Mokichi Otsuka: il perfetto imperfetto

Quella della ceramica in Giappone è una storia antica. Ininterrotta e, per molti versi, ineguagliabile: non tanto per la bellezza in sé dell’oggetto che viene prodotto (indubbiamente, per quelli che sono i canoni occidentali, in Italia, Cina e nei paesi Islamici, se ne producono anche di più meravigliosi) ma quanto per la capacità che sembrano avere, dal profondo, di trasmettere sensazioni non solo visive ma anche prettamente tattili.

Rugosità, ricercate imperfezioni, asimmetrie sono puntigliosamente volute: la bellezza, secondo l’estetica e la visione del wabi-sabi deve essere imperfetta, assolutamente impermanente e incompleta.

Per cui solo “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi” (Andrew Juniper). Semplificando (ma davvero semplificando molto), il concetto si potrebbe anche esprimere come… una sorta di necessaria “bellezza triste” o, meglio, di “bellezza austera e, quasi malinconicamente, chiusa in sé”.

Mokichi Otsuka (Tokyo, 1956), dopo aver completato i suoi studi (laurea e specializzazione in Pittura), si trasferisce, dal 1994 al 1999, in Italia e approfondisce il suo percorso laureandosi in Arte Ceramica presso l’Istituto Nazionale di Arte e Ceramica, G. Ballardini di Faenza.

Poi torna in Giappone, dove attualmente vive e lavora, anche se, da allora, trova modo di tornare ogni anno a Faenza per qualche mese. Con assiduo e appassionato lavoro diventa uno dei più apprezzati ceramisti a livello mondiale.

Sue opere sono conservate in molteplici collezioni pubbliche: dal Victoria and Albert Museum (U.K.) al MIC, Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, dalla Fondazione  Tito Balestra Museo italiano darte moderna e contemporanea, situato nei locali del Castello Malatestiano di Longiano al The National Museum of Modern Art  di Tokyo. E poi ancora al The Museum of Ceramic Art (Hyogo), al Takasaki Art Center College, al Takamatsu City Museum of Art e molti altri.

La sua ultima mostra “Gatti e ciotole da tè” (ma anche con qualche piccolo dipinto) è stata allestita nei raffinati spazi della Galleria Shibuya Kuradatoen di Tokyo (una delle principali del Giappone, specializzata in ceramiche moderne).

Dice l’artista: “Ero, e sono ancora oggi, ammaliato dall’arte dell’antica Grecia, da quella etrusca e da quella, sublime, del vostro Rinascimento. Sentivo forte la spinta a intraprendere un percorso che potesse permettermi di mettere in relazione le due anime, quella occidentale e quella asiatica”.

Ci racconta che poco dopo il suo ritorno in patria una grave malattia (oggi, fortunatamente, debellata!) si manifestò durante un suo viaggio in Nepal e lo portò quasi alla morte. Questa tragedia sfiorata fu il detonatore per l’apertura di nuovi orizzonti e nuove sperimentazioni.

Quell’essere stato a un passo dal decesso, l’aver affrontato quel momento rivolgendo, grazie anche alla sua fede Buddista, attenzioni e cure soprattutto alla parte interiore del suo animo, con il tempo, la pazienza e la positività del pensiero, l’aver guarito il suo corpo ha dato nuova linfa anche al suo modo di fare arte. Come in una rinascita si è trovato di fronte nuove percezioni e nuova voglia di esplorarle. Ha capito, cioè, che la sua arte doveva collocarsi nel mezzo.

Fra Oriente ed Occidente: ricerca della Bellezza, quindi, ma con quella punta di garbata imperfezione, una piccola “crepa” che, in fondo, è quella che fa passare la luce. Fra compiuto e incompiuto, fra vita e morte, fra bianco e nero, fra luce e ombra, fra pieno e vuoto.

La sua è una simmetria asimmetrica, una perfezione imperfetta permeata di Sacro e di Armonia dove Etica ed Estetica sono in estatica simbiosi. Come i suoi gatti puntinati di pieni e di vuoti che, eleganti e flessuosi pur se fissati in posa statica, sembrano dotati di vita. Come le sue ciotole, i chawan, per il matcha (e dunque per la cerimonia del tè) che quando vengono afferrate con le due mani per bere trasmettono forti vibrazioni interiori.

Toccare questi oggetti, rigirarseli fra le mani, possederli non solo con gli occhi ma anche con il tatto, è penetrare la circolarità dello spazio e del tempo: in definitiva è completezza.

Mokichi OtsukaMokichi Otsuka al lavoro nella Bottega di Gino Geminiani a Faenza, ph Raffaele Tassinari

Mokichi Otsuka, framed painting “Tree” and “Nozomu Hoping”. Photo courtesy by the artist and Shibuya Kuradatoen Gallery, Tokyo

Mokichi Otsuka “Chawan Ⅷ”, ceramica. Photo courtesy by the artist and Shibuya Kuradatoen Gallery, Tokyo

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