Così ho tagliato un pezzo di muro e l’ho esposto in galleria. È stato il seme che ha avviato il percorso dei “Disvelamenti”, i muri che oggi sono esposti presso la mia prima personale a Milano presso la Galleria Hub/Art. Ringrazio molto il critico d’arte Giorgio Bonomi che ha scritto il testo critico e mi ha incoraggiato.

Del tuo essere artista e giovane uomo, mi ha colpito il tuo approccio “leggero” al lavoro e il tuo andare incontro alle persone e quindi alle opportunità. Sembra che tu non ti prenda troppo sul serio anche se la direzione del tuo sguardo è ferma e ben focalizzata sui tuoi obiettivi. Ce ne vuoi parlare? 
Penso che se una persona si attacca troppo alla sua attività non creerà nulla di duraturo. Mi ha stupito molto una domanda che mi hanno rivolto alcuni collezionisti durante la mostra. Mi è stato chiesto più volte a quale tra le mie opere fossi più legato. Ho sempre risposto: “Nessuna”. Cerco di guardare il mio percorso in modo distaccato. Se sei troppo vicino al lavoro ti illudi e non riconosci quello che fai. Perché? Ti faccio un esempio giocando con la gravità. Se tendiamo un braccio verso l’alto e se teniamo stretta in pugno una moneta con il dorso della mano verso l’alto e apriamo la mano, la moneta cade a terra. Ecco perché non si molla la presa. Ma c’è un’altra possibilità, lasciare la presa senza perdere nulla. Il braccio è sempre teso ma con il dorso della mano verso il basso. Aprendo la mano la moneta rimane sul palmo: si molla la presa e la moneta rimane tua. L’esaltante verità delle parole di William Blake: “Chi lega a sé una gioia, della vita spezza le ali; chi la bacia mentre vola nell’aurora dell’eternità dimora.”

Tornando al lavoro dei muri, credi di sviluppare ulteriormente questa serie o ti vuoi concentrare su nuovi progetti?
Voglio concentrarmi molto bene su questa serie perché, come per ogni cosa, si possono aprire molte strade. Mi focalizzo verso una direzione per comunicare meglio con le persone attraverso le mie opere, altrimenti rischierei la dispersione e mi distaccherei dal punto iniziale senza farmi capire. La pandemia ha favorito l’approfondimento e l’evoluzione di questo discorso. Il lato divertente è che ho voluto creare un altro percorso parallelo a “Disvelamenti”: il “Pink”, nato nel 2017. Di per sé non esiste come discorso, pochissime sono le opere che il pubblico ha visto di persona, si vedono principalmente sui media che diventano parte dell’opera. In strada, nel mondo analogico, l’opera dura poco tempo e viene distrutta, rubata o sequestrata. Il mondo dei social eleva ancor più l’illusorio concetto del “Basta apparire” citando un film. Non è questo totalmente effimero? Ebbene sì, il “Pink” appare ma non esiste. Però esiste.Dunque quale dei due discorsi può definirsi “più reale”? La decisione spetta al pubblico. Di per sé, “Disvelamenti” e “Pink” sono molto simili.

Infine mi piacerebbe che tu ci indicassi un libro che consideri fondamentale per la tua formazione e per il tuo percorso di crescita personale.
Un libro c’è, ma non voglio svelarlo. Ne voglio citare però un altro: un romanzo di Björn Larsson: “La vera storia del pirata Long John Silver”.   Meraviglioso!

In conclusione possiamo dire che il lavoro di Marco Abrate è un continuo gioco di rimandi. Un’indagine sul rapporto tra realtà e invenzione, sete di vivere e bisogno di immortalità, solitudine e libertà, con la consapevolezza che non esiste altra vera vita di quella che raccontiamo a noi stessi.

Info:

Hidden Images di Marco Abrate
Fino al 10 gennaio 2022
a cura di Greta Zuccali e testo critico di Giorgio Bonomi
c/o Hub/Art
Via Privata Passo Pordoi 7/3 Milano

Marco Abate, Hidden Images, overview courtesy Hub/Art @McVector Ltd

La vita possibile Marco Abrate, courtesy Hub Art @McVector LtdMarco Abrate, La vita possibile, courtesy Hub/Art @McVector Ltd

Marco Abate, Riconoscersi, courtesy Hub/Art @McVector Ltd

Marco Abate, Riconoscersi (dettaglio), courtesy Hub/Art @McVector Ltd

Marco Abate, Il Coniglio della Paura, courtesy Hub/Art @McVector Ltd.

Marco Abate, Il Coniglio della Paura (dettaglio), courtesy Hub/Art @McVector Ltd.


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