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Lorenzo Mariani. Dal silenzio alla parola

Lorenzo Mariani. Dal silenzio alla parola

In Piazza San Marco a Venezia gli spazi della Fondazione Bevilacqua La Masa ospitano dal 24 giugno al 30 agosto “Dal Silenzio alla Parola”, mostra antologica dedicata a Lorenzo Mariani e curata da Sabino Maria Frassà. Dopo Milano, Dubai, Parigi e Los Angeles Art Fair, Venezia ospita una mostra che celebra il percorso artistico del fondatore della “TypeArt”, corrente artistica incentrata sulla liberazione delle lettere a stampa. La rassegna ripercorre la carriera dell’artista come se fosse un percorso di catarsi orientato a trovare la “Parola” che riempie ogni giorno il “silenzio” della vita quotidiana. La sua pittura, come è emerso nella mostra milanese da Gaggenau Hub “Out of Words” parte dalla volontà di desemantizzare l’oggetto consumistico e il suo messaggio pubblicitario, scarnificando un concetto a una mera griglia dove l’atto di mercificazione viene annullato dalla bellezza e composizione degli elementi. L’urgenza di comunicare, frutto anche dell’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto, ha portato la riflessione a ripensare anche la sua arte a ricercare e ritrovare quella “parola” che solo qualche mese fa nella mostra milanese l’artista sembra aver perso.

Abbiamo approfondito queste tematiche porgendogli qualche domanda.

Venezia è la città della tua formazione giovanile: nel 1980 hai lasciato l’Accademia di Belle Arti dove seguivi i corsi di Emilio Vedova per conseguire la laurea in architettura e addentrarti nel mondo della pubblicità. Come ha influito l’approccio gestuale ed espressivo del tuo Maestro in questo successivo percorso, molto più razionale e controllato?
L’arte pura era un lusso mentale che non potevo permettermi. Avevo bisogno di bilanciare la fantasia con la logica: l’architettura è una scienza che in sé ne incorpora molte altre. Praticamente ho lasciato la discesa libera per lo slalom gigante. Amo e ricerco i limiti, coltivo la disciplina, poiché la mia natura sarebbe il contrario. La cosa in comune dietro ogni progetto creativo è il metodo. Chiedi pure agli chef. Progettare un ospedale o una chiesa ha la stessa metodologia che fare un risotto. Creare una campagna pubblicitaria per un’auto o per una supposta richiede gli stessi percorsi progettuali. L’analisi della situazione. La sintesi. L’obiettivo. La strategia. Il concept. E l’esecuzione. Semplice. Emilio Vedova era appena arrivato all’insegnamento all’Accademia. Aveva una energia inesauribile, amava ed era amato. La sua personalità era per molti allievi soverchiante; difficile resistere e mantenere il proprio stile. Ho avuto molti maestri, nella mia vita. In pubblicità ad esempio era Armando Testa. Li amo tutti, ma resto sempre un allievo. Sarò me stesso solo imparando fino al mio ultimo giorno qui, sul pianeta Terra.

Che cosa sono per te le lettere, che costituiscono il codice fondante della tua pittura e della corrente “TypeArt” che hai fondato?
Le lettere sono pezzi di architettura, sono frammenti di parole, briciole di poesia, avanzi di grammatica, segni combinati in ordine casuale. Sono schiave della logica e della funzione, ma ora le abbiamo innalzate a opere d’arte a sculture come quelle che ho proposto nella mostra “Out of Words” da Gaggenau Design Elementi Hub a Milano. Sono la possibilità interpretativa, sono l’innesto tra segno e disegno, tra significato e significante. Sono la fusione tra geroglifico e emoticon. Sono democraticamente promosse al rango di un paesaggio, ritratto, natura morta. Sono i nuovi territori dell’arte, iniziate dai cubisti con frammenti di giornali nelle loro tele, sgrammaticate e trasformate in suono dai futuristi, diventate appunto e schizzo nelle opere di Cy Twombly e finalmente sdoganate da Basquiat, che le cancellava per sottolinearle. Le lettere sono piastrelle di una parete scoordinata. Sono tessere di mosaico che seguono le logiche del caso.

Il tuo percorso professionale e artistico è incentrato sull’unione tra forma e contenuto, intesi come estremi di un pendolo in continuo divenire. Pensi che la forma implichi in sé un proprio contenuto specifico o che i due elementi possano esistere anche l’uno senza l’altro?
Lo stile di una persona incuriosisce, ma è il carattere che affascina. Il rapporto che stabiliamo è con l’idea, con il concetto. La sola forma è borotalco. La forma e il contenuto sono tema di un dibattito mai chiuso e mai risolto, dalla filosofia del secolo scorso al post modernismo. Si discute molto se l’arte sia forma o contenuto, e che questo ha bisogno di quello. A me interessa il concetto. L’essenza. Il tema. Senza di questo qualsiasi oggetto è privo di anima. Il concetto obbligatoriamente si esprime attraverso una forma. Ma la forma senza concetto ha la fascinazione del vuoto. L’Oceano può vivere senza le onde, ma le onde non esistono senza l’oceano.

Quali elementi determinano il funzionamento del rapporto tra forma e contenuto nel linguaggio e nella comunicazione?
L’idea del pendolo tra forma e contenuto è un’interpretazione del curatore Sabino Maria Frassà che ha imparato a conoscermi, raccontarmi e spiegarmi negli anni. A volte mi fa ridere, spesso mi incuriosisce e affascina: imparo e impariamo gli uni dagli altri, anche artista e curatore. Questo pendolo dipende molto dal tempo e dal contesto storico: pensiamo a quello che stiamo vivendo noi. Anche io son passato dall’Out of Words (senza parole) della mostra milanese alla voglia di vita e gioia con l’arte pubblica sui tram. Perciò se c’è un elemento è il metodo dell’analisi della realtà che parte dall’ascolto.

Il successo pubblico è arrivato per te molto presto come art director nella pubblicità. Quale impulso ti ha spinto ad avvicinarti di nuovo alla pittura?
Mi considero una persona molto fortunata. Davvero. Come creativo non ho mai sofferto, nemmeno nelle difficoltà di competizione. “Non si può andare d’accordo con gli altri se non si va d’accordo con sé stessi” diceva Sri Yogananda. L’atto della creazione è un fatto naturale, spontaneo. Non c’è sforzo nel germoglio che cresce o nella rosa che profuma. Negli anni ‘80 e ‘90 fare il creativo era la cosa più trendy e redditizia del mondo. In questi 40 anni ho vinto più di 400 premi. Mondo bellissimo. Ma ora quel fiume si è seccato, e il vento ha cambiato direzione. La tecnologia ha la superbia di usare la creatività come un algoritmo. E lo può anche fare. Solo che il risultato finale è la omologazione globale. I big data posso anche riprodurre un dipinto di Rembrandt basandosi sulle memorie delle sue pennellate. Ma non sarà mai Rembrandt. Il genio presuppone il salto delle logiche convenzionali. Il coraggio si sente a disagio in mezzo ai byte. Mi sono avvicinato di nuovo alla pittura, mi chiedi. In realtà non l’ho mai lasciata. Solo che dipingevo di notte, in silenzio, con bianco. Senza mostrare nulla a nessuno. Perché non ne sentivo il bisogno.

Cosa hai imparato dalla cultura orientale e dal suo raffinato culto della calligrafia?
L’oriente è l’unica speranza per l’occidente. Ora che abbiamo tutti gli oggetti che ci servono e specialmente siamo pieni di quelli che non ci servono, stiamo scoprendo che quello che manca sta dentro. Durante il lockdown sono andati a ruba i tappetini per fare Yoga. Il silenzio ti costringe all’introspezione. Che cosa ho imparato? A mangiare meglio, a non uccidere, a rimanere calmo, a coltivare la felicità in ogni momento, a trovare del bello in ogni cosa. Anche nelle tue domande. Studiando calligrafia cinese a Pechino ho apprezzato la bellezza di usare il pennello per dipingere lettere, che scrivere sarebbe un verbo sbagliato. Ma la cosa che mi fa impazzire è la sintesi. Gli ideogrammi sono i marchi dei secoli passati.

Dopo aver lavorato per venti anni nel più totale silenzio e riservatezza, difendendo le tue opere dal clamore della pubblicità, hai deciso di condividere la tua ricerca artistica rendendola pubblica. Cosa ti ha fatto capire che era arrivato il momento giusto e cosa invece ti tratteneva prima?
C’è un momento in cui senti che il fiume è arrivato al mare. Lì smetti di stare da solo e inizi a condividere.

L’installazione di AlphaCube è un’opera immersiva e interattiva, un’ambiente tridimensionale in cui anche l’uomo può provare a “essere lettera”. Pensi che svilupperai ulteriormente questo approccio partecipativo all’arte in altri lavori?   
Alphacube è il dipinto che ti abbraccia, diventa pavimento, parete e soffitto. Non avevo idea di come con un semplice ragionamento così avrebbe incontrato un tale successo, anche al di là del significato che gli avevo dato, anche al di là delle riflessioni condivise ed elaborate con Frassà. Era un’opera fortemente concettuale, l’inverso del white cube e una satira al mondo dell’arte: dov’è l’arte? Tutto è dadaisticamente arte. Eppure a Los Angeles c’era la fila per fare i selfie dentro il cubo. Gli sguardi tornavano bambini, trovare le lettere vuol dire trovare il proprio nome, la propria storia. Cercare una interpretazione dei miei Type diventa un dialogo, ma anche un gioco, un rimando, un nascondino. Insomma una forma di partecipazione. Certamente svilupperò altri elementi immersivi. Sto pensando al una grande gabbia bianca da cui volano via, come foglie al vento, moltissime lettere colorate. Una voliera ottocentesca.

Info:

Lorenzo Mariani. Dal silenzio alla parola
a cura di Sabino Maria Frassà
24 giugno – 30 agosto 2020
Fondazione Bevilacqua La Masa
Marco, 71/C, Venezia

Ritratto di Lorenzo Mariani

Lorenzo Mariani, ADVISUAL 30, Los Angeles, 2014, acrylic, chalk, graphite paste on canvas

Lorenzo Mariani, Type Visual F, mixed media, 2016

Lorenzo Mariani, ALPHATYPE, Milan, 2019, mixed media on canvas

Lorenzo Mariani, Alphacube, 2019

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